lunedì 17 ottobre 2011
Sorridete
L’altro giorno c’è stata la grande manifestazione contro la crisi.
La crisi non è generata da atti volontari di uno solo: è l’effetto di una quantità di eventi che intervengono su una matassa enorme di variabili, nella quale stanno i soldi dei plutocrati, le speculazioni, gli stipendi di milioni di persone, la distruzione di una foresta, la rinascita di un paesino, il mutuo della casa, il successo individuale di un ristorante, il crollo economico di una lavanderia. «Sono solo loro!», dicono. «È l’1% della popolazione: mandiamoli via, facciamo qualcosa.» L’economia, il mercato e la globalizzazione non sono fenomeni come lo è un fulmine: sono contenuti culturali, roba fatta degli uomini, dalle idee, dal tempo. Mandarli via è impossibile. Bisogna, al solito, chiedere che cambino certe politiche economiche, certi strumenti che attualmente mettono il gigantesco fascio di variabili nella condizione di un sistema fragile, a rischio, che può perdere stabilità, intrecciarsi, diventare un gomitolo contratto dove quasi tutti stanno schiacciati, e solo i fili esterni respirano. Ma nella vita ci sono anche gli imprevisti, e ci sono anche in qualsiasi sistema complesso (Michael Crichton ci ha scritto tutti i suoi libri). Anche solo capire dove intervenire è complesso.
Ci vogliono cultura, capacità, consenso, politica: si cambiano le cose con competenza e pertinacia, e si raddrizza il sistema. Questo bisogna chiedere, e questo hanno chiesto in tanti nel mondo. I soldi sono vecchi, il capitalismo è vecchio, e non è sperando nel governo dei poveri che si risolvono le cose. Ci vuole gente col massimo dei voti, PhD, Master: tocca essere più bravi dei vecchi, scalzarli col garbo e la convinzione dei risultati. Ci vogliono soldi nuovi, capitalismo nuovo, tocca abbattere le ideologie economiche che non fanno i conti con il passare del tempo. Perché le idee sono come il DNA: sono tendenzialmente conservatrici. Non si può pensare che sia solo la politica a cambiare. Economia e politica sono la stessa cosa solo nei regimi illiberali. Insomma, ripeto, è una cosa difficile. Ogni volta che vi sembra che sia facile, che sia assurdo non esserci arrivati prima, che siano tutti pazzi, che tirando una leva nascosta nel bosco arrivino buon senso, felicità e giustizia, ecco, sappiate che probabilmente l’impressione che avete è una stronzata.
Della manifestazione però si è parlato poco. Anzi, non si è parlato per niente. Come successe a Genova, si è parlato tantissimo di quello che è successo nelle strade. Non di quello che si è detto o chiesto, ma solo di come un tot di persone abbia giocato alla guerra. Degli altri, del 98% dei partecipanti, non ha parlato nessuno, se non per dire quello che non erano, che non volevano: non erano violenti, non volevano la violenza. Evviva.
Nel nostro paese è impossibile organizzare una grande manifestazione di dissenso senza che parta il simpatico gioco della guerra. È un gioco, niente di più. L’idea che bruciare una camionetta delle forze dell’ordine sia una cosa per cui abbracciarsi commossi e darsi dei cinque non ha a che vedere con l’intelligenza collettiva: è una stupidaggine privata, per quanto condivisa. E non c’entra con la democrazia che i movimenti popolari vogliono condizionare e migliorare: è proprio un altro sport, un altro mondo, un altro obiettivo, un altro orizzonte. Sono come quelli che fanno la guerra nei boschi con le pistole di vernice. No, scusate, sono molto peggio. Non lo fanno per il gusto consapevole della guerra sciocca, ma vestendo i panni dei vendicatori, di chi si fa carico dei peccati del mondo, fa il lavoro sporco per tutti, Gesù Cristo con le pietre in mano. E questo è grave: narcisistico, falso, fascistello e ricattatorio.
Non so come si faccia a tenere lontani i violenti, come si convincano quelli tutti bardati per la guerra a non farla, come si evitino le loro botte sbrigative e cariche di «cosa volete sapere voi della lotta». Non lo so perché non ho esperienza in queste cose, né voglio averla.
Quello che so è che dovete distinguervi, voi che volete dire qualcosa qualcosa, e dovete farlo in fretta, con convinzione, perché così — l’avete visto — non si parlerà mai di voi e di quello che pensate. Io ho il vago sospetto che tra le cose che manifestazioni come quella dell’altro giorno chiedono ci siano un mare di banalità da buon selvaggio dell’economia. Ma non fa niente, non mi importa in questo momento. Se sono delle cretinate, verranno giudicate tali; ma almeno verranno giudicate, se ne parlerà, ci sarà del buono, ce n’è quasi sempre almeno un po’.
Il punto è che vi tocca essere molto molto diversi da quelli. E per farlo dovete sorridere. Dovete capire che Pannella non merita sputi. Polemica aspra quanto si vuole ne ha sempre masticata, gli si dà del deficiente quante volte si vuole, ma gli sputi fanno schifo. Non fare schifo, ecco, dovrebbe essere un bel punto di partenza. A meno che non ci sia gente che abitualmente sputa in faccia alle persone. Se c’è, evitate di farci manifestazioni assieme. È il problema della violenza. La violenza non è normale. Mai. La violenza non è un sottoprodotto della manifestazioni, della massa, della folla, dello stadio, di niente di niente. Nelle società civili e evolute gli umani si ritrovano anche a centinaia di migliaia senza che ci sia violenza. Tocca prendere quel modello lì, anche a distanza, non le P38. Una cosa, sì, una sola va uccisa: la tradizione.
