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martedì 25 maggio 2010

Perché poi finisce che tu gridi gridi, e gli altri al lupo offrono anche gli stuzzicadenti


Forse sono io che sono lontano dal «paese reale», che non capisco proprio quello che piace e quello che arriva alla gente. Anzi, facciamola finita, non ci credo che «forse sono io»: è un giochetto retorico. Loro sono quelli che fanno pagine della cultura con carteggi di filosofi, lettere di filologi, edizioni critiche di Giovanni Arpino. Loro. Io no: mai fatto. Io non dedicherei mai dieci pagine al giorno alla politica parlamentare, coll’intervista al sottosegretario e la nota del vicepresidente di commissione.

In questo caso stiamo parlando di Repubblica, ma vale anche per il Corriere. Solo che il Corriere si espone meno nel suo vivere su un altro pianeta. Il Corriere è un giornale scritto per giornalisti e politici, ma con la discrezione tipica di via Solferino. Te ne accorgi se rompi il muro della noia. Se no resti solo lì con delle facce interrogative.

Repubblica invece fa le cose in grande, fa gli scandali sessuali – tutti gli idioti a dire che non serve a niente perché infatti le elezioni bla bla, ma va be’ — di Noemi eccetera; Repubblica fa perfino dimettere Scajola: è da un bel po’ un giornale orientato, schierato, o (come dicono da un annetto quelli che prima non conoscevano la parola) «biased». E allora mette in piedi delle grandi campagne. E queste grandi campagne sono campagne popolari, larghe, che cercano di parlare al massimo numero possibile di italiani scontenti; finiscono per bagnare i fiori dei cosiddetti memi, cioè dei — eh no, cicci, non la dico quella parola che si usa d’estate quando c’è una canzone famosa che sanno tutti e mette allegria come Aserejé — temi che ossessivamente vengono frequentati e condivisi da tutti in rete, sui social network, dentro nei siti dell’internèt.

Così si arriva a quel fenomeno per cui la militanza politica, oppure anche solo la presa di posizione di un cittadino informato, ha più a che fare con il mantra «ITALIA… UNO!» che non con una raccolta di firme, una lettera spedita a un ministero, un gesto qualsiasi di civiltà ferma e sobria. No, si fanno le fotine. Si fanno le fotine per opporsi.

Ci si oppone a qualcosa di terribile? Magari anche sì, ma le parole non sono infinite, e “terribile” è un termine spuntato: ha tutti i puntini delle i, le aste della b e della l sbeccati, come fossero le tazze vecchie della colazione. E quindi forse non posso sostenere che questa ingiustizia sia proprio come tutte le altre, terribile nello stesso modo, perché temo che quella cosa lì non voglia dire molto. «Terribile» è stato detto troppe volte, per troppa gente, con troppa voce alta, di continuo e per anni.

Certo, direte voi, non è colpa di chi si oppone a questo governo se le leggi contro cui manifestare sono così tante, se così martellanti sono i motivi di indignazione: sono loro, quelli del governo. È vero. Ma siccome questo lo sappiamo, dobbiamo ricordarci di saperlo, e avere ben chiaro quel problemino della credibilità.

Se sostieni davvero che la legge ribattezzata “bavaglio” sia una grave lesione della democrazia, una cosa così importante, devi dimostrarlo nei tuoi gesti. Se ti fai la fotina col cellulare, e hai un post-it attaccato in faccia con scritta sopra una cosa a pennarello, e tutti i tuoi amici fanno la stessa cosa, e c’è una gara a essere uniti nel giuoco della difesa democratica, tutti insieme, italiauno, allora stai giocando col fuoco, fai passare una sfilata di cretini per una cosa importante. Fai passare una cosa importante per una sfilata di cretini.

