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lunedì 27 febbraio 2012

MU – La pacca d’orchestra


Maria Popova, l’adorabile autrice di Brain Pickings, oggi ha segnalato il video qui sotto. E mi è venuta in mente una discussione tipica da festival di Sanremo. Anche quest’anno è partita, a un certo punto, come sempre. Riguarda la denominazione di chi dirige l’orchestra, cioè i “maestri” dell’orchestra dell’Ariston che dirigono i brani, che non sono mai diplomati in direzione al conservatorio. Anzi, spesso, quando non è Peppe Vessicchio o altri che siamo abituati a vedere, la persona che sta lì a dire cosa fare ai musicisti è uno sbarbato, un punk, un tamarro, certo non un signore per bene come sono sempre almeno esteticamente i direttori, soprattutto in Italia. Ero a casa di amici, qualcuno ha detto una cosa tipo «Ma cosa lo chiamano “maestro”?!», e io ho fatto notare che è giusto così, che è un arrangiatore, che lì serve quello, il riferimento ideale è Quincy Jones, non Daniel Barenboim; Barenboim, anzi, probabilmente non sarebbe neanche capace di fare bene il direttore di un’orchestra come quella, e con quel repertorio. I convenuti hanno sbuffato, non troppo convinti.

Non è la stessa cosa. Non c’è una retta orientata che a un certo punto ha la direzione del Festival di Sanremo, e poi molto più in là ha la direzione di Aida alla Scala. E non è nemmeno vero che chi non arriva a Verdi si ferma a Sanremo. Non è così. Per quanto ci piaccia pensare che le liturgie della cultura occidentale siano le stesse, e tutto sia intercambiabile, che esistano altezze semidivine che comprendono tutto, non è così. E sarebbe assurdo il contrario. Chi dirige l’orchestra di Sanremo fa un altro mestiere, un mestiere difficile e delicato, dove contano altre cose, bisogna maneggiare altri strumenti, lavorare su altri punti.

Otis Redding è stato il primo gigante di popolarità della musica soul. In questo video lo vediamo nell’anno della morte, quando era un classico vivente, reduce da un’infilata di album stellari a metà dei Sessanta. A accompagnarlo, lo vedete, c’è un’orchestra ibrida, che ha elementi classici e elementi moderni, roba bianca e roba nera, alta e bassa, e il pezzo è un classicone assoluto degli anni Trenta, Try a Little Tenderness, fatto solo di crescendo e pacca. Per “pacca” o “tiro” si intende un lavoro sul tempo e sulla metrica, tra sezione ritmica e voce, che è uno degli elementi più strettamente africani del soul e del rock. In questo pezzo non c’è altro, se non il crescendo e l’esplosione; la seconda parte ha una tale intensità che non permette di diminuire più. Cominci piano, cresci, esplodi, e poi devi dare tutto, indietro non si torna. Questa famosa “pacca” non che non ci sia in tutta la musica classica cantata, ma insomma, prima di andare in Africa a studiare noi europei davamo poco, pochissimo pesa al ritmo (non sempre, eh, ma dal Romanticismo in poi sì).

In questo pezzo c’è tutto, compresa la capacità di andare piano mentre la batteria fa sentire che si può andare forte e fare la stessa cosa. Poi uno sente i ballatoni negri, e ci trova dentro un modo di mordere il testo che è quello di chi ha sotto una base ritmica incessante, solida, che non molla: è esattamente questo, e per una volta si sente e si vede. Confermo: è un bel modo per cominciare la settimana. E tutto questo, per fortuna, Arturo Toscanini non aveva nemmeno vagamente idea di cosa fosse. Perché la musica è musica, sì, ma nel senso che è tutta diversa e tutta uguale. È lì il bello, nel fatto che un virtuoso di balafon maliano analfabeta su alcuni aspetti dà la paga a Richard Wagner.


Epico.

Su questo tipo di cose, consiglio di leggere/ascoltare qualunque cosa abbia da dire Ahmir “?uestolove” Thompson, batterista dei Roots, maestro di orchestre rock, funk e qualunque altra cosa, e storico della musica nera. È bello pensare che si è partiti da cose come Redding per poi passare a cose come D’Angelo.

http://www.youtube.com/watch?v=m4XI6LXCsH8

Però questo fatto che sotto ritma veloce e sopra invece va lento non è piacevole affatto, dilania, in piccolo ma dilania,,, a me dilania, mi rende impaziente, insoddisfatta, col battito accelerato come dopo una corsa ma stando ferma. Non è bello, mi confonde

Dopo quando arriva la pacca è tutto concitato, ma senza l’esplosione, tipo crescendo ritmato ma che non si conclude mai e potrebbe andare avanti così all’infinito, se si ferma è solo perché finisce l’energia, non perché gode mi verrebbe da dire, ma non voglio essere fraintesa, però è così, tipo sale gradini infiniti sempre più veloce finché si deve fermare, ma non è davvero arrivato in cima. deliro?

lo riconosco, l’ho già visto: è stato registrato tipo in svezia o norvegia, e il pubblico già allora batteva le mani sul 2 e sul 4: massimo rispetto! :-O

scusa, m’è venuto un dubbio: ma l’orchestra dove cazzo l’hai vista?

all’inizio c’è la pacconata pseudo-wagneriana, ma son solo i 3 fiati più l’hammond a braghe tirate su. i bianchi che vedi sul palco sono donald “duck” dunn e steve cropper, basso e chitarra, all’epoca “manovalanza” della stax records, e poi ripescati per i blues brothers! :-D

..per la serie la musica è musica, ammetto che l’esempio di otis è perfetto, è stato il primo e l’unico ospite soul, r n’b e di colore al festival di montery, con un pubblico interamente bianco, venuti li per ascoltare psicadelia e rock.
li fece ballare e scatenare!
ahhhhhh che anni!!!

