sabato 7 agosto 2010
Perché mangiamo i libri
Sto leggendo l’ultimo libro di Jonathan Safran Foer. Si intitola Eating Animals: è un saggio da scrittore sul consumo di proteine animali negli Stati Uniti e nel mondo. Dico «da scrittore» perché ci sono tutti quegli elementi personali, soprattutto legati alla storia della famiglia Safran Foer e all’esperienza dello stesso Jonathan, che finiscono sempre nelle sue storie.
JSF è uno che sa scrivere. E su questo non ci piove. Il suo problema è quello di uno che sa scrivere, e sa scrivere bene, benissimo, da subito, essendo cresciuto in un ambiente dove questa cosa non è un’eccezione. Intendo dire i suoi due fratelli giornalisti, la sua laurea a Princeton, la consacrazione da parte di un’insegnante che si chiama Joyce Carol Oates, insomma tutto questo fa parte di un percorso che comincia con l’attitudine e finisce col New Yorker. Tutto bene, per carità, tutto secondo dei piani che sono frutto di come vanno le cose quando vanno molto lisce. Forse, dopo tutto, è solo una questione di stile, ma le cose che ho letto di JSF sono sempre state caratterizzate da una forza retorica che lo lega sì a una tradizione di grandi scrittori del passato, ma ne fa anche un perfetto prodotto del mondo culturale e universitario degli americani colti della costa Atlantica. C’è una certa pesantezza in quello che scrive, una ricchezza che non si scompone mai, che io trovo poco digeribile. Non solo, anche l’idea di scrivere i tuoi due primi libri sugli argomenti “Shoah” e “11 settembre” parla molto chiaro. Ci riesca o no, JSF è di quelli che cercano di scrivere il Grande Romanzo Americano, l’opera d’arte immortale. Siccome io sono cresciuto a pane e Robert Walser (grazie a SR), sono per punti di vista e stili un po’ più sbilanciati, meno immediatamente meritevoli di “quantebbravo”. Se anche deve essere gente altrettanto colta e capace, preferisco che sia almeno un filo più ossessiva, che sia anche tecnica ma col prefisso piro-; tipo Foster Wallace, per dire.
Però siccome bravo è bravo, e siccome il tema dell’alimentazione e delle bestie mi interessa, e anche perché quando l’ho visto presentare il libro alla televisione americana mi ha fatto quell’effetto di normalità orgogliosamente esibita in pubblico che mi piace sempre, ho comprato l’ultimo libro di JSF. L’ho aperto, ho cominciato a leggerlo, mi sono incazzato. «Perché, questa volta?» dirà il mio pazientissimo pubblico, mandando sbuffi al cielo stellato. Ve lo spiego subito, cicci (in un mondo senza pazienza io sarei stato strangolato a tre anni, vorrei che sapeste tutti che me ne rendo conto).
Il libro è un libro di JSF, che ha venduto un po’ di libri con le sue storione drammatiche su bambini e ragazzi che hanno a che fare con le cose più terribili della vita. Adesso ha scritto un saggio sul mangiare carne. Certo che c’è del drammatico, dell’ingiusto, del violento, del sanguinolento e del doloroso. Ma siccome JSF non è un fanatico vegetariano, ma uno che ha mangiato carne un po’ sì un po’ no per tutta la vita, e ha deciso di approfondire l’argomento e scrivere per quelli che come lui hanno sviluppato interesse verso la questione senza farne un’esperienza religiosa, il tono del libro è pacato. Non trasuda sdegno e costernazione, ma curiosità e preoccupazione. Non solo, ma la veste grafica di Eating Animals va in questa direzione: è colorato, pieno di segni, caratteri tipografici più moderni che classici, titoli e illustrazioni che muovano un argomento finora trattato con l’impareggiabile leggerezza anni Ottanta delle parole “Meat Is Murder”.
Bene. Il pubblico di JSF gli andrà dietro? Un saggio così informato dopo questa sua prosa lirica sui drammi. Mah. Sai cosa facciamo? Cosa? Cambiamo il titolo, e ci mettiamo una frase che viene da qualcosa di più simile alla sua produzione precedente. Una cosa delle nonna? Ecco, perfetto, mettiamo la frase con cui la nonna ebrea giustifica il proprio rifiuto di mangiare la carne di maiale offerta da uno sconosciuto contadino compassionevole, mentre scappa dai nazisti, pelle-ossa-piaghe, nel mezzo dell’Europa Centrale: «Se niente importa». Bello, bene, bella idea. Ma non è abbastanza. No? No. Allora lavoriamo sulla veste grafica. Togliamo le illustrazioni e i caratteri? No no, anzi, dentro lo lasciamo figo: non si può mica distruggere, lo rendiamo se possibile ancora più mosso e divertente. Copertina? Esatto. Uhm. Facciamo che in copertina non mettiamo i colori dell’edizione americana. Sì, troppo allegri anche per noi come collana. Ci mettiamo un’illustrazione in cui la testa mozzata di una vacca, col numerino giallo sull’orecchio a richiamare i prigionieri dei campi, guarda il lettore da un piatto. Così si ritrovano. Sì, esatto, si ritrovano e sono convinti che sia tutto un pretesto. Che poi se non trovano gente morta secondo me si risentono. Appunto.
