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lunedì 12 luglio 2010

È la stampa. E basta.


Da mesi in Italia si discute della legge Bavaglio (che non è stata proposta dal deputato Amintore Bavaglio, lo so, ma facciamo finta di sì, mettiamoci la maiuscola, evitiamo i trattini e andiamo avanti). Essendo la legge l’ennesimo atto di una guerra che continua da anni, e vede contrapposti Silvio Berlusconi e la stampa (che scriverei con S maiuscola, ma poi sembra il quotidiano di Torino), le tensioni in gioco sono decisamente forti.

Ora, nel nostro paese vige una cronica e poderosissima intolleranza esantematica nei confronti delle regole condivise e della responsabilità individuale. Per questo, nel solco del mantra REGOLE ZERO della maglietta di Piero Pelù, galvanizzati dal “C’è chi dice no” di Vasco, gli Italiani tendono a fare propria, a qualsiasi età, la voglia di ribellarsi alle norme che è tipica dell’adolescenza. In genere, a questa smania gli adolescenti non possono dedicarsi troppo nei fatti, perché in quell’età le regole dell’età adulta (la pipì si tiene, a tavola si sta composti, fai quello che ti dice la maestra etc.) fanno breccia nell’Io, e trovano un modo per conviverci. In Italia, soprattutto negli ultimi decenni, si è stabilito un circolo vizioso, per cui tutti (destra, sinistra, laici, cattolici, Stato e società) vedono il totalitarismo nelle strisce pedonali, la dittatura nella pagella, e un’esplosione di  libertà creativa e orgoglio nazionale in ogni vaffanculo. Gli italiani erano così già prima, ma da un po’ la cosa è peggiorata: non c’è più nessuno che faccia controbotta.

Per questo motivo, ogni volta che qualcuno parla di limiti, c’è un pezzo di opinione pubblica che dice «Cazzo sì!», con orgoglio e soddisfazione. I limiti, dopo tutto, sono quello che rende moderne e democratiche le società. Se ognuno fa quello che gli gira — lo so, l’ho detto mille volte, ma faccio in fretta — in quel momento, e se ne frega della collettività, tanto vale tornare sugli alberi. Quindi questa passione consapevole e democratica per le regole, le norme, i limiti al libero arbitrio, viene dalla stima nei confronti delle altre democrazie, dal Regno Unito fino alla Spagna, dove le regole vengono rispettate migliaia, centinaia, decine di volte più che qui sullo stivale col tacco.

Ciò detto, quello che sostiene Mentana sulla libertà di stampa mi sembra banale e sbagliato. Meglio, mi sembra un trucco che fa passare per buonsenso quello che buonsenso non è. Adesso spiego.

La libertà di stampa, l’assenza o presenza della stessa, è un problema che riguarda la maggior parte dei paesi del pianeta, ma non riguarda in genere i paesi più ricchi e evoluti. Questo tipo di dialettica, tra i regimi militari e i giornali in edicola, è utilizzata dalla sinistra italiana per paventare dittature argentine, e dalla destra per ridicolizzare quegli stessi stracciamenti di vesti. Il problema in Italia non è quello della “libertà di stampa”. Perché siamo un paese democratico, col voto, senza Putin. Il problema, in Italia come negli altri paesi democratici del mondo, è quello dell’indipendenza e dell’autonomia della stampa. Quello sì, quello è un problema centrale.

La stampa è detta “Quarto Potere” nelle democrazie anglosassoni, perché riveste un ruolo che la pone, nel suo complesso, al livello degli altri poteri istituzionali, cioè legislativo, giudiziario e esecutivo. Come loro, costituisce un elemento irrinunciabile della democrazia. Non lo fa editoriale dopo editoriale, coi fondi di Panebianco e le ospitate di Prodi, con le sue quindici pagine di politica interna al giorno, oppure con le pagine della cultura dedicate a filologi morti: lo fa e basta, lo fa come le pare, lo fa insieme ai cittadini che leggono, ascoltano, guardano, comprano e scelgono. Non è un processo da gestire: si gestisce da solo.