E ho il sospetto che questo sia un punto troppo fondamentale perché nessuno ci abbia pensato. Si fa finta di niente, nel casino. Ma non è «niente», Ezio Mauro. Il come non è mai niente. Il come è fondamentale. Sempre.


sottoscrivo con convinzione; lo sputtanamento dei costumi passa sempre più spesso per la ormai vetusta scusa di “essere più vicini alla gente” che si tratti di un postit in fronte o di parlare del ministro dell’istruzione come della propria portinaia (“son passato sulle scale bagnate e quella m’ha rotto i coglioni”). per conto mio, tanta vacuità di modi non fa che sottolineare una superficialità di contenuti.

pochi sono i giornalisti che hanno fatto proposte serie di darsi un codice etico vero, prendendosi la propria responsabilità nell’incancrenimento della situazione che ha portato questo governo a giustificare la necessità della legge in questione.

Sara’ un commento ad capocchiam, il mio, ma leggendo Repubblica stamane mi ha colpito(oltre a cio’ che giustamente fa notare Bordone) che si oscillasse tra cose al limite dell’incomprensibile/inutile/Oprauinfri, come l’articolo di Liana Milella, al piattodigrano d’oltreoceano di Zucconi che quanto meno non e’ andato fuori tema del tutto signora il ragazzo mi ha scritto un temino un po’ trasversale ma in fondo si impegna.
Chi come me si era distratta un attimo abbagliata dalla politica inglese (proposte governative di ridurre il numero dei parlamentari e consentirne il defenestramento popolare -o quasi-in caso di reato) fatica un po’a trovare nelle testate online materiale serio per capire davvero che cavolo succede…

In genere attribuisco sempre l’onestà intellettuale a chi non la pensa come me, mi sembra un principio sano da cui partire, salvo prova contraria eventualmente seguente. Con Repubblica, però, ormai ho la prova. Non ci sono, ci fanno. Perché fa vendere, perché fa gruppo, perché fa giornale partito. Ma anche sguazzare nelle cazzate per permettere a chiunque di alzare il ditino moralista ha un limite. Fortuna che anche a sinistra se ne stanno finalmente accorgendo. Io, di sinistra, è da un pezzo che lo so.

l’Italia sembra l’unico paese dove si ride soltanto di politica. La politica è diventato una specie di gioco, di farsa, di teatrino che noi, spettatori-elettori, guardiamo con superiorità, per riderne sconsolati e con l’unico impegno di fare una ics ogni tanto…

Personalmente, non ho seguito Repubblica granchè in questi giorni, però il concetto generale espresso in questo post (parafrasando: la battaglia politica si deve fare con i mezzi “istutuzionali”), secondo me non coglie un elemento importante: c’è una fetta rilevante della popolazione che ormai aborrisce profondamente le istituzioni, la cronaca parlamentare, le parate del 2 giugno e tutta la casta in toto e che chiede di poter esprimere la propria opinione con un “come” che li rappresenti.
Esiste un universo in cui mettere la propria faccia su internet con un post-it attaccato sopra ha molto più significato di un parlamentare pagato milemila euro al mese per fare un saggio di ars retorica pro intercettazioni, che nessuno ascolterà mai.
Sul fatto che Repubblica cavalchi l’onda si può essere o meno d’accordo, ma Repubblica cavalca perchè c’è un’onda, non una semplice increspatura.

Oddio, ripensandoci, non riesco a ricordare se all’epoca del giudice Mesiano Repubblica ha lanciato veramente la campagna “indossa anche tu i calzini azzurri” oppure era quello che si diceva in rete immaginando il peggio che Repubblica avrebbe potuto fare in quel momento.

Ormai non riesco più a distinguerla dalla sua parodia

Sottoscrivo l’appunto sul metodo. Il come finisce per condizionare il cosa e, più in generale, il principio per cui “il fine giustifica i mezzi” è stata una delle idee più nefaste e fuorvianti che mente umana abbia potuto concepire.
Non ci sto, invece, a far passare sotto silenzio quello che in questo blog (mi riferisco ai commenti)a più riprese si va sostenendo . E cioè che la campagna di Repubblica sia stata nient’altro che gossip animato da pruderie e da voglia di far cassa ficcando il naso nelle lenzuola del potere.
Il problema era ed è POLITICO per una valanga di ragioni. La prima che mi viene in mente è che quelle signorine che animavano le feste nelle residenze del premier finivano candidate nelle liste elettorali dell’utilizzatore finale.
E se insistete con questa storia vado avanti

