lunedì 8 marzo 2010
Lasciate ogni speranza voi ch’entrate [Shutter Island]
Il corridoio della paura (Shock Corridor) è un film di Samuel Fuller, e racconta di un tale che decide di scrivere un articolone sulla malattia mentale, perché ci vuole vincere il Pulitzer. Allora entra in un ospedale psichiatrico come paziente, anche se paziente non è, e vive da malato di mente per un po’. Il film è, come tante cose di Fuller, meravigliosamente meraviglioso. Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è un film di Miloŝ Forman che racconta di uno stellare Jack Nicholson alle prese con la stessa esperienza, cioè quella di chi finisce in un reparto di cure mentali vecchio stampo, pur non essendo storicamente un matto. Ma per quale ragione la sto tirando così in lungo, si chiederà il mio pubblico? Perché meno il torrone come mio solito, ma enciclopedicamente, svogliatamente, senza il solito narcisismo, con scazzo visibile a tutti? È semplice. Perché devo arrivare oltre il margine inferiore della foto, così che tutto sia impaginato per bene; metterci ancora un po’ di righe per salvarvi dalle dimensioni dei vostri monitor, e poi dirvi che SE LEGGETE OLTRE, PRIMA DI AVER VISTO Shutter Island, VI ROVINATE IL FILM. MA NON POCO, PROPRIO TANTO CHE VI CADONO LE BRACCIA. NON LEGGETE OLTRE SE NON AVETE ANCORA VISTO SHUTTER ISLAND. Siete proprio sicuri? Non lo ripeto più. Qui sotto c’è una critica del film che ne assassina la visione. No, non siete abbastanza intelligenti e scafati e colti per godervelo lo stesso. Date retta. Fermatevi qui. Che poi adesso pensate di non andarci, ma poi tre qualche mese lo danno su Sky e ve lo trovate lo stesso tutto rovinato.
NON LEGGETE OLTRE SE NON AVETE ANCORA VISTO SHUTTER ISLAND.
Io l’ho detto. Più di così non posso fare. Cazzi vostri.
Nel celebre libro intervista di François Truffaut a Alfred Hitchcock (Il cinema secondo Hitchcock) c’è un passaggio in cui Hitchcock parla di un suo film in cui ha fatto una cosa che avrebbe dovuto evitare. Il film è Paura in palcoscenico (Stage Fright), un giallo con Marlene Dietrich. La protagonista, per scagionarsi, racconta la propria versione dei fatti. La scena viene mostrata, nella prima parte del film, come flashback. Alla fine del film si scopre che quel flashback, che il pubblico non ha sentito ma visto coi propri occhi, è falso: le cose non sono andate come diceva Dietrich, e la colpevole è proprio lei. Nel libro Hitchcock ammette di aver tradito quella fiducia strutturale che lo spettatore ripone nel film, nell’occhio della macchina da presa, che è sempre, in qualche misura, veritiero. Se si vuole mostrare un sogno, la cosa si può fare brevemente, dando gli strumenti per far capire al pubblico che di sogno si tratti, come nella sequenza di Dalì contenuta in Io ti salverò, sempre di Hitch. Dagli anni Sessanta in poi, di quando in quando, i registi hanno giocato su questa ambiguità, con più o meno successo. A volte, come nel caso de I soliti sospetti, lo sviluppo del racconto fasullo e il suo rapporto con la realtà dei fatti, che si intuisce ma non si può determinare, rendono l’esperienza della fregatura comunque stimolante. Ci sono poi i casi di cinema onirico, sognante, metafisico dall’inizio alla fine, che escono da questo discorso (Jackson Pollock se ne frega dell’anatomia, e Jodorowsky del senso).
Nei romanzi la stessa cosa è del tutto inammissibile, tranne in un caso: quando il racconto è in prima persona. Fight Club di Chuck Palahniuk funziona perfettamente, visto che il narratore è schizofrenico (ma lui non lo sa, come non lo sa il lettore); Fight Club di David Fincher è un bel film per altre ragioni, ma contiene falle strutturali gigantesche, perché mostra decine di scene mai avvenute, per poi confutarle nel finale (Edward Norton che si prende a pugni da solo nel parcheggio è quantomeno ridicolo).
