giovedì 26 luglio 2012

La strage di Aurora è colpa del figlio di Zeus


La storia di Ercole è la storia dell’eroe più forte e valoroso di tutti i tempi. Come tutti i miti classici, ha una versione greca e una latina, ma per comodità lo chiameremo Ercole alla latina, anche se in versione greca si chiama Eracle. Le dodici fatiche di Ercole sono una storia che è in giro da un po’: un arco che comincia intorno al 600 a.C., e arriva fino alla serie Hercules di fine anni Novanta, passando per tragedie, melodrammi, film in costume, un cartone Disney. L’eroe più forte di tutti, figlio di Zeus e di Alcmena (una classica scappatella di Zeus), è molto odiato dalla moglie legittima di Zeus stesso, cioè Era (Giunone). Era ha le ovaie talmente girate che fa in modo che Ercole impazzisca di rabbia, e per questo uccida con violenza inarrestabile la moglie e i sei figli. Per una questione di gelosia, per una ripicca e una vendetta, muoiono in sette, trucidati dal loro padre e marito. La storia non è la storia di un personaggio marginale e condannato: è la storia dell’uomo più forzuto che ci sia mai stato, cioè una storia che per secoli è stata raccontata  a tutti i bambini. È forse lui il responsabile della strage di Aurora.

Ho letto questa riflessione di Daria Bignardi sul tema della strage e della reazione collettiva a questo tipo di eventi. A un certo punto si fa cenno dell’origine culturale della stessa, o meglio all’influenza che la cultura, popolare e non, ha sulle persone. Sostiene Daria che anche i videogiochi abbiano un’influenza, così come i film d’amore influenzano le storie d’amore. Ovviamente ho roba da dire. Forse non sarò breve.

Negli anni Ottanta c’è stato in giro l’argomento dell’istigazione alla violenza da parte dei cartoni animati giapponesi. Io avevo l’età giusta per subirne l’influenza, li guardavo con gusto, e mi ricordo bene la paura delle mamme. Poi sono passati gli anni, e si è capito che i cartoni animati giapponesi erano fatti come dei telefilm disegnati e non come la Pimpa, e quindi contenevano temi da storie adulte, violenza compresa. La violenza c’era, me nessun personaggio positivo era violento, anzi: in genere i protagonisti ne subivano, facevano la lacrima tremula, e poi si ritiravano su. Nessuno, in qualsiasi caso, era violento quanto molte favole o la storia di Ercole. Ma non è questo il punto. Il Cacciatore di Michael Cimino è stato spesso incolpato di avere suggerito roulette russe a destra e a manca, soprattutto dopo che gente con armi in casa le lasciava cariche, e qualche minorenne ci finiva secco. Dopo un po’ di anni, a suscitare contenuti e i comportamenti violenti non erano più i cartoni animati, i fumetti, i film o il satanismo dei Led Zeppelin, ma i videogiochi. Nel frattempo i cartoni animati giapponesi prendevano Leoni d’Oro alla carriera, i film americani non erano più discutibili, i fumetti venivano ristampati e allegati con il Corriere. (Se è per questo i videogiochi hanno da diversi anni una categoria apposita ai BAFTA, ma andiamo avanti.)

Ogni volta che l’accusa tocca i videogiochi, presenta anche un corollario interessante: i videogiochi sarebbero più invasivi delle altre forme d’arte perché vengono vissuti in prima persona, e questo li renderebbe più capaci di toccare la personalità e la volontà, condizionandole. Su questo tema sono stati fatti infiniti studi che dicono che non ci sono relazioni, che siamo perfettamente capaci di entrare in una storia, viverla intensamente, uscirne. Ma senza scomodare le neuroscienze, facciamo una prova indiretta: chiediamoci se ci sia più o meno violenza nella società odierna di quanta non ce ne fosse prima della larga diffusione dei videogiochi.

