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Sabato 23 Agosto 2008

Denti


AVVISORIA PARENTALE: LIRICHE ESPLICITE
Cos’è. L’artista Roy Lichtenstein ha avuto un figlio. Il figlio ha fatto questo film indipendente, presentato al Sundance, che racconta di una ragazzina timorata di dio e munita di vagina dentata. La storia è ambientata in una provincia americana tipo, con tanto di centrale atomica che domina ogni panorama (e qui scusate devo aprire una parentesi perché c’è una roba che non mi è andata giù…no, dopo). Dawn è un’attivista religiosa e tiene incontri sul valore della verginità, ha un fratellastro teppista (che la ama in segreto) e qualche amichetto del liceo. Fin dal primo rapporto (petting che si trasforma in violenza sessuale) si rende conto che la sua vulva stacca il pisello agli uomini che la esplorano. Nel tempo capirà che la cosa è volontaria e che se vuole può anche fare l’amore con soddisfazione. Ma se la fanno arrabbiare, gnac.

Com’è. È un film indipendente da Sundance. Fatto e finito. Strizza l’occhio a tutto il pubblico dei film indipendenti da Sundance. Le femmine ridono e applaudono quando Dawn si vendica dei maschi scemi; i cinefili possono pensare a una versione postmoderna o trash del film che dà il titolo a questa rubrica; gli amanti dei film di genere vedono piselli mozzati e sangue a fiotti, e pensano ai filmacci divertenti della Troma; chiunque scriva di cinema ovunque trova molto facile parlarne, perché tutto quanto si presta a infiniti riferimenti e interpretazioni più o meno campate per aria. Anche i ragazzini in sala, a dire il vero, ridono molto, presi da un certo imbarazzo divertito. La recitazione lascia a desiderare, così come la fotografia, la colonna sonora e la sceneggiatura. Ma è tutto parte del pacchetto “film indipendente”, cosa ci volete fare?
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Mercoledì 30 Luglio 2008

Il cavaliere oscuro


È il sesto film della serie iniziata da Tim Burton alla fine degli anni Ottanta. È il secondo diretto da Christopher Nolan e interpretato da Christian Bale, che già avevano risollevato con il prequel Batman Begins una serie affossata dal terribile Batman & Robin di Joel Schumacher. Il film racconta ancora una volta lo scontro tra Batman e Joker, interpretato questa volta da Heath Ledger. Il ruolo di Batman nella società viene messo in discussione da riflessioni tormentate sull’identità del bene e del male, sui limiti della giustizia umana e sulla natura profonda dell’altruismo. È un film spettacolare, ma attraversato da una vena scura, malinconica, che non risparmia nessuno dei personaggi.

Com’è. Nolan è un ottimo regista, uno che non sbrodola mai e riesce a stare attaccato alle idee di base dei suoi film. Anche questa volta c’è un sacco di attenzione a ogni particolare, sia nell’estetica che nella sceneggiatura (il film è scritto insieme al fratello di Nolan, che fa lo sceneggiatore). Le parti più spettacolari sono belle spettacolari, ma non scadono nel lunapark fine a se stesso. La coerenza interna è totale e nessun attore esagera (pur essendo tutte parti non esattamente minimali). Poi c’è Heath Ledger. Che va bene che è morto e uno non può fare finta di non saperlo, né può non notare come la parte e il personaggio siano tutti incentrati sulla morte che poi lui in effetti ha trovato. Ma anche se non fosse poi morto, il modo in cui flirta con il male e l’oscurità è impagabile. Siamo anni luce oltre il vecchio Joker di Jack Nicholson: più complessi, più postmoderni, più manifestazione pura del caos. Bale è impassibile e scompare nel personaggio, a costo di sembrare meno bravo di quello che è; il finale non è banalmente ottimista né pessimista; funzionano anche Gary Oldman e Aaron Eckhart; la presenza amorevole di due giganti come Michael Caine e Morgan Freeman guarnisce una torta già squisita.
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Sabato 5 Luglio 2008

Il resto della notte (operetta morale)


Dialogo tra un produttore di cinema e un cinemiere.
- Pronto.
- Pronto Michele, come stai?
- Bene, e tu?
- Abbastanza bene.
- A casa tutto a posto?
- Sì sì. E tu? La piccola?
- Ha iniziato a camminare e stiamo alla fase dei bernoccoli e degli strilli. È bellissima. Io ti dirò che me ’sto anche un po’ a rincojonì pe’ ’sta bambina…
- Mi pare il minimo. Senti…
- Dimmi.
- …ti chiamavo per questa idea a cui ti accennavo l’altra sera alla cena da Fabrizia.
- Sì. Mi ricordo che m’hai detto qualcosa.
- Sarei arrivato a un soggetto di massima che ti volevo un po’ raccontare velocemente, così mi dici cosa ne pensi.
- Spara.
- Allora, sarebbe un film sull’immigrazione.
- Benissimo, non si parla d’altro.
- Appunto. È un film che racconta del rapporto tra italiani e romeni.
- Zingari?
- Romeni.
- Sì, dico, rom?
- No rom: romeni normali, rumeni.
- Ah rumeni semplici. Mo’ c’è ’sta moda de dì romeni, ‘n se capisce più ‘n cazzo…vabbè e quindi questi rumeni?
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Martedì 1 Luglio 2008