Uccidete le manifestazioni, il ricordo di Genova, l’orgoglio del corteo; uccidete Pasolini, Valle Giulia, le mani alzate, i megafoni, la parola “provocazione”; uccidete le protezioni, l’antagonismo, la guerra bella anche se fa male, la controcultura. Fate fuori tutto.
Sorridete. Non urlate nei microfoni. Siate felici di essere in tanti, in piazza, a Roma. Se vi intervista la televisione, ricordatevi come è fatta la televisione, studiatela, cercate di conoscerla, usatela per dire quello che volete. Felici. Sicuri. Belli. Convinti.
Altrimenti, se volete andare avanti così, ricordatevi che perdete del tempo, non serve a niente, vi state solo contando, pezzi di corteo, gente dietro agli striscioni, ci sono questi e ci sono quelli, ma non state facendo niente. Aggiungete solo pagine alla forma più cronica di conservatorismo di sinistra: le solite manifestazioni di opposizione al governo, con formiche operaie e formiche guerriere.
Tutto preciso. Vado a cercare la leva nel bosco…
scritto da carodiario lunedì.17.10.11 13:15
Sottoscrivo.
Aggiungo che non trovavo giusto mettere in mezzo Draghi. Che poi solo a me Draghi ricorda Donald Draper di Mad Men? (p.s. Mad Men mi ha suscitato grosso abbiocco nella sua ultima annata)
scritto da @bar_abba lunedì.17.10.11 13:57
per una visione lucida, non retorica, senza scadere nella dialettica violenti/pacifisti, per capire cosa è successo sabato e perché il Corteo nazionale dei movimenti è un gioco morto per sempre: http://www.wumingfoundation.com/giap/
scritto da t:z lunedì.17.10.11 14:39
sottoscrivo. mi sembra che a volte, a molti (me compreso), per pigrizia o mancanza di informazioni sfugga la complessità micidiale che caratterizza i nostri sistemi.
scritto da ale lunedì.17.10.11 14:41
ma mi si notava di più se non andavo o se andavo e restavo in disparte?
scritto da mjk lunedì.17.10.11 14:47
Sì va bene Matteo spariamo al chiaro di luna ma uno come te che ci ha la visione lucida e il disincanto postmoderno non può non vedere come coprire di sputi Pannella sia, su tutto, una necessità storica.
scritto da guglielmo lunedì.17.10.11 15:15
[...] mai nessun problema, men che meno problemi così complessi. C’è chi queste cose le ha già scritte, idee su chi c’è a manifestare (e anche su chi non c’è, come il nemico [...]
scritto da Res Publica » Giovani vecchi lunedì.17.10.11 15:20
Bordone ha ragione.
Gli sputi su Pannella sono uno scandalo.
Non si sputa a nessuno, tantomeno a un signore di 80 anni.
scritto da Franco lunedì.17.10.11 15:40
Ma tu sei sicuro, sicuro sicuro intendo, che se togli la violenza (evabbè), gli sputi a Pannella (evabbè), i megafoni (evabbè), gli striscioni con le scritte buffe tipo liceo (evabbè), le bandiere delle organizzazioni (oddio, che roba orribile, le bandiere di plastichina con il simbolo di una qualsiasi organizzazione politica sindacale studentesca), le kefiah al collo, i pugni chiusi, le scritte buffe sui muri con lo spray, la musica house sui camion con qualche trans in mutande che balla (siamo moderni, noi…), quelli con le maschere di berlusconiputinbush, quelli vestiti da animali che fanno il balletto perchè i cacciatori gli sparano (checcazzo c’entri, oggi, qui, dovrebbero chiedergli), quelli con le trombette PEEEEEEEEEE e i fischietti FIIIIIIIIIII, quelli che guidano i cori con le rime divertenti, ecco, sei sicuro che tolti tutti questi simboli e retaggi e rimasugli del passato, sei sicuro che sarebbe rimasto qualcosa?
Io ho dubbi, grossi dubbi, dubbioni…
scritto da Hip. lunedì.17.10.11 15:43
Perchè l’inciviltà di un individuo deve essere estesa come un enorme lenzuolo a chi gli sta intorno? Attorno a Pannella, che volpineo si è infilato nella pancia della bestia, c’era quello che sputava, quello che insultava, quello che era solidale, quello che si è fermato a parlare civilmente.
scritto da Olivetti lunedì.17.10.11 15:45
no, anche la necessità storica è da spazzare via. Adesso pannella è il martire e lo sputazzatore non riuscirà mai a far valere la sua idea. Dobbiamo capire che nessuno di noi ha lo spazio per comunicare il nostro pensiero, mentre i pannella hanno sempre un microfono pronto. Quindi non siamo neanche alla mia parola contro la sua, ma al mio sputo contro il suo ragionamento: e li non si può uscire che sconfitti. Questo in piccolo, in grande c’è la violenza e ciò che ne consegue.
scritto da manuel colombo lunedì.17.10.11 15:53
Non facciamo del trambusto sugli sputi a Pannella. Certo che in un contesto così gigante ci sono i cretini, e i cretini magari sputano; certo che i radicali si sono comportati da scemi, hanno perso la base di simpatizzanti libertari di sinistra, e ora sono allo sbando; certo che per Pannella prendere gli sputi è comunque una sfida, per come è fatto (uno che beve la piscia al telegiornale, ricordiamolo, e non si rende conto che si parlerà solo della piscia, non della ragione dello sciopero della sete). Resta il fatto che sputare fa schifo. Da adulti, in pubblico, evitare di fare schifo. Possiamo forse tenere ferma questa massima, senza metterci dei distinguo.
scritto da Matteo Bordone lunedì.17.10.11 15:55
Ho condiviso il post ovunque, sottoscrivo tutto. Quello che però si legge sono analisi molto più superficiali, e non nei bar, ma sui giornali, e questo mette molta tristezza. Sul mio blog ho scritto che siamo più vecchi dei vecchi contro cui pretendiamo di protestare (in quei modi vecchi)
scritto da Ivana lunedì.17.10.11 17:14
Io quel vecchio grullo l’ho pure votato… uno sputo metaforico ci sta bene, ed anche a me, allo specchio…
scritto da Scorretto e banale da bar lunedì.17.10.11 18:07
Non credo che il grande movimento popolare che nel mondo sta chiedendo che la politica e l’economia cambino strada sia fatto da gente convinta che si debba cercare la leva nel bosco. Piuttosto penso che ci sia troppa gente in mezzo al guado che, per difendere il proprio orticello, vada dicendo a destra e manca che il problema è molto complicato spesso come alibi per lasciare le cose come stanno.
