domenica 15 luglio 2012

’A lesbica se po di’


L’altro giorno, dopo avere visto una foto sul giornale, ho scritto su twitter che la musicista leziosa Kaki King era diventata molto lesbica ai miei occhi. L’ho scritto perché l’avevo intervistata qualche anno fa, e allora si era presentata con l’abitino a fiori. Ora è tutta scura, coi capelli corti, per capirci.

Subito mi hanno scritto (diversi, ma soprattutto Cristiana Alicata del PD) che non si diventa lesbiche, che si è lesbiche, che avevo un atteggiamento discriminatorio, offensivo, legato agli stereotipi. Ho cercato di spiegare che a me delle motivazioni profonde di Kaki King non interessava molto, e nemmeno volevo sapere dove mettesse la lingua in privato: mi limitavo a registrare la sua adesione a un’estetica. Niente. Anche se alcune amiche lesbiche passano il tempo a fare come Stradlater nel Giovane Holden, cioè identificare le lesbiche al tavolo in fondo, in mezzo alla coda al cinema, tre file più avanti al concerto, non potevo sostenere che si vedesse, che uno guardasse una omosessuale e potesse riconoscerla come tale.

Ora. Il discorso è ovviamente complesso, e la mia è solo una piccola opinione in un angolo, ma qualunque militanza politica e culturale omosessuale in Italia fatica a fare i conti con le checche e le camioniste. A furia di ribadire con la forza ideologica dei dogmi che gli omosessuali sono identici agli eterosessuali, che niente li distingue, che la loro identità è un interruttore spostato di una tacca all’interno di una gigantesca pulsantiera per il resto identica, sembra non si possa ammettere che per molti non sia così. Credo che, oltre a una dose di leggerezza in più, quella che permette che si scherzi di quello come di qualsiasi altra cosa del mondo, sia salutare difendere i diritti senza ribadire i confini di scelte che sono e restano individuali. Perché ci sono stati anni in cui, per ragioni di lotta, il “personale” era politico. Ma anche quella, anche la scelta di fare del personale un tema collettivo (visto che politico è più o meno il modo greco di dire collettivo, comunitario, sociale), è una scelta personale, individuale, intima. Chi vuole può essere progressista, integrata, trasparente, civile e militante; tutte le donne del mondo restano comunque libere di decidere che no, che vogliono vestirsi da maschio, da impiegato di banca, da idraulico, senza per questo essere stereotipate, vecchie, anacronistiche, quello che vi pare.

Checche e camioniste esistono. E se una è un po’ lesbica, si può serenamente dire «Guarda come è lesbica, lei!», senza che suonino gli allarmi dello sterminio su base sessuale. La società è ricca e complessa, e c’è spazio per tutte le identità e tutti i toni.

Per quanto riguarda il titolo, io so “lella”, “sbaffa” e il veneziano “magnafranze”, più altri che adesso non mi vengono in mente. Se aspettiamo che si dica «persona omosessuale», o magari non si dica niente, stiamo scambiando la parità dei diritti con un’impostazione etica e estetica dell’identità che si chiama Corea del Nord.

ps – No, lo so: il quadro non ha a che fare con l’amore delle donne per la figa.


26 commenti finora
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Bordone mi devi € 4,00 per lo spritz sputato dal ridere leggendo l’ultima riga.

Ti stimo molto. E se vuoi aggiungere un titolo io so “leccaciuffo”.

La leggerezza è roba di pochi intimi mi sa. Per adesso c’è solo un modo stoico di combattere che è quello alla Don Chisciotte. Contro il niente. Si combatte sulle parole. Ergo non si fa niente di concreto, soltanto altre parole sulle parole. Parole al vento, ai mulini a vento. Ergo i “coniugi” dello stesso sesso sono una cosa anticostituzionale. È così facile accanirsi sulle parole.

