domenica 19 agosto 2012
Sarai anche il capo, ma sto per darti un pugno dritto in faccia
In queste settimane sto riflettendo un po’ sulla bravura e sul virtuosismo, perché ci sono due serie televisive che sto guardando con uguale avidità, solo che una mi piace molto, e l’altra la guardo sconcertato per quanto mi repelle; la prima è opera di un tizio che non avevo mai sentito nominare (Aaron Korsh, nella foto), e l’altra è di Sorkin, uno che in una certa fase della mia vita mi faceva venire un groppo in gola nel momento semplicemente in cui l’intro finiva, e partiva la sigla iniziale. Ne ho già scritto e lo sapete: The Newsroom mi fa schifo. Non sono solo, ma chi se ne frega. C’è comunque in giro un sacco di gente che ci vuole credere, me compreso, e guarda avidamente l’ultimo prodotto di quello di The West Wing nella speranza che si risollevi, che arrivi ai livelli cui si era abituati un tempo. Per quanto mi riguarda quei livelli sono stati abbandonati con The Social Network, ma è un discorso lungo. Stiamo su The Newsroom e sull’altro Aaron.
La ragione principale per cui a me non piace The Newsroom è che vedo di continuo i fili delle marionette. Li vedo quasi sempre, e i momenti in cui non li vedo sono troppo brevi perché io mi dimentichi che ci sono. Dopo poco, tornano. Intendiamoci, i fili ci sono sempre, anche proprio nei teatri di marionette veri, ma il tutto gira in modo tale che li cancelli, te ne dimentichi, vieni risucchiato dentro dalla simpatia. La simpatia, in senso greco, è quel sentimento che fa sì che si rida e si soffra insieme a un’altra persona. In italiano si preferisce dire “empatia” quando non si vuole intendere solo una capacità di ridere e scherzare insieme, ma il concetto è più o meno quello. I personaggi possono essere più o meno fuoco, le storie più o meno plausibili, ma tutto si risolve nella questione fondamentale cui accenna Morrissey in “Heaven Knows I’m Miserable Now”: se non me ne frega niente se questi muoiono o vivono, perché devo passare del tempo con loro? (La mia risposta è relativa al groppone di cui sopra, ma era una domanda retorica.)
«Action is character», diceva Scott Fitzgerald. E per quanto la frase sia talmente laconica da prestarsi a molte interpretazioni, tendenzialmente sottolinea come i personaggi siano fatti di azioni, quindi al limite vestiti con le parole. Poi le parole possono anche essere quello che ti ricordi di più di un personaggio, e magari vuoi scrivere una storia che racconta di gente che lavora con le parole, ma quello viene dopo. La solidità e la struttura spetterebbero all’azione. Boh. Tutto è opinabile – figuriamoci – e ci sono milioni di tipi di scrittura per milioni di scopi diversi. Ma prendiamola per buona.
Il problema è che le cose che fanno i personaggi di The Newsroom non mi dicono molto di loro, e continuano a darmi l’impressione che siano dei verbosi incapaci di divertirsi, che vivano per la battuta sagace, non conoscano nemmeno il più minuscolo scampolo di senso della misura e autentica autoironia, e siano convinti di avere finito di cercare tanto tanto tempo fa, sicuri di tutto. Uscirei a bere una birra con Sam Waterstone e Olivia Munn (in parte, ovviamente), ma i personaggi principali possono andare altrove a mettere le mani sui fianchi per suonare più perentori. Sono, in senso greco e anche italiano, antipatici. Le cose che invece dicono i personaggi di The Newsroom fanno qualcosa di diverso, il che forse è il motivo per cui continuo a vedere i fili delle marionette: mi parlano di Aaron Sorkin. Aaron Sorkin è diventato ingombrante, ossessivo nei suoi stilemi, pesante. Quando lo stile si calcifica, rende un servizio a sé stesso più che a storia, personaggi e ambientazione, e io ho idea che Sorkin sia in questa fase. Perché a me delle camminate, ricordiamolo, non è mai fregato niente; e nemmeno di Sorkin. A me fregava di loro.
