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venerdì 23 luglio 2010

Questione di numeri (sia nel senso di quante che nel senso delle evoluzioni)


Quando è saltato fuori che Letterman si ciulava le donne che lavoravano al suo programma, l’immagine della parità sessuale nel vibrante mondo dello spettacolo americano ha vacillato. Anzi, altro che vacillare.

Sì, va bene, c’è Oprah; sì, siamo d’accordo, io sono reduce dalla visione di un programma con Restivo Rachele, e dovrei sapere che, scambiatis mutandis, la controparte americana resta in genere a mani vuote [questo è arzigogolato, ma poi arriva, tranquilli]; sì, senza dubbio la situazione nostra e la loro appartengono a campionati diversi, se non a sport lontani anni luce.

Ma in sostanza — lasciamo perdere la prospettiva italiana — la questione ha suscitato un certo dibattito. Poi una ex autrice del programma ha scritto un articolo per dire sì, gente, è così, ci ho lavorato, è stato stimolante, ma ero sempre la fighetta di turno, mi trattavano sotto sotto come tale, andarmene è stata una liberazione. Insomma, Letterman ne è uscito come quello che non si è fatto una storia: è uno che ha una redazione che è uno scannatoio. Non solo, emergeva dagli approfondimenti seguiti al caso che c’erano dei limiti e delle resistenze culturali, strutturali, per cui i capi di quel programma erano tutti maschi, ed erano convinti che una donna tra di loro non funzionasse, non facesse ridere, non andasse bene per l’ambiente di lavoro.

Poi ovviamente il «ma lo fanno tutti», espressione preferita di maneggini e disfattisti, ha cominciato a diffondersi. E gira nella stampa americana da un po’, non senza contenere una dose di verità: la società resta maschilista, anche se in misura decisamente variabile. E allora, dopo questo articolo sul Daily Show di Jon Stewart, ecco come hanno risposto le donne che lavorano al programma.

Tutto questo non per dire che bello che bravi quelli del mio programma preferito – anche, ma chissene – sempre progressisti e evoluti in tutto bla bla bla. E nemmeno per convincervi di niente nello specifico. Solo per farvi riflettere sul meccanismo, su come ha funzionato questa vicenda, sul farsi delle domande, fare di conseguenza delle domande, rispondere, rendere conto, tutto in pubblico, senza che ci sia mai nessuno che dica «È vergognoso, maddài, abbiamo le migliori donne su piazza, sono offeso che tu persino me lo chieda». Mai.

Pim. Pum. Pam. Precisi, ognuno fa il suo. Quella roba lì, già solo lo scambio secondo queste regole, fa.


La prosa bordoniana raggiunge ormai imi di inesplicabilità.

siccome non ho capito quale sia il tuo punto, offro il mio.
a me non sembra particolarmente strano che, in quello di stewart come in altri gruppi di lavoro (fazio, per esempio), si trovino meglio tra uomini: succede, mica esiste un diritto costituzionale a fare le autrici televisive, nel gruppo di autori di sex and the city non c’erano eterosessuali maschi, era sessismo quello?
mi pare però piuttosto agghiacciante – quale che sia la dinamica d’origine, l’ordine «adesso voi scrivete» o lo spontaneo «ehi, sbrighiamoci a compiacere il capo» – che delle povere attrezziste truccatrici stagiste debbano mettersi lì ad aggiustare la reputazione on line della loro star. mi fa rivalutare letterman, che almeno non ha tentato di far fare lo spin dei suoi squallori a delle povere segment producer già piene di lavoro.

Sarà il caldo…

Nina, scusami, ma chi te lo dice che la cosa sia nata da uno spontaneo “sbrighiamoci a compiacere il capo”? Non lo dico per polemizzare, ma non può semplicemente essere che davvero si siano sentite in dovere di rendere conto e rispondere a quell’articolo?
Forse sono troppo ottimista, non so

O bene bene, o male male. Scusate la semplificazione.

non ho capito!

