Telerama
mercoledì 23 novembre 2011

Le ballerine no, ma i nani…


È tornato Ricky Gervais. È tornato, ed è bravissimo. Il telefilm si chiama Life’s Too Short, e somiglia molto a The Office, meno a Extras. È un mockumentary, un falso documentario che segue l’esistenza di Warwick Davis. Warwick Davis è un attore nano, noto per aver fatto il capo ewok nel Ritorno dello Jedi, avere recitato in Willow e Harry Potter. Warwick Davis esiste davvero, ma qui interpreta una versione fallita di sé stesso.

A parte il cinema, dove è stato nel migliore dei casi discreto, Ricky Gervais ha fatto tutto al massimo livello possibile, dai libri per bambini alla radio, passando per tv inglese, tv americana, teatro, non so cos’altro. Gervais/Merchant è una ditta premiatissima, efficace, originale, di sostanza, un po’ come Ivory/Merchant (non c’entra una mazza ma volevo fare l’assonanza, nel senso che mi pare buffo che ci siano due coppie creative britannico che hanno come secondo un Merchant, anche se uno si chiama Stephen e l’altro Ismail, uno attore e sceneggiatore, l’altro produttore, va be’, scusate, andiamo avanti).

In Life’s Too Short, di cui sono andate in onda due puntate delle sette previste, quello che è interessante è la relazione che il pubblico instaura con il protagonista. La comicità dell’imbarazzo è un genere che proprio Gervais ha fatto fiorire, e che vede nel ruolo principale personaggi buffi e goffi e imbranati e falliti. Quella di Gervais riesce a essere diversa in uno strano e sottilissimo modo. Il punto centrale è quello della compassione e della cattiveria. LTS descrive situazioni ben oltre qualsiasi limite di sopportabilità, e il protagonista, oltre a essere bravo fino a far cadere le mandibole, è nano. Questo fa di lui un personaggio che al primo giro è perfetto perché se ne rida, ma nella società odierna ottiene presto un altro effetto: mette lo spettatore nella condizione ridere con una certa dose di tensione, di ridere senza che sia mai un atto “liberatorio”, come si dice in questi casi. Non c’è quell’idea di pedagogia di ritorno che ha Sacha Baron Cohen, dove il tema è quello delle candid camera, cioè si ride di quanto gli altri siano in imbarazzo, e di quanto sia più o meno “cattivo” Borat, che esaspera luoghi comuni e razzismi che abbiamo tutti per farli emergere in qualche oscuro modo. Poi quando per far emergere il razzismo metti la faccia nel culo a un obeso, stai mettendo la faccia nel culo a un obeso, e il resto sono stronzate. Qui invece si finisce con le mani davanti alla faccia, si ridacchia arrossendo; se si è come me, e si detestano gli scherzi agli ignari imbarazzati, si lavora di dita davanti agli occhi, quasi come fosse un horror. Fin dove si spingeranno, quanto saranno cattivi non importa. Il tema è prendere un personaggio che fa da parafulmine della miseria, e poi farne esplodere ovunque intorno a lui. Molto presto ci si rende conto che il punto non è il nano dello spettacolo, non sono le sue difficoltà, non è quel genio della sua segretaria senza mento, ma è quello che gli gira intorno.

C’è un crinale sottilissimo che divide questo tipo di comicità imbarazzante da quella di quei comici americani che fanno la gara a chi la dice più mammamia, tipo Sarah Silverman e il suo stupefacente stile “sono una figa ma dico merda troia morta alla gente”: qui si prova compassione per sé stessi, e si finisce subito sulla stessa barca del protagonista. La delicatezza con cui questa linea viene perseguita è ciò che distingue dei grandi autori da altri tizi abbastanza buffi.


Grazie della segnalazione Matteo.
Seguo Gervais & c. dai tempi del vostro servizio a Dispenser.
Love

Ridammi il mio cofanetto!

Sara’, ma io ho trovato queste prime due puntate deprimenti per quanto non facciano ridere per nulla. Lo stratagemma, o ‘angolo comico’, appare trito e ri-trito, e a me ha annoiato piu’ che fatto ridere al limite del mio comfort/sopportazione.

Grazie, Matteo. Bisognerebbe tenerti sul comodino, o invitarti a cena almeno una volta a settimana. Beato chi può.

Vale la pena guardarlo solo per la segretaria.
Non sono d’accordo sul discorso dell’empatia con il protagonista. Lo schema sta diventando abbastanza prevedibile: Gervais/Davis dice o fa una cosa fuori luogo, viene redarguito o colto in flagrante (a torto o a ragione), per difendersi peggiora la situazione. In tutto questo la telecamera lo giudica e noi a casa si ride per la figura di merda e al massimo si pensa alla sfiga che ha, il poveretto. Non c’è mai quell’elemento in più, presente invece in Larry David e Louis CK, in cui il protagonista reagisce: a volte con violenza, altre volte con arguzia, riesce ad uscire dall’imbarazzo. A volte peggiorando la situazione, altre volte ribaltandola.
Detto questo, la serie è molto bella, anni luce avanti ad ogni cosa anche solo pensata in Italia e Gervais resta il migliore in due frangenti:
- cammeo di Celebrità (nelle prossime puntate ci sarà quella figatomica di Sienna Miller);
- aids.

Larry David rimane inimitabile…
Comunque la serie promette bene, la scena di Liam Neeson nella prima puntata mi ha lasciata per terra…

Noooooo!
Da te un “sé stessi” non me l’aspettavo proprio…

Non è ancora arrivato nessun rompicoglioni a ammonire “per favore non diciamo ‘nano’” ?

Nano non è un un termine offensivo. In Italiano non credo che abbiamo un corrispettivo di midget, o sì?

“Sé stessi” si può scrivere, anzi Benedetto Croce diceva che non aveva alcun senso che una particella portasse o meno l’accento a seconda di quale parola avesse vicino. Insomma, se si scrive “sé” dovrebbe essere sempre “sé”. La cosa ha un suo perché.

Off topic.
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Freddy
Nietzsche
Dalema

Rido.