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venerdì 5 agosto 2011

Riceviamo e volentieri esageriamo (ovvero Ritorno al futuro decresciuto)


Gli autori italiani di cui Einaudi oggi dispone sono un discreto numero e ogni anno il calendario delle novità è sempre pieno. Anzi il nostro grosso problema oggi, è che abbiamo un programma troppo affollato; pubblicare è relativamente facile, ma dopo ogni pubblicazione, ogni libro, se merita rilievo, deve avere una cura particolare da parte di tutto l’apparato distributivo, se non scompare nella valanga di copertine che mensilmente invadono le librerie. Il rimprovero che ci viene fatto (a noi della redazione) da chi è più vicino alla distribuzione e al mercato è che pubblichiamo troppo: in particolare pubblichiamo troppi romanzi, romanzi che si fanno concorrenza l’uno con l’altro, impedendo all’attenzione del pubblico di concentrarsi su l’uno o sull’altro.

Italo Calvino, lettera a Carlo Cassola, 16 marzo 1964

(via catriona potts, via fogli sparsi, via dentro il cerchio)


e allora? bah!

Urca! Ma questo sillogismo – per cui in risposta a un’osservazione fatta in un lontano passato, magari in circostanze diverse, si allude uno “yawn” o un più prolisso “niente di nuovo sotto il sole” – ha un nome o bisogna inventarne uno apposta. E funziona come le stelle, che il primo che lo trova può battezzarlo come gli pare? Peccato che non l’ho scoperto io, sennò l’avrei chiamato “bella cazzata”. Anche se mi sa che è già preso.

No, ma guarda che io yawn non lo dico MAI. Detesto l’esibizione blasé della noia che tanto impazza nella sfigheria della rete. È solo che forse l’impressione della sovraproduzione, e l’aspirazione a un numero minore di prodotti “migliori”, non è una novità. E forse si tratta di una distorsione prospettica. Forse.