Intendevo dire che non è un “gruppo”, ma un ensemble, un’orchestra in senso lato. Insomma ci sono gli ottoni. Ecco.

Anche se forse non c’entra molto con il post: usare il preludio del III atto del Parsifal per introdurre la farfallina di Belén è stata comunque una tamarrata della madonna. In quel caso mi sembra che sia stato proprio il “maestro” di Sanremo a sentirsi Barenboim. Si può prendere una melodia pensata in un contesto ben preciso, con un significato specifico (il preludio di un’opera, anzi di un Bühnenweihfestspiel, quasi un oratorio, ma comunque qualcosa inserito in un contesto drammaturgico ben preciso) e farne quello che ci pare? Non per ingessare a tutti costi la cosiddetta musica classica, però così la si riduce a una canzonetta qualsiasi, perdendone completamente il senso. Come se si usasse Bella Ciao o La ballata di Sacco e Vanzetti di Joan Baez per fare la pubblicità, che so, del dentifricio solo perché la melodia è carina. È il trionfo dell’easy listening e della elevator music.

Detto che in conservatorio non si studia per diventare direttori d’orchestra, è un epiteto come un altro che a sanremo viene un po’ abusato. esattamente come si è dottori in quando laureati, un diploma del conservatorio ti fa maestro.

un altro paio di cose al volo: il ruolo è “maestro concertatore direttore d’orchestra”, quindi a mo’ di declinazione contemporanea, quel tipo di direttore sanremese, che si sia o meno occupato degli arrangiamenti, prende il nome di maestro, che mi sento di dire essere più una riduzione del completo anziché quella cosa più complessa che distingue il maestro da un professore (sempre di musica parlo).

Che Duck Dunn, Cropper,Booker T e Al Jackson fossero manovalanza della Stax non è esatto.Furono anzi il collante, insieme ai Memphis Horns ed altri musicisti e collaboratori dell’etichetta come David Porter e Isaac Hayes, di tutte le produzioni Stax.L’essenza stessa del suono del southern soul!

Scusate la puntualizzazione un po’ da secchione ma, avendo deciso da qualche tempo di dedicare e mie energie musicali al soul, sia suonato che “studiato”, non appena qualche post tocca il soul, mi eccito come un ragazzino! A proposito, a quando un ritonro dei Funk Brothers contro il freddo?

com’è che ancora non ci sono i soliti post indignados contro l’uso della parola “negri”? :D

centra nulla ma mi segna ancora malware sul sito

Bel post e grande video. A proposito di tiro, o pacca – ma per me è meglio dire groove – mi viene in mente una delle band con più groove della storia:
http://www.youtube.com/watch?v=EHJmPcILfg8&feature=related
(tutto il film Stop Making Sense, per chi non lo conosce, è una lezione di groove).

Sì. No. Anzitutto sappi che il filtro del mio occhiuto ufficio comincia a considerarti “contenuto malevolo”. Gli ho detto guarda è buonissimo abbraccia i cavalli, niente, devo bypassarlo con artifizi e raggiri.
Maestro: quello è un titolone altisonante che appartiene alla musica “alta” qualunque cosa voglia dire, ma almeno una cosa vuol dire certamente: un mondo di tradizioni, studio, convenzioni, mazzo di ore giorni ed anni di solfeggio, smoking neri, buone maniere e rispetto per il Canone. Se fai tutto questo, lo maneggi, lo rispetti pur riconoscendone il (serissimo) ridicolo e facendoti la cresta punk, puoi essere “Maestro”. Fuori, ma dentro. Rispettare quel titolo dà senso a tutto il resto, anche al cazzeggio wed alla ribellione (tecnica, artistica) di chi Maestro non vuole essere per niente. Se lo svendi appioppandolo a chiunque, sia pure un genio, ma a far altro, non rendi un buon servizio a nessuno: fai una roba kitsch, non pop.

Mi viene in mente la battuta di un mio amico (grande esperto di musica colta e di rock) che ama spesso ripetere come l’attacco di Like a Rolling Stone di Dylan (che già per Springsteen Suonava come se qualcuno avesse aperto a calci la porta della mente dell’ascoltatore) valga il Tristano e Isotta… Non so, forse però la sublime complessità di Wagner è veramente inarrivabile… Si tratta di forme musicali realmente paragonabili (pop, rock, jazz, classica)?

ricordo che qualche anno fa uno dei “maestri” che dirigeva l’orchesta di Sanremo era…madaski

beh che dire ti ri”sento” a g-day dopo lo stupendo dispenser e il condor…sei sempre un grande! (complimenti al trio bottura-bordone-cucciari!)

Addirittura si parla del “Festivalll” e si arriva a parlare di agogica…

Perdonami Matteo… per carità; paragonare la struttura di un pezzo leggero alla complessità di Wagner, Scriabin e mettici pure Xenakis mi pare un pò pretestuoso.
Se poi il tutto viene ammantato dal riferimento pseudoculturale della “pacca” poi… figuriamoci, la subcultura è servita!