La terza madre


Cos’è. È l’ultimo film di Dario Argento, il terzo di una trilogia che comprende Suspiria e Inferno. La storia è quella di tre madri (dei sospiri, delle tenebre e delle lacrime): divinità maligne che si risvegliano dopo secoli di quiescenza e portano morte e distruzione. Qui abbiamo a che fare con la terza. Durante degli scavi vicino a una chiesa viene ritrovata un’urna che contiene la veste e gli amuleti legati a questa terza madre. Scoppia il finimondo a Roma, con le gente che si ammazza per strada in preda al maligno, e una giovane restauratrice (Asia) che deve risolvere la questione. Philippe Leroy fa l’occultista e Udo Kier l’esorcista. Torna Daria Nicolodi, ex compagna e collaboratrice di Argento, nel ruolo di fantasma. Come Madre delle Lacrime, una quasi sempre nuda Moran Atias. C’è anche una scimmia, che serve ai cinefili per dire che Argento cita Monkey Shines del suo amico George Romero (“e anche ’sti cazzi” possiamo aggiungere noi).

Com’è. Prodotto e realizzato nello stile dell’ultimo Argento, ben diverso da quello dei primi due capitoli della saga, La terza madre è un film semplicemente incredibile. Niente di quello che si vede, che gli attori dicono, che fanno, niente di niente ha minimamente senso. Si direbbe un film girato a caso, ma siamo oltre. C’è una perversa estetica del raffazzonato, che per i fan sfegatati di Argento è un marchio di fabbrica. In realtà io sono di quelli che pensano che ci sia un Dario Argento capace, che si ferma a Phenomena, e poi più niente. E credo che il suo attuale cinema fatto coi piedi venga confuso con il mondo dei b-movies degli anni Sessanta e Settanta, di cui tanto ci siamo riempiti gli occhi in questi anni. Ma fare le cose con pochi soldi (B-movie significa budget-movie non a caso) non vuol dire farle come viene. Questo è un film fatto come viene, con le strade deserte senza nemmeno una comparsa che passi di lì; con il giorno che lascia spazio al tramonto e poi ci ripensa un po’, tutto nella stessa scena; con dialoghi a cui manca completamente un minimo sindacale di senso o plausibilità; con un sacco di cabine del telefono dove metti i soldi e chiami; con effetti speciali e crudeltà varie che non fanno paura o schifo, ma lasciano sul tavolo vibranti interrogativi esistenziali. continua a leggere »


Mercoledì 28 Maggio 2008

Il divo


volonte.JPGCos’è. Il film di Paolo Sorrentino, che ha vinto il premio della giuria a Cannes, racconta una fase della vita politica di Giulio Andreotti: quella che inizia con il suo settimo governo come Presidente del Consiglio e finisce con l’assoluzione nei due processi a suo carico (omicidio Pecorelli e associazione mafiosa). Toni Servillo interpreta il “divo” Giulio, mentre una schiera di attori simil-sosia dà corpo ai politici, ai malavitosi, ai giudici e ai giornalisti.

Com’è. Con una prospettiva molto diversa da quella dell’altro film italiano del momento, cioè Gomorra, Sorrentino cerca di ripercorrere i fatti storici che riguardano Andreotti, mentre mostra una versione grottesca e stralunata del mondo andreottiano. Anzi, viceversa. Siamo molto lontani, almeno dal punto di vista estetico, dal desiderio di documentare le cose di Garrone. Abbondano invece i punti di vista sghembi, le caratterizzazioni sopra le righe, le deformazioni di cose e persone, come se il potere facesse ai corpi quello che l’umidità fa al parquet. Il protagonista, per esempio, non dice una battuta che non costituisca un aforisma andreottiano, nemmeno quando gli chiedono come sta. Questo è molto straniante, ma alla lunga preghi tutti i santi che conosci per sentirgli dire “Bene, grazie. E lei?” oppure “Mi passi il sale, per favore?” Mentre Giulio è stretto nelle sue spalle strette e continua a parlare per motti e chiasmi arguti, intorno a lui si scatena la canaglia della corrente andreottiana. La prima riunione della corrente è un tale balletto in stile De Palma-misto-Tarantino, che finirà dritta nel repertorio ricorrente di blob e forse rimarrà impressa nella memoria del pubblico. Durate il film, però, i politici (introdotti da un sottopancia che dice chi sono, che ruolo hanno e come sono soprannominati) non sono mai credibili quando parlano tra di loro. Tutto è troppo esplicito, come se loro ogni volta dovessero ribadire ogni dettaglio di discorso che conoscono benissimo (Sbardella se ne va e dice una cosa tipo “Vado dai Maroniti e mi porto via tutte le mie 330000 preferenze”) È la fiera degli spiegoni, insomma, come nei film di fantascienza troppo complessi. L’”effetto Bagaglino” del casting (cioè la somiglianza tra personaggi reali e interpreti) è efficace quando riconosci la gente prima che appaia il sottopancia, ma alla lunga fa molta tristezza.