Scorsese è Scorsese è Scorsese è Scorsese. Le lodi nei suoi confronti potrebbero occupare decine di pagine. E che due palle: diamole per assodate. Per questo suo ultimo film ha deciso di mettere in scena un romanzo di Dennis Lehane che sfrutta esattamente la stessa tecnica di Palahniuk: il protagonista racconta quello che gli succede – io ve l’avevo detto di non leggere – per quanto ne sappia lui. Perché in realtà il protagonista ha una psicosi, e quello che vede e racconta risponde alla logica della sua malattia, non a quella della realtà.
Ovviamente il film è costretto a ricorrere a uno spiegone finale, in cui si ricollegano le incongruenze di quasi due ore di azione, per mettere in relazione il piano della realtà e quello della mente malata. Il tutto risulta particolarmente frustrante per due ragioni. La prima è che il trucco si capisce dopo al massimo una mezz’ora (e io sono un boccalone, non capisco mai niente di niente); la seconda è che, a differenza di quello che capita in Mulholland Drive, non c’è chissà quale sostanza nell’occhio del protagonista. Niente, insomma, di quello che vede è più vero del vero; non coglie, grazie alla propria condizione, sottotesti o sfumature precluse ai sani di mente. È solo che è rimasto traumatizzato, e si è inventato un mondo alternativo per non accettare la realtà. quel mondo alternativo, come capita spesso nella malattia mentale, è ristretto e banale, anche se arzigogolato.
Quando questo meccanismo si disvela, resta molto poco. Oltre a una serie fastidiosa di errori di continuità, il film è pieno di sequenze “psichiche” in cui le allucinazioni prendono forma, che sono molto suggestive ma non vanno in profondità di niente. Se lo spiegone finale di Psycho è perfetto per avvicinarsi al personaggio e capire la sua condizione senza togliere niente alla grandezza del film, ai rapporti tra i personaggi, all’aritmetica della suspense, alla forza inquadrature, qui invece la comparsa della verità fa crollare miseramente tutto. Il resto diventa decorativo, pesantemente simbolico, incapace di suscitare emozioni diverse da quelle, gnegne, dei cinéphile più accaniti.
Nel mettere in scena un libro del genere, si può pensare di andare oltre quell’ostacolo, l’impossibilità della prima persona al cinema, ma lì ci si impantanerà, a meno di non stare molto attenti e concepire il film come se quel finale non ci fosse. Ecco, se il finale non ci fosse, Shutter Island sarebbe un film lezioso, dove le immagini non producono emozioni o informazioni, ma solo una vaga ammirazione scenografica, da scuola di cinema, da corso universitario, da pippe d’autore. L’esatto contrario di quello per cui Scorsese è Scorsese è Scorsese è Scorsese. Anche qui resta la sua grandezza, resta una colonna sonora non originale stupefacente, e insomma una capacità di fare cinema che splende anche quando il regista inciampa. Però non basta.
PS – Ovviamente traduzione e doppiaggio italiani penalizzano pesantemente anche questo film. I piani sonori di un film così ambientale sono – ci scommetto una palla – curati minuziosamente; l’edizione italiana presenta le voci tutte fuori e l’ambiente in cantina, come al solito. Il personaggio del medico interpretato da Max von Sydow è tedesco, e ha un accento tedesco che nel doppiaggio italiano manca del tutto. Questo rende assurda una serie di battute, e indebolisce una parte della trama. Poi, per fare un esempio, se «It’s out of the question» fosse stato tradotto «È fuori discussione» e non «È fuori questione», saremmo stati tutti più felici. Gli errori simili sono numerosi e insopportabili. E non ce ne frega un cazzo del labiale.