Nel 1978 c’era più o meno violenza di adesso? Per le strade ce n’era di più, molta di più. A scuola ci si menava molto tra zecche e fasci, gli omicidi e i rapimenti erano moltissimi, sia da parte di terroristi che da parte di bande criminali, così come i morti di malavita organizzata. Ma non importa, facciamola facile, diciamo che a occhio c’era più o meno la stessa quantità di violenza agita e subita. Allora seconda domanda: c’era più o meno violenza raccontata? Be’, i telegiornali erano più cruenti di quelli di oggi, ed era una violenza per le strade, molto realistica; il cinema popolare italiano raccontava, con i poliziotteschi e i mondo movie, storie spietate e legate alla società di quegli anni; a Hollywood erano anni pieni di film che raccontavano catastrofi, incidenti aerei, calamità. Insomma, anche qui mi verrebbe almeno da dire quantomeno che non c’è stata una crescita della violenza nella narrativa di qualsiasi tipo.

Io dico che si sono sempre raccontate storie violente, così come si sono sempre raccontate storie d’amore. Per inciso mi sembra strano pensare che le storie d’amore e le storie di violenza si possano mettere sullo stesso piano nel loro influenzare le persone: l’amore, almeno un po’, è previsto nella vita di ciascuno; l’omicidio è più raro. Ma se anche così fosse, alla base del ragionamento di Daria c’è un’idea molto comune che io trovo ipocrita, probabilmente figlia della costernazione che segue una strage come quella di Aurora. È l’idea per cui a noi non piacerebbero le storie violente, che sarebbero un’eccezione rispetto alla norma, dove invece la violenza non sarebbe necessaria, prevista, cercata da persone adulte e con la testa sulle spalle.

A quanti di noi interessano storie che raccontano di personaggi che non hanno nessun problema, sono sereni, scivolano in una vita sorridente per un’ora e mezzo, per trecento pagine, e poi fine e arrivederci? Ve lo dico io: a nessuno. Tutte le storie sono storie di conflitto, almeno tra una situazione iniziale e quella finale. Tutte. Anche le commedie, da Plauto a Benvenuti al Sud, passando per Io e Annie che proprio nel 1978 vinse l’Oscar. Le storie di conflitto, le storie intense, ci piacciono; spesso nelle storie e nelle esperienze intense c’è violenza, ci sono morti e feriti. La violenza fa parte delle nostre vite, anche solo come eventualità, come timore; la violenza fa soprattutto parte delle nostre storie, e da sempre, come ingrediente fondamentale, sia catartico che funzionale al racconto della storia tramite le azioni dei personaggi. Il primo scrittore di cui io mi sia innamorato personalmente, senza che venisse dai miei genitori o dalla scuola, si chiamava Stephen King. Eravamo io e alcune centinaia di milioni di persone.

La nostra civiltà non si fonda su storie sorridenti, ma su grandi tragedie piene di sangue, Bibbia, Iliade e Gilgamesh compresi. De sempre raccontiamo storie d’amore e di morte. Siamo fatti così, e dovremmo fare pace definitivamente con questo concetto. Ci piacciono le storie violente, e ci servono. Molto. I nostri figli giocano alla guerra, Quella sporca dozzina tiene incollati allo schermo i nostri padri, e prima di fare l’amore a volte facciamo la lotta. Tutto questo — anche alla luce del fatto che il videogioco di maggior successo di tutti i tempi è la saga Nintendo di Mario, e il numero di idraulici baffuti con la salopette non è aumentato nel corso degli anni — per dire che nemmeno i videogiochi, oltre ai libri, ai fumetti, al rock e al cinema, hanno niente a che vedere con la strage di Aurora. Possiamo pensare che la cultura c’entri perché in genere c’entra sempre. Ma nessuna cultura è mai esistita senza violenza, e ipotizzare una umanità senza violenza è assurdo, sia in senso reale che in senso narrativo. Se ci chiediamo a cosa porti l’esposizione a storie violente, dobbiamo anche chiederci con preoccupazione se l’esistenza del cordone ombelicale non possa suggerire inconsciamente future impiccagioni. La violenza c’è sempre stata nelle nostre storie: è una costante assoluta, e fa parte della vita di tutti.

