domenica 14 agosto 2011

I pilastri della terra bruciata


Il mio amico Gabu sta nel Regno Unito. Ci sentiamo per programmare la mia vacanzina imminente colà, e mi segnala questo dibattito in tv. Alla BBC, accanto a al giovane autore di Chavs, alla presentatrice Dreda Say Mitchell, accanto alla conduttrice, c’è lo storico David Starkey.

David Starkey è uno storico conservatore trombone e facile alla provocazione reazionaria. Partecipa a dibattiti televisivi spesso e volentieri, e fa infuriare il pubblico con affermazioni al limite del paradosso fascistoide. In questo intervento arriva a sostenere che gli scontri della scorsa settimana a Londra siano stati provocati da un dilagare della «cultura nera» nella società bianca, dove per «cultura nera» intende un blocco ideale che si oppone alle più elementari regole della convivenza civile, cui preferisce un individualismo maschile e facile alla sopraffazione del prossimo, all’affermazione violenta di sé. La posizione è indifendibile prima di tutto per l’assunto di partenza, quello per cui la base di questi scontri sarebbe sostanzialmente razziale, cui segue l’idea di un blocco sociale indifferenziato, senza caratterizzazione economica o sociale in senso stretto, che muove dalla razza per non andare da nessuna parte.

A un certo punto Starkey cita il “discorso dei fiumi di sangue” di Enoch Powell, cioè un caposaldo delle posizioni britannocentriche nei riguardi dell’immigrazione, tema molto sentito per un paese che ha colonizzato mezzo mondo, prima in forma ordinaria, poi con la struttura del Commonwealth. Lo stesso Starkey è almeno in una certa misura un discepolo ideale di Powell.

Il Rivers of Blood Speech fu un discorso dirompente. Il 20 aprile del 1968 Enoch Powell, nella sala congressi in un hotel di Birmingham dove si teneva un incontro di esponenti e sostenitori del Partito Conservatore Britannico, raccontò di come un suo elettore gli avesse detto che avrebbe preferito che i suoi figli lasciassero la Gran Bretagna, visto che nel giro di una ventina d’anni «l’uomo nero avrebbe tenuto in mano la frusta contro l’uomo bianco». Successivamente Powell citò una lettera di una abitante di Wolverhampton che lamentava la propria condizione di ultima bianca nel quartiere. Da qui il deputato conservatore partì per attaccare le leggi anti-discriminazione che il governo laburista in carica stava varando, così come l’intera politica dell’immigrazione nel Regno Unito, sostenendo nella sostanza che fosse il caso di separare, dividere quello che era britannico da quello che britannico non era e non sarebbe mai stato. Citò anche un passo di Virgilio sostenendo che, come l’autore latino, intravedeva «il Tevere schiumare di sangue in quantità». Anche se l’espressione «fiumi di sangue» non c’era, il discorso prese quel nome e se lo tenne. Il verso originale è questo:

Bella, horrida bella, et Thybrim multo spumantem sanguine cerno. Eneide, libro VI, vv. 86 e 87

(Scorgo guerre, guerre terribili, e il Tevere che schiuma di sangue in quantità.)

Il discorso di Powell riscosse molto successo presso il proletariato bianco. Tuttavia il deputato, allora Ministro della Difesa del governo ombra Heath, fu rimosso dal proprio ruolo il giorno successivo. I primi a sostenere Powell, e vedere in lui un interprete delle loro inquietudini, furono i portuali. Altri seguirono, più o meno rumorosamente. L’onda anomala provocata dalla formalizzazione retorica e politica della xenofobia popolare di quegli anni fu probabilmente una delle cause della vittoria di Heath sull’uscente Wilson alle elezioni del 1970 (Wilson e Heath sono quelli citati nella canzone Taxman dei Beatles). Contemporaneamente, crebbe con la stessa energia un movimento antirazzista che identificò in Enoch Powell il proprio nemico giurato. I Beatles, i britannici più famosi al mondo, composero Get Back originariamente come satira delle posizioni di Powell. Le reazioni viscerali scatenate da quelle idee tennero la politica parlamentare britannica a distanza di sicurezza: pochi vollero avvicinarsi alla schiuma insanguinata del Tevere, salvo, solo a tratti e da lontano, Maggie Thatcher.