Visto ieri sera, rispetto al libro e’ penoso
scritto da se lunedì.08.03.10 12:02
Dopo aver visto il film… mi tengo stretto il libro. Peccato.
scritto da Andre lunedì.08.03.10 12:12
Va bene che dici che e’ meraviglioso, ma qualche info (utile) in piu’ prima degli spoiler no? Che so, un voto, qualche stelletta…
scritto da Lle lunedì.08.03.10 12:50
Pero’ il dottore (Kingsley) a un certo punto dice che si e’ trattato di un gigantesco role-play. Non e’ chiaro se proprio tutto ci ricade dentro, pero’… a parte ovviamente le allucinazioni, la tempesta e’ reale o no?
scritto da ste lunedì.08.03.10 13:08
Mi rispondo da solo con questo thread su IMDb: ttp://tinyurl.com/yed4obw
scritto da ste lunedì.08.03.10 13:11
sgamato subito anche io. abbastanza deludente anche se scorsese è scorsese e di caprio è di caprio
scritto da carlito lunedì.08.03.10 13:40
Sono dolorosamente d’accordo. Salvo la colonna sonora, max richter sopra a tutto. Con Sinatra Martin si troverà a maggior agio. Ossequi.
scritto da baotzebao lunedì.08.03.10 13:44
Sì però se metti il disclaimer su Shutter Island, lo devi mettere anche per Fight Club
Quella cosa della traduzione l’avrei scommessa… che poi sono stato lì due minuti ad ascoltare bene l’accento di Max von Sydow, per poi concludere: ah già, è doppiato da quei bravissimi-doppiatori-che-gli-altri-si-sognano-di-sto-gran-cazzo.
Aggiungo che Scorsese ha aggiunto un paragrafo finale rispetto al libro di Lehane (che tra l’altro adoro).
scritto da zage lunedì.08.03.10 14:44
mah, io devo ammettere invece che a scoprire la gabola non ci sono arrivata fino a quando non era evidente, quindi il film ha funzionato abbastanza. Detto questo, sono d’accordo che non sia memorabile. Darei comunque merito a diCaprio e alla Williams per la buona recitazione, che con attori più mediocri si sarebbe sull’orlo del flop totale…
scritto da Anja lunedì.08.03.10 15:07
a questione dell’accento mi ha fatto venire in mente il doppiaggio di Morgan Freeman in Invictus (che parla con un forte accento sudafricano in originale ma è doppiato in italiano da scuola di dizione).
Su, dài, veramente, basta doppiaggi al cinema, fateli per quando il film passa in tv ma basta al cinema.
scritto da Filippo1 lunedì.08.03.10 16:23
premetto che non avevo letto il libro, quindi parlo solo del film. il punto non è che si capisce immediatamente la gabola, il punto, secondo me, è che fin dall’inizio del film, si vede che non ci credevano neanche gli sceneggiatori alla possibilità di farti credere che fosse possibile un’altra soluzione.
non c’è un’altra soluzione possibile.
mi spiego: fin dall’inizio, per come è impostata la narrazione, secondo me è impossibile credere che quello lì che sale su un isola-manicomio non sia in realtà poi pazzo anche lui.
ci provi a considerarla una possibilità, ma decisamente quello che ti sembra più possibile è che presto si riveli che è matto.
si però, questo, nei primi cinque minuti. decisamente troppo presto.
(e anche io sono boccalona, in genere, il che aggrava tutto di parecchio)
scritto da zabo lunedì.08.03.10 16:27
BAOTZEBAO, la colonna sonora non originale è una colonna sonora non composta espressamente per il film, a differenza di quella originale. Forse con il francese si troverà a maggior agio. Ossequi.
scritto da Matteo Bordone lunedì.08.03.10 16:50
in Italia senza doppiaggi Avatar avrebbe fatto gli incassi de “Il caso dell’infedele Klara”. Rimanendo comunque campione di incassi. Per il resto d’accordo.
scritto da zundapp lunedì.08.03.10 17:41
scusa matteo, che tu abbia gabolato come andava a finire dopo mezz’ora…ma non ci credo neanche morta.
impossibile.
forse mezz’ora prima della fine…ad ogni modo questo non c’entra con una critica non favorevole, che ci può stare. io da 0 a 10 gli davo un tra 7/8 (l’ho visto ieri sera) per una serie di ragioni che non stanno in questo quadratino (recitazione di caprio, fotografia, inquadrature , citazioni anni 50 ecc)
la musica invece a volte sovrastava e induceva lo spettatore alla tensione. compito che invece avrei preferito lasciare allo svolgersi della storia.