Quando succede qualcosa di clamoroso come Tangentopoli, e i poteri dello Stato se le danno di santa ragione, la stampa è parte integrante di questa dinamica. Gli eventuali eccessi della stampa sono quasi inevitabili, essendo parte del meccanismo: sono rischi calcolati rispetto a una funzione e a un ruolo che non sono accessori, ma centrali. Ipotizzare che la stampa sia fondamentale, ma a patto che sia giusta e equilibrata, è un modo per far passare una linea di controllo da parte degli altri poteri, che non è sbagliata per ragioni di «cioè minchia come ti permetti zio faccio quello che voglio», ma è sbagliata perché prevede che non siano i cittadini a decidere quello che preferiscono leggere, che uno scoop falso porti a dimissioni di un direttore, ma che siano lo Stato e i tribunali a regolamentare l’opinione pubblica.

È vero che in tutti i paesi ci sono dei limiti, e la stampa deve sottostare a delle regole, ma è anche vero che sono molto meno stringenti rispetto a quelle in vigore da noi (nella sostanza o nella modalità di applicazione), e che ribadire il concetto del limite per la stampa da parte del capo dell’esecutivo è inappropriato. Un plauso elegante a un gesto istituzionale inappropriato sarà anche capriola (aggettivo: ©2010 Simone Tolomelli) nonché elegantissimo, anche perché lui è lo stesso che ti ha cacciato, ma resta a sua volta del tutto inappropriato. Perché le armi nelle mani della stampa sono legate alla cultura democratica di un paese, mentre il parlamento può varare una legge che sulla stampa intervenga. Ma visto che la stampa è vista della politica italiana come un salotto elegante, giusto con qualche invitato fastidioso qua e là, è normale che l’indipendenza della stampa sia vista come una pretesa adolescenziale, non come un prerequisito.

C’è tutto il narcisismo della sicurezza (e viceversa), nel dirsi d’accordo con un principio espresso da Berlusconi, ma quel principio non è sufficientemente profondo per non sfracellarsi. Quando i parlamentari inglesi l’anno scorso furono travolti dallo scandalo delle note spese, e si scoprì che i cittadini pagavano anche il letame per ridare lustro alle ortensie nelle case di campagna dei loro rappresentanti, la stampa si scatenò. E a scatenarsi non furono tanto il Telegraph (da cui partì tutto), il Guardian, l’Independent, il ma i tabloid popolari. «Ah, che volgarità questo attacco frontale e basso» commento presto il Guardian. Intanto il Sun, il Mail, il Daily Express ci andavano giù pesanti, e il Regno Unito intero veniva messo a parte della questione.

I modi, i giudizi e le disquisizioni sulla forma non riguardano la politica. I reati di opinione non sono sullo stesso piano degli altri, e la stampa non è, come l’industria, un pezzo del paese che risponde delle proprie azioni, sottostà alle regole e che problema c’è. La stampa ha una funzione precisa, che si basa sulla sua indipendenza. Un intervento legislativo sulla stampa e sull’opinione è un altro campionato anche rispetto a una legge finanziaria. E se non si capisce questo, o si è in cattiva fede o si sta facendo finta.

Il problema è che le banche decidono i direttori della gran parte delle testate italiane; gli editori fanno affari altrove, e usano la stampa come strumento di lobbismo politico; le leggi sulla pubblicità impediscono ai giornali di essere un soggetto economico di peso; l’ordine dei giornalisti è un istituto antidemocratico; il finanziamento pubblico alla stampa è una pratica illiberale; non esiste un vero quotidiano popolare italiano; la televisione sfugge alle regole della concorrenza, essendo imbrigliata tra controllo diretto e indiretto da parte dei governi.

