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giovedì 11 marzo 2010

Contro-passato prossimo


E così James Cameron ha fatto incetta di Oscar, con un piccolo bel film di nicchia, di quelli cui Hollywood generalmente riserva gli applausi pubblici, per concentrare la stima sincera verso prodotti capaci di una sostanza commerciale diversa. Invece, manco fosse un festival europeo, la celebrazione annuale della fabbrica dei sogni americana persegue la linea delle ultime edizioni, quella per cui i conti si fanno in famiglia, la realtà non conta: si rende onore a quello che si vorrebbe tanto essere, più che a quello che si è.
Mentre l’intero sistema sta in piedi grazie ai grandi film che guadagnano, e tanto, da sempre la cerimonia degli Oscar è una vetrina per i buoni propositi e gli slanci più nobili di cui l’industria è capace. È qui e solo qui che, secondo la stessa prospettiva perfetta ma falsa con cui si fanno i manifesti, i film sono roba prima di tutto di attori, e poi di registi, in pochi rari casi di sceneggiatori, quasi mai di produttori.

Così, dopo la ridicola scelta di Slumdog Millionaire dell’anno passato, con il suo corredo di banalità turistiche e afflato multietnico da lonelyplanet, è stata la volta di The Hurt Locker: si è voluto premiare una piccola gemma preziosa, invece di celebrare un prodotto in grado di far girare gli enormi ingranaggi che rendono così efficiente e ricca questa costa pacifica. D’altronde è così da tempo, secondo un ciclo ben riconoscibile: l’Academy pencola fra una linea realista e una più romantica, tra The GladiatorNo Country for Old Men. Quando i vincitori, come in questo caso, dichiarano che sperano che l’Oscar spinga le vendite dei DVD, non siamo nemmeno a quel punto, ma oltre: a Berlino, a Parigi, addirittura a Venezia (sulle rive del Fiume Giallo).
Ma mentre James Cameron porta a casa un significativo premio da scuola di cinema (per un film che quasi nessuno ha visto, ma non si può avere tutto), mentre ringrazia goffamente dal palco i militari e — addirittura! —
“i pompieri”, a sorridere sorniona è la sua ex moglie.
Kathryn Bigelow, cinquantotto anni portati divinamente, è sempre stata lontana dalle aspirazioni autorali — matteteci pure un trattino in mezzo — dei colleghi maschi, e più sinceramente vicina al pubblico. Con quella capacità di passare per le biglietterie prima che per il buon cuore dei colleghi, con il piglio popolare e insieme raffinato di John Ford o Vincente Minnelli, Bigelow è sempre stata capace di passare sopra a tutto, anche al teatrino delle lodi sperticate, per parlare a quel paese che nessuno interpella, che nessuno nemmeno racconta, men che meno nella serata in cui sembra davvero che l’America la pensi così, tra battute sofisticate e proclami progressisti, gay e obesi che abbracciano nativi americani, tutto un circo di buone intenzioni, berline ibride e ville piramidali su Mulholland Drive.
Pur non vincendo nessun Oscar significativo, solo con la testardaggine che ha dimostrato per realizzare il progetto decennale di
Avatar, Kathryn Bigelow ha dimostrato a tutti di sapere dove si trovi esattamente il fulcro della questione, dove siano le leve di comando, di saper penetrare nel profondo di questa gigantesca industria di maschi.
Il ragazzino talentuoso può tornare a casa questa sera, e piazzare la statuette sul caminetto, pensando di avere tanto in comune con Kubrick (e parecchi manufatti in più). Kathryn non ne ha bisogno, può stare tranquilla, serena, prendere la cerimonia degli Oscar per quello che è. Può mimare lo strangolamento dell’ex marito raggiante, nella foto che ha conquistato le pagine di tutti i giornali del mondo, e dice più verità di mille omini d’oro.

(poi leggi questo)


vabbè, dai. mica ti posson venire tutte col buco. son sicura che la prossima farà ridere (allo scopo, consiglio argomenti che non generino partenza automatica dell’embolo inficiando la lucidità stilistica. ergo, no donne forti, no wintour, no ciccone, no rodham, no bigelow.)

La notte degli Oscar in versione “Through the looking glass”?

Il problema è che la “robba” di morgan è finita ed anche bordone ha perso il pusher!!

MA che ti sei calato?

Personalmente trovo spesso esagerate le tue tirate antiautore. Ma concordo (se ho ben capito) sul fastidio per il fatto che tutte le chiacchere del dopo oscar siano imperniate su cosa ci sia tra le gambe della persona a cui, per convenzione, è nominalmente attribuito un film.

Ma forse è giusto che un blog chiamato freddynietzsche sia contrappassato dalla retorica superdonnista.

prima che passi il tuo futuro remoto, salvo il concetto del celebrare quello che si vorrebbe essere,,, ti è venuto davvero bene questo concetto, come mai? (eheh, scherzo)— è proprio ficcante, e si ficca dappertutto, sta bene a Oscar, ma anche a certi Congressi, alla Rimpatriata coi vecchi compagni di scuola—la serata con le amiche che non le riconosci più, alla Tangente per cui parto quando faccio così, non lo facci

mah

Ma la gente che legge questo blog capisce quello che scrivi o per partito preso si legge questo come altri pezzi nel modo in cui si ingozzano le anatre?

Che pena.

Grazie davvero, continua a scrivere. Dopo Condor ritrovare te e Luke almeno in blog e aspettare i vostri articoli e leggerseli fa bene al cuore.

E

tutti quelli che si eccitano tanto a sottolineare la “rivincita dell’ex moglie” sono dei frustrati e non rendono giustizia alla prima regista che si porta a casa l’oscar. the time has come, e chissenefrega dei pettegolezzi.

?!?

Gnam gnam gnam gnam gnam.

In questa ucronia Bordone è il critico cinematografico del Foglio mentre Mariarosa Mancuso gestisce un blog chiamato elisanietzsche, in onore del genio della filosofia Elizabeth Nietzsche.