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giovedì 2 giugno 2011

Koygeenisqatsi (ovvero Il significato della parola “visionario”)


Sono andato a vedere The Tree of Life, il film di Terence Malick che ha vinto l’ultimo Festival di Cannes, e cerco di scrivere qualcosa di sensato a riguardo. Dico cerco perché all’uscita del film — eravamo sette persone — nessuno ha potuto o voluto dire niente. È uno di quei film un po’ più grandi di te, sui quali esprimono opinioni nette e affilate solo le persone che non sopportano questa condizione. Capita, invece, nella vita, di stare di fronte a qualcosa di forte, cogliere quello che si riesce, percepire la grandezza ma non riuscire a abbracciarla completamente, provare senza riuscirci del tutto a decifrare quello che un tempo si sarebbe definito sublime. Sublime non è un giudizio di valore, attenzione. Sta, in latino, per qualcosa che si stacca dalla terra, si solleva, vola più liberamente nel rarefatto dell’aria.

Chi si avventura nei nostri tempi dalle parti del sublime molto spesso viene preso per pretenzioso, perché siamo tendenzialmente, e giustamente, una civiltà concreta. Più dei greci, per dire (i greci di Aristotele, non quelli con la crisi economica). Detto questo, il film si occupa di un tema classico che spesso citiamo come iperbole paradossale, quando diciamo «Oh, non stiamo mica parlando del senso della vita», «Ueh, qui non è una questione di vita o di morte». Ecco. The Tree of Life indaga sul senso dell’esistenza sul pianeta Terra, una questione di vita e di morte, di senso della vita.

Per fare questo, Malick decide di raccontare la storia di una famiglia americana, metterla dentro al ciclo della vita e della morte, e raccontare quello che ci sta in mezzo. Questo se guardiamo dentro al film. Perché se guardiamo intorno scopriamo che Malick è quello che non si fa vedere da nessuno, che ci mette cinque anni a finire un film, che fatica a trovare una distribuzione, che gira mazzi di scene con luce a cavallo, intorno al tramonto: roba che metti in piedi tutto l’ambaradan, giri cinque minuti, il direttore della fotografia dice stop, chiudi tutto e ci si vede domani. La fotografia del film, che vincerà l’Oscar, risulta insolitamente vivida, quasi documentaristica, e insieme irreale, come se non si stessero vedendo delle scene ma dei ricordi. La costruzione narrativa è spezzata, a volte lacunosa, ma va benone così. Non è un film che dice, questo: è un film che fa vedere delle cose, fa vivere delle esperienze.

È un film, The Tree of Life, di quelli che non si riescono a raccontare troppo, e che possono lasciare gli spettatori spiazzati. Perché prova a dare delle risposte, oltre a mettere in scena delle domande, e può sembrare un film in questo senso perentorio, risolto, in qualche modo munito di una prospettiva religiosa. In realtà non è nemmeno quello, anche se la presenza di dio è particolarmente ingombrante quando non ci credi. È un film che coglie un po’ di quella polverina di cui è fatta la vita. In genere questo non succede quasi mai, e quando succede, di solito, gli strumenti e i modi che usano gli artisti sono molto diversi. In questo film al contrario si va dritti dove nessuno di noi avrebbe il coraggio di andare, se anche ne avesse la voglia. Si può dirsi imperturbabili, dire di trovare naïf l’approccio, ma sono tutte reazioni sensate solo in senso umano e individuale: cerchi di parare il colpo come puoi. Malick arriva a un risultato noto, e lo fa per una strada fatta di immagini che lì non dovrebbero portare, ché i documentari li abbiamo visti tutti tante volte nella vita. Invece si esce pieni di roba ingombrante, turbati, come se qualcuno ci avesse trascinati a forza in un posto dove c’è troppo e troppo poco insieme. Si gira per la città, tornando verso casa, ripensando alle estati di quando si diventava persone, ai migliori amici inseparabili, all’essere figli grandi o piccoli. E si è pieni di gioia, paura, malinconia, come quando da bambini si piangeva di pianto, senza sapere perché.


ottimo

Solo uno tranquillamente ateo non ha paura di dio. Bravo Bordone, ma davvero: bravo !

http://baotzebao.tumblr.com/post/6112123029

si, anche io

Che bello “piangere di pianto”. Ma non si chiama Terrence? Grazie, Matteo.