Alla luce dei primi commenti arrivati, chiarifico la mia posizione, ché evidentemente non si è capita.

Come ho scritto, a me non interessa in nessun modo quanto e se sia sincera la posizione del Daily Show, quanto le girls si siano mosse motu proprio oppure su più o meno esplicita sollecitazione da parte del capo. Questo per due ragioni.
Per prima cosa nessuno di noi lavora lì e può stabilirlo, quindi ci si muove nel campo delle supposizioni, e finisce per passare una linea di pensiero automatico che secondo me lascia il tempo che trova. Ovvero è possibile, certo, che Letterman o Stewart siano equivalenti, e a distinguerli sia solo la sincerità o l’ipocrisia della linea adottata. Questo però sottintende quell’andreottiano «a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia mai» che cerco di evitare come la peste. Ma c’è un’altra ragione più profonda: conta quello che fai, non i tuoi convincimenti profondi. Poi ognuno stabilisce se fidarsi o meno, ma quella è una questione diversa.
A monte di tutto questo, volevo solo sottolineare come si siano susseguite le cose, cioè l’idea che il tema sia un tema, un articolo polemico abbia valore, sia il caso di dare una risposta, e in nessuno di questi casi a trionfare sia un generico «ma figurati», da una e dall’altra parte. Mi fermavo molto prima del vero/falso e cattiva/buona fede. Ognuno fa il suo, nessuno prende l’altro per cialtrone (nei fatti, ripeto, non nei convincimenti profondi dell’animo). C’è un rispetto della forma e dei ruoli senza il quale non si va da nessuna parte. Prima quello, poi il resto. Ecco.

giù le mani da Jon Stewart.

mannò, ma che c’entra la buona fede, scusate.
esistono delle dinamiche interne ai gruppi gerarchici, mi paiono innegabili e non particolarmente tacciabili di malafede.
esistono eccessi di zelo, e mi pare li si possa valutare tali (o no) esattamente come si può valutare tutto il resto – certo: dall’esterno, ma stiamo qui a parlare di più o meno tutto quello di cui parliamo dall’esterno, su.
poi loro si sono messe lì in bella forma e hanno fatto il loro bravo compitino con le punchline invece che il comunicato del cdr come sarebbe successo qui, perché stiam parlando di gente di mestiere, e quindi la cosa non è neanche particolarmente raccapricciante. questo, http://nymag.com/daily/entertainment/2010/07/daily_show_men_respond_to_sexi.html, per dire, pur venendo dallo stesso gruppo di lavoro è assai più imbarazzante.
dopodiché, appunto, contano i fatti.
che però, tradotto nella mia lingua, significa: è un gruppo di lavoro maschile, che una sarta dica «jon è tanto democratico e se io ho un’ottima idea la ascolta» non è esattamente la mia idea di «pari peso» – posto che, come ho già detto, il pari peso non mi pare un valore a prescindere: sarò ottimista ma credo che, semplicemente, stare fra uomini sia un loro equilibrio interno sommato al non aver incrociato donne dall’apporto professionale imperdibile.
altrimenti detto: quando hitchens scriveva che le donne non fanno ridere, tina fey aveva lasciato da un anno il saturday night live, che incidentalmente è il più famoso programma comico del pianeta e di cui incidentalmente era stata capo degli autori per sette anni.

(poi, matteo, continuo a non aver capito: «nessuno prende l’altro per cialtrone» sarebbero jezebel e quelli del daily show? ma quelli del daily show stanno dando dei cialtroni a jezebel in tutti i modi che conoscono. e, nel farlo, li degnano comunque di svariate repliche, con un errore di spin così da principianti da essere giustificato solo dal tema sensibile e dalla paura di cause legali.)

Tutto questo per dire che petano, ma alla protestante: col senso di responsabilità e non di colpa. Weber spiegato a mia figlia.

Il Weber che conosco io fa dei barbecue pazzeschi.

