mercoledì 7 agosto 2013

Blue Jasmine


Hermes-internationalCos’è. È il nuovo film di Woody Allen, e segue To Rome with Love, la sconcertante cretinata sull’Italia che ha fatto temere a molti che il regista di Io e Annie fosse ormai indirizzato verso la compassione. E invece no. La storia è quella di Jasmine (Cate Blanchett), moglie di un magnate della finanza (Alec Baldwin) rivelatosi un truffatore nello stile di Bernie Madoff, cioè artefice di uno schema di Ponzi su larga scala. Povera e senza marito, visto che nel frattempo si è suicidato in carcere, Jasmine ripara a San Francisco dalla sorellastra, impiegata in un supermercato. Dopo quello che le è successo, la donna è sull’orlo dell’esaurimento nervoso, e fatica a ricostruirsi una vita, soprattutto per gli standard cui è abituata. Il film si occupa dei contrasti tra alta società e classe operaia, tra modi e condizioni, sostanza e riflesso sociale, tra liturgia della ricchezza e natura della stessa.

Com’è. Blue Jasmine è un film molto amaro, dove una protagonista disperata e inetta sperimenta il passaggio da una vita di etichetta e sorrisi a una vita di relazioni vere e problemi da risolvere. Cate Blanchett è quasi sempre inquadrata, e tiene in piedi il film intero con la solita mostruosa bravura cui siamo ormai abituati. Il personaggio è a un passo dalla scissione della personalità, quindi scatta quasi quella situazione complessa dei film che parlano di dipendenze e disturbi mentali, dove una certa ripetitività viene motivata da una patologia che ha senso nel mondo reale, ma dal punto di vista narrativo rischia di impantanarsi, il che è sempre un problema, visto che la verosimiglianza di un personaggio che non funziona vale sempre meno dell’arbitrarietà di un personaggio che invece funziona perfettamente (su questo si potrebbe discutere molto con dei registi della Nouvelle Vague o del Free Cinema inglese, ma amen, non ce ne sono che leggono questo blog). Gli attori sono tutti in stato di grazia, il film ha una sua gentilezza innegabile, e fa tutto quello che deve e che può.

Perché vederlo. Perché Cate Blanchett merita sempre, anche se sta zitta e seria sullo sfondo, figuriamoci se è nella forma in cui è in questo film. Poi c’è il fatto che se siete spettatori tipo di Woody Allen magari volete levarvi dagli occhi quella schifezza del film precedente. Attori bravi e scrittura sapiente, anche se non ai livelli degli anni Ottanta, sono sufficienti. C’è anche una visione del mondo dei ricchi che non è banalmente briochista, ma in mezzo alle battute (poche ma abbastanza fini) riesce a trovare una sua compassione, che non è una cosa facile.

Perché non vederlo. Perché non è un film ma una situazione, nel senso che le cose sono quelle che sono, non cambiano, e il vero tema portante dell’amarezza del film è l’impossibilità di cambiare, di prendere nuove strade, di ritrovarsi e riscoprirsi. In questo senso è un film senza un vero svolgimento. Anche se ovviamente voluta, questa struttura è un limite.

Una battuta. Manhattan. Park Avenue.


4 commenti finora
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ah battutona quella che citi…sì sì sì da morire dal ridere…!!!

Sono d’accordo anche se comincio a sentirmi poco bene

Tanto per rompere le palle: lo “scheme” di “Ponzi scheme” non è proprio uno schema. Forse sarebbe più giusto dire piano, o strategia. Anche se ormai sarà per sempre lo “schema di Ponzi”.

Errore di inglesano più grave oggi sul Post: Marina B. sarebbe stata definita “erede apparente” dall’Independent.

Perchè, e dico, perchè chiunque tenti di raccontare l’Italia con l’occhio dello straniero cade sempre negli stereotipi? Anche il Woody! Qualcuno sa suggerirmi un film, una serie, chessò, che mi possa riconciliare con queso scempio?
Viceversa, i recenti esempi di Sorrentino e Faenza sono stati percepiti dagli americani con lo stesso occhio?



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