Tra alcuni anni, quando ci sarà qualcuno capace di scrivere e girare un film che abbia bisogno di un attore del genere, quando i film che vincono i premi torneranno ad essere filmoni da rivedere ad anni di distanza, quando l’industria cinematografica hollywoodiana avrà ritrovato, se mai la ritroverà, una forma di qualità organica, un gruppo di autori capaci di alzare il livello medio dei film fino a quel punto in cui stavano negli anni Settanta, quando la morte della generazione Billy Wilder e la crisi dell’industria diedero spazio a nomi emergenti e straordinari come Scorsese, Coppola, Cimino, Pollack, Forman, allora forse sì che potremo essere felici dei premi di uno come Robert Downey Jr., massima espressione contemporanea dell’attore manigoldo, canaglia geniale che non si può non adorare, l’attore che le donne si fanno svenevoli e gli uomini compagni di squadra, capace com’è di prendere in mano filmini da niente e renderli carucci, di sollevare delle baracconate inguardabili e farne intrattenimento che per una sera va anche bene, solo allora, dicevo, la prossima volta, quando succederà, allora sì, allora sarà bello vederlo che non fa il tossico e il fenomeno sul palco, sarà rassicurante non dover aspettare i suoi discorsi da bipolare in buona per emozionarsi un po’, allora saremo felici per lui e per noi, quando dimostrerà che può anche andare oltre agli occhioni luccichi, oltre quell’intensità da fotoromanzo resa credibile, oltre alle smorfie innamoranti e a tutta quell’ironia che ci piace tanto ma non lascia il segno, allora sì, ma non questa volta, no no, manco per sogno, ché questa volta, quando l’altra sera Robert Downey Jr. ha preso un Globe come migliore attore per Sherlock Holmes di Guy Ritchie, ha vinto in una cinquina storta da tempi di crisi, con un film cretino da tempi di crisi, di un regista cane da tempi di crisi, che se vince anche un Oscar è proprio un anno inconsistente da tempi di crisi, che agli attori bravi fanno fare le faccette da scimmia ammaestrata e poi li premiano anche.