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martedì 1 giugno 2010

Fate gli scrittori. Raccontate storie.


L’altro giorno ho letto un’intervista allo scrittore Tiziano Scarpa su Repubblica. A un anno dalla vittoria di un Prestigioso Premio Letterario, Scarpa veniva intervistato a proposito del libro successivo, quello appena uscito.

Tiziano Scarpa, come molti scrittori contemporanei, nasce come “cannibale”, ovvero autore di uno dei racconti della raccolta Gioventù cannibale, che molti anni fa costituì lo strano punto di partenza, in parte abortito, di una nuova onda di narratori italiani.

Repetti e Cesari inaugurarono la loro collana moderna di Einaudi, Stile Libero, con una raccolta di narrativa giovane, dove per giovane si intendeva soprattutto fiera di un totale scollamento dalla tradizione letteraria italiana. Gli autori avevano al massimo una trentina d’anni, scrivevano in modi molto diversi tra loro, ma erano simili nel non scrivere in modo tipicamente italiano, quindi realistico, accademico, ufficiale, figlio di una tradizione riconosciuta e celebrata nei corsi monografici di Storia della Letteratura Italiana Contemporanea delle università della penisola. Come Pavese e Fenoglio prima di loro, ma con uno slancio ancora più noncurante delle istituzioni accademiche, addirittura in qualche misura ignorante, i cannibali si rifacevano più a Salinger che a Gadda, più al cinema che ai libri di testo; ignoravano Horcynus Orca, ma in molti casi avevano letto per intero Stephen King.

Tiziano Scarpa esordì poco dopo con un romanzo, Occhi sulla graticola, che aveva in copertina una figura femminile ipertrofica e fumettosa, l’opera di un artista giapponese ispirata a un manga erotico. La ragazza, tutta occhioni e curve, strizzava le proprie tette gigantesche, a generare un fiotto di latte copioso, sospeso nell’aria, in assenza di gravità, che volteggiava intorno al suo sorriso, quasi fosse una meravigliosa aureola di abbondanza femminile. (Si racconta che a suo tempo tutti fossero preoccupati dell’eventuale reazione di Giulio Einaudi alla scelta della copertina, e che poi lo stesso Einaudi avesse detto «Va benissimo» in secondi due. Sarà una storiella inventata, ma è una bella storiella, comunque.)

Il protagonista del primo romanzo di Scarpa — dei libri io ricordo sempre e solo piccoli particolari — viveva a Venezia, e pagava l’affitto in seme. La padrona di casa, certa delle proprietà dermatologiche benefiche dello sperma, usava il prodotto giornaliero del suo inquilino per tenersi giovane; lui, per contro, viveva in una condizione di spossamento cronico, per via delle pippe locatarie cui era quotidianamente costretto.

Sono passati diversi anni, è vero, sia per noi che per chi era cannibale, e per Scarpa stesso. Ai tempi di quella raccolta, però, sembrava evidente che nessuno degli autori volesse diventare quello che invece erano gli scrittori italiani intorno a loro: intellettuali col tesserino.

Quello che distingue gli intellettuali col tesserino dagli intellettuali sta nel loro lavoro, in quello che fanno. Gli scrittori dovrebbero essere prima di tutto preoccupati di raccontare delle storie per i loro lettori. Per la natura particolare del loro lavoro, diverso nella pratica da quello nobilissimo di un traumatologo, gli scrittori sono portati a descrivere la realtà, o una realtà, partendo sempre in qualche misura da ciò che li circonda. Anche per ignorarlo o per negarlo, gli scrittori si riferiscono sempre al mondo; quando scrivono qualcosa di rilevante, poi, ricadono sul mondo per forza di cose, per la penetrazione delle loro storie nell’immaginario e nella vita delle persone. In questo senso, molto laicamente, gli scrittori sono intellettuali, per meriti ottenuti sul campo. Per quel che vale, comunque, visto che in prima istanza sono degli scrittori. Ça va sans dire.

