Senza categoria
giovedì 30 agosto 2012

Non ce n’è uno dritto (e se ci viene da ridere, ridiamo)


La città è imballata di manifesti di gente a cui manca qualcosa per essere come quelli che ci sono di solito sui manifesti. Ma non poco, non di tanto in tanto: tutta Londra riluce di handicap. Di tutti i paesi che fanno cultura al mondo, penso da sempre che la Gran Bretagna – non sono attendibile, lo so – sia quello che ha l’idea più precisa e condivisibile di soldiarietà, che nella versione inglese è un’attenzione che non conosce pietà. Perché la pietà è offensiva per chi la riceve, e quello che ne pensa chi la esercita, chi la prova, viene dopo, sostanzialmente non conta. Sui giornali e alla tv in quest’ultima settimana in Gran Bretagna – sono stato qui per vacanza – non si è parlato d’altro. (Questa è un’iperbole, ovviamente. Lo dico perché se no poi c’è quello che mi commenta che non è vero, ci sono i tabloid che fanno gossip e parlano di cretinate invece di occuparsi dei problemi reali della gente.)

Per la prima volta, dicevo, le Paralimpiadi sono un evento mediatico pop. Le pubblicità realizzate per l’occasione hanno portatori di handicap come testimonial. I giornali raccontano storie che stanno dietro agli atleti. Perché, sia chiaro, tutti vogliamo anche commuoverci. Ma sempre, mica solo alle Paralimpiadi. E allora, se valgono le storie di riscatto dei podisti kenioti, perché non dobbiamo godere dei nostri mestolini leggendo di Eleanor Simmonds? Perché – sia chiaro – la compassione, la simpatia, vale e serve. Se no, se non ce ne frega niente, che interesse credete possano suscitare dei tabelloni, dei tempi, dei punteggi e delle graduatorie.

Vale commuoversi, vale emozionarsi e vale soprattutto ridere. Che si rida pure, apertamente, come si ride delle cose nuove che imbarazzano; ma che lo si faccia sereni, sapendo che delle persone si può ridere, e chi ha un handicap è una persona. Poi l’imbarazzo scompare, e restano le risate sincere, non quelle di distanza che si possono capire all’inizio, ma quelle perché uno ti fa ridere. E se uno ti fa ridere, ridi, anche se è un po’ sfasciato. Non c’è niente di male. Anzi, al contrario, il cosiddetto «rispetto» che si invoca in questi casi è quello che in molte culture maschiliste si dice meritino le donne. «Le donne sono più delicate», diceva Saddam Hussein. Ma questa è un’altra storia.

A chi domani scriverà un commento – perché ci saranno, oh se ci saranno! – tremendamente schietto e ponderato, magari cominciando con le parole «So di dire qualcosa di impopolare», sull’imbarazzo per la retorica ugualitaria della cerimonia, la correttezza politica imperante, e l’ipocrisia diffusa, e il troppo mostrare, l’esibire, la “pornografia della disabilità”, ecco, mi viene da dire solo che al momento di questo toccante elzeviro tremendamente concreto e realista non frega niente a nessuno (e come regola generale se ne può anche andare a cagare sui rovi).

Oggi sul Guardian c’era chi contestava l’idea dell’eroismo di questi atleti. Diceva, e aveva ragione, che c’è ancora strada da fare prima di arrivare alla assoluta parità. Ma lo diceva sul Guardian, stamattina, e mezzo giornale era pieno imballato di gente con dei pezzi in meno rispetto a quelli che di solito ci sono sui giornali.


Matteo vai diritto, esprimi il concetto senza preoccupazioni, perchè non si vive bene cercando di anticipare le pistinerie nei commenti sul proprio blog.

Hai perfettamente ragione. Infatti «non stare in porta» è uno dei miei motti più classici. Ma mi diverte prendere per il culo quelli che vogliono non più stampa e basta, ma più stampa di un certo livello. Vecchio pallino.

Avanti il prossimo, preparamoci a ridere dei manifesti con i malati terminali e i vecchietti che pisciano sangue nel pappagallo e i dializzati sorridenti e mamme orgogliose di figli nel polmone d’acciaio. Quando toccherà alle malattie mentali avvisami che chiamo un po’ di gente a emozionarci in compagnia per condividere l’ostia del marketing ideologico davanti all’altare mediatico.

