giovedì 9 dicembre 2010
Vaffancouver – 3: Friday chills (prima parte)
Sì Matteo, d’oggi in poi sarò diligente e scriverò come hai fatto tu un’oretta la sera prima di andare a dormire. Mi sono un po’ incasinato, e quando arriva la sera, prima di andare a letto, a volte vado a bere, a volte vado a correre oppure non vado a letto perché lavoro di notte. E la mattina alle 7 prendo il 135 che mi riporta a casa, dormo fino alle 3 del pomeriggio, poi esco e non capisco una mazza per un certo periodo di tempo. E se ben ricordi, sono soggetto ad assentarmi.
TRE VENERDÌ UNO MEGLIO DELL’ALTRO, tranne il terzo.
Qualcuno mi aveva spiegato che a Vancouver non fa poi così freddo, difficilmente la colonnina di mercurio scende sotto lo zero, e poi non nevica mai perché c’è l’Oceano davanti che scalda e le montagne di dietro che proteggono. Sono le 7 di martedì mattina, ho abbandonato da qualche minuto l’accogliente Victorian Hotel dove lavoro tre notti a settimana come portiere, e per la prima volta mi chiedo: «Cosa minchia ci faccio qui?». Nevica, la temperatura è meno 10 e io non sono vestito adeguatamente. Passano i peggiori quattro minuti della mia vita, se non contiamo quella volta che sono collassato sul marciapiede davanti a una celebre discoteca di Milano chiamata Rainbow e sentivo la mia amica Anna piangere e dire cose riguardo alla possibilità che io morissi e alle conseguenze che questo avrebbe avuto sul prosieguo della nottata.
Poi, da lontano, nella bufera scorgo una luce gialla inconfondibile, il 135 NFU express, il migliore, che ti porta dritto dritto a casa senza perdere tempo con le fermate secondarie. Parcheggiando, il mezzo pubblico nasconde la vetrina, dall’altra parte della strada, di una scuola di duello, stavo seguendo una tenzone, credo, tra due canadesi armati d’alabarda spaziale. Quando il bus sbuffando apre la portiera vedo il conducente e lui mi sorride. Ha in mano la tipica borraccia colma di caffè fumante buono ed economico di Tim Horton (con scritto sopra WELCOME HOME). Mentre mostro l’abbonamento, mi saluta e mi chiede scusa se è un po’ in ritardo, poi mi conferma che è davvero un tempo eccezionale qui a Vancouver, mi dà un paio di dritte su dove comprare una bella giacca pesante e boots a poco prezzo, mi racconta che lui viene da Manitoba, e lì sì che fa un freddo cane, io gli sorrido, gli dico che sono italiano e, confessando la mia ignoranza, gli spiego che prima di arrivare in Canada Manitoba per me era solo un tipo di farina che usava la mia ex ragazza Danila per fare i dolci, perché ha un centinaio di allergie tra le quali una particolare allergia alla fedeltà coniugale. O forse era la farina di Kamut. E sono arrivato, ringrazio, saluto e scendo. Durante il breve tragitto mi sono ricordato cosa minchia ci faccio qui. WELCOME HOME.
Se stai sveglio per tre notti, probabilmente starai sveglio anche la quarta e la quinta. È VENERDÌ SERA e mi trovo in uno dei milioni di Sushi bar di Vancouver, qui ci sono tanti asiatici, sopratutto quelli che si lavano, che sono i giapponesi e i coreani. Anche i taiwanesi di solito si lavano. Per chi ama il cibo orientale, Vancouver è davvero una super pacchia, costa poco e credo sia molto buono, per quanto io non sia mai stato in Giappone e sopratutto in Corea, dove presto andrò per gustare la zuppa di cane. In molti ristoranti giapponesi puoi assicurarti per 15$ la formula all you can eat, e farlo per fiscali 1 ora e 30 minuti, ordinando a raffica sushi sashimi pollo fritto zuppone con dentro i loro spaghetti molli ma buoni, e poi ricominciare con una bella tempurina; ogni tanto ordini una zuppa di miso come Terence Hill faceva con il gelato alla vaniglia, e poi ricominci. Io sono al secondo miso che attendo l’evolversi della serata, forse uscirò con Lucie, forse no, alla fine no. Anticipo che Lucie me la faccio il venerdì successivo, questo espediente letterario è detto del Tenente Colombo, che sai subito chi e’ l’assassino ma non sai come lo scaltro poliziotto riuscirà a incastrarlo. Invece stasera aspetto che il mio amico di Napoli di cui un giorno racconterò finisca di lavorare presso uno sciccoso ristorante italiano, nel quale l’unico italiano è lui, e armati di coraggio e sprezzo del pericolo dirigiamo verso il temutissimo Cambie Pub, prima o poi bisognava farlo.
Già a due isolati di distanza comprendiamo che la nomea del luogo è giustificata. Scorgiamo infatti una lunga coda per entrarvi e, più avanti, un’uscita di sicurezza dalla quale a intervalli regolari vengono letteralmente lanciati fuori dai bouncer avventori davvero ubriachi, che successivamente restano per un po’ accasciati, poi si rianimano e ricominciano a chiacchierare o provano a ritrovare l’ingresso come nulla fosse. Entriamo.