Certe volte mi viene la curiosità di sapere come sarà vissuta la questione omosessuale fra un paio di secoli. Ma forse per saperlo basterebbe trasferirmi in un paese estero

Condivido!
Vogliamo parlare dell’ipocrisia delle perifrasi “uomo di colore”, “persona diversamente abile” e “cane di razza fantasia” (giuro, c’è chi ne pretende l’uso per rispetto del quadrupede non proprio di razza e del suo padrone)?
C’è gente che mi accusa di razzismo o scarsa sensibilità quando parlo tranquillamente (normalmente!) di “neri”, “disabili” e “bastardini”. Non si rendono conto che i razzisti insensibili sono loro, che danno a queste ultime parole un’accezione negativa. Il nero – vi svelo un segreto – è semplicemente uno dei colori che può avere la pelle; gli altri sono, essenzialmente, il bianco e il giallo. Non c’è alcun giudizio o intenzione discriminatoria nel definire un colore con il suo nome; ha forse qualche pregiudizio, invece, l’ipocrita che sceglie di usare giri di parole per sentirsi più “corretto”. Lo stesso vale per gli altri due casi che ho citato. La disabilità è una condizione psico-fisica. Un disabile va rispettato esattamente come si rispettano le persone normali (scusate, ipocriti, se vi faccio trasalire usando l’aggettivo “normale”). Chi sente il bisogno di definire un disabile sottolineando il fatto che questo abbia “abilità diverse” rasenta il ridicolo, perché di fatto lo sta compatendo, sta offendendo la sua natura molto più di quanto faccia io definendo la sua condizione nel modo più semplice. Infine, i cani. Li amo, come tutti gli animali; ma se dico “bastardino” sono un cafone insensibile, perchè “il mio cane non è un bastardino, è di razza fantasia. E bastardo sarà lei” (cit.).
L’ingiustizia non sta, a mio parere, nel riconoscere la “diversità”, bensì nel negare la sua esistenza. Io dico che la “diversità” esiste. Ed io la amo! Tornando al tema dell’articolo (“come trattare l’omosessualità-che-si-vede”), chi nega l’esistenza di uno “stile gay”, piuttosto che di un “prototipo lesbica camionista”, è corretto solo nelle intenzioni formali, ma intellettualmente disonesto.

Il rischio è di piombare di colpo in un film di Spike Lee, nel quale se sei colorato puoi usare quella parola là, altrimenti no. Con la differenza che quella parola là ha valenza insultante, di per sè lesbica no.
Certo forse facendo parte di una categoria, ma non di un’estetica, ci si rimane male ad aver la sensazione che il riferimento collettivo sia, in qualche modo, surgelato nel tempo. Ma le estetiche, come le etiche, si cambiano con le scelte, non con le polemiche.

Mah sai, mi pare che un tempo gli omosessuali non amassero che si dicesse che l’omosessualità fosse un carattere connaturato all’individuo, genetico in sostanza. Sembrava troppo deterministico, vagamente “razzista”, come una classificazione razziale. Si preferiva forse pensare che fosse una libera scelta sessuale, cioè che si potesse anche “diventare” così. Peraltro l’origine biologica dell’omosessualità è ancora poco conosciuta, ma del resto lo sviluppo dell’orientamente sessuale, anche etero, è qualcosa determinato sia dalla genetica che dagli impulsi esterni-ambientali come la cultura. Poi alcuni dicono che tendenze diverse sono potenzialmente presenti un po’ in tutti (ma non saprei). Del resto mi pare che molti “diventino” omosessuali anche col tempo, in età matura. Ma forse perchè lo “erano” già da prima. È un po’ complessa la cosa (la biologia è complessa, quando si intreccia con la cultura ancora di più),quindi forse la Alicata potrebbe concedere spazi di interpretazione senza urlare subito alla discriminazione (ma poi che c’entra? vabè). Presumo che il problema nasca soprattutto da due tendenze opposte, nel mondo omosessuale, cioè la rivendicazione della normalità da una parte e quella della diversità (“orgoglio”) dall’altra.

Vorrei che altri avessero il tuo spirito, quello di rispondere alle critiche senza nascondersi dietro la lagna del “abbasso il politically correct che ci ruba la libertà”

quando avrete notizie sulla schiavone chiamatemi

Ma lo stesso vale anche con “ebreo”? Se qualcuno aderisce a un’estetica che a me non piace e che io considero “da ebrei,” posso definirlo “ebreo”?

