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giovedì 11 marzo 2010

Presente continuo


(prima leggi questo)

Dopo l’ultima cerimonia degli Oscar, mi ha fatto pensare il modo in cui si è parlato di Kathryn Bigelow: come molti commentatori si siano aggrappati con fatica al più piccolo elemento, per trasformarla — che ne so — in Jane Campion, qualcosa di più femminile, in quel senso che danno a “femminile” quelli che parlano — Zeus li fulmini — di “poesia femminile”.

Allora ho pensato a come siano piccolini e inconsistenti certi pensieri automatici, certi meccanismi a orologeria che sono lì a disposizione: basta prenderli per imbastire delle opinioni pronte, come fanno un sacco di commentatori dei quotidiani, capaci di tirare qualsiasi fenomeno dalla loro parte pur di scrivere 10.000 battute, fare della sociologia da ipermercato, mostrare a tutti, con virtuosismi e piroette, quello che non c’è. continua a leggere »



giovedì 11 marzo 2010

Contro-passato prossimo


E così James Cameron ha fatto incetta di Oscar, con un piccolo bel film di nicchia, di quelli cui Hollywood generalmente riserva gli applausi pubblici, per concentrare la stima sincera verso prodotti capaci di una sostanza commerciale diversa. Invece, manco fosse un festival europeo, la celebrazione annuale della fabbrica dei sogni americana persegue la linea delle ultime edizioni, quella per cui i conti si fanno in famiglia, la realtà non conta: si rende onore a quello che si vorrebbe tanto essere, più che a quello che si è.
Mentre l’intero sistema sta in piedi grazie ai grandi film che guadagnano, e tanto, da sempre la cerimonia degli Oscar è una vetrina per i buoni propositi e gli slanci più nobili di cui l’industria è capace. È qui e solo qui che, secondo la stessa prospettiva perfetta ma falsa con cui si fanno i manifesti, i film sono roba prima di tutto di attori, e poi di registi, in pochi rari casi di sceneggiatori, quasi mai di produttori. continua a leggere »



lunedì 8 marzo 2010

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate [Shutter Island]


Il corridoio della paura (Shock Corridor) è un film di Samuel Fuller, e racconta di un tale che decide di scrivere un articolone sulla malattia mentale, perché ci vuole vincere il Pulitzer. Allora entra in un ospedale psichiatrico come paziente, anche se paziente non è, e vive da malato di mente per un po’. Il film è, come tante cose di Fuller, meravigliosamente meraviglioso. Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è un film di Miloŝ Forman che racconta di uno stellare Jack Nicholson alle prese con la stessa esperienza, cioè quella di chi finisce in un reparto di cure mentali vecchio stampo, pur non essendo storicamente un matto. Ma per quale ragione la sto tirando così in lungo, si chiederà il mio pubblico? Perché meno il torrone come mio solito, ma enciclopedicamente, svogliatamente, senza il solito narcisismo, con scazzo visibile a tutti? È semplice. Perché devo arrivare oltre il margine inferiore della foto, così che tutto sia impaginato per bene, metterci ancora un po’ di righe per salvarvi dalle dimensioni dei vostri monitor, e poi dirvi che SE LEGGETE OLTRE, PRIMA DI AVER VISTO Shutter Island, VI ROVINATE IL FILM. MA NON POCO, PROPRIO TANTO CHE VI CADONO LE BRACCIA. NON LEGGETE OLTRE SE NON AVETE ANCORA VISTO SHUTTER ISLAND. continua a leggere »



lunedì 8 marzo 2010

8 marzo: festa dei militari




lunedì 1 marzo 2010

Mio tessorooooneee [Precious raccontato per intero, che se volete davvero vederlo siete avvisati, poi non venite a rompere le palle che ve l'ho rovinato]


