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giovedì 13 gennaio 2011

Il trucco del popolo


Mi succede da quando ero ragazzino che la gente mi attribuisca appartenenze di classe, ideologie, atteggiamenti nei quali non mi riconosco. Capita a tutti nella vita. Come si è e come gli altri ci vedono sono due concetti diversi come occhio destro e occhio sinistro: permettono di osservare le cose da prospettive leggermente diverse, e questo ci dà una terza dimensione che altrimenti perderemmo. È un equilibrio delicato: un lieve strabismo di Venere è interessante, dà indipendenza, aiuta l’anticonformismo; se si procede con la divergenza, si diventa tendenzialmente sociopatici. Tocca stare attenti, insomma.

A me però — l’ho già detto, lo so, ’spettate un secondo, questa e un’introduzione — capita che degli sconosciuti mi diano dell’intellettuale nella torre d’avorio, dell’altezzoso miliardario, del comunista borghese, del fighetta. E va be’, cazzi loro. Come dicevo poi uno si fa delle domande, chiede a chi lo conosce, capisce se c’è dal vero o no. A me ormai non fa più effetto, se non nel darmi modo di qualificare il parlante come un pirla. Detto questo, il fenomeno, l’artificio retorico, insomma il trucco ormai mi affascina. È un classico molto diffuso ovunque del mondo, e ha implicazioni molteplici. Ho deciso di rifletterci e scriverci della roba. Ci sono poi le espressioni “fighetta”, “snob” e “radical chic” che vanno sgrovigliate, perché soffrono di un diffusissimo uso spensierato. Insomma cercherò di farla breve, ma non lo so mica se ce la faccio.

* * *

Cominciamo col dire di chi accusa gli altri di essere quella cosa lì. In questo tipo di formulazione è irrilevante se si usi un termine o l’altro: vengono percepiti come sinonimi. La ragione è semplice, e sta nel fatto che l’effetto non è veramente diretto al destinatario dell’attribuzione, ma a chi la estende e a chi ascolta. Poi spiego anche le parole una per una, ma per ora limitiamoci alla situazione e al meccanismo. Perché io sostengo che non sia la sostanza dall’accusa a funzionare, ma la dinamica. Non conta se si sia effettivamente una cosa, l’altra o l’altra ancora. Conta solo avere l’occasione di dirlo davanti a qualcuno.

Immaginiamo che ci sia una platea che ascolta due persone discutere di qualsiasi argomento. Se non siamo al golf club o in una discarica di Calcutta, è facile che la platea sia socialmente eterogenea. Senza stare ad aprire una parentesi che non sarei in grado di affrontare sulla questione delle classi sociali e del loro mutamento in questi decenni, è indubbio che in una platea ci si senta molto più popolo che a casa propria, anche se non lo si è. È normale, siamo animali sociali, siamo in una certa misura gregari per DNA, o forse siamo anche solo furbi. È l’effetto che si sperimenta al concertone, allo stadio, nelle situazioni in cui si condivide con un sacco di gente un contesto, un interesse, una passione, lacrime e sudore, e si è massa, appunto, popolo. In qualsiasi platea, anche se in misura inferiore, si verifica lo stesso fenomeno. Ma se anche così non è, se la platea è larga, è facile che un furbo voglia accaparrarsi il popolo e lasciare all’avversario l’élite, che è meno consistente in termini numerici e, in una situazione di gruppo, paga lo scotto del volersi distinguere. L’élite nelle masse scompare, si mimetizza. In un paese cristiano cattolico come Italia, aggiungerei il concetto per cui morto di fame is cool, the boss was on a cross.

Ripeto e ribadisco: è un trucchetto, non c’è niente di sostanziale, ma fa leva su ingranaggi talmente oliati da essere molto difficili da fermare o anche solo svelare. Se a un certo punto della discussione qualcuno difende una posizione che può sembrare meno ovvia, meno comune di un’altra, il suo antagonista può giocare il jolly e dirgli che è uno snob, un radical chic, un fighetta. Non importa se lui stesso non conosca il significato delle parole che usa; non importa se le parole siano appropriate rispetto alla persona; non importa che questa eventuale categorizzazione sia effettivamente rilevante per la discussione. Il fatto è che in quel momento si avvia il meccanismo, it’s a kind of magic, si crea immediatamente un effetto irresistibile: chi parla diventa come chi ascolta, e chi ascolta è popolo; l’altro è un diverso, un nemico di classe, un antagonista comune. È un trucco che dà identità a chi si scaglia e al pubblico, accomunandoli tra loro mentre li definisce. L’altro, il damerino, fa solo da sponda; a questo punto potrebbe anche sparire, mentre scrosciano gli applausi. Perché se non è bravissimo, ormai c’è troppa trippa per gatti, e io gatti non si faranno convincere facilmente a levarsi di torno. C’è il valore del gesto apparentemente rivoluzionario — «Il re è gauche caviar!» — che mette tutti d’accordo, coi pugni alzati contro il niente, ma avvinti persi dal momento masaniello (è aggettivo, va minuscolo, tiè). C’è la percezione della propria semplicità, la propria purezza popolare, la propria umanità: il gusto pieno della vita che esplode in bocca.