Ecco perché mi sono incazzato. Perché l’unità di collana interpretata così è il segno di una debolezza di immaginazione, intesa anche come marketing, che fa cadere le braccia e i codici a barre. Non dimostra solo poco slancio, poca fantasia, ma anche poco rispetto. L’equivalenza che suggerisce vacche = ebrei, ovvero la reduction ad Hitlerum rivolta ai lettori a scopo di espiazione da scaffale, mi pare il punto di ipocrisia più alto raggiungibile in assoluto.
Detto questo, il libro per ora mi piace molto. A parte il fatto che dopo gli incisi — non è mai abbastanza, c’è sempre un’altra cosa che non gli va bene — io detesto — non è che lui detesti, è proprio che rompe i coglioni su tutto — che si metta, al ritorno da una incidentale lunga, che quindi ha interrotto intenzione e continuità del discorso come e molto più di una virgola — poi è verboso, carino e tutto, ma verboso fino alla morte — una cazzo di virgola, per ragioni anche solo grafiche, estetiche, di equilibrio pittorico, insomma, fa — è prevedibile, in cauda venenum, roba di millenni fa, ocio che arriva la bomba finale, capirai, vuole farsi accettare dal gruppo colle parolacce — cagare.
Arrivata fino in fondo. Letta tre volte la frase finale prima di capirla. Mi sono sentita talmente paziente che mi sono chiamata ‘ciccia’ da sola.
scritto da Ipazia Sognatrice sabato.07.08.10 15:48
Ho adorato i suoi libri ma sarà che il tema dell’alimentazione e delle bestie non mi interessa abbastanza questa volta, da “suo pubblico” non lo seguirò. E la tua chiosa non c’entra…
scritto da bianca sabato.07.08.10 17:25
Sei sempre acuto. Si vede che gli occhiali pentapartito aiutano. Complimenti.
Personalmente, ogni cosa è illuminata non mi è piaciuto molto. C’è troppo laboratorio di scrittura, quel modo di scrivere che ti fa dire “che figata”. E poi: lo stile chassidim lasciamolo ai chassidim, e all’autobiografia di Chagall, e alle parodie dei racconti chassidici di Woody Allen.
Insomma, forse bisognerebbe scrivere in un altro modo. Invece lo scrittore esordiente liberal di successo scrive come JSF e sembra che non possa che scrivere così.
E’ l’effetto che mi fanno le fotografie digitali, per quanto ad alta risoluzione, rispetto all’onesta reflex analogica. Per quanta tecnica, bravura, per quanto ogni tanto ci sia anche un brivido di buona scrittura, c’è sempre quell’effetto “artificiale”.
Preferisco una scrittura più onesta. Più sghemba forse, meno leccata, ma più onesta.
E poi forse, sulla Shoah, alle volte, sarebbe meglio raccogliersi in silenzio.
Per quanto riguarda la squallida associazione vacche-ebrei, non trovi che, in qualche modo, la suggerisse già JSF con il suo insistente ricordare che JSF di Ogni cosa è illuminata era vegetariano? O non so, forse questo è troppo.
Saluti a te.
scritto da Attilio sabato.07.08.10 17:39
“Se niente importa”. Perché non “Se mi mangi ti cancello?” AAAGH!
scritto da Guido Baldoni sabato.07.08.10 17:44
ma il libro l’avete letto in inglese o in italiano? nel secondo caso non fa qualche differenza?
no, per dire.
scritto da du sabato.07.08.10 19:04
[...] Link fonte: Perché mangiamo i libri | Freddy Nietzsche [...]