I devastatori : un gioco e niente più? Chi l’ha detto ? Alberoni ? Chi si scontra in piazza con reparti professionali di polizia armati e in assetto antisommossa, rischiando galera e incolumità fisica è nella sua grande maggioranza gente che ha poco o nulla da perdere, gente disperata che sta facendo della violenza di piazza la propria ragione di vita. Dici che costoro non c’entrano nulla con la democrazia che i movimenti popolari vogliono migliorare e condizionare. Si, lo penso anch’io ,soprattutto perché non credo che chi è disoccupato, sottooccupato o precario privo di prospettive ragionevoli di inserimento possa davvero pensare di vivere in un ambito democratico.
“Nelle società civili ed evolute gli umani non esercitano violenza.” Giusto. Purtroppo non mi sembra per ora di vedere società civili ed evolute negli immediati dintorni e la violenza di ieri, per quanto deprecabile, è ben poca cosa rispetto ai livelli di violenza sociale nella quale siamo immersi a meno che non si sia tanto sprovveduti da credere che la violenza siano solo i pugni in faccia . Oggi tutto è più raffinato ed elegante e la violenza si presenta quasi sempre in cravatta e doppiopetto, anche se, per la verità, manganelli e calci nei testicoli sono sempre dietro l’angolo.
Quanto all’evoluzione coraggio, manca poco per raggiungere il picco dopo il quale sarà impossibile tornare indietro:
distruzione delle foreste, impoverimento dei mari, avvelenamento dell’aria e delle acque, minaccia alla biodiversità,scomparsa di migliaia di specie e brevetto delle sementi sono ormai a buon punto. Ma niente paura il tunnel dei neutrini e Steve Job che ci segue dal cielo ci salveranno.
Caro Bordone non è obbligatorio pronunciarsi su tutto,a volte quando si è a corto di argomenti seri è meglio il silenzio anche se capisco che in un momento come questo si rischia di porsi ai margini di qualcosa di fondamentale e di passare per esperti solo in cazzeggio.
Il fatto che fra i milioni di giovani che protestano in tutto il mondo molti non siano dei grandi esperti d’economia non
autorizza te a scrivere un mare di banalità da buon selvaggio della sociologia.
scritto da Erik lunedì.17.10.11 18:38
Pensando a Roma, coi ricordi di Genova, mischiando pubblico e privato.
Lungo, troppo: si accetta censura preventiva.
Io voglio dire qualcosa, ma non trovo più un “megafono collettivo” per farlo: adolescente, ho creduto fosse la sezione di Rifondazione Comunista della mia sfigata provincia meridionale d’origine (sfigata, ma quanto a umane categorie spirituali, non peggio dei dintorni varesotti di cui scrivi): ho militato per tre anni, considerando miei mentori due coniugi, ex di Lotta Continua, entrambi sindacalisti.
Andavo all’Ergife con il biglietto del treno Espresso pagato dal partito e il gentile omaggio di un litro d’acqua naturale e di una rosetta senza companatico.
Mi chiedo ancora se fosse una metafora sincretica quel panino: il pane e le rose?
Non era la mia strada, ma torte e crostate di mele che sfornavo per la festa di Liberazione ricevevano più complimenti delle salsicce e si vendevano bene: una grande soddisfazione.
Ho tentato, poi, con quelli del PDS, DS, PD, ma la scintilla con il “partito” non c’è stata: direi che ho avvertito nausea da subito.
Nel frattempo mi sono laureata in filosofia, ho avuto una tormentatissima relazione quinquiennale con un sosia meridionale di Civati (intendo come fenotipo), per cui non riesco ad ascoltare né lui (Civati) né altri rottamatori dalla faccia pulita, stile “il fidanzato che tutte le mamme vorrebbero per la propria bambina”: non riesco a prescindere dalla piaggeria di un singolo, subita in privato (ma lui militava nel pd e, nei discorsi pubblici, infilava le stesse parole che usava con me, nello stesso modo, per ottenere lo stesso effetto di circonvenzione d’incapace… a mio giudizio… privato e pubblico raramente si scindono).
Sono felice di non provare più attrazione fisica per uomini simpatizzanti del PD, ma mi dispiace non avere un mentore, dei punti di riferimento, il “megafono collettivo” di cui dicevo, che amplifichi anche la mia voce, che le dia un uditorio ascoltante e pensante perché sono maldestra nel comunicare da sola, ho la voce tipo quella della Jervolino e fuggo i microfoni.
Ho ancora voglia di dire qualcosa.
Per pregiudizio del ridicolo, ho smesso di proferire parola, a lungo.
Mi è tornata voglia di parlare, ma continuo a temere di proferire cazzate. Opto per la scrittura, per esprimermi con maggior ponderazione e ti uso come spunto maieutico: se non mi censuri o attacchi, vuol dire che posso almeno parlare “uno a uno”.
Non è una conversazione, non siamo né amici né rottamatori del PD, ma ha un minimo di senso, speculare credo.