Piangono di niente e di tutto.

E io ora lo voglio vedere. Perché ancora adesso, a trent’anni, ogni tanto piango di pianto. E perché se qualcosa è più grande di me, va benissimo. E per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Sappi che Malick ti deve dei soldi.

Mi sono messo a piangere. E non ho ancora visto il film. Grazie Matteo.

A me non ha detto niente di così,, a me ha fatto noia, fastidio, senso dell’inutile e anche dello spreco, incazzare per via dei contorni così belli, troppo bellixxx ora può darsi sia la mia difesa, ma può anche darsi che non sia un film riuscitoxx per me non lo è (e lo dico tutta affilata)

Ma uno fa un film per comunicarti qualcosa che però non riesce a comunicarti completamente perchè è “più grande di te”! Sarà mica invece che è più grande delle capacità del regista? Diversi critici parlando di questo film, dicono di come parli della “vita”, ma alla fine nessuno spiega “cosa” dice? Lo vedrò perchè sono curioso ma credo che Malick sia entrato nella categoria di registi che, quando il film ti annoia o non è chiaro, è colpa dello spettatore.

E’ un film “grande”: nel senso che molta roba è davvero grande, ingombrante, superiore alle nostre attese e possibilità. Non è forse del tutto completo: manca qualcosa, un nesso, un’illuminazione, ma la vitaè anche questo. Io ho pianto, così senza motivo.

Non so, alcuni commenti letti (non qui, non solo) al film di Malick mi ricordano i consigli offerti dal prete al fedele in crisi. Se non credi è perché non conosci le Scritture. No, non funziona così, purtroppo. La fede è qualcosa che c’è o non c’è. E l’emozione davanti a un’opera d’arte funziona in modo simile, quando non scatta non c’è niente da fare, non c’è studio che tenga. La luce dell’ora magica è straordinaria, nei suoi precedenti film era sufficiente a farmi piangere di gioia. Qui no. Ma è una posizione come tante. In tutta umiltà.

C’è tanto da dire su questo film. Tanto sul perché non sia perfettamente riuscito, ha abbia diverse lacune qua e là.
In ogni caso è un film visionario, se non il più visionario.

Bordone, come al solito, ci volevi tu per dire esattamente quello che penso io.
L’ho visto la settimana scorsa e in sala eravamo sempre in sette.
Io l’ho trovato pazzesco e, uscita dal cinema non ho pensato ad altro per parecchio. Mi è rimasto negli occhi e in testa.
L’unico commento che ho sentito è stato quello di due francesi – c’est trop simple, c’est pure esthétisme- e avevo appena finito di pensare che se avessi udito dire una cosa del genere mi sarei incazzata parecchio.
Le altre recensioni che ho letto in giro vanno nella stessa direzione, parlando di un film che, dietro l’apparenza del capolavoro, cela un grande vuoto.
Cazzate.
Mi chiedo come ancora sia possibile pensare che una narrazione non lineare corrisponda ad un’assenza di argomenti.
Sarà mica piuttosto una questione di assenza di pensiero (non di Malick, di altri)?
Continuiamo così, facciamoci del male.

“È un film che coglie un po’ di quella polverina di cui è fatta la vita”. Se questa frase l’avesse scritta qualcun altro, l’avresti ricoperto di merda. Ci sono narrazioni non lineari pregnissime di significati; ma questa narrazione è fatta male. E garantisco di avere dei pensieri degnissimi anche io, che ho questa opinione.

Ma figurati. È il mio punto di vista. Un film così è quasi solo empatia. Se non ti piace, fine. Non c’è molto altro. Puoi apprezzare la fotografia, capire le scelte di regia, ma deve piacerti profondamente per piacerti.

quando ero piccolo di un brutto film si diceva è un pacco, questo film di un cretino è peggio di un pacco 15 euro per una cosa del genere che si vedrà in televisione tra un anno è veramente cretino spenderli, io non ho paura di darmi del cretino, tanti invece la hanno.