scritto da Perché mangiamo i libri | Freddy Nietzsche sabato.07.08.10 22:02
Per me sei troppo severo,, il titolo italiano è bello,la copertina cambia come è giusto che sia, visto che si tratta di un’altra edizione in un altro paese,,ed è ‘competenza’ (che brutta parola) dell’editore, ,,l’immagine richiama l’argomento, visto che il titolo allontana.sull’associazione poco gradevole coi campi di sterminio, vorrei capire anch’io se il libro stesso non suggerisca qualcosa.. Di foer tendo a diffidare, in modo anche piuttosto stupido,,anche della krauss diffido e in generale degli scrittori giovani acclamati e con la casa a brooklyn@@@ per questo mi fa piacere quello che scrivi,, per quanto non mi faccia piacere che mi piaccia. Accia.
scritto da Gnu domenica.08.08.10 07:52
si potrebbe aprire una discussione sulle traduzioni. Che ne dite?
scritto da Gabriele domenica.08.08.10 08:59
Prrrrrrrrrrrrrrrrr.
scritto da Matteo Bordone domenica.08.08.10 12:23
A me piace Safran Foer e anche la Krauss piace (la Krauss di più) e mi piacciono per le invenzioni di racconto, se si possono chiamare così, il braccialetto di elastico da lasciare intorno ad un libro di poesie per un anno, o When you look up ‘hilarious’ in the dictionary, there’s a picture of you. O della Krauss The Age of Silence. Dettagli, mi rendo conto. Eating Animals non l’ho finito e poi per dei mesi non sono riuscita a mangiare la carne, ora ogni tanto, quella biologica, sperando che. Ecco, io qui leggo sempre e non commento mai, mi sa era il caso di continuare così. Aloha.
scritto da linda domenica.08.08.10 12:28
ehbeh dopo la discussione sul doppiaggio….
scritto da filippo domenica.08.08.10 14:55
a me è piaciuto il libro ma la mia opinione non conta, sono vegetariana
scritto da simona domenica.08.08.10 15:32
In effetti si potrebbe farne un argomento solo… ci sta tutto
(il libro non l’ho letto, tanto per dire)
scritto da Luke domenica.08.08.10 17:24
L’ho letto da poco e non ha fatto che confermare informazioni che qua e là avevo già sentito. Io comunque la carne non la mangio dal 2000… Sono un vegetariano pescivoro.
Copertina e titolo italiani non mi hanno seccato. Scelte di marketing dell’editore buone forse per lettori casuali che, comunque, non credo facciano letture così impegnate. In poche parole, inutili pippe da parte di chi vende libri, tanto il valore aggiunto di copertina e titolo rivisitati dal pdv commerciale credo sia stato nullo in questo caso.
scritto da Enzo domenica.08.08.10 19:46
un’amica me ne ha parlato ieri.
lo leggerò ma lo cerco in biblio. ogni cosa è illuminata l’ho lasciato a pagina 20. insopportabile. ho preferito il film. ma chi se ne importa di quello che penso? che ti importa di quel dice la gente?
scritto da fran domenica.08.08.10 20:16
Va’ che è andata già bene che non l’abbiano ri-titolato “ogni carne è illuminata”.
@Guido Baldoni: sì, s’, perfetto! Uno dei raggiri più memorabili della storia dei titoli.
scritto da luzmic lunedì.09.08.10 10:55
Mamma mia, la prima parte di questo post è ESATTAMENTE quello che penso io riguardo JSF. Ho avuto anche io la stessa identica impressione. JSF puzza di furbizia cento volte più di Eggers o Foster Wallace.
Tanto che quando lo sento paragonare a quest’ultimo un poco mi incazzo.
scritto da Ferruccio lunedì.09.08.10 13:28
ho finito di leggerlo giusto un paio d’ore fa..
mi è dispiaciuto non aver comprato l’edizione originale a suo tempo, quando ne ho avuto l’occasione.
l’edizione italiana forza molto con la copertina, color rosso sangue, testa mozzata, finendo per stridere col contenuto e il punto di vista di safran foer, che va per passi attenti e ponderati..
(mi rendo conto del commento pressocchè inutile, tipo “sei d’accordo?” “sì”)
scritto da (c)lorenzo lunedì.09.08.10 14:30
perchè dovrebbe puzzare di furbizia il buon david foster wallace?
diffido piuttosto di come lo si venda da quando si è suicidato, ma questo non dipende per nulla da quel che ha scritto..
scritto da (c)lorenzo lunedì.09.08.10 14:31
Mmm… rileggendomi mi accorgo di non essermi spiegato bene. Quello che intendevo è che Safran Foer ha quella furberia post post moderna che ha anche Eggers (ma Eggers è anche uno che sotto c’ha la sostanza), e di cui Foster Wallace manca del tutto, giusto per riunire tre scrittori degli ultimi quindici anni accomunati da stili simili.