Per andare proprio dove Mentana tornerà a fare informazione, la gestione de La7 nell’era Tronchetti Provera non è mai sembrata improntata alla produzione di utile, ma piuttosto a scopi di rappresentanza: un altro salotto coi divani di pelle, gli abiti di sartoria, che piacere vederti, il catering è squisitissimo. Mentana questo lo sa bene. E sa bene che il problema non è la liceità o meno del concetto di limite nella vita del nostro paese, perché quello è un modo per fare filosofia accarezzando un gatto persiano. Il fulcro della questione sta nel fatto che il Quarto Potere 1) ha fisiologicamente bisogno di essere indipendente, 2) svolge una funzione centrale nel sistema democratico, 3) in Italia non esiste.


chiara esposizione.
il punto 3) annulla il punto 2) (se, solo, riferito all’Italia, che è il punto, geografico, da cui tutto è iniziato)
esiste questo blog, quindi?
intendo, senza vena polemica (anche perché sono d’accordo col pezzo), e ora?
detto ciò, che si fa? come ci si comporta?
infine: il penultimo blocco (il problema é che…) fa cadere un cencio pesante sulle aspettative di obiettività che ognuno di noi ha (se non stupidamente schierato) rispetto la stampa (non darmi dell’ingenuo!) e le possibilità di vedere una, seppur fioca, luce nel buio. dico bene?
se si, quindi, che si fa?
come ci si comporta, da lettori, intendo?

sia detto con il solo desiderio di provare ad aprire una seppur minima discussione nel merito, e trarne, poi, giovamento. tutti.

Sì, il punto 3 era volutamente fuori scala (ipotattico e non paratattico), perché concludeva il tutto. Che fare non lo so. Non è una cosa sola. E i singoli possono solo votare o comprare. Altro non c’è.

è lunedì, matteo, vero? nero nero?
solo comprare o votare. Altro non c’è?
smettere di leggere qui per leggere là, o più in là ancora, no?
siamo in (su?) un blog, mica sul Corrierone/Libero/Repubblica, non è già il leggerti, e come te tanti altri, un modo diverso per?
compro ciò che mi serve e scelgo ciò che mi piace.
stai parlando di ciò che “mi serve” o di ciò “mi piace”? entrambe?

e tra un voto e l’altro che si fa?

dai, che il lunedì passa in fretta.

Pregasi esprimere concetti più chiari. Non si capisce una sega.

per i single, ma anche per le famiglie, mi permetto di ricordare la possibilita’ di non comprare, di aggiustare, di barattare e di riciclare.
l’economia globale dei prossimi decenni e’ gia’ stata pianificata in qualche suite di dubai o di shangai, in ogni caso non si scappa.

Emanuela, scusa, ma che cazzo dici? Stiamo parlando di giornali. Cosa fai, ti compri il Corriere, lo sbianchetti, riscrivi tu gli articoli in un senso più critico nei confronti degli asset di chi siede nel consiglio di amministrazione di RCS?

matteo volevo semplicemente dire che rimango, come persona, ancora padrona di scegliere chi, cosa e dove leggere ciò che mi interessa.
Il poter scegliere è alla base di tutto.
in questa maniera cerco di ‘aggirare’ il punto 3).
Scelgo ‘dove’ leggere, perché mi serve conoscere.

ciao

aggiungo; non appartengo al gruppo di persone che ritengono i blogger capaci solo di ‘rubare’ le notizie, dai giornali. senza giornali essi non esisterebbero se non per scrivere coglionate.
ma, al tempo stesso, credo che il quarto potere non si può limitare solo ai blog (vogliamo chiamarlo “giornalismo indipendente”?).
ed ecco perchè ti chiedevo: che si fa?

anche i lettori di Libero e del Giornale si dicono liberi di scegliere. anche le vecchine barricate in casa a guardare Ballando sotto le stelle dicono di essere libere di scegliere. voi qui sarete tutti liberi lettori di giornali on line stranieri, di inserti culturali e canali satellitari, ma non potete negare che per molti, c’è ben poco da scegliere. e il peggio è che non lo sanno. questo è un paese libero senza un quarto potere. ha ragione matteo.ma che significa “esantematica”? bello eh, ma nemmeno google mi aiuta a capirlo.