È chiaro che chi appartiene davvero a una classe sociale — posto che le cosiddette, e fatto salvo che le medesime, ma senza perdere di vista la misura in cui — difficilmente lo sbandiera. Capita che lo dichiari, ma di rado, e senza tante menate. Io sono figlio di un medico e di una casalinga, un altro è figlio di operai, un altro dei baroni von Minkiowitz. Chissenefrega. Mica tocca ripeterlo. Chi lo ribadisce ossessivamente deve remare contro l’evidenza, oppure lo fa perché usa il trucco del popolo, oppure entrambe le cose. È il caso di Sarah Palin, di tutta la retorica del Tea Party, così come di molta nostra destra populista. Daniela Santanché è una di quelle che più spesso sguainano la propria natura popolare, vicina alla pancia della gente, mica come bla bla. Il punto, avrete capito, è tutto nel mica come: io sono come voi, sono diverso da lui che [X]. Che poi l’essere dalla parte della gente di Daniela Santanché sia quanto di meno realistico al mondo non ha importanza, non conta. Conta il meccanismo. Conta che chi ascolta si senta benissimo, un neonato innocente, una vergine beata al cospetto della società, con sodali e nemici ben chiari, delineati come in un libro per bambini molto piccoli, di quelli col mostro cattivo cattivo tutto nero, che non ci si sbaglia più. (continua)


molto bello, bravo!

Io sono per lo sdoganamento del termine “radical chic” in accezione positiva. So che è un aggettivo negativo, che indica una posa, un atteggiamento di facciata. Eppure trovo che semplifichi in modo efficace degli stili comportamentali e una simbologia che, personalmente, apprezzo.
Quando sento dire: “Fare la cosa X è radical chic”, oppure: “La persona Y è un radical chic”, invece di interrogarmi sulla correttezza dell’espressione, ne prendo atto. E penso: “la cosa X e la persona Y mi piacciono. Sarò un radical chic anch’io!”.
Il termine lo trovo appropriato anche nell’uso comune, magari errato, che se ne fa. Se poi essere radical chic vuol dire essere il contrario di Daniela Santanché, viva i radical chic del mondo intero tutto.
Saluti!

Così come non trovo nulla di male in un po’ di sano snobismo.

“Ciao, mi chiamo Gennaro, voto Daniela Santanché”.
“Bene, addio testa di cazzo.”

Ecco, questo è snobismo sano.

Vero, va proprio così. Ma , se si ( ci ) studia , Non è Mai Troppo Tardi.

Sull’applicazione del “trucco del popolo” da parte dei politici, aveva scritto molto bene qualche tempo fa Sofri (un’altro fighetto snobz, appunto) parlando della necessità di una classe politica fatta di persone “di mestiere”, dotate di strategie e capacità di far politica, non di “uno come noi”, chè di persone come noi ce ne sono già abbastanza in giro.

mi avvicino a marco come ragionamento; Se assegnamo un valore all’individualismo, all’unicità dell’essere umano e se questo valore è pacifico, per lo meno per un’elite ;-) , allora io mi sento umanamente più vicino all’accusato che all’accusatore che si porta dietro tutto il popolo e quindi appiattisce il valore del singolo.

la cosa certamente può creare nausea nel momento in cui si accusa di radicalchicchismo ad esempio un fabrizio corona e istintivamente ci si sente mossi verso l’accusato.

credo che lo sport più praticato ultimamente sia denigrare l’interlocutore, per fargli perdere credibilità. Quando ascoltiamo un altro parlare, in qualche modo facciamo un’attribuzione di plausibilità, coerenza, veridicità che potremo al limite smentire.
Non fare questa attribuzione, non cercare di capire quello che l’altro sta dicendo vuol dire semplicemente non ascoltarlo, e chiudere il discorso con un’etichetta (radical chic, snob, fighetto ecc.)