Questo non è un pub, questa è casa tua a 15 anni quando i genitori vanno via il fine settimana e tu inviti tutti i tuoi amici, e a un certo punto te ne penti. Tutti ubriachissimi. Tutti. Ragazze e ragazzi che bevono caraffoni di birra a garganella, spazi gremitissimi da uccidere al volo un claustrofobo o come si dice, tranne un tavolo che evidentemente era lì che ci aspettava, sediamo.
Qualcuno mi aveva spiegato che a Vancouver, sopratutto in alcuni luoghi come il Roxy o il Cambie, le donne ci provano loro. Tipo il paradiso.
Passano meno di cinque minuti e due sconosciute si siedono davanti a noi. Io ne sono molto felice, la mia è canadese, ha 21 anni, bionda occhi azzurri, sarebbe bellissima se pesasse un po’ meno, diciamo 50 kg meno. Ma a me piace lo stesso, è come Britney se le infili una pompa della bicicletta su per il culo e cominci a gonfiare fino a quando è sufficientemente piena d’aria per poter reggere te e il tuo Martini cocktail nella piscina di Santa Monica a forma di sax tenore. Di lei ricordo sopratutto l’eleganza, quando si faceva tradurre alcune cose in italiano e le gridava alle amiche del tavolo di fronte: «La tua figa puzza!! Sei una sporca troia!!». La ragazza dei miei sogni, più bevo più mi piace. Sarà la stessa di Edorado?
Quando mi dice «Sei davvero bello, per la tua età», mi fa inevitabilmente e follemente innamorare. La mia nuova enorme ragazza beve, mi parla, inveisce contro le amiche, mangia una fetta di pizza e scrive messaggi credo ad altri uomini sul blackberry, tutto all’unisono. Come dice sempre un altro mio amico, Marius, Bear no Fear, quindi alla seconda caraffa detta anche Pincher mi sento pronto, le rubo il blackberry e ci scrivo sopra “vorrei baciarti”, percheé sono timido ma l’amore mi dà coraggio. Lei mi infila mezzo metro di lingua in bocca e io ho baciato la prima canadese. Sa di pizza, ma la pizza era abbastanza buona. Ci innamoriamo definitivamente, diventiamo amici sul facebook grazie alle sue tecnologie mobili, poi barcollando mi porta in un posto dietro i cessi, che sarebbe la sala biliardo, invece hanno messo sul tavolo apposito una specie di tovaglia e giovani e meno giovani stanno improvvisando un’orgia pudica, alla quale partecipo assieme alla mia montagna, cioè volevo dire compagna, che pesa il triplo ed è alta il doppio di me. A un certo punto un’amica la chiama e lei se ne va, e io non la rivedrò mai più. Ah, la jeunesse! Qualche tempo dopo, una notte tipo le 3, mi manda un messaggio che puzza di Jack Daniel’s:«W la Nintendo Wii!!! Ho preso questa merda della Microsoft che non funziona una mazza!!», le rispondo laconico: «Bordone told me that 2 months ago, next time ask Bordone».
Invece il mio giovane amico Partenopeo nel frattempo ha familiarizzato con due simpatici portoghesi, uno dei quali mentre mi presento limona tre o quattro strafighe che passano di lì, ridimensionando drasticamente la mia precedente prestazione.
Rincasando a tarda ora, che poi erano le due perché qui si inizia tutto prima e si finisce inevitabilmente prima un po’ come in Inghilterra, decido di farmela a piedi, notando un negro — sì lo so, ma come lo chiami lo chiami resta sempre negro — che sta tenendo una lezione di bonghi in uno spazio allestito con piglio artistico, con ampie vetrate che danno su Commercial Drive. Capita di imbatterti in questi posti che tengono corsi su tutto, dalla scimitarra alla capoeira alla lap dance. Il docente è vestito tipo giamaicano, e ha due enormi bonghi professional, e i suoi allievi canadesi seguono diligentemente il ritmo coi loro bonghetti: il risultato fa cacare tanto quanto al Parco Sempione. Ma d’altronde lui ha quel colore lì, le treccine e il cappello di lana e mi ricorda che una sera, a Las Vegas, pensai che avrei potuto fare agilmente il sommelier, solo per il fatto di essere italiano, girare il mondo e fare di una passione una professione, evitando così di trascorrere il resto dei miei giorni a cercare di convincere la gente che i Telefoni IP costano il triplo ma però ne vale la pena.
È iniziato tutto così, ho realizzato quanto sia importante il personaggio che proponi, ed io, che lo voglia o meno, sono un italiano, un italiano vero. Così un bel giorno mi sono iscritto all’Associazione Italiana Sommelier, delegazione di Milano, e lì ho capito che il vino non è solo buono ma è anche una gran figata. Sì, durante il corso mi sono anche innamorato di una lesbica e sono finito sotto l’auto di un rapper per causa sua, ma questa è un’altra storia. E una mattina, come al solito in ufficio, anche perché avrei dovuto compilare l’odiatissima nota spese, mi sono licenziato. Ho chiesto al governo canadese di ospitarmi per un po’, in Usa hanno davvero le pezze al culo al momento, e qui sto seguendo la certificazione internazionale WSET Wine Expert.