Nel corso degli anni, l’espressione «Enoch was right» diventò un mantra del razzismo nazionalista, quasi come «Clapton is god» lo era stato della passione per il rock&roll. Accanto a «Enoch was right», in genere i fascisti britannici hanno ripetuto e ripetono «England for the English», slogan diventato un verso di The National Front Disco di Morrissey. Ancora oggi c’è chi dentro di sé ripete «Enoch was right» mentre va a comprare le sigarette dal pachistano sotto casa, ma stiamo parlando di pochi paranoici scornati. Con una gugolatina si trova gente che difende, anche oggi in Italia, con la nostalgia compita tipica dei violenti vestiti della festa, la schiettezza di quel discorso.

A questo punto mi vengono due riflessioni: una relativa al seguito delle tesi di Powell, l’altra più generica sulla sua figura.

La linea dei fiumi di sangue non ha vinto nel Regno Unito in nessuna forma: marginalizzato Powell stesso, le sue idee, il National Front, il British National Party, i crociati della purezza primigenia anglosassone, baracca e fascistini. La linea sulla gestione dell’immigrazione del Regno Unito è sempre stata quella della legge, dei diritti, dei doveri. Gli scontri razziali in Gran Bretagna c’erano già stati fin dagli anni Cinquanta, e nelle parole di Powell non c’era nessuna lungimiranza, nessuna previsione acuta di nulla: era solo una rappresentazione pessimistica delle tensioni sociali esistenti, carica della giusta efficacia incendiaria. Gli scontri successivi, come quelli partiti da Brixton nel 1980, furono solo episodi successivi di una dinamica già in corso, e non la realizzazione di alcuna profezia. L’integrazione è un percorso lungo, doloroso, difficile.

Londra oggi è una città dove dub, dubstep, reggae, caraibi, India e Pakistan sono ovunque: la città è, tra le altre cose, negra, subcontinentale, musulmana da decenni; se ne vanta, balla e canta al carnevale di Notting Hill, proprio dove nel 1958 ci furono i primi scontri razziali, ogni anno a fine agosto. Powell è il simbolo del nazionalismo britannico più irricevibile, l’archetipo su sui sono stati plasmati, tra gli altri, il Pinky autocrate della seconda parte di The Wall dei Pink Floyd, e la figura del primo ministro in V for Vendetta. Il Partito Conservatore Britannico isolò immediatamente una visione così reazionaria e illiberale dello spirito britannico, relegando Powell nell’area politica tra il National Front e il Partito Unionista dell’Ulster, dove si accasò per gli ultimi 13 anni della sua carriera parlamentare. Da noi non è ancora successo niente di simile nel 2011 a proposito delle posizioni più gutturali della Lega, tra polenta contro cuscus e «padroni a casa nostra» («Italy for the Italians», più o meno, in versione locale).

L’altra questione è legata a Enoch Powell, il quale, c’è poco da dire, era un uomo di assoluta statura civile, politica, intellettuale: Professore di lettere classiche all’età di 25 anni, fermamente contrario alla dottrina di Chamberlain a Monaco nei confronti di Hitler, membro dei Servizi Segreti durante la guerra, elettore laburista nel 1945, eletto la prima volta a 38 anni, sottosegretario al Tesoro, alla Funzione Pubblica, Ministro della Sanità, poeta, MBE, deputato per un totale di 37 anni, polemista acerrimo in qualsiasi contesto politico e sociale fino alla morte nel 1998. Prima ateo poi anglicano, prima etero poi segretamente gay, Powell era un uomo intelligentissimo, colto fino al nauseante traguardo di 12 lingue parlate e scritte, testardo, antipatico, controverso, difficile e dolorosamente affascinante.

Eppure tutto questo non bastò e non basta. Per fare un Powell ci vogliono 10 Oriana Fallaci, 21 Giuliano Ferrara, 146 Fiamma Nirenstein, 2746 Magdi Cristiano Allam, circa 300.000 Roberto Maroni. Ma non basta, non è mai bastato, non bastò per impedire che Powell diventasse il braccio ideale e narcisistico di idee aberranti, violente, retrograde, pericolose, sconfitte dagli uomini e dalla storia. Ancora una volta, «c’è poco da fare», «quando ci vuole ci vuole», «le cose come stanno» e altre espressioni simili nascondono e hanno nascosto la nostra voglia di ricorrere al facile e primordiale davanti ai problemi complessi del vivere civile; cultura e intelligenza a tonnellate in questi casi sono sempre e solo un condimento, una guarnizione mirabile dietro cui è comodo nascondersi.