Io guardo sempre il programma del Jon Stewart alla televisione del computer, e John Stewart ha la capacità di tirare fuori il meglio anche dalle rape, anche quando l’ospite della serata è veramente un osso insostenibile. Lui ce la fa sempre, il Jon Stewart, a renderlo interessante, simpatico, almeno divertente per contrasto, perché riempie dove gli ospiti hanno i buchi. E qualche settimana fa l’ospite era uno che si chiama Lee Daniels, e io mi sono chiesto chi è più Lee Daniels – e mentre me lo chiedevo diventavo un pochino piemontese, chissà come mai – che qualcosa mi dice ma non so bene cosa? Allora sono andato a cercare, e ho scoperto che Lee Daniels è quello di Monster’s Ball, cioè il film dove scopano. Di Monster’s Ball non si dice altro se non quello, che scopano davvero, e lei è molto figa, che scena erotica, non lo sai proprio quanto è figa, anche se non sa recitare se non nel ruolo di quanteffìga. Solo che loro non hanno mai visto i film Digital Playground diretti da Celeste, quindi ci credono davvero, che quella sia una scena molto erotica. Va bene, pazienza, come preferiscono loro, ho pensato tutto da solo per conto mio. Comunque Lee Daniels aveva fatto Monster’s Ball, era lì con Jon Stewart, si era fatto rifare qualcosa, forse le palpebre, e si vedeva, ma soprattutto era una specie di osso insostenibile. Però il buon Jon gli faceva i complimenti proprio tanto, e io mi sono detto diamo un’occhiata. È noto che non ci si debba fidare di nessuno per i consigli cinematografici, ma insomma, mi sono accorto che se ne parlava tanto di questo film tutto scandaloso e violento e aframericano. Ho detto va bene, diamo un occhio, che si avvicinano gli Oscar, siamo pigri, poi non si sa niente di niente. Così l’ho trovato e l’ho visto, Precious, un paio di settimane fa. continua a leggere »



venerdì 29 gennaio 2010

Kill Miramax


Ieri è morta la Miramax.

I frattelli newyorkesi Harvey e Bob Weinstein l’hanno fondata più di trent’anni fa, scegliendo per il nome quelli di mamma Mira e papà Max.

Il cinema è un macchinario costoso e complesso, munito di ingranaggi enormi: se vuoi che funzioni, devi fare in modo che girino sempre. Loro due, facendo cinema indipendente in senso stretto, sono riusciti a fare quello che è indispensabile se non vuoi morire in tre anni coperto di debiti: finire dritti nell’immaginario pop (qualche decina di volte), vincere alcune gerle di Oscar (anche con delle porcherie come Shakespeare in love, investendo soldi e influenza in misura sproporzionata alle loro dimensioni), fare dei soldi. Lezioni di piano, Pulp Fiction, Clerks, Il favoloso mondo di Amélie, Good Will Hunting, I diari di Bridget Jones, Chicago, Shall we dance?, The Queen, Non è un paese per vecchi sono solo alcuni dei loro film più famosi. continua a leggere »



giovedì 21 gennaio 2010

Perdonalo, Cecil B., perché non sa di cosa parla


Qualcuno mi aveva accennato qualcosa, tra gli spasmi del riso incontenibile, a proposito di questo intervento a opera di Roberto Faenza, sull’argomento “Avatar vs Resto del Cinema”. Poi oggi Casanova Wong Kar-Wai dei 400 Calci mi ha mandato il link. E allora ho letto un pochino quello che il regista d’arte europea Roberto Faenza ha pensato di dire a proposito di Avatar, l’ultimo volgare attrezzo del giostraio James Cameron. Perché lui la mette così. Lui.

Salta fuori che, dopo le polemiche a proposito dei finanziamenti al cinema, dopo i mesi di scene madri da parte di tutti i membri di questa piccola industria parastatale, dopo le minacciate perdite enormissime della nostra cultura e delle nostre vite che a sentir loro avremmo potuto subire, stanno facendo di tutto per convincerci che al prossimo giro è proprio il caso di segare qualsiasi forma di finanziamento. Che poi a uno spiace per i macchinisti, ma se i professionisti del cinema italiano ragionano in questo modo, forse è proprio uno sport diverso, magari anche divertente, ma che ci interessa poco e non vogliamo finanziare. continua a leggere »



martedì 19 gennaio 2010

Vincere, e vincerà


Tra alcuni anni, quando ci sarà qualcuno capace di scrivere e girare un film che abbia bisogno di un attore del genere, quando i film che vincono i premi torneranno ad essere filmoni da rivedere ad anni di distanza, quando l’industria cinematografica hollywoodiana avrà ritrovato, se mai la ritroverà, una forma di qualità organica, un gruppo di autori capaci di alzare il livello medio dei film fino a quel punto in cui stavano negli anni Settanta, quando la morte della generazione Billy Wilder e la crisi dell’industria diedero spazio a nomi emergenti e straordinari come Scorsese, Coppola, Cimino, Pollack, Forman, allora forse sì che potremo essere felici dei premi di uno come Robert Downey Jr., massima espressione contemporanea dell’attore manigoldo, canaglia geniale che non si può non adorare, l’attore che le donne si fanno svenevoli e gli uomini compagni di squadra, capace com’è di prendere in mano filmini da niente e renderli carucci, di sollevare delle baracconate inguardabili e farne intrattenimento che per una sera va anche bene, solo allora, dicevo, la prossima volta, quando succederà, allora sì, allora sarà bello vederlo che non fa il tossico e il fenomeno sul palco, sarà rassicurante non dover aspettare i suoi discorsi da bipolare in buona per emozionarsi un po’, allora saremo felici per lui e per noi, quando dimostrerà che può anche andare oltre agli occhioni luccichi, oltre quell’intensità da fotoromanzo resa credibile, oltre alle smorfie innamoranti e a tutta quell’ironia che ci piace tanto ma non lascia il segno, allora sì, ma non questa volta, no no, manco per sogno, ché questa volta, quando l’altra sera Robert Downey Jr. ha preso un Globe come migliore attore per Sherlock Holmes di Guy Ritchie, ha vinto in una cinquina storta da tempi di crisi, con un film cretino da tempi di crisi, di un regista cane da tempi di crisi, che se vince anche un Oscar è proprio un anno inconsistente da tempi di crisi, che agli attori bravi fanno fare le faccette da scimmia ammaestrata e poi li premiano anche.