Fa sperare che un giorno la correttezza politica sarà correttezza e basta.

Io ho una sorella disabile, ho lavorato con i disabili, insomma un po’ ci sono stato vicino a quella cosa. E ciò che ho imparato è questo: le sensibilità non cambiano radicalmente, c’erano quelli a cui mancava un pezzo che li potevi prendere per il culo, e giù a sganasciarsi sulla sfiga degli altri; e poi quelli che dovevi stare più attento, che la sfiga non faceva ridere per nulla.
Le sensibilità sono le stesse di chi i pezzi ce li ha tutti. Un po’ come quando mi chiamavano quattr’occhi. A me faceva incazzare, ad altri occhialuti non importava nulla.
La questione della pietà è vera fino all’ultima lettera.

Bravo Bordone.
E’ un po’ che ci penso ogni volta che vedo i manifesti e la pubblicita’ in televisione. Pieta’ e compassione sono completamente assenti (giustamente) e resta solo orgoglio e forza: “Saro’ pure spastico, ma spacco culi a ripetizione!”

Questo è uno dei tuoi post che mi piacerebbe avessero centinaia di commenti, perchè di solito su argomenti come questo si leggono cose bellissime e terribili, che aiutano a capire cose per le quali io non ho un’opinione precisa e granitica. Per dire, la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo il post è che dare del finocchio ad una checca dovrebbe essere una cosa naturalissima, tipo dire a me che ho un brutto naso, o la pancetta.

no alla pietà sì all’attenzione. grande! meet the suprhumans è uno slogan che può averlo creato solo un genio come don draper di mad men!!!

superhumans (sorry)

@ FFGDF, secondo me tra chi vive e convive con una disabilità e chi vive una non vita, o soffre, o si avvicina alla morte c’è una bella differenza.

Sì, però la simpatia per il tipo umano vale anche nei confronti degli atleti normodotati, cioè non ci si appassiona alla nuda prestazione e basta. Non seguo Usain Bolt – che detesto – perché ha il miglior tempo sui 100 e 200 m, così come non tifo Laszlo Cseh perché è secondo cronico (anzi sì).

Le Paralimpiadi non m’interessano minimamente, ecco il mio contributo al superamento di ogni peloso discrimine.

“E se ci viene da ridere ridiamo” lo interpreto come positivo contributo italiano al paradigma inglese, che non prevede affatto questa variante.

Corriere.it ha pensato bene di inserire le notizie sulle paralimpiadi non nella sezione sport ma in salute > disabilità.
Non c’è molto altro da dire.

Grazie Giulia per il commento.
Alberto

“la Gran Bretagna [...] sia quello che ha l’idea più precisa e condivisibile di soldiarietà, che nella versione inglese è un’attenzione che non conosce pietà”
Be’ possiamo provare a chiedere cosa ne pensano i negri massacrati dagli sbirri in suburbia

Molto bello il discorso sulle paralimpiadi comunque. Fa incazzare il fatto che il coni dia metà dei soldi ai paralimpionici rispetto che ai medagliati normodotati…

Per alcuni aspetti in Gran Bretagna è sempre stata molto avanti nella solidarietà sociale, vedi UB40 (non la band, il modulo, del quale anche molti studenti italiani hanno fruito).
Però in altri casi, per cinismo endogeno, ossessione rigida per le leggi e una puzza discriminatoria sotto al naso, spesso la polizia britannica è scesa a livelli molto bassi (vedi Brixton, le battaglie di un anno fa, il recente aut aut agli squatters).
Ovviamente per i filo british, omnia munda mundis…

Meet Alex Zanardi. Uno che non s’è mai tirato indietro, se c’era da riderne.

Da notare che gli atleti inglesi TUTTI la parata in giro per londra l’hanno fatta solo ora, mischiando atleti olimpici e paralimpici. Gli inglesi son concreti, non hanno tempo per atteggiamenti paternalistici. Bordone, però la prossima volta a londra mi porti con te, vero?