Quello degli omicidi di massa è un fenomeno complicato che esiste da decenni, e non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche per esempio un paese pacifista e del tutto disarmato come il Giappone. L’omicidio di massa ha a che fare più con la psicopatologia che con la sociologia, più con la carenza di diagnosi e terapie che con la crisi di valori. Accecato da Lissa, la dea del furore cieco inviata da Era, Ercole uccide i propri figli con violenza, mentre loro piangono, implorano di essere risparmiati, gridano «papà» al loro assassino. E tutto questo molto prima di Robert Bales (16 morti, Kandahar, Afghanistan, 2012), Baruch Goldstein (29 morti, Hebron, Palestina, 1994), Charles Whitman (16 morti, Austin, Texas, 1966), Ahmed Ibragimov (34 morti, Mikenskaya, Russia, 1999), Bum-kon Woo (54 morti, Gyeongsangnamdo, Corea del Sud, 1982), Andrew Kehoe (45 morti, Bath, Michigan, 1927), Matsuo Toi (30 morti, Tsuyama, Giappone, 1938), William Unek (57 morti, Congo, 1954 e 1957), Howard Barton Unruh (13 morti, Camden, New Jersey, 1949) e moltissimi altri. È sempre successo, di tanto in tanto: ha a che fare con gli uomini, il disturbo mentale, la violenza e l’uso di armi più o meno disponibili. La società odierna e la violenza nelle storie o nei giochi non c’entrano niente. Davvero. Niente.


31 commenti finora
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solo perché sono un compulsivo rompipalle, devo farti notare degli errori: se usi il latino Ercole (che va benissimo), allora devi dire Giove e Giunone; poi la storia delle dodici fatiche compare per la prima volta in Esiodo, quindi intorno al 700 a.C., un secolo prima di quanto hai detto.
il resto del discorso, invece, ha senso.

Adesso correggo e ti cancello.

Anzi no, tengo Ercole ma gli altri li voglio greci. Sono così, sincretino. Ma ho anticipato di un secolo l’origine. E grazie.

Tutto giusto, tutto vero, ma quanti morti ci sono all’anno per strage? 100? 200? 300? E per incidenti stradali? Ce la prendiamo mai con le pubblicità in cui dei pazzi coglioni vanno a 200 all’ora per vendere un auto? Bom.

se l’articolo fosse stato scritto da un’altra l’avresti massacrata… Daria ti ingentilisce.

Caro Matteo, ti segnalo che anche noi abbiamo una strage di massa accaduta in un cinema. E’ una storia vecchia e dimenticata, come tutte le storie brutte: http://bit.ly/MKCsrF

I film non c’entrano con gli omicidi, sono d’accordo. Ma il potere dell’intrattenimento, forse, c’entra con gli spettatori fermi, quando in sala arriva il cecchino creduto “parte dello spettacolo”. Quella breve introduzione al massacro sembra scritta da David Foster Wallace.

Aggiungo un dato grezzo ma interessante: negli USA i crimini violenti, compreso l’omicidio, sono in calo ininterrotto dai primi anni ’90. (fonti: wikipedia e bureau of justice statistics)

Nulla da aggiungere vostro onore, solo che gli omicidi di Charles Manson furono ispirati dall’ascolto dei Beatles, ma che a nessuno venne in mente di accusare i Beatles

bho io credo che tutti e dico tutti quelli della nostra generazione che abbiano avuto un infanzia normale (i.e. videogiochi + telefilm su italia 1) sappiano benissimo che film e videogiochi non hanno nulla a che fare con la violenza nella societa’. In questo post l’hai detto bene in circa 250 righe, ma mi sembra una roba abbastanza scontata e banale.
Il concetto americano per cui sono veramente libero solo se ho il diritto di possedere un arsenale in casa, quello andrebbe un minimo discusso.