mercoledì 13 gennaio 2010

Scrivimi fermo posta


Cos’è. È una commedia hollywoodiana delle più classiche, cioè quella cosa inventata dagli ebrei mitteleuropei prima dell’arrivo di Hitler, e poi esportata serenamente in California più o meno negli anni Trenta. Ernst Lubitsch, il padre del genere, dirige James Stewart e Margaret Sullavan, in mezzo a un gruppo di caratteristi in stato di grazia. Il film, di cui tutti conosciamo il remake C’è post@ per te, racconta la vita di un negozio del centro di Budapest (The Shop Around The Corner, appunto). Mentre una vicenda personale rende il titolare Matuschek sospettoso nei confronti del personale, il commesso Alfred Kralik ha una relazione epistolare con una sconosciuta scovata tra gli annunci del giornale. Un’altra commessa del negozio ha un amico di penna, trovato dopo aver messo un annuncio sul giornale, di cui è ormai innamorata. I due non lo sanno, ma… avete capito. Il tutto si conclude la notte di Natale.

Com’è. Ecco, quando ho deciso che questa rubrica sarebbe stata fatta così, con queste domande, non mi sono reso conto che prima o poi mi sarei trovato ad affrontare un problema insormontabile: esprimersi su certe cose è inelegante, non si fa, rischia di far arrossire tutti per l’imbarazzo. Come faccio a dire io com’è Scrivimi fermo posta? Non facciamo ridere, su. Se si pensa che la commedia romantica sia un pilastro della civiltà occidentale contemporanea molto più dei cosiddetti valori, e io ne sono convinto, allora bisogna guardare questo film come delle spugne, cercando di prendere tutta la delicatezza, il tocco l’arguzia, la semplice e innagabile bravura che c’è. E bisogna essere sempre fermamente convinti che dentro a Scrivimi fermo posta, come dietro a colossi di queste dimensioni, ci sia molto più di quello che ognuno di noi possa immaginare di aver colto. Ma va bene così: la grandezza va affrontata con entusiasmo e umiltà. Questo film è un pilastro, un elemento su cui si sono costruite intere città di storie, personaggi, emozioni, eppure ha la leggerezza della carta velina. Ognuno prende quello che vuole, quello che gli arriva, e ognuno alla fine è felice come un bambino piccolo davanti al primo pezzo di Lego. Fare un mattone commovente è quasi impossibile, anche perché siamo persone adulte e ci commuoviamo più difficilmente dei piccoli. Lubitsch ne era capace.

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lunedì 11 gennaio 2010

Il messaggio di ’sta minchia [Avatar]


Non per altro, ma è già successo proprio nello stesso modo. Diversi anni fa uscì al cinema il film Titanic, con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, e voi non capiste un cazzo. Diceste che Di Caprio non andava bene, che il film era un polpettone, che era per ragazzini, che c’erano le incongruenze, che non era andata proprio davvero così. Intanto milioni di persone (tanti) andavano a vedere il film come si è sempre andati al cinema a vedere i grandi film: tutti, più volte, con passione irrazionale per i personaggi, le storie, son et lumière su grande schermo, meraviglia pura. Era un caso di grande cinema popolare, realizzato con idee, capacità, lavoro e soldi che gli altri nemmeno immaginavano. Era uno roba alla David O. Selznick. Era lo stesso campionato di Via col vento; non la stessa posizione in classifica, ma lo stesso campionato.

Nacque una genia di persone che detestavano Titanic, anche gente che “io al cinema ci vado poco, però Titanic…” e abbassavano gli angoli della bocca come manubri flosci, di Salvador Dalì, come se non fosse tollerabile uno scempio del genere. Così, era chiaro, non si poteva andare avanti. continua a leggere »