Resta il problema di “allargare” il mio bisogno di parola: oltre la cerchia del “ciao-come-stai-cara-amica-che-non-vedo-quasi-mai?”, oltre un solipsistico twit.
Mi resta spesso un groppo di non detto in gola e spesso lascio cadere le occasioni di dirlo perché temo che mi adeguerei ai miei interlocutori: “Zelig” di turno, non per compiacere, ma per non distruggere il minimo comune denominatore necessario alla conversazione.
Quando non c’è il mcd, soprassiedo.
Nel tuo caso, per esempio: leggo divertita il tuo “divertissement merceologico”, ma cosa dovrei dirti? Mi presti il tale oggetto, così me ne faccio un’opinione? La lista dei “desiderata” che non avrò mai s’allunga, ma non patisco “invidia merceologica”, quindi non ti direi che, prima di comprare l’Iphone, ho bisogno di: infissi e scaldabagno nuovi, aggiustare il radiatore a gas.
Comincio ad aver freddo, ma che c’entra con il telefono che preferisci il plexiglass che ho ritagliato per sostituire il vetro rotto della finestra? Niente.
Certo, non ho argomenti di conversazione sull’Iphone, ma non ne ho neppure con i neo luddisti o con gli pseudo-anarchici-spacca-tutto… però mi è dispiaciuto vederne prelevare uno (di pseudo-anarchico) sotto il cavalcavia di viale delle Rimembranze, a Milano. Ieri sera: l’ha portato via un carabiniere, uscito da un blindato come quello incendiato a Roma. Il blindato era parcheggiato sotto il ponte, per beccare, credo, chi riempie i muri di scritte anti TAV e pro anarchia. Io passavo in bici, sperando nell’apertura domenicale del LIDL di via Saccardo. Per il carabiniere appostato ero un sedere a spasso. Me l’ha fatto sapere a voce alta, dal blindato: “Vorrei essere il tuo sellino”. Un complimento gentile, tutto sommato, per una che al momento si sente tristemente culona. Uno smacco deontologico per l’uomo dell’intelligence. Per il presunto anarchico forse sarei una schiava della GDO, asservita alla società delle merci. Non lo so, perché lui non s’è voltato al mio passaggio, né ha mai saputo che la mia meta fosse il LIDL: quando ripassavo sotto il cavalcavia, veniva tirato per il cappuccio della felpa nel furgone. Mi ha fatto piangere lo skateboard del writer prelevato, rimasto solo, lo skateboard… Come si chiama? L’hanno rilasciato. Ne avremo notizia dalla stampa? È anche vero che mio fratello fa il carabiniere, ha gli anni di quello sfuggito al blindato in fiamme e non vorrei vederlo rischiare la fine del topo per mano di un coglione incattivito, non solo perché è mio fratello, ma anche perché è un buono, ha la fobia del sangue, non ammazza neppure le zanzare, non è il braccio armato del Leviatano, fa un lavoro che gli è capitato per mancanza di audacia e di passioni mista a tema di disoccupazione. Fa il carabiniere per caso, ma non a caso: è molto scrupoloso e s’indigna se non può esserlo abbastanza perché il sistema glielo impedisce. A una manifestazione tra gli indignati, però, preferirebbe un giro in bici.
Anche io.
Ho pensato che dovrei affiliarmi a qualche gruppo di precari: ce’ RE-RE-PRE, la Rete dei Redattori Precari, che farebbe al mio caso, a meno che non abbiano già inventato la Carboneria dei Videoterminalisti Notturni.
Eppure, resta qualcosa che non mi persuade. Accidia? Non credo. È la stessa roba che non mi persuade nel tuo discorso, che pure sto commentando: la necessità di adeguarsi all’idea altrui di comportamento prosociale, “società civile”, controcultura… per potersi dire qualcosa.
Non si sputa a Pannella, non si rompono le cose degli altri, tantomeno il soma degli altri, ma non voglio ammazzare l’antagonismo e allo stesso tempo voglio continuare ad essere un’iconoclasta. Non si può protestare solo mirando alla miglior comunicazione possibile con i media. Forse i proiettili di vernice colorata non sono un’idea stupida: ci si potrebbero “impallinare” i loghi delle banche, i nomi delle agenzie interinali, le insegne dei punti vendita “Super Elite”, i parabrezza dei SUV… invece d’ifrangere vetrine e bruciare veicoli.
Sono per la non violenza e il dare fastidio: l’epifania di un’incazzatura può somigliare alla cordialità di un “apericena” tra colleghi? Sei sicuro che Gesù non tirerebbe mai e poi mai una pietra? Magari non scardinerebbe sanpietrini… questo sì. Magari continuerebbe ad aborrire la lapidazione delle escort, ma farebbe un occhio nero a Terry, non perché si vende, ma perché con lo zigomo tumefatto avrebbe il tempo di stare a casa come una racchia, a studiare Kant da sola, senza mentori come Sgarbi e Ferrara. Magari Terry con un occhio nero, temporaneamente racchia, riformulerebbe in sé il Bello e il Sublime.
Io sto usando un po’ il paradosso, consapevolmente, ma pur accettando questa premessa dialettica, non sopporto di essere diventata, parola dopo parola, quella che suggerisce l’iconoclastia non violenta, con i proiettili di vernice, invece che con le mazzette da muratore; quella che farebbe un occhio nero a Terry, per renderla temporaneamente racchia e propole la lettura casalinga del Sublime kantiano.
Vedi che cosa succede a dire qualcosa? Anche quando si è convinti dell’idea di fondo?