Gli intellettuali col tesserino, invece, sono prima intellettuali e poi scrittori. Come si riconoscono? È facile. Sono quegli scrittori che raccontano la società nelle interviste, nei dibattiti, in qualsiasi contesto in cui un microfono o un registratore siano avvicinati alle loro labbra. Non raccontano, attenzione, la fetta di mondo che li ha appassionati ultimamente, quella che hanno analizzato, usato, smembrato, confutato, cavalcato o frequentato per costruire la loro ultima storia. No, parlano della politica senza nessun pudore, e della società, degli altri saggi e dotti contemporanei, di grandi linee generali di interpretazione della cose che loro vedono, conoscono, capiscono e condividono con una élite di illuminati. Questi intellettuali sono tali prima di quello che scrivono, per via di un tesserino che ottengono tramite evento abilitante, di diversa natura a seconda dei casi. Vale anche una specie di proprietà transitiva. Vedremo come.

Antonio Scurati fa di tutto per essere uno di questi intellettuali col tesserino da molti anni. C’è in lui una determinazione di cui va anche riconosciuta la solidità: tutti, la prima volta che l’abbiamo visto, abbiamo notato il tono di chi è sulla cresta dell’onda da decenni, e ci siamo chiesti «Ma questo chi cazzo è?». Scurati non parla mai di niente di piccolo o specifico, ma sempre di grandi fenomeni, di Società, di grosse linee guida che noi normali ignoriamo e che lui desidera spiegarci. Ce le racconta con dei libri? No, ché i suoi libri non vendono un mazzuola, anche se il suo primo vinse un Prestigioso Premio Letterario. Ce le racconta nelle interviste, quando discetta — come facevo a non usare il verbo discettare in questo post? non potevo assolutamente! — di qualsiasi argomento in televisione o sui giornali, mentre la sua storia d’amore in millemila pagine sullo sfondo delle Cinque Giornate di Milano, la sua vicenda toccante di periferia e pedofili giace lì accanto, sul tavolo che lo divide da chi gli fa le domande, malcagata da chi intervista e sostanzialmente anche da chi risponde (per non parlare del pubblico, ma si era capito).

L’estate scorsa Antonio Scurati ha quasi vinto un Prestigioso Premio Letterario, ma poi alla fine non l’ha vinto per un voto. Al suo posto, a vincere è stato Tiziano Scarpa. Ebbro della propria innata eleganza, Scurati pensò bene di parlare da perdente, prendersi a polemiche giornalistiche con il vincitore, pur di non perdere una occasione überlauta: disquisire dello stesso premio letterario che aveva perso, dei premi in genere, del loro senso, del loro significato, del proprio ruolo e di quello di chi, al posto suo, aveva vinto. Non una pippa, come al solito, ma una meta-pippa. Avete presente l’orgasmo? Ecco: immaginatene uno per ogni proprio virgolettato letto sulle pagine dei quotidiani. Scarpa rispose con meno veemenza, ma finì tirato dentro. E qui si guadagnò il tesserino di intellettuale, per via della tenzone.

Nell’intervista a Tiziano Scarpa che ho letto l’altro giorno si citavano Deleuze, Zizek, il mito di Attis, Omero e Catullo. Era sulle pagine culturali di Repubblica: un posto dove si possono ancora oggi, nel 2010, scrivere le parole «Giovanni Arpino» senza avere delle convulsioni inarrestabili di sbellicatio acutissima. Quindi, visto il contesto, apparentemente andava tutto bene: uno poteva leggerla tutta e non trovarci niente di strano. Del libro chi se ne frega: un dettaglio (è una lettera di un padre a un figlio), un po’ di autobiografismo (anche Scarpa vorrebbe un figlio), un bel po’ di sociologia (trallalero trallalà) e una polemica letteraria che nessuno ha mai cagato (quella con Wu Ming, ripeto, QUELLA CON WU MING).