Grazie per la risposta Matteo. E’ così: non c’è stata empatia, e in più non ho nemmeno apprezzato la regia nè la fotografia! Non so se sono pertinente, ma i migliori film di Michael Mann, che non hanno bisogno di ‘spiegare’ con voci fuori campo o con dialoghi didascalici, o con sceneggiature elementari, mi hanno emozionato 10,20 30 volte di più. Io guardo ‘Insider’per la 15ma volta e ogni volta colgo un dettaglio che mi dice qualcosa di più… Ma ok, i due film parlano di cose diverse…

beh ok l’empatia che ci può stare ma dire di non apprezzarne regia e fotografia in the tree o life suona un pò come una bestemmia. stiamo parlando di uno dei pochi ancora in grado di parlare per immagini, e non mi riferisco alla mezzora di nebulose e dinosauri, ma alle restanti due ore.
condivido quasi tutto quello scritto da matteo tranne, ed è un punto importante, questo passaggio: “prova a dare delle risposte, oltre a mettere in scena delle domande, e può sembrare un film in questo senso perentorio, risolto, in qualche modo munito di una prospettiva religiosa. In realtà non è nemmeno quello, anche se la presenza di dio è particolarmente ingombrante quando non ci credi.” per me prova a dare risposte che probabilmente non si dovrebbero dare e finisce, paradossalmente, per far perdere quella magia del suo cinema che faceva percepire il trascendente ma senza palesarlo.

ne ho scritto più diffusamente qui se può interessare: http://eighthsamurai.wordpress.com/2011/06/02/the-tree-of-life/

Giuseppe, Malick è un maestro del cinema a detta di tutti, al di là del fatto che possa o meno piacere un suo film. Per definirlo un cretino bisogna essere molto molto acuti, talmente tanto da essere arrivati a capire cose che gli altri non sembrano aver visto, oppure molto molto superficiali. Poi fai tu. S.Ara, Malick e Mann non c’entrano una mazza l’uno con l’altro. Le graduatorie servono, e tanto, solo per gli incassi. Eda, non ho trovato così importante il momento semi-onirico finale, non mi sembra abbia nessuna prospettiva davvero religiosa in senso monoteista, anche se può sembrare così. E comunque non c’è in quella risposta un centesimo della convinzione che c’è nella domanda. Va be’. Potremmo andare avanti per giorni.

Tutto vero e tutto chiaro quello che leggo nel post.
Ma Tree of Life non mi ha emozionato, troppo lungo ed indugiante nello slow motion “artistico”, troppo caos che vuol fare ordine. Tanto immaginario che diventa quasi impaginario.
Ho apprezzato molto di più il Malick della Linea rossa con le molte domande, per me più condivisibili delle sue risposte e sensazioni personali.
Saluti

Non è vero che Mann non c’entra niente con Malik. In questo film ci sono le magnolie.

ti leggevo, matteo bordone, e speravo fino all’ultimo di leggere a conclusione “Ora che vi ho presi per il culo con una delle mie migliori supercazzole, confesso: il film e’ una puttanata indecente”

Cosa c’entrano le magnolie con Mann?

Lorenzo, diciamolo noi:”questo film è una puttanata indecente” Ah Ah
Del resto alle scene degli animali preistorici io ridevo, nonostante le occhiatacce dei vicini di poltrona. Non sapevo più dove guardare.
Cmq rispetto chi è riuscito a empatizzarsi con questo film, probabilmente dovrei invidiarlo.

La colonna sonora di Magnolia è di Aimee Mann… lo so, non fa ridere, ma erano le due di notte ed ero ubriaco. Torno a non commentare :)

matteo, tanto per sapere. visto che lo voglio e devo ancora vedere ci son spoiler nel post? grazie.

Un po’ paraculo Matteo, un po’ paraculo…(senz’offesa, s’intende)

Forse si un po’ paraculo, ma bello. Sintomo che il film ha fatto effetto davvero.

Qualcuno dei commentatori ha per caso visto il film al lumiere di Bologna? :-D

http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cultura/2011/7-giugno-2011/proiezioni-sfasate-tree-of-life-ma-nessuno-o-quasi-se-ne-accorge–190813663595.shtml

@LORENZOM ahahah bella questa storia di Bologna!
Io l’ho visto al Metropolis di Paderno Dugnano, e lo dico perchè è una bella sala e merita attenzione e pubblico:
http://www.cinetecamilano.it/2010/primevisioni_metropolis.html

Io l’ho visto invertito al Lumière di Bologna!
Qualcuno necessita di spiegazioni sul senso della vita?