La cosa che mi manda in bestia è che quelli che accusano la controparte di snobismo (‘sta qua che tu citi, come pure quello che sputtana il cachemire e le vacanze altrui a St.Moritz) sono oggettivamente quanto di più distante ci sia dal popolo, perché poi hanno un vulcano artificiale nel giardino della casa-vacanze (una delle seicentoventidue case, mica una multiproprietà), oppure sono famosi per organizzare feste in cui entri solo se c’hai il pedigree e la faccia da cazzo.
Non so se, per fare dello snobismo da quattro soldi, sia la solita solfa che Studio Aperto e similari ci hanno talmente assuefatto a questa gente che ormai ci si sente più simili a loro che non al metalmeccanico che va in vacanza a Gatteo Mare a settembre per risparmiare due lire.

“Aspé, ascolta un cretino.”

mi viene ovvio menzionare lo scontro tra Stefano Rodotà e Mariastella Gelmini a Ballarò: il professore colto che tentava di articolare una riflessione su un tema giuridico di attualità e la ministra della republica, col titolo di studio preso al CEPU o giù di lì, che non era in grado che di ribattere in loop “noi non accettiamo lezioni”. Ecco, Rodotà a me rimane anche un po’ noioso, ma quella sera mi sembrava un personaggio del risorgimento, da fargli la statua equestre in piazza.

Le mie scarpe costano piu! di 29 euro e a Courma mi divertivo un sacco mio caro radical chic di sta cippa.
Almeno questo posso dirlo al timoniere di gallipoli?

Io non voglio essere popolo.

Ok, io ho in mente Rizzo, il quale sbandierava ogni 3 frasi di essere figlio di operaio, come se questo facesse automaticamente di lui una persona onesta, vera, abilitata a parlare a nome di tutta la Sinistra, di tutti gli operai, di tutti i lavoratori di questo mondo. Che poi, il papà di Rizzo avrà lavorato alla catena di montaggio, ma presumo che Rizzo non ne abbia mai vista nemmeno una. Proprio come la Daniela Vipparola Santanché. Populisti tutti e due?

Questa riduzione a stereotipo è stata per molti anni pertinenza quasi esclusiva della sinistra: “il trucco dell’intellighenzia”; o no?

“the boss was on a cross”… e cosi’ scoppio’ a ridere durante una riunone e la licenziarono, so much for keeping her good job in London…

…@Vinz: clap clap! (off topic: al momento stai esponendo qualcosa a Londra?)

@latru scherazi vero?

…si, si, scherzo, Sergio…non mi hanno licenziata ma son davvero scoppiata a ridere in ufficio (semi open-space con altre 4 persone) con annessa figura niente male (l’ufficio del mega direttore generale lup mann gran figl di putt e’ esattamente di fronte alla mia scrivania…)

è una tecnica talmente utilizzata che esiste un largo consenso anche intorno al vocabolario: il vuoto è sempre “pneumatico”, i comunisti ora vestono tutti in “cachemire”, ecc.

Come qualcuno mi pare abbia già notato qua sopra, credo che il ricorso all’artificio retorico descritto da Bordone non sia esclusivo della destra, anche se magari da quella parte lì è prevalente (vedi il riferimento al compagno Rizzo).
Per il resto, tutto giusto, ci mancherebbe.

e’ più utilizzato dalla destra perchè almeno in teoria la destra deve “recuperare” popolo; ma è anche un trucchetto usato sempre di più nella vita quotidiana e che inquina tantissime discuissioni. Ad esempio sono mesi che io ed un carissimo amico ci accusiamo l’un l’altro di snobismo, perchè per andare a bere qualcosa, tra un locale “bello” ed un “brutto”, io preferisco quello un po’ più carino, mentre lui preferisce il locale brutto. Entrambe abbiamo soddisfazioni nelle nostra opposte scelte, e ci accusiamo di povertà d’animo e menosità

ma allo stesso modo lo snob radical chic accusa di bigotteria il popolano…

pari e patta.

molto condivisibile finora. a tal punto che vorrei inserire (per usare invece, davanti a questa platea, il trucco di chi non usa il trucco del popolo ma anzi il contrario) un commento da snob (anzi da SNOOT) fuori argomento. E’ la seconda volta in pochi giorni che leggo qui l’espressione Partito del Tè. Ora, sarà che mi sono perso un pezzo, ma in “Tea Party” party vuol dire più festa (o raduno o assembramento o qualcosa che assomigli all’idea di persone che si ritrovano per far qualcosa) che “Partito” nel senso di Democratic Party o di partito italiano. Tant’è che spesso nella versione odierna viene infatti citato come “Tea Party Movement”, che avrebbe poco senso se “Party” stesse per partito.