Questo tesserino dell’intellettuale è una peppatencia (ovvero donna di picche nel gioco che molti conoscono come Hearts) che si stampa nelle commissioni dei Prestigiosi Premi Letterari, nelle redazioni dei quotidiani, nelle università e nei convegni. Non so quanto Scarpa si sia reso conto che gliene hanno infilata una in uno scomparto del portafogli; non so se avesse tenuto per anni lo spazietto libero, in attesa che fosse occupato. Penso e spero di no. Ma so che Niccolò Ammaniti è uno scrittore, e lui è un intellettuale. Se facessi quel mestiere lì, non sarei mica contento.


Bel post. Il problema, per come la vedo io, è bilaterale. Per ogni intellettuale col tesserino che discetta sull’universo mondo, c’è tutto un turbine di giornali che non fanno che richiedere e riempire pagine della sua opinione.
Io non ne so nulla (e quindi magari sto scrivendo ‘na cazzata), ma non è che l’intellettuale col tesserino (e non parlo di Scurati necessariamente, ma in generale) è quello che ha trovato il modo di guadagnare il pane – a furia di comparsate, interviste, autoincensamenti vari – mentre lo scrittore, in una società povera di lettori, fa fatica a far sentire la propria voce, e a trarre profitto da quel che fa? Insomma, alla fine non è che la realtà premia solo i tesser(in)ati?

matteo padroneggi un’arte… quella dell’accostamento criptico, ma efficace (a prescindere dalla comprensione dello stesso). Nonchè dimostri continuamente la tua profonda interdisciplinarietà. Peter North?!?

bordone sborone

Il libro sul fornitore affittuario di sperma mi ha incuriosito molto.

Il post non fa una piega. L’unica cosa che non capisco e’ il turbamento alla sola idea che Scarpa sognasse da sempre di diventare un intelletuale ‘col tesserino’. Il primo libro di Scarpa ti ha emozionato? Bene! Chi se ne frega se il suo autore e’ un piccolo borghese il cui unico scopo nella vita e’ comprarsi una Ferrari ed essere intervistato a ‘La Vita in Diretta’.

PS
Io di Scarpa, ho letto solo Occhi sulla Graticola. Come sono gli altri libri?

Questo post mi ricorda un po’ i fan de i gruppi rock, che smettono di essere fan dopo il primo passaggio su MTV: non mi piacciono più, sono diventati commerciali.
Per uno scrittore il metro del successo potrebbero essere le interviste, ma il successo non significa necessariamente un impoverimento della loro creatività.

Giovanni Arpino (sbellic).

Bel pezzo, Matteo. E devo dire che sono d’accordo al 100%. Peccato per tutta quella generazione, se ripenso agli autori di Gioventù cannibale (che ho letto fino a consumarlo) ne vedo davvero pochi sopravvissuti all’intelletualizzazione forzosa (volenti o nolenti, qui poco importa)

non ho capito, perché nel testo non c’è nulla che spieghi:
1) perché ci si dovrebbe sbellicare al nome di Giovanni Arpino
2) perché nessuno dovrebbe cagare una polemica letteraria con WU MING

Perché QUELLA CON WU MING è scritto in caratteri maiuscoli ??

Anche Wai ha la mia stessa perplessità..

avrei detto la stessa cosa
avrei scritto ‘bravo’ quando ero solo a metà
avrei detto, avrei fatto, avrei potuto, avrei voluto, ,,,

##sono come una carcerata a cui hanno dato al posto della condizionale, il condizionale (questa non è così male, no? fa skifo–)##

invece,

lo scrittore può essere di 2 tipi, quello che gli piace stare chiuso in una stanza e quello che gli piace fare l’intellettuale.

quello che gli piace fare l’intellettuale, fa bene, perché così la ruota gira e anche l’economia

però se uno non sa scrivere, può avere tutti i tesserini di questo mondo, e quando compare in diretta tivvù, averci anche scritto sotto “scrittore”, ma questo non conta niente, ,,,,,

certo, ne potrà fare una professione, ma a quel punto chissene# se ai giornali sta bene così, alla gente sta bene così. che importa?

ci sono cose molto più disonorevoli che fingersi intellettuali esperti in intelletuologia

tutti, o comunque molti, mentono. più divento vecchia (gasp) e più mi accorgo che è così

però se uno non sa scrivere, tutto il resto non conta niente

può fare i frizzi, i lazzi, le capriole, ma quella cosa lì— il fatto che non sa scrivere, non potrà cambiare

La PEPPATENCIA …. da quando è molrta la mia nonnilla non la sentivo più questa parola … una madeleine. Grazie.