Caspita,,
Dura stasera,, ho dovuto leggere 2 volte,perché alla prima non avevo capito//
Alla seconda ho capito delle cose e son stata anche un po’ contenta,ma forse mi son fatta solo dei ragionamenti miei//
Comunque distingui bene– e faibene– mica si può dire libertà di stampa a ca**o e confonderla con autonomia, è un distinguo molto molto interessante,,,, a meno che l’idea di libertà non comprenda quella di autonomia: se la stampa è libera,è anche autonoma,,e viceversa
Ma se si può dire in maniera sensata che la libertà deve avere dei limiti,più difficile sarebbe sostenerlo per l’autonomia// perché mai l’autonomia dovrebbe essere limitata?? Nessun padrone è garanzia di verità
E questo è l’unico limite che andrebbe posto alla liberta,, più che limite,prerequisito: il prerequisito di verità,o almeno di onestà
Però non sono sicura,, di questo no,, fatta salva l’autonomia e l’onestà,,,,tutto può/deve essere pubblicato? ::::le conseguenze sono troppo importanti///a volte c’è in gioco la vita e la morte::: e qui non ti seguo più, non capisco cosa vuoi dire,non sono abbastanza intelligente o forse mi ci vuole la lettura numero tre,o anche numero 4, quella che non esiste (ancora)

Intolleranza esantematica,, contagiosa, epidemica, che si diffonde e si propaga come le macchie del morbillo
Capriola non ci arrivo proprio,o mancano delle parole

Sempre sul pezzo Matteo, condivido in pieno.

Ma se la stampa è, e concordo, un potere altrettanto importante dei tre tradizionali, si presuppone che sia in competizione con essi, sia limitato da essi e limitante a sua volta. In Italia è invece un potere subalterno agli altri, a quello esecutivo (Rai), a quello giudiziario (Rep) e così via. Quindi, e ti do ragione se ho ben capito, il problema non è di libertà, che sulla carta c’è tutta, ma di autonomia, e quella nessuna legge te la assicura. D’altra parte, non si può pretendere che un potere, in quanto tale, ceda quote di influenza ad un altro di sua spontanea volontà. Lo spazio di autonomia, come sul campo di battaglia, va conquistato e mantenuto. E non mi sembra il caso italiano dove i maggiori mezzi di informazione sono liberissimi ma non autonomi.

Ottimo pezzo Matteo

@Massimo:
Se manca l’autonomia, di fatto manca anche la libertà. Quantomeno, in Italia, dove chiunque si trovi ad avere un po’ di voce in capitolo, cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino.

son qua che mi scervello sulla scelta fotografica.
esclusa l’analogia più immediata (l’aver sposato entrambi delle stanghe bionde di buona famiglia), direi che resta l’opzione «suggerimento»
solo che non capisco se sia «se dovevi farti cacciare, fosse almeno stato per una cosa seria tipo aver pubblicato foto taroccate», o «la differenza è tra chi il licenziamento lo soffre e va a fare l’ospite a ballarò, e chi se la spassa e si ricicla in maionchi d’america»

Sì, ma uno stato democratico può, tramite le leggi, assicurare solo lo spazio di libertà. L’autonomia, cioè l’esercizio di questa libertà, è comunque affidato ai singoli soggetti, e se questi ritengono più comodo non esercitarla non è colpa delle leggi. Che ci perda, alla fine, il tasso di democrazia è ovvio.

uh?

“Il problema, in Italia come negli altri paesi democratici del mondo, è quello dell’indipendenza e dell’autonomia della stampa”
Affermazione che condivido pienamente, però come uscirne ? Se ci fosse un giornale pienamente indipendente che racconti solo le verità, saremmo in grado di riconoscerlo ? Saremmo in grado di non farci influenzare da giornali, giornalisti e politici che lo denigrano cercando di metterlo a destra o sinistra ?

Questi sono non miei sorprendenti più, ma ringraziamenti.

la stampa e’ quella di torino solo se ha anche la elle maiuscola.
Tutto il resto e’ noia.