venerdì 12 marzo 2010
Praticamente un paese di morti
Mi fa delirare l’automatismo giornalistico della povertà, dei cicli negativi, della crisi, delle difficoltà vissute sempre come responsabilità politica di un dramma insopportabile e collettivo. Non capisco come non trovino tutto il meccanismo anche solo vagamente ripetitivo, se non proprio intellettualmente disonesto. Eppure si continua. E il punto più meschino di tutto il quadretto è sempre lì, nella psiche.
L’Italia è (stato) un paese contadino e cattolico: avere una psiche, pensare anche solo che esista, è troppo da individualisti, da ricchi, troppo “io” per far parte di “noi”, come direbbe il più conservatore dei socialdemocratici nostrani.
Lo stesso Veltroni — sì, parlavo di lui, che credete? — l’altro giorno, discettando della crisi in un’intervista, citava un call center per aspiranti suicidi da lavoro, dove i telefoni squillerebbero, in Veneto, tutti i giorni.
Quando hanno parlato di questo famoso call center per il sostegno psicologico, i giornali l’hanno raccontato come fosse un call center per suicidi (imminenti) o aspiranti tali. Non esiste la psiche, ma esistono i suicidi, i rimedi estremi, l’insano gesto, il fondo scala. Siamo un grande paese piatto di grano, siamo mondine e partigiani, famiglie e fabbriche; d’improvviso diventiamo invece individui, ma solo per essere descritti come soli, disperati, pronti al tuffo dal grattacielo. È un po’ come quando uno ammazza la moglie, si spara in faccia, rapisce il bambino. Negli altri paesi ti dicono che stava male, si stava curando, aveva rifiutato le cure, gli amici lo vedevano strano; in Italia, già nel sommario dell’articolo si viene informati della situazione lavorativa del soggetto, sulla posizione contributiva, sulla cassa integrazione. C’è un filo rosso inedito e italianissimo che unisce, senza giunti viscosi, come un ingranaggio, il lavoro e la follia distruttiva. Lavori? Felice. Non lavori? Triste, al limite anche matto, omicida, smitragliatore di vecchie, antropofago. Che colpa ne avevi? Avevi perso il lavoro, eri cassintegrato, ti mobbavano da mesi.
Figuriamoci, io lo so che la crisi c’è. So anche che c’è gente che sta male, ha difficoltà economiche e esistenziali. Ma sono stufo della retorica da dopoguerra che ci portiamo dietro. Faccio notare che non è quella vera del dopoguerra, ché nel dopoguerra c’era una voglia di dignità che la gente spaccava i muri con lo sguardo. Quella che abbiano noi è una voglia di disastro, di filmati in bianco e nero, di bambini che piangono. Quello sì. Quello funziona sempre.
Collettivizzazione dei problemi e delle responsabilità. Always. E i due elementi vengono raccontati come inversamente proporzionali, per cui se racconti che il problema è gigante, poi ti sei liberato della responsabilità, dell’individuo — Il povero Gianni si ritrova impotente. A questo punto il povero Gianni rivolge un accorato appello al ministro. — e risulta più facile parlare della politica anche partendo dalla depressione.
La psiche non è un sottoprodotto della crisi. Se non se ne parla mai, se ci fanno le puntate da Vespa dove la terapia viene venduta come un passatempo antinoia per Simona Izzo, se Morelli e Crepet fanno Morelli e Crepet, poi è chiaro che qualsiasi problema psicologico è vissuto come cataclisma. O, meglio, può essere venduto come tale. Tanto “noi” abbiamo bisogno di lavoro, coesione, padri e madri, figlie e nonni, generazioni a confronto e figurine sbiadite di Omar Sivori. Non vorremo mica arrogarci il diritto egoistico e fascista di dire “io”? Che, scherziamo?!
grazie
scritto da LucyVanPelt venerdì.12.03.10 14:32
“nel dopoguerra c’era una voglia di dignità che la gente spaccava i muri con lo sguardo.”