Anche io non capisco perchè dovrebbe far ridere Giovanni Arpino e perchè dovrebbe suscitare lo stesso divertimento una polemica con i Wu Ming che sono dei grandi come lo è Ammanniti e come non lo è Scarpa.

Scurati è fuffola. Invece.

C’è abbastanza carne al fuoco per un film di fantascienza. Blogger Vs Intellettuali col tesserino. Roba da Alien Vs Predator, insomma.

@Filippo: ti spiego io il riferimento a Peter North. In cosa si faceva pagare la padrona di casa nel libro descritto? Per quale sua qualità è conosciuto Peter North,e in un quale specifica classifica è stato incontrastato numero 1,con vantaggi siderali sul secondo?
Ok,ti sei risposto.

forse mi sbaglio, ma sono quasi convinto che la manga-donna della copertina sia di Takashi Murakami. Mega artista contemporaneo giapponese. Posssibile?!

@sartana grazie… una ricerchina mi aveva fatto intendere il nesso. L’arte di Bordone rimane incontrastata.

ovviamente si vuole specificare che qua nessuno ha mai avuto il benchè minimo contatto con la pornografia,eh…quello che sappiamo è che ce lo ha detto un amico.che mica zozzi siamo,si intende

Senti, amatissimo Bordone, o ce lo dici chiaro e tondo, o te le veniamo a chiedere urlanti sotto casa (tua): perché ci si dovrebbe sbellicare di Arpino, che mia pare abbia anche scritto qualche libro non male (anche se li ho letti a 14 anni)?
Non ti esimere!

mi unisco a wai nella richiesta di un libretto d’istruzioni del post, grazie.

Uhi, io sto scrivendo il mio primo romanzo ma mi fa paura farlo leggere al mondo se il mondo dei romanzi è così. Poi se me lo legge bordone e mi tira merda, non ci voglio neanche pensare santamadonna.

“Il fascismo è stato in un certo senso l’autobiografia di una nazione che [...] sogna il trionfo della facilità” (C.Rosselli)

Esempio: sei uno scrittore? E allora racconta storie, poche pippe!

I romanzi di Scarpa non mi piacevano un tempo e non mi piacciono adesso. Ma di scrittori intellettuali, che non si limitano a “raccontare storie”, penso che l’Italia ne abbia troppo pochi, e non viceversa.

Poi mi sembra sano che Scarpa a 30 anni evitasse di esporre tesi e teorie, mentre a 47 magari ha qualcosa in più da dire.

A proposito di pochi minuti fa a Ballarò… Tremonti e Mentana hanno la memoria corta… http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2008/elezioni-politiche-2008/articoli/berlusconi-evasione-elusione.shtml

Per quanto riguarda il berluska non c’è niente da aggiungere: è finto tanto quanto i suoi capelli da ken (anche con l’altezza ci siamo)

Niccolò Ammaniti…uno dei miei scrittori preferiti…non per la rima

Antonio Scurati … tutti, la prima volta che l’abbiamo visto … ci siamo chiesti «Ma questo chi cazzo è?» .

ahahahhah grandissssimo.

Quando vedo puntare la pistola contro un intellettuale mi viene in mente Goebbels.
Il problema è che oggi ci si vergogna di esserlo, intellettuali. In altri paesi invece gli intellettuali hanno preso in mano addirittura il futuro. Ti ricordo Mandela o Vaclav Havel. Ho capito la critica a Scurati, che condivido e che mi diverte, ma devo dirti una cosa. Anche tu sei un intellettuale.

Bellissimo articolo, condivisibile in ogni virgola.

concordo soprattutto sul fatto che Nicolò Ammaniti è uno scrittore; Enrico Brizzi è uno scrittore.