Prendere e leggere le parole dell’autore, alla maniera di Agostino, è comunque efficace per comprendere il suo ragionamento, ben più delle pur belle foto di Bruce Weber.

“Solo per farvi riflettere sul meccanismo, su come ha funzionato questa vicenda, sul farsi delle domande, fare di conseguenza delle domande, rispondere, rendere conto, tutto in pubblico, senza che ci sia mai nessuno che dica «È vergognoso, maddài, abbiamo le migliori donne su piazza, sono offeso che tu persino me lo chieda». Mai.
Pim. Pum. Pam. Precisi, ognuno fa il suo. Quella roba lì, già solo lo scambio secondo queste regole, fa.”

L’autore quindi, in questo suo pregnante testo, indirizzava da subito la propria attenzione non già all’oggetto della discussione e alla validità delle rispettive argomentazioni, ma proprio al rispetto formale dei ruoli in campo, e al modo in cui, per una serie di ragioni di opportunità, il tema venga trattato, e lo scambio tra posizioni contrastanti si sviluppi.

…Homeron ex Homerou saphenizein…Grazie, Matteo, in effetti hai ragione. Scusa la distrazione.

eh, ma non significa niente. cioè, significherà pur qualcosa, ma non si capisce cosa, e soprattutto come possa essere il commento a una cosa che è chiaramente la versione spiritosa e professionale e direi-witty-ma-poi-chi-ti-sente di «È vergognoso, maddài, abbiamo le migliori donne su piazza, sono offeso che tu persino me lo chieda»

“rispondere, rendere conto, tutto in pubblico” io sento ammirazione per i peti protestanti, sonori, pubblici e quindi emessi con onesta assunzione di responsabilità, luterani (o calvinisti? Pare che Martin a volte nei salotti giusti calvin-WASP sia considerato una sospetta mezza scoreggia sassone mancante del necessario prefisso “anglo”). Invece i cattolici emettono loffe barocche a tradimento sotto la tonaca o il cappotto. Vedi per esempio le facce caravaggesche: la loro espressione sofferente è frutto di una delicata esecuzione di quella manovra di Valsalva così necessaria per emettere loffe negli angoli oscuri della tela (e qui è la grande scoperta del Merisi: gli angoli oscuri son fondamentali nella vita cattolica per depositarvi silenziose loffe). Loffe odorose ma senza sonoro, senza redde rationem, senza senso di responsabilità. Vuoi mettere quei bei faccioni post-peto pastoso e sonoro dei nordici? Dai, Bordone, non ti nascondere dietro un barbecue. Non c’è nulla di male a prenderti in giro. In coppia con Severgnini hai inventato una originale variante pop della linea steampunk Barzini-Prezzolini-Montanelli: la lagna del liberale latino-europeo “ma perché non sono nato protestante, porca zozza?”. Però rispetto a Severgnini sai spargere una spolverata di sale tra il dada, il manga e il techno/avant-garde del tutto mancante al palloccoloso cremasco.

GMR, volevo dirti una cosa a proposito di Severgnini. Tua sorella.

“Tua sorella” !? Ma è esattamente la stessa risposta che mi hai dato 6 mesi quando ti ho paragonato al Buttafuoco! Mettiamola così: tu hai bisogno di una coscienza catto(a)critica contro le tue smagliature esterofile. Tra 20 anni ti saprai accettare e sarai perfetto.

Quoto sommamente Nina e un po’ anche GMR.

cose che mi vengono in mente per analogia: http://feministlawprofs.law.sc.edu/?p=856

GMR, Buttafuoco e Severgnini. Ribadisco: le tue sorelle gemelle e zoccole anzichenò. Rita, una cosa: qui non si quota, non è un’agenzia ippica. ;-)

“le tue sorelle gemelle e zoccole” Ti sento un po’ maschilista stasera, Bordo. E’ il tuo inevitabile lato Buttafuoco. Che diranno gli amici anglo-protestanti di tanta rozzezza latina? Assumiamoci questa responsabilità.