domenica 12 febbraio 2012

Res simplex omnibus


Ho pensato l’altro giorno che questo fatto di usare i termini latini ius soli e ius sanguinis in relazione al tema della cittadinanza in Italia è sbagliato. Certo, il termine giuridico è quello, lo capisco, e va bene così, figuriamoci. Ma è dai tempi di Manzoni che il latinorum taglia fuori la gente dalla comprensione del diritto, così come i grecismi di molti medici non fanno capire le cose alle persone. E siccome si parla di diritti, di questioni fondamentali, la cosa da evitare non è l’ineleganza, ma l’incomprensione: le istituzioni, lo stato e l’informazione del paese devono fare di tutto perché le persone capiscano quali sono i loro diritti, senza bisogno di avere fatto il liceo. Quindi, a maggior ragione per una questione così complicata e centrale per l’esistenza di tanti, nei libri teniamo ius soli e ius sanguinis, ma quando ne parliamo, quando lo stato spiega, perché non diciamo «cittadinanza per diritto di suolo» e «diritto di sangue», o qualcosa di simile? È una cosa piccola ma giusta, secondo me.

ps – I commenti del tipo «allora anche…» saranno cancellati.


28 commenti finora
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Premetto di aver studiato latino al liceo ma non credo che mi avvantaggi così tanto. Non parlo tedesco né l’ho mai studiato eppure so cosa vuol dire schadenfreude. E ius solis è più intuitivo di spread (per dire).

Dire “chi nasce in Italia è italiano” sarebbe ancora più semplice, oltre che giusto

Bè sì, sì

hai ragionissimo!
quando si parla tra addetti ai lavori, di qualunque tipo si tratti, il lessico sarà facilmente specialistico, ma al contrario quando serve a spiegare a chi sta al di fuori sarà meglio che sia di immediata comprensione. bacioti

Io credo che le persone colpite da questa vergogna italiana ormai sappiano benissimo he cosa significano le due locuzioni latine ne pagano le conseguenze ogni giorno.

Ragione al 100%
@CONSUKPJ: vero, però grazie a questo trucco lo sanno solo loro e rimangono sole, il punto è proprio che capiscano tutti, è forse l’aspetto più critico della democrazia.
ps: ci sarebbero un sacco di “ma allora” altrettanto ragionevoli, anche se in passato la guerra al “politichese” ha spesso portato a maggiore confusione, ci sarebbe un sacco di lavoro da fare.
pps: ma allora anche “proprietà intelletuale” e gli altri usi ingannevoli di parole ben note.

Hai ragione, sarebbe corretto.
Sarebbe corretto anche che i documenti ufficiali utilizzassero solo una lingua (che in Italia è l’italiano).
Magari già questa sarebbe una prima SEMPLIFICAZIONE.

Ma sono pazzo io, o nelle altre nazioni europee la “cittadinanza per diritto di suolo” non esiste, mentre non ci sentiamo in colpa per non averla?

Si tratta di un linguaggio speciale, quello giuridico appunto. se a livello lessicale la specialità di tale linguaggio è praticamente inevitabile, a livello morfosintattico, potremmo tranquillamente farne a meno. “What is truly impressive is not to state simple things in a complicated way, but to state complicated things simply”

Sono d’accordo, lo trovo un insulto a chi ha fatto lo Scientifico.

Ma allora anche… no.

“Allora anche” intendi tipo che Allora anche gli anglicismi sulle cose internettiane? :)

Allora anche…che meraviglia quel ps che hai lasciato (e per fortuna che in italiano si può lasciare come post scritto..) Concordo non sai quanto con la tua allergia al “allora anche” che ritrovo regolarmente su tutti i siti italiani – chissà perché questo tipo di commento non si legge mai all’estero. Siamo solo noi a trovare giustificazione per un atto sbagliato (o illegale) nel fatto che altrui ha fatto lo stesso? Mi piacerebbe che Matteo dissertasse sull’argomento!