(Scurati fa anche tenerezza perchè vorrebbe tanto essere, uno scrittore.
Poi leggi una pagina di Emanuele Trevi, e capisci cos’è, uno scrittore)

Ammanniti è uno scrittore? Da quando?

Dite agli scrittori di non fare gli intellettuali, e mentre loro si distraggono scrivendo storie, fottetegli il posto da intellettuale, e poi stroncategli i loro insulsi libri di storie. Così imparano.

Mi piace la distinzione, condivido nettamente, fatto sta che un po’ quasi tutti siamo tirati dentro a questi giocucci da: vivi la vita, tanto da non vedere più la Vita intorno, siamo come su dei piccoli palchi convinti che la vita sia quella, ma no, è tutta intorno e non la si vede…mi fai venire in mente fukuoka che diceva: quando la gente rifiutò gli alimenti naturali e al loro posto prese a mangiare cibi raffinati, la società si mise in cammino verso la propria distruzione. E questo perché tale cibo non è un prodotto di vera cultura. L’alimentazione è vita e la vita non deve allontanarsi dalla natura.

Questo tesserino dell’intellettuale è una peppatencia (ovvero donna di picche nel gioco che molti conoscono come Hearts) che…
Non sono sicuro che la donna di picche nel gioco Hearts sia chiamata peppatencia, ma attenzione a non confondere il gioco Hearts con il gioco Peppatencia (nel quale la donna di picche è chiamata peppatencia), perché sono completamente diversi.

ed ormai anche freddy è come tutti i blog che invece di proporre stroncano. non mi interessa la questione scurati, ma ricordo che in passato scrivevi in maniera propositiva mentre adesso ti adegui al gioco più comune del paese, il tiro al bersaglio. come quando discetti su veltroni senza peraltro sostenere con lo stesso ardore il prode massimo. anche perchè ce ne vorrebbe assai di ardore. sfrutta le tue qualità per proporre, è più difficile, ma se sei in grado di camminare sulla corda perchè ti accontenti di passeggiare al centro commerciale?

sugli intellettuali, organici e non, e la loro esistenza in francia e in italia esiste una vasta letteratura (la ragione per cui gli intellettuali francoitaliani pontificano è che è il loro mestiere), come ne esiste una altrettanto vasta sulla loro assenza nel mondo anglosassone.

con antonio scurati ho cenato varie volte un’estate a ravello: raramente ho incontrato un uomo dall’intelletto più acuto del suo, anche se non ho ancora mai letto un suo romanzo. pensare che uno debba abdicare alla propria intelligenza per scrivere letteratura “che racconti il mondo attorno a sè” (ma quale poi?), è come dire a valentino rossi (abbastanza populista come riferimento?) di darsi al ciclismo.

dietro l’antintellettualismo spiccio, in ogni epoca, si naconde una cosa brutta che finisce con lo stesso suffisso. il cui fetore, peraltro, in italia è tornato a sentirsi più pungente che mai.

Gentile Matteo Bordone,
(posso darti del tu?), per prima cosa, constato che ti basi soltanto su un’intervista per giudicare il mio lavoro, e non hai letto il mio libro, che racconta eccome una storia.

Il titolo del tuo post (“Fate gli scrittori. Raccontate storie”) lo trovo un po’ totalitario. Si allinea all’idea egemone di scrittore e scrittrice come narratori puri. Questa idea è funzionale al mercato. Ho affrontato più volte il tema della narrazione “pura” e della sua egemonia nella nostra epoca, per esempio qui: http://www.nazioneindiana.com/2004/04/19/i-narrificatori/

Mi pare che tu voglia ridurre gli scrittori a narrificatori. Pretendi che tutti i romanzieri siano solo narratori, meglio ancora se narrificatori, come li ho chiamati io. In questo sei totalitario.

Se ti occupi di scrittura e letteratura, saprai sicuramente che il romanzo e la letteratura in genere non è solo narrativa, ma un impasto di racconto e idea, di narrazione e teorie: e questo anche dentro (sottolineo: dentro) i romanzi che consideriamo esemplari, da Melville a Hugo a Dostoevskij a Proust fino ai nostri giorni.

