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martedì 26 giugno 2012

Enough? (ovvero Newsroom e il problema del pianofortino)


Le differenze tra l’epica e la narrativa “moderna” sono tante, ma ce n’è una che ha a che fare con la natura dei personaggi. L’epica, come spiegò tanti anni fa in maniera impeccabile Baricco, è la cosa più vicina a un’enciclopedia che la civiltà orale si sia inventata. I personaggi dell’epica sono simboli, figure perfette anche nella loro imperfezione. Il risultato è una storia da naufragio: ti porti via quella nella memoria, e c’è dentro tutto ciò che ti serve per vivere, dalle istruzioni per ormeggiare una barca, a tradimento, amore, sconfitta e gioia.

Per funzionare, l’epica ha bisogno di tempo, spazio, agio. Altrimenti la forza simbolica degli episodi li rende splendidi in controluce, ma finti, come uscissero dalla propaganda del realismo socialista. Le storie che noi oggi pensiamo come Odissea o Iliade erano tutti episodi singoli, quasi leggende, storielle; a metterle insieme tutte, di ciascun personaggio si ottiene una quantità di vicende che umanizzano qualunque eroismo, smussano qualsiasi discorso magniloquente, inseriscono anche la battaglia più aspra nella vita di una donna o di un uomo.

Per questo mi piace Aaron Sorkin solo quando ha tempo. E quando ha tempo mi piace come poche cose al mondo. Perché quando ha tempo sa dare umanità ai personaggi, e alleggerisce la sua naturale tendenza alla verbosità epica. È più complesso di così, ma è così. A me di vedere quanto è bravo Aaron Sorkin non frega niente: io voglio vedere meraviglie, voglio Mozart, non Paganini. E Sorkin al cinema, quando ha un paio d’ore al massimo, in genere rinuncia allo stile e tiene la tecnica, esagera, lascia perdere il senso della misura, tende a fare Paganini. Monologhi apocalittici, dialoghi macchinetta parecchio intelligenti, pezzi di bravura, scene di uomini scontrosi ripresi dal basso che sciorinano discorsi esaltanti motivando masse di maschi abbattuti dalla vita e dal destino. Ah, la tauromachia! Ah, il generale fascista che ammazza le reclute per difendere la libertà dalle grinfie di Castro! Ah, il nerd sociopatico che insegue il riscatto esistenziale a sette anni parlando tramite schede perforate!

Ecco, per dire, a me Sorkin al cinema non piace quasi mai.

Ma Sorkin che fa serie di backstage è un’altra cosa. E Newsroom, la sua nuova serie, è proprio il tipo di contesto che preferisco. Si racconta la redazione di un telegiornale, per usare un termine antiquato, stando sia dietro all’oggetto che dentro. Come in The West Wing, c’è sì la dinamica tipica dei backstage, cioè il racconto dei sentimenti e delle storie personali di chi lavora nello stesso ambiente. Ma il punto è che il testo è bello e forte più del sottotesto: questi vivono insieme per raggiungere un risultato, e quel processo è il cuore della questione. Studio 60 forse aveva quel problema: gli sketch e il programma erano solo raramente rilevanti in sé, e il contorno stesso ne risultava indebolito.

A Sorkin piace raccontare l’ambiente di vita e lavoro comune di un gruppo di persone, la ricerca di un obiettivo, la costruzione di ruoli familiari fuori dal contesto familiare, il senso di gasamento profondo che è dato dal lavoro di gruppo, unito alla compressione emotiva che è tipica della comunicazione e delle responsabilità.

I backstage sono nati tanti anni fa con il musical. Tutti i primi musical raccontano di compagnie che devono mettere in scena un musical. Quel tipo di entusiasmo, quella pacca nello stomaco, è ciò che fa venire gli occhi lucidi quando, in Cantando sotto la pioggia, Debbie Reynolds, Gene Kelly e Donald O’Connor passano la serata a costruire il film musicale che risolverà tutto, a notte fonda trovano l’idea risolutiva, e finalmente cantano «Good Morning». E già quello è il più tardo dei capolavori musicali, perché prima c’era stata roba tipo Gold Diggers di Busby Berkeley: gente che cerca fortuna, molla la tradizione, molla la famiglia, e diventa tripudio umano di entusiasmo e fiducia nel gruppo.