Non sono d’accordo. E l’idea del popolo che non sa o non può o non capisce è vecchia e anche un po’ elitaria, nel 2012. Mi hanno insegnato che se non capisco una cosa, il 90% delle volte è colpa mia, e che è regola del buoncostume dire “non ho capito” piuttosto che “non ti sei spiegato”. Quindi no, proposito lodevole ma no. Il problema è tanto piccolo che non esiste proprio.Se uno non sa, cerca su google, e impara. Anche la sciùra Maria, grazie

Sconcordo al 100%.Siamo noi che stiamo rinunciando alle nostre radici e prerogative linguistiche in nome di una supposta modernità. Una società di ignoranti compiaciuti.

Cambiare, cambiare.
“ius sanguinis” mi sa di giustiziere splatter e “ius soli” sa di sòla.

Le nostre radici sono l’italiano. Il latino per spiegare i propri diritti alle persone è elitario e antidemocratico, perché è l’imposizione di un codice difficile, in un ambito in cui non si sceglie se volersi informare o meno, ma si ha diritto a questa informazione. Quindi evitiamo di dire delle cretinate, e proviamo a ragionare. Una società complessa non usa una lingua morta e incomprensibile ai più per comunicare alla cittadinanza, e per discutere di tempi vasti e importanti come la nazionalità.

@ DD: quando si affrontano argomenti delicati (qui si parla di diritti!) bisogna farsi capire da tutti, anche dai “non tecnici” affinchè non passino messaggi sbagliati o deformati o poco chiari. L’idea non è quella del “popolo che non sa e non capisce”: è oggettivamente vero che di fronte ad un termine incomprensibile c’è chi fraintende oppure si “ferma” e non approfondisce. Sarebbe bello se tutti avessero Google pronto come dici tu… anche perchè, spesso, chi non capisce una certa terminologia è proprio chi è meno disposto ad approfondire!

@ NICOGIO: ma quale rinuncia alla lingua e alle radici, questo è solo un problema di c o m u n i c a z i o n e. Certi concetti vanno spiegati ad un “pubblico” ampio ed eterogeneo e devono arrivare anche alle sue componenti più ignorantinelsensobuono. Se ho ben capito, nell’articolo non si chiede di rinunciare alla terminologia tecnica in favore di una lingua semplificata (e quindi approssimativa), nè di semplificare per sentirsi più friendly e moderni. Si chiede solo di passare da una comunicazione per pochi ad una comunicazione per tutti, dal momento in cui certi concetti fondamentali non possono permettersi di essere “di nicchia”.

E’ il solito problema del gergo tecnico o specialistico usato al posto della lingua corrente. Se 2 medici, chimici, meccanici, giuristi o allevatori parlano tra loro è utile alla comunicazione usare il gergo tecnico, altrimenti è meglio semplificare e usare l’italiano.

Ok, ma “diritto di sangue” (“right of blood” come dice la traduzione ministeriale) non si può sentire; bisogna lavorarci sopra.

I vari “ius …” alla fine sono un peccato veniale. Trovo più grave quando al neo-cittadino si richiede un colloquio in questura per verificare “livello di integrazione, conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro ordinamento”. Oggettivamente, qui di cosa stanno parlando? Che bisogna fare/sapere; c’è un programma, un livello atteso? Chi esamina, l’appuntato di PS? ‘namo bene!..

Spero di non essere già in area commenti “allora anche…”, trovo pessimo che in un sito ministeriale si sancisca la definizione di clandestino “sono clandestini gli stranieri entrati in Italia senza regolare visto di ingresso”. Clandestino però lo capiscono tutti cosa vuol dire.

Ben detto Bordone. Raimon Panikkar conosceva circa venti lingue e mi pare sostenesse una cosa simile. In qualche scritto citava Confucio che riteneva la semplicità nel linguaggio la prima vera trasformazione necessaria per una società.
Poi le parole sono polisemiche, vogliono dire tante cose e le radici aiutano a capire. Però forse è meglio non utilizzarle in un decreto legge o in un piano di emergenza neve.