Ma non voglio lanciarmi in una lunga considerazione sulla politicamente pericolosa “divisione del lavoro” fra romanzieri puri da una parte e intellettuali puri dall’altra (alcuni intelligenti commenti qui sopra vi accennano con efficaci sintesi). Sarebbe troppo lungo, e come vedi questo è un commento già intollerabilmente prolisso (scusami).

Io non ho paura a far vedere che la mia esperienza del mondo è integrale (per quanto me lo consentono i miei limiti, ovviamente): c’è l’esperienza, la fantasia e lo studio. Ci sono tutte e tre queste cose insieme. Non debbo vergognarmi di nessuna delle tre. Le rivendico, in favore di un’idea integrale dell’umano.

Per essere più chiaro: nel momento in cui rispondo alle domande di un’intervista, non ho problemi a fare dei riferimenti anche alle idee e ai pensatori che mi possono aiutare a comprendere più profondamente le cose che mi interessano nella vita, le esperienze che ho fatto, le fantasie che ho.

Ad ogni modo, trovo che non hai letto con attenzione l’intervista, e hai messo in rilievo solo gli aspetti che ti hanno trovato in disaccordo: va benissimo, ma così hai fatto un ritratto distorto della mia idea di scrittura e letteratura. Noto che non conosci ciò che ho scritto a favore dell’immaginazione, della fantasia, della narrazione, del suo rapporto con le idee riflessive, in teoria e in pratica (ossia analizzando romanzi, film, fumetti, spettacoli teatrali) in centinaia di articoli, saggi e libri interi (soprattutto “Cos’è questo fracasso?” e “Batticuore fuorilegge”). Non è un rimprovero, ci mancherebbe che tutti conoscessero tutto… Però, magari, prima di fare la caricatura di qualcuno, ci si potrebbe informare un minimo.

Innanzitutto, come regola generale, ti faccio notare che, essendo quella un’intervista, stavo rispondendo a delle domande. Le domande non le faccio io. Se mi chiedono di parlare del saggio dei Wu Ming, rispondo sul saggio dei Wu Ming (che comunque mi sembra un argomento interessante, si sia d’accordo o meno con le loro idee).

Le interviste le scrivono i giornalisti. E comunque devo dire che qui il giornalista ha fatto un ottimo lavoro, avendo sintetizzato in poche righe più un’ora di conversazione al telefono. Ma la selezione sulle cose che avevo detto l’ha fatta lui. Si vede che l’hanno colpito i riferimenti a Zizek, Deleuze, eccetera, più di altre cose che gli ho detto. E’ il suo lavoro, e l’ha fatto bene, non ho nulla da rimproverargli. Ma la selezione dei miei argomenti è responsabilità sua. Le interviste, esattamente come gli altri articoli che non hanno una struttura a domanda-risposta, le firmano i giornalisti, non gli intervistati.

Sai, io ho contribuito a far pubblicare per la prima volta Zizek in Italia. Era il 96, lavoravo come redattore in una casa editrice (l’ho fatto per un paio d’anni). Io mi nutro anche delle sue idee, e di quelle di molti altri pensatori, non solo di “storie”. Ma scrivo storie, ne ho scritte decine, racconti, romanzi, commedie e drammi per il teatro e per la radio; storie lunghe e brevi. Mi pare che tu ti fondi su un’intervista dimenticando questo, tralasciando le decine di storie che ho scritto.

Ma il punto a cui tengo è che non hai messo in rilievo il passo-chiave della mia intervista, in cui sottolineo che in “Le cose fondamentali” ho scritto una storia, e che mi fido della fantasia come strumento conoscitivo, e che lavoro delle visioni, non sui temi astratti, intellettualistici. Sono le righe dell’intervista in cui evidenzio che il mio è un romanzo, non un saggio. Riporto la domanda dell’intervistatore e la mia risposta:

Domanda: “Però la vicenda prende tutt’altra piega, con l’imprevisto della malattia del figlio e il test genetico per un trapianto che lo mette doppiamente in crisi.”

