lunedì 30 agosto 2010
Cosa voglio di più
Cos’è. È l’ultimo film di Silvio Soldini, e racconta della passione che attanaglia due personaggi (Rohrwacher e Favino) schiacciati dalle rispettive relazioni. Lei lavora in un’assicurazione, lui in una società di catering. Quando si incontrano, flirtano un niente, e poi inizia una relazione di incontri al motel. Lei sta con un pacioso Battiston, mentre lui è sposato e ha due figli.
Com’è. È una delle rarissime volte in cui si costruiscono dei personaggi che lavori e vite normali, e non lo si fa per fare un discorso sul precariato e sulla crisi economica. Sì, il tema dei soldi c’è, ma l’intento sociologico non c’è: è un film che parla di relazioni. Fine. Sono due persone che non vivono sulle terrazze, non vivono in centro, non fanno lavori creativi: due impiegati a Milano. Non dicono cose incredibili, non fanno cose incredibili, né ci sono reazioni incredibili quando la cosa viene allo scoperto. Tutto è talmente realistico e normale da suscitare nello spettatore una domanda: perché? Non lo dico per fare il sarcastico. Qui l’antiretorica diventa una missione estetica e ideologica, che schiaccia tutto verso un realismo talmente assoluto da non essere mai — vale per i sogni e per il cinema, di solito — più vero del vero. In questo la scelta di Soldini è chiara. A mio parere ci si è arrotolato troppo, ma il film ha equilibrio e coerenza. Gli attori sono in forma, perché sono tutti e tre capaci, e Soldini è uno che con gli attori sa lavorare.
Perché vederlo. Perché è recitato con attenzione, con una cura sul tono generale del film che è notevole. Anche sulla costruzione dei personaggi è decisamente diverso rispetto ai film italiani medi, dove quello scrive i libri e vive in un appartamento che nemmeno Ammaniti (per dire uno che ne vende tanti), l’altra ha un progetto fotografico sugli aztechi, l’altra ancora raccoglie i rami dalla spiaggia e fa sculture che si muovono al vento. Soldini è uno realista, e qui ha deciso di mettere la ridotta 4×4, ma è privo di quella retorica del poveraccio che tanto fa breccia. L’istinto delle inquadrature c’è, anche nella sobrietà più assoluta. Ha il pregio di essere un film perfettamente riuscito, nel senso che volevano fare questo e l’hanno fatto. Il lavoro sugli attori e sulla trasparenza una specie di vaccino anti-Ozpetek, che è un pregio non da poco. Dico sul serio.
Perché non vederlo. Perché è un film di due noiosi, che sono effettivamente dentro a relazioni noiose, senza un briciolo di felicità dentro, e trovano una temporanea via d’uscita nella passione. Si potrebbe dire, facendo i critici, che è un film sull’assenza dell’amore. Ma non perché prima c’è e poi se ne va, oppure esiste come ideale irraggiungibile: qui non c’è prima, non arriva, non se ne va, non c’è dopo. Quindi, per quanto l’idea sia quella di una storia di passione, in realtà la passione è una porzione minuscola del fuoco del film. Il resto è un disastro bilaterale che si dipana — ballavo sulla sedia come un tarantolato — inesorabilmente nel giro di due ore. Questo film non è sulla fine dell’amore, sull’odio, sull’impossibilità dell’amore: questo è un film che volutamente non si pone il problema. Tutto sta troppo testardamente due passi indietro per permettere uno straccio di partecipazione. E alla fine diventa «quel film dove favino si fa la storia con la rorvacher». La cosa che racconta è capitata a un sacco di gente, e quasi sempre con più emozioni di così; ma comunque, se è così, non è una storia memorabile. Perché uno dovrebbe avere voglia di farsela raccontare? [Mi è venuta un’incazzatura con Soldini, a vedere il film, che mi è durata un giorno. Fai un film sull’amore, ci metti così tanta cura, e ti intubi nell’anti-cinema. Che rabbia. L’impressione è proprio quella di un film talmente studiato nei toni, nei registri, nel terribile ricatto della normalità, da perdere di vista il senso ultimo, cioè dire qualcosa vi prego sull’amore. Il risultato è un film riuscito, ma sul mal di schiena. Cazzo.]