…e io l’ho visto qui a Nizza prima che vincesse, in digitale.

Trovo molto condivisibile la splendida recensione, anche se la “presenza di Dio” non la ho trovata ingombrante, anzi non l’ho trovata proprio. Piuttosto mi pare che si evidenzi la grandezza trascendente del tutto, che non e’ dio, e’ qualcosa di concreto.

ehm, ehm credo che l’ultimo commento meriti una sottolineatura: il film è stato proiettato per nove giorni consecutivi a Bologna, al cinema Lumière, gestito dalla Cineteca di Bologna, a tempi invertiti (prima il secondo poi il primo), senza particolari proteste da parte degli spettatori. Ora, a parte che non capisco come non si siano presi in considerazione titoli di testa e di coda (o non c’erano neanche quelli all’insegna del “famolo strano”?), io non ho visto cotanta opera ma qualcosa di anomalo deve esserci.
Esilarante l’articolo di Brunella Torresin, giornalista che si occupa anche di cinema, su Repubblica Bologna di oggi “L’ho visto e non mi sono accorta di niente!!!!”

A me non è piaciuto, mi è sembrato lento e poco emozionante. Banale nell’accostamento musica “coro di chiesa”/immagini da documentario fighetto/voce fuori campo con domande su dio. Non è che per fare un film d’autore devi ammorbare lo spettatore per più di 2 ore facendo primissimi piani su qualunque cosa, specie del cielo tra le fronde di un albero. Dopo avevo solo voglia di rivedere 2001 Odissea nello spazio, versione integrale per riconciliarmi con il cinema d’autore visionario

“La “presenza di Dio” non la ho trovata ingombrante, anzi non l’ho trovata proprio”.
Da atea, e da “cinica” io invece credo che questo film avesse molto a che fare con la religione. Non solo si apre con una citazione della Bibbia di Giobbe (…e gli incipit sono importanti), non solo vi sono le invocazioni… Ma sottotraccia, c’è altro: il rapporto del padre con il figlio Jack è paragonabile a quello di Dio con l’uomo: lui pretende di essere chiamato “Padre” e “Signore”, lui punisce, ed è insondabile. Jack si rivolge a lui ad un certo punto e gli dice “tu vuoi uccidermi”, e lui stesso vorrebbe ucciderlo. E’ il rapporto con un Dio che causa la nostra sofferenza sulla Terra; la domanda di Jack è “perché mi hai creato, se poi mi distruggi?” ed è una domanda che potrebbe essere intercambiabile: a Dio, o al padre (e al Dio-padre).
La madre invece è l’altra faccia del rapporto dell’uomo col Divino: la consolazione, il perdono, la comprensione. Ma nemmeno lei offre risposte (“Anche tu morirai?” è la domanda di Jack, seguita solo dal silenzio).
Io l’ho visto come una poesia, una specie di film simbolista, ma che teneva tutto legato da questo substrato “mistico”. Ok, so che tutti mi risponderanno che mi faccio troppe seghe mentali. Lo so già, quindi vi faccio risparmiare tempo.

Comunque grazie Matteo per la recensione, mi ci sono ritrovata, soprattutto in quel senso di stordimento all’uscita dalla sala.

Il film è un poema etico-filosofico…lui invece di scrivere libri gira film…l’ha sempre fatto è la sua più grande qualità. Il film non è troppo automatico, non per tutti, come potrebbe essere non per tutti “Ecce Homo” di Friedrich Nietzsche, ma diviene poi necessario per la storia del pensiero umano. Ecco perchè nn si riesce ad afferrare tutto ma in un certo senso ci sembra famigliare la sensazione che genera. La tua è sicuramente la recensione migliore che ho letto su questo capolavoro. Grazie.
PS non ho afferrato tutto, ovviamente, ma la sensazione che ho avuto nel vedere il film è quella di essere stata condotta in un luogo di culto e ne ho sentita tutta la sacralità (e sono pure atea)