Oggi Powell viene rispolverato come si fece con la xenofobia olandese ai tempi dell’omicidio di Theo Van Gogh, secondo la teoria per cui decenni di multiculturalismo non valgono niente, e solo un incidente sanguinoso basta per mettere in crisi tutto. Se i militari ragionassero in questo modo, ci si ritirerebbe dal fronte al primo ripiegamento, dieci giorni dopo la dichiarazione di guerra. Per fortuna non funziona così, né in pace né in guerra né in mezzo.

PS – Se non vi ho già pestato le ovaie a sufficienza io, questo documentario (parti 1, 2345, e 6) racconta la questione per benino.


ultimamente ci si è tuffati nella semplificazione spiccia non solo per l’immigrazione ma anche nell’economia: tipo .. la crisi? ma se si vendono tutti questi cosmetici.. e poi i compagni di classe di mio figlio hanno due cellulari .. oppure: la disoccupazione? ma i giovani non vogliono fare i lavori umili . E poi va bè ‘meno immigrati, meno delinquenti’..
Insomma, siamo governati con le frasi fatte dei vecchietti del bar dello sport.
E spesso ci cascano anche persone multiculturalmente preparate.

Grazie Matteo. Nessuna ovaia pestata, anzi.

Sono appena stato a Londra, nella settimana clou dei riots, assieme alle mie figlie di 7 e 11 anni. Ti cito solo due fatti, che confermano quanto tu descrivi nel post bello tosto:
1- ho avuto la “fortuna” di incrociare un gruppo di giovani incappucciati e bendati, pronti all’azione. Beh, avrei fatto fatica a determinarne l’etnia prevalente, tanto era eterogenea la composizione; comunque prevaleva il bianco, dai.
2- Mia figlia più piccola, tornati in Italia e incrociando un indiano nei suoi costumi tradizionali, ha esclamato: “guarda papà, c’è un uomo vestito da inglese!”.
Tant’è. Grazie Matteo.

Mi associo, bel articolo Matteo, grazie.
@Barbara: infatti chi ci governa parla, pensa, prega, c..a esattamente in quel modo, l’intestino del bar sport!

Complimenti! Solo un dubbio – ma forse ricordo male io – : Notting Hill non si celebra l’ultimo weekend di agosto…?

Io a Londra mi ci sono appena trasferito: aspettavo giusto un post così. Grazie.

Certo, Daniela, ci sto andando! Cosa ho scritto? Aspetta che guardo. Oh che ciula. Corretto. Grazie.

Svista che niente toglie alla qualità dell’intervento ;) Buone vacanze … sai che invidia!

Dicono sul Post che “in questi giorni Starkey sta venendo criticato molto duramente”.
Dubbio di ferragosto: è giusto quel gerundio? O è l’italiano imparato guardando i film di Selen?

Il paradigma politico di Powell rientra in quella che Ulrich Beck definisce la “modernità classica”, una concezione dello stato e della politica centrata su un uso razionale e salvifico del “male” come mezzo per ottenere il “bene” (l’ordine e la convivenza).
Un rigurgito di razzismo spiega solo in parte il discorso pronunciato nel 1968, in cui è possibile individuare almeno una profezia : lo spostamento di baricentro nel vecchio modello culturale inglese, percepito (fino ad allora) come dominante, di cui il politico britannico aveva sentore (e timore).
Non a caso Powell cita un verso che nell’Eneide è pronunciato dalla Sibilla Cumana. Avrebbe potuto scegliere tra altre mille immagini di guerra, ugualmente potenti e suggestive, di cui il poema è pieno, ma è la Sibilla (nella quale, immagino, si identificasse) ad indicare a Enea (=la nazione) il doloroso cammino da intraprendere.

@ ele: secondo me nn è scorretto ma è cacofonico. “sta subendo critiche molto dure” o “in questi giorni viene criticato molto duramente” suona meglio. saluti a selen :)

@ele e nasty: un semplice «subisce» in questo caso va benissimo, senza gerundio (non è che «sta subendo» sia meno cacofonico, con rispetto parlando) e senza passivo, che in italiano è sempre pesante. «Sta venendo» (sììì) è un pedestre calco di «is being», pigro, frettoloso o entrambi.