Ci aggiungo un’ulteriore considerazione: a leggere “I miti greci” di Graves si scopre che la prima attività eroica di Ercola (ancora prima delle fatiche) è stata quella di uccisore di serial killer. Si era dovuto fare un viaggio tra una città e l’altra e nel farlo aveva accoppato un po’ di tipacci che fermavano i viandanti e li uccidevano in maniera piuttosto truculenta.

Ce n’era uno che legava i poveretti a pini piegati fino a terra così che gli stessi, rialzandosi, li squartassero. O un altro che faceva stendere il malcapitato su un letto: i più alti si vedevano mozzati gli arti, i più bassi invece venivano “stirati” a dovere.

Per dire che persino i serial killer non sono esattamente un’invenzione moderna o derivante dalla nostra cultura.

Ah, se poi qualcuno dice che viviamo in tempi violenti, pregasi indicare il grafico in questo post:

http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/07/22/america-is-a-violent-country/

O consigliare l’utile lettura di S. Pinker, “The better angels of our nature”, sul perché e come la quantità di violenza nella società sia letteralmente crollata negli ultimi secoli.

Fanno quasi tenerezza questi articolisti come la Bignardi :-)

si usa molto l’ecologo, l’ecologo povero magari

È la società che prepara il delitto, il delinquente, in realtà, non fa altro che compierlo. Adolphe Quételet

Beh i grafico linkato da Luca Venturini mostra con chiarezza che, seppure in calo, il tasso di violenza in USA rimane be più alto della media di tutti gli altri paesi: a occhio, tre volte tanto. Superfluo ribadire che più che con i videogiochi sembrano avere un problema con le armi, ma questo è un altro discorso.

Sono d’accordo con Enrico. L’epopea del Far West è finita da un pezzo, ma gli americani sono ancora lì a seguire un’idea nata in un momento in cui l’autodifesa era questione di sopravvivenza. O meglio, nel caso dei politici USA sono lì a sbavare sull’immonda quantità di soldi che la lobby delle armi fa girare… Mi dispiace per la Bignardi, che normalmente mi piace molto, ma stavolta non ci ha preso.

Sono cresciuta a pane e cartoni giapponesi, in famiglia bastava che mangiassi e mi mantenessi in salute e non rompessi troppo le scatole e molti problemi erano già risolti. Eppure mi reputo una persona tranquilla, tollerante e, per quanto possibile, serena. Secondo me quello su cui bisogna investire è la capacità di avere Uomini adulti, maturi e responsabili, che sappiano elaborare gli insuccessi e le offese inevitabili della vita: l’eroe non è chi uccide il suo nemico, ma chi mestamente si rialza e va avanti.

I neuroscienziati usano questa espressione: shit in – shit out. La violenza che ingoi in qualche modo la metabolizzi e poi la espelli. Avviene da secoli. A qualcuno resta sullo stomaco. Quando non viene metabolizzata può contribuire a gesti folli. Esattamente come l’idiozia, il marketing carrierista (tipo attaccare i videogame per suscitare le reazioni di chi gioca ai videogame), l’ingiustizia sociale e il disagio. Sottoscrivo anche le virgole del bordone pensiero.

Ti seguo già da diverso tempo, caro Bordone, ed articoli come questo mi convincono sempre più della mia scelta.
Hai la capacità – di questi tempi decisamente rara – di enucleare problematiche con chiarezza e discuterle con acume.
Poi uno potrà essere o meno d’accordo – in questo caso al 100% – ma se deve controbattere allora deve essere preparato tanto quanto, non fare quello che “dice solo il contrario” per partito preso.
Questo articolo mi ha permesso di chiarire un concetto che avevo espresso in una recente discussione, ma che non ero stato in grado di spiegare in modo completo.
Grazie

P.S. Lo so, leggermente OT, ma ci tenevo a dirlo.