Sono l’unico non canadese in classe, e all’inizio nessuno mi parlava. Perché poi non è così semplice prendere e andare, e quando i canadesi parlano tra loro spesso non capisco una mazza. A un certo punto hanno capito che in Italia vivo a un’ora da Barolo e Barbaresco, a due ore dalla Valpolicella che per loro è tipo il Valhalla, e tre ore dal Chianti e così hanno cominciato a idolatrarmi, senza che io dovessi fare granché, proprio come avevo immaginato quella sera a Las Vegas, quando al ristorante del Venice mi si presentò un tipo coi baffazzi all’insù che doveva rappresentare un sommelier italiano, nell’immaginario americano.
Davvero sei stato da Trabucchi dove fanno il migliore Amarone al mondo? Sì brutto stronzo che per un mese non mi hai cagato, toh ho anche il numero della signora che conosco di persona, va be’ dai, ti voglio bene lo stesso. Questa passione mi spingerà forse ad abbandonare la ormai mia amata Vancouver e a dirigere verso l’Okanagan Valley, un luogo che se esiste per davvero dev’essere molto ma molto vicino all’Eden, dove i canadesi coltivano tutta la frutta, la verdura e naturalmente l’uva, agevolati da particolari favorevoli caratteristiche di quella valle tra due laghi, dal clima mite. Poi arriverò là e farà un freddo becco, come sempre. Ma io sono un tipo cittadino, quindi chissà chi lo sa.
(continua)
Applausi
scritto da ciccio giovedì.09.12.10 10:16
stima
scritto da barbadio giovedì.09.12.10 10:24
Molto bello
scritto da Donato80 giovedì.09.12.10 11:42
i love dottor wally.
scritto da d. giovedì.09.12.10 12:16
Grande!
scritto da DanielaS giovedì.09.12.10 13:14
Mi ricorda in modo commovente la mia esperienza a Sheffield qualche anno fa.
La chiusi brindando con un magnum di Amarone, portando tutti in disco e facendomi buttare fuori per difendere un amico di Lecco che voleva a tutti i costi temperare i capezzoli della barista. Ed ora sono qui a vendere telefoni IP. Sic.
scritto da Pasquale giovedì.09.12.10 13:22
Doc, ti adoro e se non fai quello mi ostino a dirti tutte le volte, guai a te! Un abbraccio in una soleggiata, azzurra e ventosa giornata di Varese!
scritto da Layla giovedì.09.12.10 13:46
love
scritto da annalisa giovedì.09.12.10 15:35
Esilarante.
Solo una noticina ina ina da rompipalle grammaticale: l’ultimo sì non ci ha l’accento (se ho visto bene; se non ho visto bene, avrò fatto la solita figura di merda, tanto una più una meno…)
scritto da biagio giovedì.09.12.10 15:52
“Bear no Fear”
QUOTE
scritto da Robertz Vinx giovedì.09.12.10 18:33
clap clap clap
scritto da val giovedì.09.12.10 20:22
dottor wally idolo delle folle!!!
scritto da Roberto giovedì.09.12.10 21:00
Ciao signor uolli, ma questi sono fatti realmente accaduti o trattasi di autofiction? a me piace sempre l’inizio e le parti riflessive, quelle sull’autobus son le più belle, dov’è più sbracato invece mi turba, ma son problemi miei e capisco che tutto ciò è perfettamente in linea con un vero e proprio genere letterario, che io chiamo “il cinghialetto” che mischia bene profondo e superficie, fingendo di stare solo in superficie. In bocca al lupo e tanti autobus
scritto da Gnu venerdì.10.12.10 00:28
Ciao GNU, sono le cose che mi succedono, compreso che sono andato al supermercato adesso e non ho capito come ma ho lasciato giu’ 90 $ che proprio non posso permettermelo. D’altronde mi succedeva lo stesso all’Esselunga di Via Legnone.
scritto da dr wally venerdì.10.12.10 00:57
idolo
scritto da dnd venerdì.10.12.10 01:26
e per non essere meno degli altri, complimenti sulla fiducia senza aver ancora letto (mi erano piaciuti gli altri 2…)
scritto da luiza venerdì.10.12.10 08:30
Grande tenente Colombo
scritto da ASS venerdì.10.12.10 10:27
ciò che accade, accade sempre realmente. io testimonio di quanto avvenne nella vita di dr. wally da tempo immemorabile ed in ogni dove. continua così.
scritto da lwf venerdì.10.12.10 15:35
scorri via leggero e piacevole. la tua amante supersize e multitasking mi HA piaciuto tanto!
scritto da mjk venerdì.10.12.10 15:59
Ammirazione piena. Lo rileggo prima di andare a letto, e rido ancora come un cretino.
scritto da rr venerdì.10.12.10 23:43
piacevolissimo come un viaggio.
scritto da miazc sabato.11.12.10 01:57