cioè uno specie di trucchetto.
il libro invece non potrei leggerlo dopo aver visto il film. una volta che conosci la trama, in questo caso, che ti resta?
scritto da fran lunedì.08.03.10 18:37
io non ti leggo perché non l’ho ancora visto. e dovrò vederlo, ma non vorrei, perché è vietato ai minori di 14, e non che io non li abbia superati da parecchio, ma poi so che mi impressiono,,, ci abbiamo provato già sabato, a vederlo, ma ormai il sabato vanno tutti al cinema al secondo, perché ci andate? state a casa. però il panciotto di Fritz Lang è stato un’alternativa davvero divertente,, questa storia del panciotto di Fritz Lang mi ha fatto ridere per tutto il weekend,
scritto da gnu lunedì.08.03.10 20:05
Qualcosa di simile è capitato con lo “Spider” di Cronenberg.
Lo svelamento della malattia mentale è lento ed arriva a circa metà libro, ma il regista canadese ha scelto di evitare del tutto questo aspetto.
E forse è il difetto del film.
scritto da Marpo lunedì.08.03.10 20:58
scusatemi, io non ho letto il libro, ma vedendo il film non sono sicura di aver capito il finale….allora…è stata tutta una messa in scena per fargli capire che era matto o lo hanno fatto diventare matto loro sull’isola????
scritto da consuelo lunedì.08.03.10 23:46
Non ho visto il film né letto il libro, un unico appunto su “qualcuno volò sul nido del cuculo”: anche in quel caso il libro era scritto in prima persona e il narratore era il capo indiano che matto lo era sul serio (memorabili le sue allucinazioni, come quella in cui la dottoressa lo torturava infilandogli la sua borsa di vimini in gola spingendola in fondo con un manico di scopa), ma Forman non ha avuto il fegato (o è stato saggio) di fare la stessa cosa, relegando il Grande Capo in secondo piano.Se riuscite a scovare il libro, dopo averlo letto ridimensionerete di molto il comunque grande film (in ogni caso Nicholson lì è un gigante, la pellicola non poteva essere da meno)
scritto da robbbberto martedì.09.03.10 00:46
a me è piaciuto assai, insomma non mi sono addormentata nella poltroncina, e non capita quasi mai
scritto da mumucs martedì.09.03.10 02:11
consuelo era gia’ matto da due anni, dopo che la moglie ha ucciso i figli
scritto da se martedì.09.03.10 12:25
Ho visto il film in originale. Non mi sognerei MAI di vedere Di Caprio doppiato anche se dovesse solo leggere l’elenco del telefono, ed effettivamente mi sono chiesta come è stato tradotto il dialogo di Von Sidow con il protagonista quando in corridoio, gli fa l’etimologia della parola Trauma, che viene dal greco e che l’inglese usa pari pari, con la parola sogno che in tedesco è Traum, mentre la parola trauma in tedesco è verwund alla quale se togli il prefisso diventa wound (ferita) in inglese. Chi sa che cavolo si sono detti in italiano!
scritto da Caterina martedì.09.03.10 13:28
ma io mi vidi “il sesto senso” solo dopo che mi raccontarono il finale, e devo dire me lo son goduto tutto perché era fatto davvero bene.
(Jodo rulez!)
scritto da rr mercoledì.10.03.10 13:37
tira piu´una labiale azzeccata che un carro di buoi.
scritto da isaboh giovedì.11.03.10 00:41
Ho visto il film stasera, non ho letto il libro di Lehane . Dal punto di vista del genere cinematografico, mi ricorda una serie di film in cui tutto quello che vediamo, da un certo momento in poi, si ribalta , lasciandoci stupiti e anche un po’ angosciati ( Il sesto senso, The Others, Memento ) finchè l’esperienza della vita non ci presenta esperienze simili : e ,allora, quale film ci stupirà? A parte questa considerazione, mi sembra che Scorsese abbia realizzato film più personali e riusciti. Questo sembra un film su commissione che, però, ha anche i suoi pregi: ho creduto a Di Caprio (Teddy) fino alla fine ( fascinazione del cinema) e ho provato un senso di dolore quando , vero o falso che fosse, il protagonista ha ricordato l’annegamento dei figli, la malattia della moglie, la sua richiesta di essere liberata ( dalla malattia): quell’atmosfera , per me, era insostenibile.