Entrando a far parte di un gruppo, condividendone i principi, mi sovraccarico di un eccesso di resposabilità: non posso più procedere semplicemente ammirando “il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”, come diceva convinto e forse sorridente il buon Kant, perché ho esteso i limiti della mia responsabilità individuale, rivendicando ragioni comuni a quelle di altri (il diritto a una vita dignitosa, con la rete di protezione dello stato sociale, non della sola famiglia d’origine; il diritto al lavoro, anche se sono laureata in filosofia e ho due master inutili: il diritto a un’occupazione continuativa, non necessariamente sempre la stessa, magari modesta e con tutte le variabili di flessibilità contrattuale possibili, ma garantita… altrimenti un sussidio).
L’idea di scendere in piazza come individuo e tornare a casa come “pezzo di corteo”, aggettivo sostantivato (indignato)… mi scoraggia e mi fa desistere, quindi stiamo parlando per assurdo, ma non riesco neppure a pensarmi mentre protesto plasmata dal tuo invito. Mi sento chiamata al “conformismo elitistico della comunicazione efficace con il tocco geniale e la spremitura extravergine di meglio gioventù”; ripenso a Civati (niente di personale, a parte la faccia e la prossemica che lo fanno sembrare un clone del mio pseudo ex) e mi rimbomba mia madre tra incudine e martello.
“Stai composta, comportati da signorina, non correre, non sudare, non spettinarti, sii educata, non sporcarti”.
Non so come dire il qualcosa di cui pure sento l’urgenza perché non vedo lo spiraglio in cui infilare il cambiamento agito da me.
A pensarci bene, anche il motivo per cui non scendo in piazza dal 22 luglio 2001 (Genova) ha il nome e la faccia di un uomo, che non è un mio ex in senso biblico, ma un mio ex amico: io implodo, lui esplode tirando sassi. Non ha fatto il master d’intifada in Grecia come il fantomatico F., pugliese guerriero intervistato per “la Repubblica” da Carlo Bonini e Giuliano Foschini: ha studiato tra le falangi degli ultrà allo stadio. A voler fare dietrologia freudiana, il mio ex amico è pieno di ragioni edipiche per credersi in guerra. Gli ho anche suggerito che le sue idee violente d’nternazionalismo sono compatibili con un arruolamento nella Legione Straniera. Lui non ha obiettato.
La verità è che per fare la guerra di mestiere ci vuole costanza: il mio ex amico e quelli della sua banda hanno il fisico e corrono lesti, anche ora che son prossimi ai quarant’anni, ma scaricata l’aggressività in piazza o allo stadio, si stordiscono di vino e di canne. Non hanno la tempra dell’ufficiale gentiluomo, ecco.
Io a Genova mi rifugiai nel sottotetto di un palazzo, non appena l’impronta di un manganello mi si stampò tra la scapola e la nuca perché il mio ex-amico, trasformista, da capellone giuggiolone con le chiome al vento e un panino col salame in mano, in un batter d’occhio era diventato un black-coso con una calza autoreggente in faccia, casco in testa, liquido incendiario nelle bottigliette di Zuegg alla pera! Ho raggiunto l’autobus per tornare a casa all’ora prevista: il gruppo con cui ero arrivata a Genova, un gruppo di pacifici sindacalisti, cassintegrati, disoccupati, interinali, studenti e casalinghe era miracolosamente intatto, tranne il mio ex amico, ferito dalla sua guerra con l’ordine costituito, nascosto nel portabagagli del pullman.
L’ho aiutato a vomitare e anche a fare pipì, perché era ubriaco e aveva preso troppe randellate sulle dita (un indice, i due anulari e i due medi… fratturati) per coordinare i movimenti utili a non farsela addosso.
Gli ho anche spalmato diclofenac sulle mani, premuto per tutto il viaggio il ghiaccio istantaneo sulla fronte, che mi teneva sul petto senza lascivia, singhiozzando e dicendo cose sconnesse, tipo: “Mi hanno spezzato i dotti lacrimari, sbirri bastardi, non ho neanche il diritto di piangere, pure le lacrime si sono fottuti”. In realtà il mio ex amico aveva pure riportato un trauma cranico non da poco: perdeva liquor dal naso e non lacrime dagli occhi. È stato in neurochirurgia due settimane, anche per la sua testa di cazzo: per non farsi identificare rifiutò il pronto soccorso per sei giorni. Poi stramazzò nella doccia e con i paramedici dell’ambulanza, madre omertosa complice, attribuì le contusioni e le fratture a una partita di hockey! Gli fu necessario un drenaggio spinale per rimediare alla meningite causata in parte dalle manganellate in testa, in parte dalla sua scempiaggine.
Il 22 luglio del 2001 non ho ammazzato l’antagonismo e neppure Pasolini (che un po’ amo e un po’ detesto, ma mai quanto detesto chi lo cita): ho ammazzato, idealmente, un mio amico, perché non posso affidare “legge morale dentro di me” a dei coglioni come lui e quelli della sua falange.
Qualcuno chioserà che si nasce incendiari e si muore pompieri, ma nel 2001 avevo 23 anni, non mi sono spenta improvvisamente a Genova, brucio ancora, ma vorrei alimentare il mio ardore senza passare per piromane e senza blaterare troppe cazzate. Come?
P.S.
Per un tuo eventuale godimento:
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=15LVUI
Marcello Sorgi, “I caschi e i fantasmi del g8″, “”La Stampa”, 16/10/2011, p. 1.
“Scende come una maledizione l’anatema di di Pasolini a Valle Giulia [...]“.
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http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=15LRH1
Fabrizio Rondolino, “Indignados nel ’68, padroni oggi”, “Il Giornale”, p.8.
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Carlo Bonini e Giuliano Foschini, “la Repubblica”, 17/10/2011, “Il black bloc svela i piani di guerra, “Ci siamo addestrati in Grecia”
http://www.repubblica.it/politica/2011/10/17/news/black_bloc_piani-23345453/index.html?ref=HRER3-1
scritto da Mafe lunedì.17.10.11 19:14
Oggi purtroppo una manifestazione fa notizia solo se scoppia una guerra.
