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domenica 22 agosto 2010

Fiori nel fango


Cos’è. È un altro film di Sirk, un altro melodramma: me li sto sparando uno dietro l’altro. Questo ha la caratteristica di essere stato scritto da Helen Deutsch e, soprattutto, da Sam Fuller, maestro del torbido, del perverso, del doloroso. Racconta la storia di una bella criminale, appena uscita di galera, che si innamora dell’ufficiale di sorveglianza, belloccio italoamericano. Il vecchio amante, criminale azzimato, non accetta la cosa, ma gli va male e si prende una pallottola da lei. Ma il garante non la porta alla polizia, perché lei gli confessa il proprio amore. Scappano verso il Messico. Come finisce non ve lo dico. Però meno lacrime del solito, ma piuttosto un po’ di amarezza e di occhi lucidi.

Com’è. Senza voler fare quelli che dalla scheda di IMDB capiscono tutto, la presenza di Fuller cambia un po’ tutto nell’impianto del film. Questo è sì un film drammatico, ma non esattamente: è un melodramma ibrido, mescolato con una storia di crimine. Si può dire che sia un mélo-noir: roba che alla fine degli anni Quaranta andava ancora molto. Un film d’amore con delle pistole, in bianco e nero, senza grande azione ma con dialoghi intensi. La madre italiana cieca del garante è una figura centrale: vede più degli altri, e capisce la protagonista e i suoi travestimenti dal primo minuto. E i personaggi sono lontani da qualsiasi stereotipo. Tutti e tre stanno evidentemente stretti nel proprio ruolo di uomo di legge, amante disposta a tutto, scaltro individualista. Fanno finta. E dopo un po’ non ce la si fa più, a fare finta. 

Perché vederlo. Patricia Knight, la protagonista, ha una faccia 3D incredibile. È una che ha fatto sei film sei nella propria vita. Ma qui è perfetta, con quel minimo di rigidità di chi ha messo in piedi una recita troppo grande per reggere fino in fondo. Il film è diretto e fotografato con un gusto e una sicurezza veramente inarrivabili: ogni inquadratura è semplicemente giusta. Sirk era praticamente un pittore, e qui si vede molto bene. È uno di quei bei film vecchi del pomeriggio, coi diritti di messa in onda a 20 euro, eppure guarda, non me l’aspettavo, proprio bello, sai. Se uno ne ha visti altri, questo ha il vantaggio/svantaggio che il finale non è proprio un cataclisma.

Perché non vederlo. I noir sono per definizione film lenti, così come i film d’amore. Questo poi è di quelli quasi aritmetici: quattro personaggi e dei figuranti qua e là. Se non si è predisposti, può spallare.

Una battuta. There’s no happiness this way, darling.


mi piacciono le tue recensioni.

il titolo originale è -shockproof- ovvero -a prova d’urto-

“Sirk è stato a lungo considerato come regista di serie B fino ad una rivalutazione che, negli anni settanta del Novecento, portarono ad una forte riconsiderazione del “white melodrama” di cui Sirk era un esponente.” Ecco quanto riporta Wikypedia su Sirk…Lo specchio della vita è uno dei miei film visti-e-rivisti. E non ricordo se ho visto altri film di Sirk ma sono molto incuriosita dalle tue recensioni. Grazie!