Insomma, un’ipotetica scala di paraculaggine, dal più paraculo al più sincero sarebbe:
Safran Foer
Eggers
Foster Wallace
scritto da ferruccio lunedì.09.08.10 23:56
Una recensione di un libro che dedica solo una minima parte dello spazio occupato a paralre del contenuto del libro recensito è, a voler esser buoni, molto deludente.
scritto da Giacomo martedì.10.08.10 12:05
C’è un problema, gente. Non è furbizia: è appartenenza a un canone. Non c’è niente di furbo in una scrittura così ricca. È solo molto bravo, e lo è molto ufficialmente. In Safran Foer io non vedo nulla di postmoderno. Ripeto: è uno che vuole scrivere il Grande Romanzo Americano. Mica è furbo.
scritto da Matteo Bordone martedì.10.08.10 12:32
Giacomo, a cosa ti riferisci? A un modello standard fornito dal ministero della cultura chiamato RECENSIONE DI UN LIBRO, che io avrei compilato solo parzialmente? Io sono uno che butta i libri nella spazzatura. Sappilo.
scritto da Matteo Bordone martedì.10.08.10 12:56
“Io sono uno che butta i libri nella spazzatura”
sì questo lo faccio anche io. e tipicamente succede quando seguo ottime recensioni di dubbi giornalisti per l’acquisto. (non mi riferisco a borbone)
scritto da du martedì.10.08.10 13:03
*bordone. lapis freudiano
scritto da du martedì.10.08.10 13:03
E io invece ci vedo un bel po’ di furbizia, in Safran Foer. Troppo “in target”, troppo allineato a ciò che chi lo legge si aspetterebbe da lui. Nonostante le bizzarrie linguistiche e narrative, Everything Is Illuminated mi ha dato l’idea di qualcosa di artificiale, di studiato. Forse si tratta di uno di quei casi in cui uno scrittore scrive di ciò che reputa importante, invece di scrivere di ciò che conosce. E il risultato è alla fine un po’ troppo costruito. Fatto sta che l’urgenza che trovo in altri scrittori non l’ho vista in EII e, in genere, in Safran Foer.
scritto da Ferruccio martedì.10.08.10 14:44
A me sembra che se si vuole parlare di un libro che sostiene una tesi (in questo caso, la bontà della scelta vegetariana) con precise argomentazioni come avviene in ‘Eating Animals’, bisogni entrare nel merito di queste argomentazioni. In caso contrario, mi pare, si manca il bersaglio.
Questioni come la veste grafica e le scelte dell’editore italiano, la bravura e gli scritti precedenti dell’autore, non meritano, mi pare, il primo piano che è stato loro concesso.
Per dirla diversamente, ‘Eating Animals’ non è un libro che si lascia buttare nella spazzatura.
Ma forse sono solo io che non ho sufficiente senso dell’ironia. Cheers.
scritto da Giacomo martedì.10.08.10 16:12
Giacomo, il libro è un oggetto. Ho parlato di una serie di aspetti relativi a questo oggetto che trovo interessanti. Non ho parlato del tema del libro perché non ne avevo voglia. A questo punto mi chiedo: cosa vuoi tu da me?
scritto da Matteo Bordone martedì.10.08.10 18:45
Fra l’altro nel proprio blog uno può parlare anche del codice a barre, se ne ha voglia.
Ma poi parlare di un film, libro, spettacolo, disco o gioco non vuol dire per forza farne una recensione. Grazie al cielo, aggiungerei.
Anzi, personalmente io mi sono sfasciato le palle delle recensioni. Meglio pareri ben scritti su dettagli (che poi nel caso di questo post non si tratta proprio di dettagli) piuttosto che la solita polpetta-recensione-analisidellaceppa.
scritto da ferruccio martedì.10.08.10 22:17
ma chi sia il/lo/la SF grazie al/alla quale il ns MB è cresciuto a pane e walser, me lo chiedo solo io? sono il solo a non saperlo, o a incuriosirmi? non ci ho capito niente?
(Stefano Folli? Sergio Ferrero? Simone Fabiani compagnuccio di banco?)
scritto da chelidon mercoledì.11.08.10 01:53
adesso salta fuori che la copertina non e’ un dettaglio ma un tratto essenziale del libro ?
se cosi fosse, dovrebbe essere l’autore a scegliersi la copertina, metterci il copyright, ed esigerla identica in tutti i paesi del mondo.