Una battuta. Scusa, sono trasparente?
sei più MEGLIO quando VEDI i film di CACARE del TURCO
scritto da eNZO lunedì.30.08.10 19:01
Questa tua recensione è la prova che del normale ci si annoia… Tanto che alla fine uno esce dal cinema e si noleggia tutto Ozpetek e tutti i film in cui appare Accorsi-mobil, compresi gli spot del Maxi-Bon.
scritto da Ipazia Sognatrice lunedì.30.08.10 20:41
soldini è uno realista? parliamo dello stesso soldini che ha girato “agata e la tempesta”? a parte questo, alba rohrwacher è così figa che la guarderei due ore anche se stesse seduta senza fare niente.
scritto da whatsgoingon lunedì.30.08.10 20:57
ma almeno si vede favino ignudo?
scritto da manu lunedì.30.08.10 21:43
Concordo con eNZO.
scritto da biagio lunedì.30.08.10 22:34
La cinematografìa italiana non mi ha mai tanto attratto, tuttavìa un’eccezione, e splendida quanto insolita, è stata per me “L’uomo che verrà” ; impensabile prima di questo film immaginare che un regista italiano avesse un tocco così magico, artistico, della fotografìa. Un vero film altro che effetti speciali o commedie patinate con montaggi a go-gò e recitazione ridotta al minimo.
scritto da mazingazeta lunedì.30.08.10 22:45
Giusto per fare lo scassacazzi di turno: manca la chiusura della parentesi quadra
scritto da M (l'originale) lunedì.30.08.10 23:53
@M (l’originale) lo volevo scrivere pure io ma poi mi son detta: mi daranno della scassacazzi…
scritto da manu lunedì.30.08.10 23:56
Volevo autosegnalarmi senza pudore: http://www.unita.it/news/98486/cosa_voglio_di_pi_gli_zombie
scritto da leo martedì.31.08.10 00:38
M, non scassi il cazzo. Cioè lo fai, ma è il posto giusto.
scritto da Matteo Bordone martedì.31.08.10 01:24
Bel post, ma la recensione di Leonardo di qualche mese fa mi aveva fatto venire voglia di andare al cinema per poi dormire tutto il secondo tempo.
scritto da robbbberto martedì.31.08.10 01:58
“…il terribile ricatto della normalità” è una cit. veltronica?
scritto da vanvera martedì.31.08.10 11:17
e se invece di passione il film parlasse della necessità di appassionarsi (o credere diessesrsi appassionati) per riuscire ad uscire dal solito noioso tran tran? A leggerlo così, a me sembra un film riuscitissimo
scritto da roberto z martedì.31.08.10 17:03
Uh che bel film. Ora non so se vedere quello o fare 98 fotocopie della pratica dei vigili del fuoco che ho qui. Che dilemma!
scritto da Ellis martedì.31.08.10 18:35
Il perché non vederlo annulla il perché vederlo. Cioè non l’hai affondato perché Soldini è Soldini e se togli anche Soldini chi ci rimane?
Il film è inutile. E chissene se c’è il senso dell’inquadratura e gli attori sono diretti da dio. Bassta! Non se ne può più di leggere ‘sta storia!
scritto da rita mercoledì.01.09.10 14:58
cit. veltronica tua sorella
scritto da Alv21 mercoledì.01.09.10 17:15
Hai fatto come soldini:: non dovevi chiuderla la parentesi:::
Questo film a me è piaciuto moltissimo-ma non so spiegare perché—quando non so spiegare perché è perché ho paura o perché (non lo so spiegare)
#prova di resistenza fallita#
scritto da Gnu mercoledì.01.09.10 23:35
A me pare che Soldini si sia avviato su un filone monetario; così come l’ultimo orribile film (di cui ho dimenticato il titolo)sul decadimento di una famiglia apparentemente felice a seguito del fallimento economico del marito, l’unica cosa che son riuscito a recuperare da questa storia è solo che se i protagonisti avessero avuto i soldi si sarebbero lasciati.
O non si sarebbero nemmeno mai presi.
scritto da Andrea giovedì.02.09.10 17:26
“Gli attori sono in forma, perché sono tutti e tre capaci”
Questa affermazione vale per molti più film italiani di quanto possiate immaginare. (Tony Servillo, Donatella Finocchiaro, Luigi lo Cascio per dirne tre)
scritto da gianluca giovedì.02.09.10 19:07
Matteo, ti dico una cosa, vi prego, sull’amore: quando parli di donne non chiamarle fregne o troie. Per favore. Neanche se hai una dispensa speciale uguale a quella per dire frocio.
Se no è subcultura di destra. Se no è Berlusconi e le ciulatine con le cameriere brasiliane.
scritto da C. giovedì.02.09.10 19:53
Cara C., è il 2010. Tu non puoi veramente credere che io usi troia come sinonimo e fregna come metonimia di donna. Spero sia chiaro che tutto questo sia uno scherzo, no? Cioè che io giochi sulla mia incazzatura nel vedere i film che mi fanno incazzare, e quindi me la prenda con le protagoniste, chiamandole a volte troie. Fregna è sinonimo di figa o strappona, cioè donna messa giù da gara. Sempre in un registro linguistico praticolare, detto STOSCHERZANDO. I maschi sono manzi, ricchioni, scemi, coglioni. Le donne sono troie, fregne, patatone, stronze. È così. È il magico mondo dell’umorismo.
scritto da Matteo Bordone venerdì.03.09.10 03:48