Questa te la rubo.
scritto da rr venerdì.12.03.10 15:05
L’”io” detto singolarmente è un diritto.
Io-io diventa il ragliare di asino.
Automatismo è il termine che calza perfettamente all’approccio delle parole scritte e parlate nei confronti del periodo difficil e di stallo – altrimenti detto crisi.
Che ci si stufa dopo aver pronunciato migliaia di volte il suddetto fonema.
Quelli che stanno bene ci sono, quelli che stanno male pure, quelli nel limbo stan bene lì.
Il lavoro dovrebbe essere la realtà più democratica che esista, ma anche questa l’hanno fatta diventare un privilegio.
Una fortuna.
Un gratta e vinci dove non ci sono mai premi.
Cito Morgan: la crisi è un eccesso di lucidità.
Dobbiamo forse annebbiarci vista e cervello o anima per una via d’uscita?
scritto da ann venerdì.12.03.10 16:05
Il Lavoro come Valore è una perversione modernista. Il lavoro è un mezzo non un fine.
scritto da Filippo venerdì.12.03.10 16:45
Mio padre si sposò nel ’49 avendo: una camicia, un pantalone, una giacca, una lambretta usata. Fece subito due figli e due lavori che oggi si chiamerebbero precari. Andò in pensione che era il dirigente di un grosso ente. I muri li spaccavano anche a testate, a quei tempi. Ma sì, Bordone, che palle questa retorica vittimistica di chi a 25 anni è “ancora precario”. Io lo sono ancora adesso e non rompo i coglioni a nessuno.
scritto da Massimo venerdì.12.03.10 17:17
Psiche e blog. Mi gira la testa,, perché ti giri dovresti averne una. Giusto. il monoblog.
il monoblog è il monologo nel blog. Succede. Si monologa,,, succede molto nei blog. È la rivincita dell’individuo, quello che si guarda allo spekkio. Quando ci si guarda allo spekkio, capita che si vedano anche gli oggetti dietro di noi, s’intravede un’ombra, una figura,,, e allora ci si mette a parlare credendo di avere un interlocutore. Le ombre sono ottimi interlocutori— ce ne sono parecchie e di varie forme. Ti seguono sempre— se ti dimentichi di voltarti, magari fanno un po’ le offese, le ritrose, ma solo per poco, perché loro non hanno una vera volontà. Si appropriano di quella degli altri.
Poi c’è il poliblog. Il poliblog è scritto da molti. I molti scrivono nel blog così è fatta salva la pluralità, i punti di vista sono però riflessi su più specchi. Il polibog infatti è un’insieme di monoblog. Solo che spekkiandosi si vede riflesso nel proprio specchio lo specchio dell’altro, e così si crede di essere in tanti e di dialogare. Ma anche qui si parla da soli, con le ombre dietro che borbottano, tipo i barattoli del just married.
Ora— io, dico io (ragliando allegramente), sono per l’individuo. sempre io, dico io, sono per il lavoro come fine, non come mezzo. Il lavoro giusto però, quello che ti completa, che ti dice tu esisti, tu hai senso. Quel lavoro lì però non so se esiste. Trovarlo è un lavoro, che nessuno ti offre
#troppo lunga, chiedo scusa
scritto da gnu venerdì.12.03.10 17:45
“Il Lavoro come Valore è una perversione modernista. Il lavoro è un mezzo non un fine”.
Filippo for President
scritto da zundapp venerdì.12.03.10 17:46
Leggendo a me è venuta subito in mente la vicenda di France Telecom, dei suicidi dei dipendenti. E lì “l’io” e il disagio personale ovviamente c’entrano, ma c’entra anche una specie di psicosi collettiva per cui tra la gestione quantomeno “leggera” del personale (dentro) e la crisi come grande spauracchio (fuori) un po’ di gente, probabilmente instabile di suo, s’è ammazzata sul serio. E allora non so. Condivido il discorso generale sulla collettivizzazione dei problemi e, soprattutto, delle responsabilità, ma non sono sicura che i problemi siano sempre e solo “individuali”, anche quando riguardano l’io, la psiche, il proprio disagio personale.