Discorso complesso.
In generale, come penso immaginerai, sono molto d’accordo con te. Anche perché come uno che per passione e per lavoro di roba sui giochi se ne è letta a tonnellate, continuo a vedere il gioco come Bateson e Huizinga: un frame metacomunicativo che ci serve a una marea di cose, dal prendere coscienza del sé e dell’altro (e in questo processo la violenza “dichiarata” entra con prepotenza) all’imparare, allo sfogare energie. E poi c’è tutto un discorso sul livello puramente estetico che, giocando molto, sbiadisce piano piano lasciando il posto alle meccaniche: “the spectator sees getting a blowjob by a hooker” – dice Raph Koster nel bellissimo A theory of fun – “the player sees a power-up”.

Detto questo, però, va anche detto che il discorso sulla violenza (e sull’influenza che le storie e le opere hanno su di noi) non può e non deve essere troppo tranchant.

Primo, perché con l’acqua sporca si getta il bambino: se giochi, fumetti e film non hanno alcuna influenza su di noi allora significa che sono del tutto irrilevanti. E questo non è vero (o almeno io mi rifiuto di crederlo). E allora è necessario capire in modo adulto come questa influenza venga esercitata e recepita, come funzioni (in parte e molto superficialmente come ho detto sopra, nel caso dei giochi).

Secondo perché dallo scorso E3 molti sviluppatori e addetti ai lavori hanno cominciato a manifestare un certo fastidio per l’esagerazione e la violenza fine a sé stessa. Ma non è questione di traviare o meno. Piuttosto è un po’ di insofferenza per il voler sempre cercare la soluzione facile, per il mettere il gore tanto per, che tra l’altro è molto diverso dalla complessità fatta di regole d’onore e giustizia (e, diciamolo, anche una certa retorica destrorsa) dei cartoni giapponesi: Nana korobi ya oki – cade sette volte, si rialza otto volte, si diceva di Bodidharma, il monaco buddhista che per la tradizione inventò le arti marziali. I videogiochi avranno difficoltà (almeno per ora e fatte salve alcune eccezioni) a essere sdoganati nel mondo del pop che fa cultura fino a quando si rivolgeranno al maschio bianco eterosessuale dai sedici ai vent’anni. C’è chi cerca di cambiare le cose (Nintendo su tutte), ma comunque trovo sempre una certa difficoltà nell’usare il mezzo ludico per raccontare qualcosa da adulti per adulti. Ci si sta provando, come ha dimostrato Jonathan Blow con il suo Braid (un gioco che sembra la versione videogame di un libro di Calvino). Ci si riuscirà? Per ora, a fronte di una piccola nicchia che comincia a capire e chiedere di più vedo una grande massa per cui i videogame non sono qualcosa di molto diverso dal minimo comun denominatore a cui la TV ci ha abituati. E non è né bello, né giusto che sia così.

Ho sbrodolato, sono andato OT e sono una brutta persona. La passione fa anche questo, credo.

Scusa Matte, non è per difendere Daria … che tra l’altro non mi sta’ nemmeno troppo simpatica …per dire, ma forse con la frase ” E sì, la cultura corrente – videogiochi e film compresi – c’entra. È stupido dire che è colpa dei videogiochi almeno quanto è stupido dire che i videogiochi non c’entrano” voleva direun’altra cosa e cioè che il contesto cutlurale nella sua totalità influenza le nostre vite e non SOLO videogiochi o film. Poi per sintetizzare un concetto a volte si semplifica troppo e si rischia di essere fraintesi perchè qualcuno coglie quella parolina in mezzo alle altre e ci fa su’ un panegirico; succede sempre anche a me quando parlo, lo so bene! La violenza , certo che è sempre esistita ed è insita nella natura umana, ma magari la FORMA nella quale si manifesta , quella sì, è influenzata dal contesto cutlurale in cui è immerso. Come spiega bene il film documentario di Michael Moore sulla strage di Columbine.
Per il resto condivido al 100% quello che hai detto e condivido anche con chi ha detto che se siccome Daria ti è amica non l’hai massacrata come ben sai fare tu!