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Martedì 27 Maggio 2008

Io sono Edward Kimberly


sidney.JPGPer Come eravamo, che ho scoperto da pochi mesi, non mi è piaciuto neanche poi tanto, ma alla fine non dimenticherò mai. Per Tootsie, che è uno di quei film che rivedi negli anni e ti rendi conto di come cambi il modo di vedere e apprezzare il cinema nel tempo, finché non arrivi ad accorgerti che è banalmente perfetto. Per la parte in Michael Clayton e per quella in Mariti e mogli. Per I tre giorni del condor, da cui prende il nome il programma che faccio alla radio con Luca. Per quel modo di fare i film di suspense, che non si risolve nella musica tetra e nei personaggi spaventati in cui immedesimarsi per avere spavento. Per tutti questi motivi e anche perché la notizia della sua morte arriva il giorno del mio compleanno, mi dispiace molto che sia morto Sidney Pollack. Comunque non è morto giovanissimo e ha fatto delle grandi cose. Consoliamoci così. Magari riguardando il modo in cui sa essere conturbante e sobrio in Eyes Wide Shut.


Giovedì 22 Maggio 2008

Gomorra


knives.JPGCos’è. Gomorra è il film che Matteo Garrone ha tratto dal libro di Roberto Saviano sul fenomeno camorristico campano. Il libro, in cima alle classifiche di vendita da più di un anno, è un caso editoriale e giornalistico di portata notevole. Il film, che è tratto da un saggio romanzesco, sta a metà tra il documentario e l’invenzione. Racconta, attraverso cinque storie diverse, altrettanti aspetti della vita di chi ha a che fare con la camorra. Toni Servillo gestisce lo “smaltimento” di rifiuti tossici settentrionali nelle campagne del napoletano; due ragazzini col mito di Scarface cercano di fare i grandi; uno scugnizzo qualunque finisce incastrato nella guerra tra clan; un portasoldi cerca di evitare la morte nella stessa guerra; un sarto si rende conto di quanto la Cina sia vicina.

Com’è. Straordinariamente lento e di lunghezza esasperante, Gomorra è un ibrido storto tra un documentario e il neorealismo. Per essere un documentario dovrebbe avere quel distacco e quel pudore che lasciano parlare le cose per conto loro; per essere un film neorealista dovrebbe prevedere una storia, una regia e dei personaggi veri. Il risultato è didascalico, enfatico, sparato in faccia allo spettatore per due ore abbondanti, come se la gravità delle cose raccontate fosse sufficiente per evitare gli svenimenti per tedio. Gli attori sono spesso sopra le righe, professionisti e non: anche Toni Servillo, che di solito è perfettamente dentro la parte, qui è compiaciuto e strafà. Ma non è colpa sua. Tutto il film si nasconde dietro l’alibi della verità per drammatizzare, appiattire i toni, cancellare le sfumature e seppellire cose e persone sotto una colata di indignazione e schifo. Quando un camionista si ustiona coi rifiuti tossici, chiamano i bambini di dieci anni a guidare i camion carichi di fusti mortali; quando scoppia la guerra tra clan, altri due bambini si salutano con un bacio dopo essersi detti che ormai sono nemici e potrebbero ammazzarsi l’un l’altro; il più fetido dei boss è tracheotomizzato e parla come E.T.; l’uomo indebitato che cede i terreni allo smaltitore di rifiuti è malato a letto e ripete “Euro, euro” come un ebete. Se anche tutte queste cose sono successe nella realtà, il regista che le racconta le ha comunque scelte. E non ha mai pensato di fare mezzo passo indietro, rischiando così l’effetto freak-show. Infine la regia è volutamente sporca come quello che racconta: Garrone si concede delle belle immagini solo in un paio di scene, ma per il resto accompagna bruttezze e brutture.