Guardate la Val di Susa, scomparsa dai TG finché non ci saranno nuovi scontri.
Questo per dire che bisogna cambiare radicalmente le basi della protesta. E’ una roba che andava bene negli anni 70… è un decennio che un corteo non cambia un cazzo!
scritto da Watanabe lunedì.17.10.11 20:33
Cos’è? Hanno aperto i cancelli del reparto logorroici del locale CIM?
scritto da andy lunedì.17.10.11 20:35
[...] e’ distrutto, e quello che rimane sono milioni di opinioni personali procedurali e nessuna idea, fatto o atto con un minimo di senso del progresso (nell’etimo:pro-gredior: andare avanti, incontro) [...]
scritto da Costantinopoli | ilQuartoManiero lunedì.17.10.11 21:11
Oh, sì, ecco la soluzione: felici sicuri belli convinti.
Poi però vado al supermercato e vedo i pensionati fare la spesa con in mano il giornalino dei prodotti in offerta, ma quanto sono poco felici sicuri belli convinti.
E poi accendo italia uno, il canale felice sicuro bello convinto, e c’ è safiria leccese a raccontarmi come vanno le cose, mica matteo bordone.
attento bordone che c’ è sempre qualcuno più felice sicuro bello convinto di te.
scritto da mitridate impozzallo lunedì.17.10.11 22:43
Dissento su parecchie cose. Ne scrivo alcune, scusandomi per gli apostrofi al posto degli accenti che c’ho la tastiera strana.
Intanto, queste manifestazioni non sono contro la crisi in se’, ma contro il fatto che a pagare per gli errori del sistema politico-finanziario attualmente in voga siano i cittadini tutti.
Poi non sono d’accordo sulla questione della grande e imperscrutabile complessità’ del sistema. Scusami, ma mi sembra un alibi per non addentrarsi nella questione e un modo un po’ paternalistico per dare dei coglioni a un sacco di gente che sta manifestando in tutto il mondo. Il successo individuale di un ristorante e il crollo economico di una lavanderia non c’entrano proprio un cazzo con questa crisi, come non c’entrano niente i paesini e le foreste. Certo, l’economia e la finanza sono cose complesse, ma per capire cos’e’ successo a questo giro non servono ne’ PhD ne’ Master, basta passare un paio di fine settimana a documentarsi.
Le grandi banche (i cui consigli d’amministrazione sono fatti di individui) decidono di prestare soldi a gente che non da’ garanzie sufficienti, cosa che in se’ non si dovrebbe fare. Lo fanno per fare più’ soldi e lo fanno perché degli altri individui (per esempio Alan Greenspan) glielo permettono. Lo fanno anche perché hanno trovato un modo per cui, se poi una parte di questi tizi senza garanzie effettivamente non paga, il costo se lo dividono con altri loro clienti che hanno altri tipi di titoli (senza avvisare questi ultimi).
Il sistema, ai dirigenti delle banche e ai funzionari pubblici del tesoro ecc., e’ ben chiaro.
Solo che, sorpresa, la gente che non restituisce i soldi alle banche e’ molta di più’ di quella che le banche si aspettavano, per cui le banche vanno in bancarotta, portandosi dietro un sacco di gente che aveva comprato titoli -anche sani- attraverso quelle banche.
A questo punto i governi, che tra l’altro si sentono anche un po’ colpevoli per aver permesso alle banche di giocare a questo gioco pericoloso, devono tirare fuori una barca di soldi pubblici (quindi di tutti i contribuenti) per evitare una catastrofe. Purtroppo pero’, facendo questo si indebitano un casino, e i conti pubblici iniziano a traballare. La cosa ironica e’ che anche le banche appena salvate, visto che hanno un sacco di soldi investiti in titoli di Stato, ci rientrano in crisi.
Il risultato di tutto questo e’ che i governi di mezzo mondo, rimasti senza soldi, iniziano a tagliare fondi alla sanità’, all’educazione, alle pensioni, ecc. tutte cose che si ripercuotono sui cittadini tutti.
Chiaro che questo e’ un bigino incompleto e con i suoi difetti, ma a mio parere e’ meglio che dire “Ah, senza un PhD alla London School of Economics non vale neanche la pena che vi ci mettete, ragazzi”.
E tra l’altro, se li conti, i CEO e gli altri pezzi grossi di queste banche, più i vari funzionari pubblici che regolamentano la finanza e il comportamento delle banche, mettiamoci anche tutti i broker delle maggiori piazze d’affari mondiali, sono meno del’ 1% della popolazione mondiale! E sono gente specifica, individui che hanno preso decisioni, fatto scelte, fatto miliardi, ecc.
Non sono un grande spirito immateriale della storia fatto dalla cultura, dai popoli e dal tempo. No no! C’era proprio un tizio li’ seduto a un certo punto, uno in particolare, che ha pensato, ma senti, perché non proviamo a fare così? Secondo me funziona. Altri gli hanno detto no no, sei pazzo, altri gli hanno detto sei un genio, e poi alla fine la maggioranza di quegli individui seduti in un consiglio di amministrazione ha deciso di provare. E altri individui, incaricati di vigilare sul comportamento delle banche, li hanno lasciati fare.
Ora, io perdonerei alla gente che se l’e’ un po’ presa nel culo per via di tutto questo equilibrismo finanziario il fatto di gridare a quei tizi: andate a casa! Anzi, magari ci andrei pure io ad aggiungermi al coro, invece di dir loro – che probabilmente non hanno moltissimi soldi – di farsi un master o un PhD che poi ne riparliamo.
Un’altra cosa.
“Ma nella vita ci sono anche gli imprevisti”. Vero, ma non in questo caso.