almeno qui si vedono un po’ di tette

Matteo, condivido le tue considerazioni dalla prima all’ultima riga. Un appunto però va fatto: dici che hai semplicemente registrato la sua adesione ad una estetica. Quindi le lesbiche hanno un’estetica che le rende riconoscibili? Insomma, se tu l’avessi definita “camionista” avresti registrato un’immagine corrispondente a qualcosa di identificabile, che esiste al di là di qualsiasi considerazione politically correct. Ma definendola lesbica fai torto a tutte coloro non si riconoscono in quell’immagine. Ma poi vabbé, chissenfrega, hai talmente ragione che non mi va di rompere le balle su questo dettaglio. Però riflettici…

hai ragione e torto. Ragione perché hai ragione, torto perché avresti ragione se tutti gli altri problemi fossero risolti. Se potessimo dire “matrimonio omosessuale” (e per dire intendo “celebrare”) allora tutta questa sensibilità sulle parole sarebbe eccessiva. Ma oggi è la sostanza che falla, per questo si è più sensibili alla forma.

Giusto, Matteo.
Sarebbe il caso che ci rilassassimo un filino e pensassimo alle questioni pratiche.

Ah, e se ve lo chiedete: si, sono finocchio.

Per Alberto: nel tuo appunto vedo il problema dell’incomprensione ai tweet di Matteo, e anche il problema puramente ideologico di molte persone. Esiste quell’immagine! è identificabile. Anzi ne esistono tante di immagini, non solo una. Certo che le lesbiche sono riconoscibili! Pure le lesbiche danno ad altre donne delle lesbiche. E poi ognuno ha il suo immaginario.( La mia migliore amica dà al mio fidanzato della lesbica perchè vuole sempre parlare un casino e perchè nel nostro di immaginario le lesbiche si ammazzano di parole, per esempio). E dicono “guarda quella quanto è lesbica!” e io rispondo “no, quella è un’altra categoria, è una montagnina.” Sul dare della lesbica a qualcuno si fondano metà delle mie conversazioni più riderecce con le mie amiche. E non facciamo torto a nessuno.

recentemente ho appreso dell’esistenza del termine “leccaciuffi”.

Sinceramente ho 3-4 amiche lelle (di cui anche una mia ex), sinceramente sono le ragazze più simpatiche che abbia mai conosciuto.

Ma soprattutto: chi cazzo è Kaki King? E come ha fatto a diventare famosa con un nome del genere???

D’accordo con Emidio: si reagisce in modo spropositato anche ad un semplice giudizio perché ci si sente ancora vittime di un’ingiustizia sociale dovuta alla mancanza di una piena accettazione. E aggiungerei che questo vale più per le checche che per le lesbiche, quest’ultime mediamente più accettate

@ silvia: “Leccaciuffi” e “la leggerezza è di pochi intimi” sono bellissime, me le segno.

Attenzione Matteo, ché qui ti si plaude, ti si plaude, ti si plaude. Ma il plauso non è misura della redenzione; chi lo esprime lo è. E guarda invece un po’ che bella claque hai raggranellato.

@ Silvia: certo che esiste quell’immagine, e certo, a volte sono molto facilmente riconoscibili. E certo, spesso anche tra loro usano questa terminologia. E certo, non ci vedo nulla di male nel chiamare lesbica una lesbica.Quello che intendo dire, pur avendo compreso e condividendo le parole di Matteo, è che comunque l’immagine cui lui e tu fate riferimento è una delle tante declinazioni del modo di essere lesbica. Credo che molte lesbiche, la maggioranza, non si riconosca in quell’immagine. E’ l’equazione lesbica=camionista che non mi torna. Per dire, alcune mie amiche lesbiche trovano offensivo sentirsi paragonate esteticamente ad un canone molto mascolino, con il quale non hanno nulla a che fare.

Noi lo possiamo dire, tu no. Questa è la regola.

e cmq il concerto del Carroponte è stato anche un po’ noiosetto, alla lunga :-/

se qualcuno dice che sono politicamente scorretta se uso parole come omosessuale, lesbica, negro ecc ecc.
basta con questa tiritera usurata.
il razzismo è implicito nei comportamenti, più che nel linguaggio.

Quando “suonavo” ho conosciuto parecchie batteriste e la quasi totalità erano lesbiche per davvero, non per immagine o l’immaginario legato ad uno strumento antropologicamente poco femminile.
Si può quindi dire: “la lecca* come una batterista”?

* “lecca” in slang lombardo-veneto significa colpo secco, botta forte. Insomma la batteria qualcosa c’entra.

leccamicie, anche.



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