Risposta: “Il libro è soprattutto questo, altrimenti avrei scritto un saggio. Più che dei temi mi fido di certe visioni e fantasie. Mi piacciono i libri in cui c’è un trauma che fa cambiare completamente mentalità e visione del mondo al protagonista e anche al lettore. Tipo l”Assassinio sull’Orient Express’: Poirot trova così giusto il movente da suggerire la soluzione “sbagliata”. Nelle mie storie, da ‘Occhi sulla graticola’ a ‘Kamikaze d’Occidente’ c’è spesso qualcuno che scrive a qualcun altro, ma la traiettoria della parola è deviata da un avvenimento che lo spiazza radicalmente”.

Come vedi, in questa risposta sto dicendo: attenzione, anche se in questa intervista finora stiamo parlando di temi generali, sociali, ecc., questo è un romanzo con una storia, racconta di qualcosa che ho inventato con la mia fantasia, c’è un doppio trauma che cambia i personaggi ecc., non è un saggio, non è una semplice enunciazione di idee.

Un’ultima cosa. La ricostruzione che fai della vicenda editoriale dei cosiddetti cannibali è sbagliata.

Un po’ di date.
Febbraio 1996: esce “Occhi sulla graticola” di Tiziano Scarpa
Marzo 1996: esce “Fango” di Niccolò Ammaniti.
Aprile 1996: escono “Woobinda” di Aldo Nove e “Fonderia Italghisa” di Guseppe Caliceti.

In quella primavera, le cronache culturali dei giornali cominciano a parlare di letteratura “pulp”, di affinità con i film di Tarantino, eccetera.

Prima dell’estate, lo scrittore e consulente editoriale Daniele Brolli propone a Repetti e Cesari di pubblicare una raccolta di racconti inediti di nuovi autori, che dia conto di questa nuova temperie, in cui la letteratura con ambizioni artistiche tiene conto delle ibridazioni pop della letteratura “di genere”, come l’horror e lo splatter. Il titolo iniziale, di lavorazione, è “Spaghetti splatter”, che poi diventa “Gioventù cannibale”, che esce nell’autunno del 1996 (dunque dopo “Occhi sulla graticola”, “Fango”, “Woobinda” ecc., come conseguenza di quei libri; non ne è affatto il capostipite, come erroneamente affermi tu).

Gli autori presenti in quell’antologia sono: Niccolò Ammaniti e Luisa Brancaccio, Alda Teodorani, Aldo Nove, Daniele Luttazzi, Andrea G. Pinketts, Massimiliano Governi, Matteo Curtoni, Matteo Galiazzo, Stefano Massaron, Paolo Caredda.
Io non ho partecipato a quel progetto, come vedi nell’antologia non c’era alcun racconto mio.

L’aneddoto sulla copertina di “Occhi sulla graticola” invece è sostanzialmente corretto. Sono io stesso la fonte di quell’aneddoto, avendolo raccontato in pubblico più volte.

Un caro saluto, e buone letture

Tiziano Scarpa

Un intervento un po’ più recente di quello che ho linkato prima, su tendenze della narrativa, mercato, poetiche del romanzo ecc. è qui:
http://www.ilprimoamore.com/testo_683.html
Grazie e scusami ancora dell’incontinenza verbale.

a me ribattere all’accusa di suonare trombone tromboneggiando per cinquanta righe nonmiparetuconoscaafondoilsaggiochehoscrittosu non sembra la più saggia delle idee, ma è certamente un limite mio.