Sorkin è diventato da qualche tempo un bel po’ più retorico di prima, e il lato dei monologhi civili con sotto il pianfortino ha guadagnato un po’ di spazio. Il tono, che è assolutamente composito e capace di passare dalla commedia romantica a 24 in tre secondi, si adagia un po’ più facilmente dalla parti del figlio mio adesso ti spiego la vita, renderemo questo mondo un posto migliore, e lo faremo perché abbiamo un cuore, siamo intelligentissimi, capiamo tutto di tutto, lottiamo contro i mulini a vento, sappiamo a memoria i classici della letteratura mondiale, anzi ci sorpassiamo nelle citazioni come adolescenti ingarellati sullo scooter.

Tutto quello che sto dicendo va preso con le molle perché da una puntata si capisce poco, ma quello che è certo è che né BazookaRefresh mi avevano smosso un pelo del collo, mentre Newsroom, proprio come TWW e Studio 60,  nei momenti in cui il ritmo accelera ha avuto lo stesso effetto di Debbie Reynolds che fa «Gooooooooooood mo’nin». Quasi, ecco.

La cosa poi si concretizza nel fiondarsi al pianoforte per suonare il tema appena parte la sigla, nel vedere la puntata una volta senza e una volta con sottotitoli, nell’analizzare ogni apparente errore di casting come un problema sociale, collettivo, un danno per ciascuno di noi prima che per la HBO. È una serie di Sorkin, insomma. E ancora adesso quando vedo Martin Sheen mi alzo in piedi. Quando lo vedo alla tele a casa, dico. (Eh, lo so.)

Per concludere, spero in qualche parola in meno, un po’ di sagacia in meno, un po’ meno Roosevelt col pianofortino, un po’ più simpatia (al momento delegata esclusivamente all’ottimo Sam Waterston) e un Jeff Daniels avanti così che va bene.

Per il resto, è Sorkin. Perché non lo si aspetti con la febbre ogni settimana deve proprio sbagliare tutto. Ma visto che Fincher è occupato a fare altro, io dico che Newsroom sarà una bomba.


Speriamo veramente che Fincher sia occupato a fare altro, speriamo che magari smetta proprio di fare cinema, già che c’è! Molto curiosa di vedere la serie, anche se temo di non essere una grande fan di Sorkin. Jeff Daniels è un attore bravissimo, che non ha avuto la carriera che si meritava. Vai a sapere perché. Ciao Bordone!

Ma good morning non era di tea for two?

Vabbé, e Uomini d’onore allora? No, dico, far risultare Tom Cruise brillante, mica cotica

AAAAAAAAAAAH! codice d’onore, non uomini d’onore! bestemmia!

Cia Zazie. Secondo me Fincher è un cameraman. Sui generi ha fatto belle cose, ma ha il problema dell’umanità. Gli manca.

Il ritmo che Sorkin dà agli episodi è come il giro di Blues, è sempre quello ma non annoia mai.

Ma allora vedi che la pensiamo allo stesso modo, su Fincher? Quello è un mostro, e misogino pure, te lo dico io. Passando ad altro: se hai voglia di buttarci un occhio, ho scritto un ricordo di Nora Ephron sul mio blog, avevo avuto il culo pazzesco di conoscerla a NY lo scorso gennaio. Una grande!

Con la duplice premessa che temo mi piaccia Sorkin anche al cinema (ma ne fa poco) e che anch’io raddrizzo la schiena quando appare Martin Sheen su un qualunque schermo, non sono convintissima dal pilot (e potrei avere problemi con il personaggio della lei rientrata dal fronte) – il concetto di pianofortino potrebbe forse spiegare il mio sentimento. Uhm… mi chiedo come mai non citi il buon “Sports Night” tra i backstage di Sorkin. Molto godibile.

Perché è molto lontano da questo gelo qui, ma c’era anche un terzo del gasamento di TWW e della puntata di Natale di S60.

Baricco… mmmhhh… c’è qualcosa che non mi piace in questo post, ma non so dire cosa ;)

dice che lo metteranno in onda dal 24 di giugno ma dove ? su quale canale? chi lo sa me lo dice per favore?





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