Suits è una serie tutta diversa, scritta da un Aaron che vive nell’adorazione assoluta di Sorkin, e lo cita di continuo. È una storia di avvocati molto semplice, con pochi personaggi, un cast perfetto, l’assenza assoluta di stilemi visibili, di tic, di momenti che si mettano di traverso tra me e Harvey, Donna (L’ha chiamata Donna, e fa la segretaria indispensabile, non so se mi spiego, non so se devo dire Josh), Mike, Jessica e il giganteggiante minuscolo Louis. Voglio bene ai personaggi perché fanno il loro davanti ai miei occhi, io sto al gioco, e fine. Non solo sono più simpatici degli altri per carattere, pur essendo in molti casi altrettanto scaltri e sagaci, ma sono i miei personaggi. Di Aaron Korsh non so niente. Solo che in una foto fa una gag con gli occhiali che piace molto fare anche a me. (Ancora più buffa e surreale è quella degli occhiali capovolti facendo finta di niente. Ma questa è un’altra storia.)
E poi insomma l’altro giorno ero a una presentazione di un videogioco al gamescom di Colonia, cioè la fiera dei videogiochi, e un autore ha mostrato un filmato come riferimento usato per scrivere alcuni personaggi in una ambientazione noir losangelina, da Fiamma del peccato, da Chinatown, da Falcone maltese. I personaggi sono dei musicisti di un locale con i tavoli, e accompagnano una fascinosa cantante. Per pensarli e disegnarli, hanno preso come punto di partenza quello che vedete qui sotto.
La bravura vera per quanto mi riguarda è invisibile, senza sforzo apparente, e scivola dentro a chi ne gode, di nascosto, in forma di bellezza, emozioni, estasi, sublime e molto altro. Quando la bravura ha il biglietto da visita in mano, non mi interessa.
Questi quattro sono un distillato di questo concetto. Sai che sono fighissimi, sai che sono bravi, sai che vivono in villoni stratosferici e frequentano le feste con piscina e martini più invidiabili della terra. Ma quando si esibiscono c’è solo leggerezza, classe, stile, divertimento. Sono tuoi, li puoi toccare. Non c’è da avere paura.
Se volete vedervi tutto lo spettacolo, un’ora e mezza di perfezione senza sforzo, è qui.

Anche la colonna sonora di Suits è decisamente migliore.
scritto da Marco domenica.19.08.12 20:56
ecco, questo è uno di quei casi in cui sono assolutamente d’accordo senza sapere alcunché della cosa specifica di cui si parla.
scritto da luca domenica.19.08.12 23:33
D’accordo con te.
“The Newsroom” l’ho praticamente abbandonato, protagonisti insopportabili e “senza alcuno scopo”, mi sembrano delle marionette, nulla a che vedere con “The West Wing” e con i meravigliosi Josh, Toby, Donna, CJ…
Però a me nemmeno “Suits” è piaciuto, non c’ho visto niente di particolare.
scritto da Margherita Dolcevita lunedì.20.08.12 01:33
mi chiedo dove sono queste serie che dici. nel senso da che canali vengono trasmesse?
da donna adulta che potrebbe essere tua nonna consiglioti anche di andare fuori a giocare…
scritto da fran lunedì.20.08.12 08:20
Concordo con Il tuo giudizio su Newsroom che ho abbandonato e ringrazio per la segnalazione di Suits. Ma Boss e Breaking Bad che sono insieme a GOT le migliori serie in assoluto le segui?
scritto da Gigio lunedì.20.08.12 09:53
“alcuni personaggi in una ambientazione noir losangelina”
L.A. Noire?
scritto da Armint Stark lunedì.20.08.12 18:08
George W. Bush che canta con sinatra, Martin e sammy davies?!?
(ok, perdonate l’ignoranza).
Sarà, ma il tono epico di Newsroom è ancora un piacere (ma non sono arrivato alla famigerata ottava puntata, ancora)
scritto da paolo mercoledì.22.08.12 00:31
Oh caspita: per rincorrere Political Animals (umpf… anche se Weaver piace e parla cinese) e continuare a fustigarmi con The Newsroom (e dai che le camminate presidenziali erano belle, dai), io di Suits non mi sono accorta. Poiché faccio numeri anch’io con gli occhiali gli darò volentieri una possibilità. Grazie della segnalazione.
scritto da Valentina venerdì.24.08.12 19:07
Nei personaggi di Suits ritrovo (nonchiedermicome) tanto di Batman e Robin, a livello di rapporto fra personaggi. Harvey e Mike, appunto Batman e Robin, il joker Louis, Catwoman Jessica, Donna-ALfred, Rachel è una gnocca e basta.
scritto da barzo giovedì.30.08.12 16:00