Certo che la crisi, la disoccupazione, da sole, non sono mai una spiegazione sufficiente. Certo che c’è il disagio personale.
Ma, forse, non è così semplice, e il contesto in cui si è immersi può rendere più sfumato il ragionamento.
scritto da Nandina venerdì.12.03.10 18:21
@Massimo
Sbagli a non rompere i coglioni a nessuno perché precario. In Italia essere precari non equivale a libertà e mobilità, ma solo a incertezza e a paranoie grandi come palazzoni. E non è logico nè normale tutto questo, non è normale che un percorso dignitoso e positivo come quello di tuo padre non si possa più verificare, perché oggi non si cerca lavoro, ma si cercano solo di penetrare muri di gomma paurosi e invalicabili
scritto da pensieriprecari venerdì.12.03.10 18:33
ma tutti sti commenti in orario di lavoro! ….a lavorare barboni!!!
scritto da il megapresidente venerdì.12.03.10 18:47
E’ che non riusciamo ad uscire dalla retorica stile Studio Aperto. Tutto viene omologato come per incanto, tutti siamo uguali, tutti abbiamo le stesse dinamiche, gli stessi sentimenti, le stesse priorità, le stesse reazioni. E se siamo tutti uguali, che senso può avere ancora dire “io”?
scritto da Pris venerdì.12.03.10 19:14
Filippo e Zundapp: e chi l’ha deciso che i valori sono fini e non mezzi?
scritto da Geffe venerdì.12.03.10 19:29
chiediamoci perche’ non c’e’ piu’ questa dignita’ e voglia di spaccare i muri con lo sguardo. Non e’ una domanda retorica.
L’io da queste parti c’e’. Un io familista, non americano, d’accordo. Un io clanico. Nel senso che i profitti(eventuali) si privatizzano, restano nel clan. I danni si fanno pagare agli altri. Esiste la societa’ quando fa comodo, cosi’ come il mercato, quando fa comodo. Se le cose si mettono male si chiede l’intervento dello stato.
scritto da barbara venerdì.12.03.10 19:41
@Barbara
Sono d’accordo, davvero. Sarò banale, ma alla base di tutto c’è sempre lei, la ‘furbizia’
scritto da pensieriprecari venerdì.12.03.10 20:06
Eh, ma Bordone lo sai qual’è la retorica dei motivatori del personale? Ti dicono ‘noi’ siamo un gruppo affiatato che lavora ‘tutti insieme’, ‘stiamo facendo la storia’, ‘costruiamo qualcosa di importante’, ‘siamo parte di un progetto più grande’ dobbiamo vendere il prodotto a quanti più clienti possibile perchè è così che ‘noi ci realizzeremo’ nel gruppo, col gruppo, anzi che dico gruppo, ‘una grande famiglia’. Tu all’inizio resisti, ti fai una risatella, poi cominci a crederci che ‘siamo una grande famiglia’, provi quanto sia bello riuscire a raggiungere un obbiettivo comune tutti assieme, ti senti parte ‘di un progetto più grande’.
Poi ti danno un calcio e vaffanculo col cuo per terra. Niente più ‘grande famiglia’, niente più ‘parte di un grande progetto’, non ti hanno voluto, non hanno bisogno di te, sei inutile, qualcosa a cui si può rinunciare. Come non sentirsi delle assolute nullità, allora, dei completi falliti? Riesci a metterti nei loro panni?
scritto da Pietro venerdì.12.03.10 22:48
stamattina il call center di cui parlavi è passato in radio. ha detto che nessuno minaccia il suicidio. sono incazzattissimi, questo sì, si vedono negare prestiti da 2000 € dalle banche, sono costretti a chiudere e sono avviliti perché si sentono soli. chiamano per questo motivo, non per fare proclami di suicidio.