Invoco una circolare autopunitiva del Ministero della Lingua

@labionda: se é per questo anni fa avevo un collega che, accusato di alcune dimenticanze procedurali di poco conto, se la prese cosi tanto rivendicando (a difesa di un´onestá che nessuno aveva messo in dubbio, fra l´altro) di essere figlio di un carabiniere. magari dopo gli ultimi casi di arresti nell´arma ci penserebbe due volte.

Se essere popolo non vuol dire più avere a cuore il bene comune – nel senso che il tuo problema non è solo tuo, il solo fatto che viviamo nella stessa comunità lo rende anche mio e viceversa – ma essere socialmente accettato/abile, non importa quale sia la regola o il modello sociale a cui ti stai adeguando (le scarpe trendy, la casa cool, fatti i cazzi tuoi che campi cent’anni e via dicendo), ebbene il concetto di popolo perde la sua ragione di esistere. Bravo Matteo, occhi aperti sempre e testa bassa mai.

Se nella seconda parte scrivi che voteresti sì al referendum di Mirafiori vinco 10 euro.

Leggere certi tuoi pezzi, come questo, è come godere un orgamso multiplo!
…..e non aggiungo altro!

Per una volta sono d’accordo su tutto! Ho sempre trovato insopportabile chi inizia una frase con “Tu non dai l’idea di una che…” o “Hai l’aria di chi…”: le trovo espressioni idiote e ho imparato a non ascoltare il resto della frase. E così non si sbaglia più ;)

Anna

La tua teoria è affascinante e contiene senz’altro elementi di verità, però è un fatto che a certe persone gli si dà più spesso dello snob, che ad altri, tipo a te,, e questo non accade per via del teorone ( che pure sussiste in molti casi di dibattito pubblico) ma per altri elementi imperscrutabili, per esempio se vuoi sapere la mia teoria ( lo so che ci tieni, eheh), uno dei motivi per cui a te dicono che sei snob è che sei alto,, agli alti danno più spesso degli snob e non ridete,, questo è un fatto, il corpo non è tutto, ma è l’80%. Come aggravante hai anche la barba e gli occhiali//dunque sei schermato in volto e questo aumenta la percezione della distanza tra te e il mondo, anzi il popolo

Questo post però mi è piaciuto proprio, c’è qualcosa di nuovo che mi mancava da un po’

Mi è tanto piaciuto anche cruciani l’altro ieri che ospitava flores d’arcais e flores d’arcais mi ha fatto innamorare, è stato un genio, chissà se è sempre così, e mi ricordava tanto nanni moretti, anche nel timbro di voce

Analisi perfetta. Come lo “straw man argument” e la “reductio ad hitlerum”, “il figlio del popolo vs radical chic” è un trucco retorico frequentemente usato negli scontri dialettici e rappresenta un po’ la bomba atomica fra tutti i mezzucci retorici attuamente in voga. Come disinnescarla? Potrebbe essere utile, se si parla per primi, preannunciare al pubblico quali sono i trucchi che il nostro interlocutore si prepara ad usare?

Questi e molti altri trucchi “populistici” li puoi trovare nel libro (perla):
“l’arte di avere ragione” di Arthur Schopenhauer…non so se gia’ lo conoscete o altro. Comunque non prendetemi per radical chic o secchione anche perche’ se mi incontraste per strada vi stringereste il portafoglio o la borsetta, se mi parlaste i primi cinque minuti vi verrebbe un nervoso, ma poi andando avanti vedreste che non sono tanto piu’ diverso da voi….brutta plebaglia

….Bruegel descrisse molto bene in un suo dipinto, quel che accade finanche ad un misantropo…
Eggià solo l’ Arte può salvare l’uomo, e questo si sa, ma l Arte vera, quella che definisce molto bene Ouspensky,nel suo frammenti di un insegnamento sconosciuto…chissà se lo hai letto…davvero illuminante!
ma ora beccatevi questo pezzo!;))

http://soundcloud.com/erolalkan/why-wont-you-make-up-your-mind-erol-alkan-rework-radio-edit-mastered