P.S. Basta non generalizare: tutti usano P.S. A volte anche l’appuntato di PS.

quando dici queste cose che mi sembrano così ovvie e puntuali ( e – devo ammettere- anche quando commenti lettere di veltroni o inviate dagli USA o simili) ti voterei
forse non come ministro dell’economia ma come addetto stampa del suddetto sì
ministro dell’istruzione? ci penserei molto seriamente
dj alla mia festa? sì!

Grande Matteo. E smettiamola con la menzogna che il latino serve al ragionamento.

@consukpj: riguardo a questa vergogna tutta italiana, guarda che funziona cosi’ anche nella civilissima Inghilterra.
E chissa’ in quanti altri paesi…

Questa volta non concordo. La terminologia è quella, si usa da anni, è consuetudine, è parte del parlato corrente ormai. Se non sai il significato te lo cerchi(così come ho fatto con referendum, lodo, spread,…).

@sabato27: peccato che il diritto sia fondato in larga parte su quanto elaborato dagli antichi.E certe formule non sono cambiate da allora…anzi. E’ proprio difficile sforzarsi un pò.Tanto, tanto difficile.

visto che é stato citato Manzoni, a parte molte parole inutilmente adoperate (ex. “vulnus”, “super partes” etc.), ci sono anche molti termini italiani iperspecialistici o di moda che sento sulla bocca anche di semianalfabeti (con tutto il rispetto dei semianalfabeti). “Fibrillazione”, ad esempio, che è parola ipertecnica che significa una cosa ben precisa, usata anche al mercato del pesce da quando Lionello Manfredonia (credo) stramazzò al suolo in un Bologna-Lazio di circa 20 anni fa. L´elenco sarebbe lunghissimo. Ma vogliamo parlare anche del birignao di coloro che parlano (o presumono di parlare) perfettamente inglese e infilano parole inglesi ovunque, anche sopra la pasta. “Spread”, caro Valerio, per me (che ritengo di avere una buona cultura e conoscere in modo accettabile l´inglese, pur essendo conscio di parlarlo da cani) era noto solo dalle vaschettine di patè vari che ho trovato in alcuni alberghi di area germanica. Invece da qualche mese in qua te lo spalmano non sul pane, ma in qualsiasi dialogo. Finchè lo adoperano specialisti tra di loro, passi, ma mi viene da impugnare la pistola quando un funzionario di banca lo usa come fosse la punteggiatura spiegando a un italiano medio (come me) le condizioni di un mutuo. Ecco: siccome a casa mia avrei detto “differenza”, toh “differenziale”, perchè tu, brutto bancario presuntuoso, fai il figo con “spread”? Anche qui l´elenco sarebbe interminabile.
PS: lo “ius soli” non esiste in tutta Europa. In Germania (82 milioni di abitanti), ad esempio, non c`è, a meno di particolari condizioni della famiglia di chi nasce nel paese. E loro, anche sulla stampa, lo chiamano “ius soli”. Ma poi, perchè obbligare chi nasce in un paese a essere “italiano” o “azero” o “ruandese”? Già diventa una condanna essere catalogato, ma se, per caso, nasco in una terra lontana dalla “patria” dei miei genitori, non sarà il caso che io possa scegliere più avanti? La retorica piddina del “anche noi siamo italiani” mi fa ridere. Chiedessero ai tanti emigrati italiani in Germania se a loro frega diventare tedeschi. Auf Wiedersehen.

@rockmeamadeus
Lo ius soli in Germania è stato introdotto nel 2000 per i figli di stranieri, dove almeno uno dei due abbia il permesso di soggiorno permanente.

@corrado: infatti per “condizioni particolari della famiglia” intendevo quello. Siccome sono stato redarguito, non volevo tirarla per le lunghe. Fatto sta che non è uno “ius soli” automatico. Cioè se uno dei genitori lavora in Germania, ma non ha la residenza, quindi non ha il cosiddetto “permesso di soggiorno permanente” (ed è cosa ben diversa), non può sperare che il figlio ottenga la cittadinanza tedesca. Non me lo invento: esperienza vissuta da molti amici. Aspetto che il Sig. Bordone mi tiri l´orecchio anche per questo…



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