Questo non e’ stato un incidente che ha de-elettrificato il recinto dei velociraptor scatenando il casino. Qui e’ come se il simpatico nonno di Jurassic Park avesse avuto la pensata di lasciar scorrazzare liberi i lucertoloni nella speranza di attrarre più’ visitatori e fare di conseguenza più’ soldi. Solo che poi i velociraptor una volta che sono liberi non guardano in faccia nessuno, e si mangiano sia i buoni che i cattivi, perché qui alla regia non c’e’ Spielberg ma proprio un cazzo di nessuno.
Chiaramente mi piacerebbe moltissimo poter litigare su queste cose di persona, ma purtroppo siamo lontani.
Un abbraccio.
E lascia stare Pasolini, che se no a Natale ti regalo tutte le poesie.
scritto da Michele lunedì.17.10.11 22:57
In estrema sintesi, non sono abbastanza telegenici.
scritto da Alessandra D. martedì.18.10.11 01:04
Sono naturalmente diffidente nei confronti di chi mi dice che le cose sono semplici.
Col tempo ho sviluppato anche una forte diffidenza verso chi sostiene che le cose sono complesse, così complesse che conviene stare a casa e lasciar fare gli esperti.
Sarà la vecchiaia.
scritto da andy martedì.18.10.11 01:36
Non tutti devono essere esperti. Chi scalza i vecchi sì, però. Questo intendevo. Poi sul resto, sul rapporto tra spaccare pe pietre in testa alla gente e la «violenza sociale» di cui qualcuno parla, non so proprio cosa dire: è il solito alibri che si usa per giocare alla guerra. Da decenni.
scritto da Matteo Bordone martedì.18.10.11 01:52
Nel libro “Jurassic Park” il simpatico nonno non è simpatico ed alla fine i dinosauri se lo magnano.
scritto da john martedì.18.10.11 05:40
Nessuno vuol fornire un’alibi alla violenza dei poveracci. Perchè di questo si tratta, poveracci senza alcuna prospettiva se non quella di peggiorare in questo modo la propria situazione e che potranno essere spazzati via senza tanti complimenti in qualche ora e con l’applauso di tutti, compresi i non violenti, quando lo si riterrà necessario.
Eppure, in un contesto dove l’intelligenza è quotidianamente esibita come da altre parti un abito firmato, sarebbe auspicabile qualche tentativo di spiegazione un po’ più articolato che non la definizione della violenza di piazza come “gioco”.
scritto da Erik martedì.18.10.11 10:14
santo cielo, signor bordone. questa volta mi hai quasi fatto scendere la lacrimuccia…
scritto da Divisoperzero martedì.18.10.11 11:51
Ottimo. In Italia sembra che nessuno voglia guardare avanti, post come questi servono assai.
Aggiungo, credo che uno dei malintesi in questi movimenti è l’idea che i cambiamenti si facciano tutti assieme, in armonia, che siano una cosa bella, vittoriosa, momento di trionfo collettivo. A furia di aspettare questo, non cambia nulla.
Il cambiamento si fa in solitudine, lasciando gente indietro, spesso anche gente che ci piace ma che non è d’accordo con il nostro cambiamento. Significa dare un esempio, nella speranza di trovare qualcuno, anche pochi, che stiano andando nella stessa direzione, e questo non si fa in mezzo ad una folla. Fa paura, deve fare paura, ma è l’unica: una folla è conformista di natura, e il conformismo non cambia nulla.
scritto da Emilio martedì.18.10.11 12:14
Prendersela con “la violenza” è come prendersela con la miopia o la siccità. E’ una pulsione semplicemente ineliminabile da un contesto umano e nei casi che citi (“Nelle società civili e evolute gli umani si ritrovano anche a centinaia di migliaia senza che ci sia violenza”) si è arrivati a quello stato di cose tramite l’uso della violenza, magari per rimuovere gli ostacoli che non permettevano simili riunioni virtuose.
E a meno che non si creda di vivere in un mondo incantato sarebbe bene avere coscienza del fatto che la violenza, prima o poi, tornerà.
Persone forse migliori di noi una novantina di anni fa avrebbero giurato sul proprio figlio neonato che la I Guerra Mondiale sarebbe stata l’ultima.
Prova a pensarci.
scritto da Sombrero martedì.18.10.11 12:21
[...] grande manifestazione contro la crisi. La crisi non è generata dalla volontà di uno solo – come spiega bene lui – ma è l’effetto di una quantità di eventi che intervengono su una matassa enorme di [...]
scritto da Le facce della crisi | Ludik – di Luca Di Ciaccio martedì.18.10.11 13:09
Ottimo post, appena avrò tempo leggerò anche i lunghi commenti degli altri.
Anche a me il “movimento” sembra già vecchio (e se lo dico io che sono un vecchio 35enne, fidatevi): ieri a “L’infedele” su La7 non accettavano domande cui rispondere, ma leggevano “comunicati”…bah, davvero roba da anni ’70. Alla faccia di chi dice che “la protesta è su Internet”.
scritto da Enzo martedì.18.10.11 13:41
Concordo appieno con Bordone: uccidere la tradizione; rifiutare la violenza in tutte le forme (neanche uno sputo) e lasciare la sua gestione esclusiva allo Stato.
