venerdì 15 giugno 2012
MU – Un pazzo, un genio, un pirla: il grande Van Dyke Parks (DAL VIVO il 19 e 20 a Milano e Roma)
Nel 1967 per non vendere un disco prodotto da una major ci si doveva impegnare. Erano gli anni della musica perfetta, e tutto funzionava; si consumavano tonnellaggi di musica pop di qualsiasi tipo. Van Dyke Parks, giovane gagà promettente, incise un disco intitolato Song Cycle per la Warner. Il disco andò così bene che la casa discografica comprò una pagina su Rolling Stone su cui capeggiava la scritta «Ecco come abbiamo buttato via $35.509,50 per “il Disco dell’Anno” (porca zozza)». Seguiva una spegazione di come il debutto di Van Dyke Parks, amato dalla critica, non stesse vendendo una mazza. In conclusione, per fare in modo che se ne parlasse, proponeva a chi aveva comprato e ascoltato il disco di spedirlo alla Warner insieme a un penny: avrebbe ricevuto due copie nuove di Song Cycle. Il disco è letteralmente incatalogabile. Negli anni l’ho regalato alle persone più diverse, e tutti sono stati ammaliati e divertiti da questo strano affare (un amico metallaro ne è stato quasi spaventato, a dire la verità). Effettivamente Song Cycle non avrebbe mai potuto vendere una quantità di copie, anche se è diventato un piccolo culto per appassionati di dischi. VDP è una versione bizzarra di Randy Newman, per capirci; anche uno dei musicisti meno spaventati al mondo dal clangore del kitsch che passa accanto a una melodia piccola e delicata, le baracconate incistate nei classici. A Song Cycle seguono, a qualche anno di distanza, due dischi deliranti e di grande fascino, Discover America e Clang of the Yankee Reaper.

Parks è arrangiatore e produttore, oltre che musicista sperimentale dalla natura inafferrabile, e c’entra anche con un altro progetto storto: Smile dei Beach Boys, discone bomba che poi finisce buttato via nel delirio di Brian Wilson, per riemergere negli ultimi anni in alcune versioni. Nel frattempo Van Dyke Parks ricompare per arrangiare il debutto di Rufus Wainwright, orchestrare gli archi di “All I want is you” degli U2, tutto Ys di Johanna Newsom, un sacco di altra roba, e fare un disco con Wilson qualche anno fa. Jim O’Rourke, quel topolone, una decina di anni fa, spinge e fa ristampare i tre dischi degli esordi dalla Ryko. Così il nome Van Dyke Parks torna a galla tra gli appassionati. Quest’anno Van Dyke sta facendo uscire dei singoletti.
Ma la notizia è che VIENE A SUONARE IN ITALIA IN QUESTI GIORNI, a Milano (19 giugno – teatro Dal Verme) e Roma (20 giugno – San Paolo Entro le Mura). Secondo me se è uno di quei concerti piccoli, bizzarri, deliziosi e unici che è veramente sbagliato perdersi. Poi se non vi piace venite a lamentarvi da me. Dai.

In sintesi:
come si fa a
non volere
bene a
Van
Dyke
Parks?

Non si puo’ non voler bene Van Dyke Parks, ho letto del concerto l’altro giorno su Music Club e il mio primo pensiero é stato: “Occappella! Il mondo é prossimo alla fine ed io mi perdo l’occasione di vederlo in concerto? Si’, pero’ gli voglio bene”.
scritto da Andrea venerdì.15.06.12 12:53
Il 19 accade tutto, dev’essere tipo un giorno fine del mondo
scritto da gnu venerdì.15.06.12 23:16
VDP è un genio e a Roma me lo vado a vedere. Hai visto quanti commenti entusiastici? Poi dicono gli happy few…
scritto da Alex sabato.16.06.12 20:31
Hanno cancellato il concerto. Porca puttana.
scritto da Jacopo sabato.16.06.12 20:42
Non lo conoscevo, quindi grazie cmq.
Buffo, ho sempre pensato che fosse proprio il 67 l’anno sacro per la musica.
È uscito di tutto quell’anno e quelle note nuove hanno stravoltoe segnato la musica futura.
Poi pensi quale numero aveva l’anno succesivo e capisci che non è un caso.
scritto da stefy domenica.24.06.12 01:20