scritto da Irma giovedì.11.03.10 00:53
Non ho letto il libro ma ho visto il film, secondo me Scorsese è riuscito nel suo intento perchè io ad esempio ho dato fiducia al protagonista e ho creduto nella sua non indennità mentale fino all’ultima scena. A quel punto mi sono resa conto che era pazzo perchè in effetti i personaggi che lui aveva creato nella sua mente, mi riferisco alla dottoressa Recel e al piromane a cui attribuiva la morte della moglie erano gli unici che non comparivano nell’ultima scena quindi erano frutto della sua immaginazione!!! Però nell’ultima frase in cui il protagonista dice: “meglio morire da uomo per bene che vivere da pazzo” non ho capito in che modo sarebbe morto cioè l’avrebbero condannato a morte perchè alla fine ha ammesso il reato?
scritto da rossella giovedì.11.03.10 13:34
Secondo me il finale è stato sottovalutato, e non è così chiaro come può apparire.
In realtà Scorsese ha puntato molto più sul senso dell’onirico e dell’angoscia, e quindi entrambe le chiavi di lettura possono essere valide.
Se ci basiamo su elementi della trama concreti, è chiaro che il ricordo finale della moglie e dei figli rappresenta il trauma da cui ha origine la pazzia. E di qui la storia dello psicopatico che si crede detective.
Ma se vediamo anche gli scambi di dialogo che fanno in cima al faro, non è credibile che venga messo in scena un gigantesco role play… per cosa? per curare un paziente psicopatico, acuendo la sua percezione di diverso vissuto? per far cosa poi, procedere alla lobotomizzazione? e da qui la seconda chiave di lettura, lui in realtà pur essendo molto provato dal passato, non è pazzo ma si è trovato in mezzo ad un complotto.
E’ anche il significato del soggettivo. Lo vedono come pazzo ma lui è convinto di non esserlo. Ne siamo così sicuri?
scritto da Max sabato.13.03.10 03:21
Bravo Max!! anche secondo me il finale non è così scontato! anche se…voi che avete letto il libro (io no) penso ne siate più certi di come va a finire! Detto ciò a me il film è piaciuto molto, mi ha inquietato tantissimo…troppo!! e comunque, abbiate pietà, io non l’avevo capito!! Però non lo so..tutto porterebbe alla fine a pensare che lui sia pazzo..ma mi sembra troppo scontato..secondo me il film dev’essere rivisto (io non lo rivedrò! mi è bastata l’inquietudine di una volta!) e vanno catturati particolari che forse ad una prima visione possono sfuggire (ad esempio..quando sono nel faro e gli svelano che lui è veramente pazzo gli dicono che la moglie ha dato fuoco alla casa..quando lui ricorda i fatti le cose sono andate diversamente…e così o mi sto confondendo?? o anche quando ha il colloquio con la dottoressa e lei gli dice “agiranno su quel trauma per farti credere pazzo”…) Chiedo lumi!!
scritto da tanette lunedì.15.03.10 11:50
La cosa strana che ho notato sin dall’inizio di questo film, è che sembra, passatemi il termine, “tirato via”, realoizzato in fretta e furia (rispetto agli standard di Scorsese, ovviamente).
scritto da marco lunedì.15.03.10 14:14
qualche errorino di montaggio della fretta l’ho notato anch’io. Cmq ah bordò con la storia del non leggere, non andare oltre, chi legge è inutile che veda il film etc, non ho letto oltre, ma mi hai messo la pulce nell’orecchio e un po’ la sorpresa me l’hai rovinata!
scritto da Alv21 lunedì.15.03.10 17:33
a me qualcosa non torna… se il protagonista e’ pazzo e si cambiato pure il nome, perche’ nella scena finale quando lui se ne va con i medici, il suo psichiatra (o partner) lo chiama Teddy?
Chi mi risponde mi fa una cortesia.Grazie
Sarah
scritto da Sarah domenica.21.03.10 16:55