Aggiungo: le critiche più sensate al sistema finanziario attuale le ho sentite fare da Luigi Zingales, Michele Boldrin, ilsole24ore ecc., non dal “99%”.
scritto da rr martedì.18.10.11 13:41
Certo Matteo, tutto molto sexy. Ma è certo che la violenza di alcuni Suoi twitt vada nello stesso senso? Anche Lei ha un dovere morale dato dal privilegio della responsabilità di avere lettori che la stimano. Mi creda. Con anch’io stima.
scritto da Alfredo Chismi martedì.18.10.11 14:40
Hai dimenticato ‘..dimenticatevi di Giorgiana Masi’, imperdonabile
scritto da Francesca martedì.18.10.11 14:55
Certo Matteo, tutto molto sexy. Ma è certo che la violenza di alcuni Suoi twitt non vada nello stesso senso? Anche Lei ha un dovere morale dato dal privilegio della responsabilità di avere lettori che la stimano. Mi creda. Con anch’io stima.
scritto da Alfredo Chismi martedì.18.10.11 16:20
non viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma una volta era ben peggio. Sono giovane e indignato, come non esserlo. Ma diffido dalle proteste generiche “contro la globalizzazione”: la globalizzazione ci dà gli iPhone prodotti in Cina, ma ci commuoviamo sinceramente per il genio di Steve Jobs. Diffido del pressappochismo della “Casta che deve andare a casa”: perchè porta dei superficiali disinformati a sputare in faccia a Pannella, convinti che abbia votato la fiducia al Berlusca o garantito il numero legale (solenne sciocchezza), senza avere invece della riconoscenza verso l’unico movimento politico, i Radicali, che punta il dito contro lo scandalo anti costituzionale delle carceri italiane sovraffollate.
Diffido delle proteste generiche, preferisco battaglie concrete, mirate. Scommettete che nessun black bloc tirerebbe estintori contro chi approva piani regolatori che devastano quel poco di ambiente che ci rimane? Troppo sforzo mentale capire quel tipo di protesta, troppo di nicchia aderirvi, non ci sarebbe la massa a mimetizzare il gesto vigliacco.
La non violenza, principale forma di ottenimento di risultati immensi da parte degli sfruttati e malpagati, è ben difficile praticarla in centomila persone.
Detesto il precariato, il lavoro flessibile deve avere meno tasse e salari maggiori.
Però vedo anche che nei ristoranti tutte le cameriere sono rumene e bulgare, di italiani e italiane ben pochi. E le badanti? Non ne esiste una che sia nata a nord del Trasimeno.
Nell’agricoltura, trovare un bracciante che abbia studiato Carducci nelle proprie scuole infantili è ormai un’impresa.
Vogliamo tutti un lavoro, ma se è solo da ottocento euro al mese, beh allora meglio non fare nulla, che è pure più comodo. Ci si può svegliare più tardi al mattino e trovare tanti compagnucci con i quali urlare alla Luna.
Detesto la delocalizzazione del Made in Italy, ma vedo tanti ex operai che campano a gratis per due e più anni con la cassa integrazione, facendo magari anche un lavoro in nero.
Cassa integrazione anche ai licenziati delle piccole imprese, allora!!!
Insomma, non so se sia il caso di sorridere. Di certo un’incazzatura sterile fa sorridere proprio i mittenti dell’incazzatura.
scritto da olipan martedì.18.10.11 23:42
Mister Bordone scusi ma lei in che mondo vive? Probabilmente neanche in quello dei puffi perchè anche li alla fine Gargamella viene “ridimensionato”.
Lungi da me l’idea di fare l’apologia della violenza però non mi vengono in mente molti episodi di cambiamenti storicamente e socialmente significativi che non siano passati attraverso, non so come li vogliamo chiamare gesti poco civili? La rabbia è tanta la stanchezza anche e la pazienza è finita quando si arriva al punto di non ritorno nessuno vuole più stare a sentire niente resta veramente poco spazio per ragionare su quello che è giusto oppure no, su quale sia la strategia giusta per farsi ascoltare e dare voce alle proprie istanze in modo intelligente e proficuo. Il discorso è lungo e articolato, l’argomento complesso e non di facile soluzione tantomento all’interno di un blog dove alla fine si tende sempre a parlarsi addosso.
Considerato che sono molto stanca dovessero esserci eventuali errori li prenda per licenze poetiche.
Buonanotte.
MatildeinsegnantediflamencoOlè
scritto da matilde mercoledì.19.10.11 00:56
magari il fatto che i radicali siano entrati in aula all’ultimo non avrà avuto un effetto determinante sul numero legale, ma ricordo male o a novembre scade la convenzione statale con radio radicale? no perché in tal caso, saremmo pure riconoscenti a pannella per i tanti anni di lotta, ma io li sento un distinto odore di 30 denari…
scritto da M mercoledì.19.10.11 08:37
Sorridiamo, incazzati.
scritto da Marco mercoledì.19.10.11 13:50
io sono incazzato.
e non sorrido.
http://www.istruzioniperlufo.it/?p=468
scritto da koden mercoledì.19.10.11 16:40
[...] E quindi da qui cosa facciamo? La smettiamo di scendere in piazza? In piazza ci possiamo anche scendere, probabilmente capiterà nel corso dell’anno che scenderò anche io a protestare in qualche occasione, ma penso che dobbiamo smettere di vedere nella piazza e in generale nella protesta la via per cambiare le cose e risolvere i problemi. Spero che quando scenderò in piazza sorrideremo. [...]
scritto da Sabato in barca a vela, lunedì al Leoncavallo - Kromeboy mercoledì.19.10.11 23:01
” Una cosa, sì, una sola va uccisa: la tradizione.” Piano, aspetta, macchè uccidere. perché? Nei boschi con l accetta a tagliare di netto la tradizione? la tradizione potrebbe non essere solo pigra, abitudine, mano alzata, le manifestazioni, il ricordo di Genova, l’orgoglio del corteo, i megafoni, le protezioni, l’antagonismo, la guerra bella anche se fa male, la controcultura, le radici, eccetera. La tradizione potrebbe essere anche cultura, capacità, consenso, politica; contenitore di idee e pratiche in movimento che trasmette, conserva e anche modifica il suo contenuto. Come il DNA e l’ambiente.
le parole per esempio non sono anche tradizione?
scritto da silvia sabato.22.10.11 21:24