A me invece piace,,, mi piace molto che ci sia questa replica—è giusto,dovrebbe essere sempre così### mettersi in gioco
Bravi, mi piacete un sacco# i vostri ego sono ben commisurati

la replica dell’autore è più che legittima, ma non sono certa che abbia reso un buon servizio al proprio lavoro. io scarpa l’ho letto e non mi ha entusiasmato. non mi ero mai posta il problema di sapere cosa pensava scarpa del mestiere dello scrittore. e nemmeno mi sono mai interrogata sulla sua visione della narrazione “pura”. sarà un limite, ma non ne sentivo l’esigenza. anzi, dirò di peggio, sospetto che alcuni degli artisti che mi hanno regalato dei bei momenti non avessero sempre delle cose da dire memorabili. qualcuno sì, magari, tanti altri no. il fatto è che uno compra un libro non per fare amicizia con l’autore, ma per leggerlo. se le cose vanno bene, il lettore ringrazia. non è una roba da poco, se poi uno la vede riduttiva come faccenda, mi dispiace, dico sul serio, che abbia scelto di fare lo scrittore.

…mi imbarazzano alcune di queste risposte. pur comprendendo la critica di matteo, non credo che lo zappettare ossessivamente il proprio metro quadro di orticello sia il mandato unico e solo dello scrittore; se al taxista non chiedo per forza di illustrarmi la sua visione del mondo, credo che per uno scrittore tentare di alzare lo sguardo dal foglio e indagare oltre, prendere una posizione, assegnarsi insomma il ruolo di intellettuale (non di caricatura col tesserino, ovvio – ma ognuno arriva fin dove gli riesce) sia ben più che legittimo. Non sto parlando di tuttologi o presenzialisti compulsivi, ma di persone che se interpellate siano in grado di esporsi e mettere insieme lo straccio di un’opinione fondata su considerazioni personali e su una personale interpretazione delle cose. che sarebbe poi il motivo per cui vengono chiamati intellettuali e non, che so, Esseri-che-sanno-scrivere-delle-storie. magari il loro esprimersi sul mondo può non incidere in maniera sostanziale sulla nostra valutazione dei loro scritti, ed è pure probabile che non sentissimo l’”esigenza” di ogni singola opinione: ma questo vuol veramente dire che è superflua?…
nel caso concreto: Scarpa, chiamato esplicitamente in causa, risponde alla pari su un blog, scegliendosi esattamente gli stessi destinatari che si era scelto Bordone; lo fa con argomenti mirati e circostanziati, senza tirare in ballo l’universo mondo e senza troppi Lei non sa chi sono io. Certo, parla di sè, del resto è lui lo spunto da cui si è partiti; certo, puntualizza e sottolinea, ma mi pare che lo faccia come chiunque metta in quello che dice e nel suo lavoro una parte di se stesso.
amo questo blog perché mi piace essere provocata alla riflessione da un punto di vista che sento vicino e consonante al mio: il moltiplicarsi delle provocazioni e delle riflessioni lo ritengo un dato positivo e ne ho fame, sete, voglia disperata.

[...] lettura mi sono accorto che mi erano cadute le braccia per terra. Raccolte le stesse, ho scritto questo. Tiziano Scarpa ha letto quello che avevo scritto e mi ha risposto. Io ho letto quello che lui ha [...]

Non so, magari non ho capito un tubo di quel che si va dicendo qui, ma a me è sempre parso che le opere letterarie (in senso lato) che funzionano bene sono quelle che raccontano (bene) una storia E mentre la raccontano ti comunicano anche una visione del mondo.
Ma la prima cosa è la storia: se quella regge, il resto viene più o meno da sé. Ma se la storia non c’è, hai voglia a filosofeggiare…
Prendete, tipo, l’Edipo re: funzionava ad Atene nel quinto secolo a.C. e funziona alla grande ancora oggi, che pure tutti quanti sappiamo a memoria “come va a finire”. Ma appunto questo è il bello: che se la storia c’è la vuoi risentire e risentire, come i bambini con le favole.
Poi, ovvio, dall’Edipo re si possono ricavare tutte le considerazioni filosofiche che ci pare, ma DOPO, dopo che la storia è stata raccontata, perché era quello che contava, se Sofolcle voleva portare a casa la pagnotta.

Sofocle, acc.

Ma il tesserino raffigurante la peppatencia lo timbrano o no? Insomma, la busta paga è regolare?
Intelletuale = operaio (o impiegato) della mente.
Allora anch’io sono tale. In altra sede e in altro modo, però.