Ma cosi’ non e’. E’ solo un eye-catcher. Gli editori lo sanno e fanno il loro mestiere.
marginale ps: bordone, io ti leggo abbastanza spesso, perche’ in genere scrivi cose interssanti, e perche’ mi piace buttare 10 minuti al computer prima di iniziare a lavorare. Pero’ la tiritera “il blog e’ mio e ci scrivo quello che ci voglio” ogni volta che qualcuno fa una velata critica ha sinceramente rotto le palle.
scritto da enrico mercoledì.11.08.10 11:35
Enrico, forse dipende dal tipo di critica. A chi critica il merito delle affermazioni non viene risposto nel modo che dici tu; la risposta mi pare scatti solo quando qualcuno ha da ridire sulle modalità, scelta dell’argomento etc., e la cosa ha abbastanza senso. E poi, anzi, stavolta MB si è pure contenuto, mi pare; sono stati altri a tirare fuori la reductio ad domum meam.
scritto da Chelidon mercoledì.11.08.10 11:52
Chelidon, avevo sbagliato le iniziali, cazzo. È SR.
scritto da Matteo Bordone mercoledì.11.08.10 11:56
Enrico, io prendo tutte le critiche sensate con grande attenzione. Se io scrivo un pezzillo su un aspetto del libro di Safran Foer, e con dei dettagli cerco di riflettere sull’industria culturale italiana e sui meccanismi che la governano, e qualcuno si lamenta perché non ho scritto la recensione al contenuto del libro, non ho l’impressione che la critica sia di quelle che meritano la mia attenzione. Perché non è una critica, è come dire a un insetto che non trotta: è un’insetto, ha sei zampe, si vede.
scritto da Matteo Bordone mercoledì.11.08.10 11:59
sempre sulla copertina:
quella dell’edizione originale e quella dell’edizione italiano sono ben diverse, e innescano reazioni ben diverse, la seconda, a mio parere, innesca pre-reazioni, aspettative, da trincea, mentre il tono generale del volume prende le distanze fin dall’inizio da quelle prese di posizione alla “meat is murder”…tutto qui.
che poi la copertina sia uno specchietto per le allodole, d’accordo; che a conti fatti non modifichi il contenuto del testo, d’accordo (anche se ne modifica la percezione)..
scritto da (c)lorenzo mercoledì.11.08.10 13:23
ma leggetevi mark leyner perdio, altro che sto safran foer.
scritto da whatsgoingon giovedì.12.08.10 02:07
Safran Foer è un paraculo, assodato, un paraculo che sa scrivere, e pure bene, che prende allo stomaco quando è ispirato.peccato che il libro spesso finisce e ti chiedi: perchè?
scritto da barbatreccia giovedì.12.08.10 03:33
Marvin Gaye, noi si legge quel cazzo che ci pare. Vai a fare gnè gnè da un’altra parte.
scritto da Matteo Bordone giovedì.12.08.10 03:49
matt sei grande! adoro dover sempre fare attenzione quando ti leggo… tipo quella di marvin gaye rivolta a whatsgoingon…bella batttuta!
scritto da fran giovedì.12.08.10 07:20
Io con Foer sono fermo a Molto forte eccetera eccetera, nel senso che il primo ce l’ho e non l’ho letto e questo mi sa che non mi interessa. Non credo che Foer sia un paraculo…o almeno credo che la paraculaggine sia talmente dentro il suo stile che io non la vedo più come tale. E’ fottutamente bravo e parecchio giovane, questo sì. Giovane sul serio, non come gli under 40 d’Italia. Detto questo, il cambio di copertina e titolo è ridicolo, sappiamo che è una cosa che si fa, certo, ma le ragioni fanno tristezza.
scritto da Mr Montag giovedì.12.08.10 08:21
è vero, approvo!
scritto da whatsgoingon giovedì.12.08.10 10:51
a matte’, ‘nce se capisce gniènte, come scrivi. Alla fine ho capito solo hai parlato più di te che di Foer e del suo libro. E ce n’erano di cose nel libro, che meritavano.
Sulle copertine confermo quanto scritto sopra da qualcuno. Vedi qui:
http://www.guardian.co.uk/artanddesign/2010/may/09/judge-book-by-cover
d
scritto da dia giovedì.12.08.10 13:30
Una curiosità. Nel libro cosa c’è in sostanza? Un riassunto di quello che un vegetariano e animalista italiano conosce da tempo, oppure è una “indagine sociologica” sul rapporto tra americani e carne farcito dei dati suddetti?
Se ho capito bene, ci sarebbero gli elementi suddetti e un po’ di vita privata di JSF.
scritto da Cristian Conti mercoledì.18.08.10 08:47