Io trovo una certa discrasia tra repubblica.it e la testata cartacea. Pur essendo strettamente collegate, nell’edizione on line si scivola troppo sul gossip e sulla schiavitù dell’immagine (foto dei vip, filmati assurdi, foto dei lettori). Penso che forse la cosa migliorerà quando si passerà ad una versione dell’edizione on line a pagamento (per ipad o simili) che sarà più simile al cartaceo. Detto questo, e detto anche che pur avendo firmato on line contro la legge “bavaglio”, mai metterei una mia foto con un post it in fronte. Purtroppo, o semplicemente ormai, la comunicazione su internet si ciba di immagine, per cui si avverte l’esigenza di sottolineare qualsiasi cosa si faccia o si dica con immagini simbolo. Protesti? Allora metti una bella foto che faccia vedere che protesti. I giornalisti ci marciano sopra: a volte mi da l’idea che certe cose siano pensate da persone non realmente “digital native”. L’effetto è quello che può dare un sessantenne che inizia a vestirsi come un ragazzo di vent’anni: ridicolo. Per cui organizzi o dai risalto ad una raccolta firme? Per far vedere che su internet ti sai muovere, avanti! Perché non organizzare una galleria di facce di persone che protestano? in fondo se copri con regolarità gli animalisti nudi o non perdi un raduno di tatuati, non puoi perdere questa occasione. Sì, il tutto rischia di mettere un po’ in ridicolo un’iniziativa comunque lodevole. Me lo vedo io un’ipotetico disinformato menefreghista che poco ha seguito l’iter di questa legge “bavaglio”. Gliene parlo, gli dico: guarda qui, quanta gente protesta. E lui: sì, tutta gente con del gran “buontempo”! (come si dice da queste parti). Un po’ l’effetto che negli anni 60 facevano i capelloni alla generazione precedente. Magari certe lotte o rivendicazioni erano sacrosante, ma molti si limitavano a guardare i capelli e dire: tutti drogati!

Secondo me repubblica.it dovrebbe porsi questa domanda: sul web c’è di tutto e si deve saper scegliere cosa guardare, sul nostro portale dobbiamo per forza replicare questo guazzabuglio? O forse dovremmo organizzarlo in sezioni più distinte ed indipendenti? Tipo: quotidiano (un po’ più serio), web e tendenze (più aperto anche alle cazzate), cazzate vere e proprie.

Tutto mescolato si svilisce un po’ quello che di buono c’è. Anche perché repubblica non è facebook e se gli appelli in quest’ultimo hanno anche le facce dei sottoscrittori io le lascerei qui.

“teribbbile”

Ragazzo mio, ora però devi dirci la tua sull’ennesima “faziosa” comparsata del Walter nazionale! Quando l’ho visto leggere alcune righe del suo libro a “Che tempo che fa”, ho pensato subito a te. Brutto segno?

Domenica sera ho avuto anch’io la medesima reazione e lo stesso identico pensiero. Contagio?

esatto

Devo però dire che la cosa ha prodotto anche una protesta di discreto impatto visivo. Anche questa svilente? Forse, ma forse neanche un po’.

http://www.repubblica.it/politica/2010/05/26/foto/l_idv_porta_i_post-it_in_senato-4347251/1/?ref=HRER1-1

Concordo col fatto che l’idea sia una bischerata (per usare un linguaggio aulico), ma non sottovalutiamo il potere del “metterci la faccia”. Che e’ sempre meglio del parlare parlare e poi non fare un cazzo. Magari scrivendo “ma guarda quegli scemi li’!”. Per esempio.

eeeeee…eeeeeeeee…EEEETCHHHTTTTTORMENTONE!

David, i calzini turchesi del giudice Meisano furono poi indossati da Franceschini.

Venendo all’articolo, penso che da una parte sia giusto semplificare per far comprendere al più vasto numero di persone, l’illegalità delle legiferazioni berlusconiane, dall’altra però c’è un uniformarsi fastidioso, perchè sembrano tanti manichini, robottini addobbati come vuole il loro padrone e gli chiedi se davvero ci sarà il bavaglio magari ti diranno che è vietato scrivere di tutto.
E dal padrone non si sfugge, è la regola del nostro patriarcato.