Sono tornata stanotte da Londra…ebbene ho visto un gruppetto i ragazzini, TUTTI BIANCHI, col volto coperto e il cappuccio, veri dementi, prendere a calci e sfasciare i negozietti in Bayswater Road..che impresona…

Sul consumismo ha ragione. Questi qua spaccano le vetrine col Blackberry in tasca.

Credo sia Tiberim. Per il resto, tutto il resto, chapeau.

Non ho l’Eneide a portata di mano, ma “a orecchio” escluderei sia Thyberim che Tiberim: la “e” aggiunge una sillaba che fa saltare lo schema dell’esametro.
Forse potrebbe trattarsi di Thybrim, accusativo di Thybris (forma poetica).
Ovviamente, ampio margine d’errore…

Verificato: è Thybrim, forma poetica grecizzante di Tiberis. Non avevo scandito la metrica. Chiedo scusa a Bordone e a Giulia.

@ ah narno… ma ci facci un piacere, ci facci…

Se l'”Accademia della crusca” e l'”Associazione ex alunni del liceo ginnasio di Sucate” hanno finito, vorrei far notare che è stato fortemente sovrastimato il valore di Giuliano Ferrara.

Adesso correggo una cosa e l’altra, cioè quella E di troppo nel Tevere, e quel valore sballato di Ferrara.

A proposito della citazione latina del grecista Powell, segnalo che – curiosamente – il contesto profetico da cui è estratta prefigura un impero multirazziale quale quello romano (modello di quello britannico), come ben rileva la classicista Mary Beard:
“Looking back at the full text of Powell’s speech, you will find it springs a number of surprises. Not least, Powell never used the phrase “Rivers of blood”. He actually quoted a line from the sixth book of Virgil’s Aeneid. “I see the river Tiber foaming with much blood” (“Et Thybrim multo spumantem sanguine cerno”, line 86). These are the words of the prophetic Sibyl, uttered to Aeneas, the refugee from Troy and ancestor of the Romans, on his way to re-establish his ancestral line on Italian soil.

Uncharacteristically, Powell seems to have overlooked the way the quotation might contradict his own arguments. True, the Sibyl was referring to the bloodshed that would result from Aeneas’ attempt to found his new city in Latin territory, integrating his own line into that of the native population. But that bloodshed would lead to a strong and proudly mixed community of Trojans and Latins. And Aeneas’ Rome in due course would become the most successful multi-cultural society of the ancient world – granting full citizenship to the inhabitants of its imperial territories, and eventually seeing Spaniards, Africans and others on the Roman imperial throne.

Sikh turbans or not, Powell should have thought a bit harder about the implications of his clever classical allusion.”

http://timesonline.typepad.com/dons_life/2006/10/veils_turbans_a.html

Un paio di gg fa nel condominio dove abito – siamo 4 giovani ragazzi extra in un palazzo che prima aveva un eta media credo di 120 anni, adesso sarà di 100 – hanno fregato la pensione a un povero vecchio. In un paio di minuti siamo stati eletti colpevoli e ci siamo svegliati ( che poi questo credo ritira la pensione alle 6 del mattino e glielo fregano alle 8, ma dormi D-o santo ) dal coro di proteste – sono stati i ragazzi del terzo piano, gli extra morissero tutti, adesso gli andiamo in casa…mezz’ora dopo hanno preso il ladro, non straniero.

Così, per dire!

Un paio di gg fa nel condominio dove abito – siamo 4 giovani ragazzi extra in un palazzo che prima aveva un eta media credo di 120 anni, adesso sarà di 100 – hanno fregato la pensione a un povero vecchio. In un paio di minuti siamo stati eletti colpevoli e ci siamo svegliati ( che poi questo credo ritira la pensione alle 6 del mattino e glielo fregano alle 8, ma dormi D-o santo ) dal coro di proteste – sono stati i ragazzi del terzo piano, gli extra morissero tutti, adesso gli andiamo in casa…mezz’ora dopo hanno preso il ladro, non straniero.

Così, per dire! Infatti adesso clicco su Dillo.