…. perché ANCHE essere amico di qualcuno influenza i nostri comportamenti ;-))

I nostri comportamenti vengono da lontano, sono soprattutto il risultato della nostra storia personale, un mosaico unico e complesso dato dalle nostre relazioni con l’altro, dal primo vagito in poi. In tutto questo, film, fumetti e videogiochi, che ruolo volete mai che abbiano.

di cosa parlate?
una persona che fa una cosa del genere è semplicemente malato, non ci sta con la testa, psicologicamente disturbato e compagnia bella.
ma tutte le vostre manfrine che tra l’altro non spiegano nada e sono aria superfritta…ma per piacere!

e poi scusa matt ma proprio hai fatto una gran confusione a parlare di violenza tout court come se un bandito che fa una strage mentre rapina una banca sia la stessa cosa di un matto che si mette a sparare alla folla…

Vorrei giusto rispondere ad una cosa del bel intervento di Federico Fasce: dipende cosa si intende per evoluzione. Ci sono giochi che, se portati sullo schermo, farebbero concorrenza a game of Thrones o a Battlestar Galactica.

Non mi aspetto però filosofia puro come non me l’aspetto dal fumetto. Sono un amante anche di quella, uso altre arti, altri mezzi.

Credo che, inavvertitamente, tu abbia dato ragione a Daria.

La violenza nei media, dagli aedi greci ai videogiochi odierni, e nelle storie da loro raccontata c’è sempre stata. Corretto.
L’uomo, la società umana è violenta un po’ meno ora di allora. Non neghiamolo.
Quindi la violenza ingoiata ogni giorno ci fa essere violenti quando salta la rotella.

Se provassimo quindi ad inventarci qualcosa di nuovo nella narrativa? Il genio umano non riesce a trovare niente di alternativo al conflitto armato e sanguinolento per raccontare le proprie pulsioni? Non dico l’Arcadia, ma qualcosa si potrà pur fare per uscire da questo circolo vizioso.

No Limo, l’uomo è violento e sempre lo sarà. Perché l’uomo “violento” (magari non in modo fisico) vince sempre sull’uomo che si sforza di essere pacifico.

La democrazia e il capitalismo sono istituzionalizzazioni del conflitto. Addirittura, più conflitto c’è meglio il sistema funziona.

Vie alternative si sono rivelate fino ad ora inefficaci, e quindi non saranno mai il modello dominante.

P.s: Ho parlato generalizzando moltissimo, lo so, ma voglio essere sintetico.

i concetti di bene e male sono astrazioni umane, in natura non esistono. la violenza è una componente naturale del genere umano, che per quanto regolata e costretta nelle regole del vivere civile, prende periodicamente il sopravvento. quindi la suggestione della bignardi è una banale fregnaccia, mentre tu fai un discorso di generale buon senso, anche se non capisco perché parti eracle, che aveva la scusante di essere stato istigato dagli dei. il mondo dei miti è dominato da una violenza anche più feroce; pensa a medea (di euripide)

Ma… la violenza (almeno allo stato potenziale) la vedo tutti i giorni: in metropolitana, al volante, quando si fa la fila alla posta ecc. Son tutti lì con il “fucile spianato”, pronti a litigare (e uccidere) se si sentono prevaricati.

“non ci sono relazioni, che siamo perfettamente capaci di entrare in una storia, viverla intensamente, uscirne”

d’accordo, ma siamo sicuri che vale proprio per tutti-tutti? non ci sarà qua e là qualcuno che, per problemi strettamente suoi, di uscirne non ne è capace? almeno il dubbio me lo pongo

Ciao Matteo, c’è un refuso verso la fine, nell’ultima parentesi “(13 moti”

Articolo molto interessante, come sempre, BTW.



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