scritto da diegodatorino venerdì.12.03.10 23:04
ora che hai “perso Condor” – in aggiunta alla tua passione per i videogiochi – immagino tu sia in giro a trucidare… non è che sei pure negro, no?
scritto da Fabrizia sabato.13.03.10 00:50
io non la vedo così tragica, in fondo è solo una umanissima reazione – oserei dire quasi inconscia – per cercare di dare una spiegazione razionale e autoconsolatoria a ciò che non è categorizzabile (almeno senza scavare a fondo nella propria coscienza, che non è certo lo sport più di moda nella nostra società).
scritto da joe_falchetto sabato.13.03.10 13:18
certo Bordone, hai ragione tu. uno che non ha lavoro, non ha soldi, non ha futuro e non ha la famiglia alle spalle deve avere l’onestà intellettuale di evitare i cliché che tanto fanno schifo ai ggiovani bbrillanti come te, pronipotini dell’ingegnere, che a loro gli fa senso il tinello, la retorica del mutuo e le miserie della classe media, sto poraccio deve ammazzarsi di risate tutto il giorno per dimostrare quantro so bbanali sti giornalisti de oggi.
ma dai.
scritto da maya sabato.13.03.10 16:00
@geffe
infatti, non è un valore
scritto da zundapp domenica.14.03.10 11:33
Individualisti (ma sarebbe più corretto dire egolatri) quando si tratta di fare i furbi e con la rete di protezione, psichica e sociale: il tutto molto cattolico e comunista, e tipicamente italiota. “Collettivizzazione dei problemi e delle responsabilità”, come da tua definizione icastica, “chiagne e fotti” che ben conosciamo a tutti i livelli: ostinandoci su questa strada (e concordo che nel Dopoguerra non era così) non si diventerà mai cittadini ma si resta sudditi di uno Stato e di una classe dirigente altrettanto irresponsabili e poco credibili. Purtroppo, un cane che si morde la coda e una situazione da cui non vedo via d’uscita se non, appunto, individuale, in termini di assunzione di responsabilità.
scritto da Marco domenica.14.03.10 18:29
Questo è un meccanismo singolare, io credo alimentato soprattutto dai mezzi di comunicazione. E’ come nei giornali femminili, in cui la giornalista (milanese, figa, single, benestante) spara in copertina che quest’anno va l’uomo effeminato, magari perché se ne è trombati un paio recentemente. Peccato che il mondo reale non sa di cosa stia parlando. Perché la sciampista ha il fidanzato che lascia i calzini zozzi sul divano, malgrado sia egli una brava persona. Però la sciampista legge la rivista e pensa di essere infelice con uno così. Allo stesso modo, i lavoratori dei call center, che in Italia eguagliano in numero gli incantatori di serpenti, diventano non solo un simbolo per le masse, ma essi stessi massa. E i loro problemi i problemi di tutti, come se quello, il parlatore del call center, fosse un lavoro vero (visto che spesso un nastro registrato fa la stessa funzione) e non una attività saltuaria tipo il bagnino o il DJ al baretto sulla spiaggia. Suvvia, costruiamo famiglie, un Paese, su questi “lavori”, sessantenni che tossiscono nella cornetta, o che mixano Mina e Natalino Otto. Tutti in attesa dello scivolo pensionistico più favorevole.
Con rispetto, andassero a cagare.
scritto da Massimo lunedì.15.03.10 15:10
Qui ci vuole Palahniuk.
scritto da ann lunedì.15.03.10 18:40
no, però, io non sono ancora disposto a buttare nel cesso “disagio della civiltà”, non l’ho nemmeno ancora letto.
scritto da daniele mercoledì.17.03.10 15:27
Io non sono ancora disposto a buttare nel cesso “Il suicidio” di Durkheim, nonché le chilate di paper e articoli pubblicati su riviste internazionali che mostrano coefficienti di correlazione significativi tra tasso suicidiario e cicli economici.
Mapperò se lo dicono iggiornalisti è sbajato.
scritto da nomero giovedì.18.03.10 19:42