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Domenica 4 Maggio 2008

All I do is dream of you the whole night through


GeneKelly.JPGIn un periodo di umore un po’ mesto, da cambio di stagione, l’altro giorno ho messo su La7 e mi sono accorto che davano il mio film preferito. Era già iniziato. Nel senso che in quel momento i due erano in un teatro di posa e stavano facendo una specie di danza nuziale. Lui le cantava You are my lucky star e le trotterellava attorno come si fa nei musical, con quell’aria adorante che prima dell’avvento dell’MDMA nessuno aveva mai saputo interpretare a fondo. Lei era un po’ sicura di sé e un po’ no. Poi lui accendeva un ventilatore di scena e a lei si materializzava tutto un velo sterminato in un tripudio di cielo finto.
Ero a casa di amici li ho convinti a stare a vedere il numero successivo (Moses Supposes). E mi sono ricordato quanto quello sia il mio film preferito e quanto poi alla fine basti che ti venga da dire una volta “che meraviglia” perché l’umore sghembo da cambio di stagione sembri superabile anche senza troppe difficoltà. È un film perfetto, per grandi e piccini, uomini e donne, dove si ride e si piange e ci si gasa. Si riconferma al primo posto della mia classifica personale anche per il suo potere taumaturgico. Si chiama Cantando sotto la pioggia, è di Gene Kelly e Stanley Donen. È del 1952. È un musical. E visto che qualcuno di voi starà facendo congetture con quell’aria da saputello, approfitto per ribadire che a me, come a Gene Kelly e Donald O’Connor, piacciono molto le femmine.


Martedì 8 Aprile 2008

Juno


shrimp.JPG**Cos’è.** Juno è il film di Diablo Cody, la ex spogliarellista che ha vinto l’ultimo Oscar per la miglior sceneggiatura. La regia è di Jason Reitman, che prima aveva diretto _Thank You For Smoking_, un altro film pregevole senza i fuochi d’artificio. Juno racconta di una ragazzetta sedicenne che resta incinta. Il padre è del bambino è un suo compagno di scuola, talmente tontolone da essere geniale. Lei decide di non abortire e di dare il figlio in adozione. Trova la coppia giusta e lo fa.

**Com’è.** È un film indipendente, come si dice di quei film che non hanno scene madri e inseguimenti e attoroni. In realtà è solo un film un po’ più piccolo del normale e scritto molto ma molto meglio del normale. La regia è molto misurata, senza troppe menate, e soprattutto Ellen Page è incredibilmente brava. Anche la colonna sonora funziona, tra Belle & Sebastian e altre figatelle. A differenza dei film brutti, che raccontano concetti, quindi generalizzano tipologie di ragazzini, scuole, genitori eccetera, questo è un film su una ragazzina e un suo fidanzato pirlone, una famiglia un po’ Simpson, una coppia che vuole adottare, un consultorio. L’edizione italiana sconta una traduzione un po’ in giovanilese, tipo “vita schifa”, mezze parolacce eccetera. Ma d’altra parte bisogna dire che i gerghi sono sempre molto difficili da tradurre, specialmente in italiano.

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Giovedì 3 Aprile 2008

Cover Boy - L’ultima rivoluzione


tscani.JPG**Cos’è.** Cover Boy racconta una storia di immigrazione e precariato, su uno sfondo di estetica gay. Un giovane romeno, che ha perso il padre nei giorni della destituzione di Ceausescu, emigra in Italia con un amico. L’amico viene fermato sul treno per una questione di documenti e lui si ritrova solo a Roma. Dopo aver vagabondato tra i barboni della Stazione Termini, va a vivere da Giovanni, un addetto alle pulizie della stazione, abruzzese, quarantenne, precario. Luciana LIttizzetto interpreta il ruolo di un’attrice fallita, padrona di casa di Giovanni, che abita al piano di sopra. Mentre Giovanni si innamora segretamente di lui, il romeno Ioan trova lavoro come meccanico. Poi perde il lavoro perché è irregolare, ma incontra Chiara Caselli, che fa la fotografa e lo sceglie come immagine per una nuova linea di abbigliamento. Ioan si trasferisce a Milano (dopo aver ritrovato l’amico, che fa il marchettaro a Roma) e diventa modello.

**Com’è.** La partecipazione amichevole di Luciana Littizzetto e i premi sulla locandina non devono ingannare nessuno: Cover Boy è una terribile sequela di luoghi comuni di una banalità sconcertante, senza appello. Di Roma si vedono Stazione Termini, Colosseo, Circo Massimo, Altare della Patria, San Pietro. Di Milano si vedono piazza Castello e, pensate un po’, via Monte Napoleone. I temi scelti sono quelli dell’emarginazione, del precariato, del cannibalismo finto di cui è capace il mondo della moda milanese (urca). Il tutto è trattato nella più stereotipata delle maniere possibili, tanto che una qualunque puntata di Anno Zero è molto più originale, giuro.

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