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Domenica 4 Maggio 2008

All I do is dream of you the whole night through


GeneKelly.JPGIn un periodo di umore un po’ mesto, da cambio di stagione, l’altro giorno ho messo su La7 e mi sono accorto che davano il mio film preferito. Era già iniziato. Nel senso che in quel momento i due erano in un teatro di posa e stavano facendo una specie di danza nuziale. Lui le cantava You are my lucky star e le trotterellava attorno come si fa nei musical, con quell’aria adorante che prima dell’avvento dell’MDMA nessuno aveva mai saputo interpretare a fondo. Lei era un po’ sicura di sé e un po’ no. Poi lui accendeva un ventilatore di scena e a lei si materializzava tutto un velo sterminato in un tripudio di cielo finto.
Ero a casa di amici li ho convinti a stare a vedere il numero successivo (Moses Supposes). E mi sono ricordato quanto quello sia il mio film preferito e quanto poi alla fine basti che ti venga da dire una volta “che meraviglia” perché l’umore sghembo da cambio di stagione sembri superabile anche senza troppe difficoltà. È un film perfetto, per grandi e piccini, uomini e donne, dove si ride e si piange e ci si gasa. Si riconferma al primo posto della mia classifica personale anche per il suo potere taumaturgico. Si chiama Cantando sotto la pioggia, è di Gene Kelly e Stanley Donen. È del 1952. È un musical. E visto che qualcuno di voi starà facendo congetture con quell’aria da saputello, approfitto per ribadire che a me, come a Gene Kelly e Donald O’Connor, piacciono molto le femmine.


Martedì 8 Aprile 2008

Juno


shrimp.JPG**Cos’è.** Juno è il film di Diablo Cody, la ex spogliarellista che ha vinto l’ultimo Oscar per la miglior sceneggiatura. La regia è di Jason Reitman, che prima aveva diretto _Thank You For Smoking_, un altro film pregevole senza i fuochi d’artificio. Juno racconta di una ragazzetta sedicenne che resta incinta. Il padre è del bambino è un suo compagno di scuola, talmente tontolone da essere geniale. Lei decide di non abortire e di dare il figlio in adozione. Trova la coppia giusta e lo fa.

**Com’è.** È un film indipendente, come si dice di quei film che non hanno scene madri e inseguimenti e attoroni. In realtà è solo un film un po’ più piccolo del normale e scritto molto ma molto meglio del normale. La regia è molto misurata, senza troppe menate, e soprattutto Ellen Page è incredibilmente brava. Anche la colonna sonora funziona, tra Belle & Sebastian e altre figatelle. A differenza dei film brutti, che raccontano concetti, quindi generalizzano tipologie di ragazzini, scuole, genitori eccetera, questo è un film su una ragazzina e un suo fidanzato pirlone, una famiglia un po’ Simpson, una coppia che vuole adottare, un consultorio. L’edizione italiana sconta una traduzione un po’ in giovanilese, tipo “vita schifa”, mezze parolacce eccetera. Ma d’altra parte bisogna dire che i gerghi sono sempre molto difficili da tradurre, specialmente in italiano.

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Giovedì 3 Aprile 2008

Cover Boy - L’ultima rivoluzione


tscani.JPG**Cos’è.** Cover Boy racconta una storia di immigrazione e precariato, su uno sfondo di estetica gay. Un giovane romeno, che ha perso il padre nei giorni della destituzione di Ceausescu, emigra in Italia con un amico. L’amico viene fermato sul treno per una questione di documenti e lui si ritrova solo a Roma. Dopo aver vagabondato tra i barboni della Stazione Termini, va a vivere da Giovanni, un addetto alle pulizie della stazione, abruzzese, quarantenne, precario. Luciana LIttizzetto interpreta il ruolo di un’attrice fallita, padrona di casa di Giovanni, che abita al piano di sopra. Mentre Giovanni si innamora segretamente di lui, il romeno Ioan trova lavoro come meccanico. Poi perde il lavoro perché è irregolare, ma incontra Chiara Caselli, che fa la fotografa e lo sceglie come immagine per una nuova linea di abbigliamento. Ioan si trasferisce a Milano (dopo aver ritrovato l’amico, che fa il marchettaro a Roma) e diventa modello.

**Com’è.** La partecipazione amichevole di Luciana Littizzetto e i premi sulla locandina non devono ingannare nessuno: Cover Boy è una terribile sequela di luoghi comuni di una banalità sconcertante, senza appello. Di Roma si vedono Stazione Termini, Colosseo, Circo Massimo, Altare della Patria, San Pietro. Di Milano si vedono piazza Castello e, pensate un po’, via Monte Napoleone. I temi scelti sono quelli dell’emarginazione, del precariato, del cannibalismo finto di cui è capace il mondo della moda milanese (urca). Il tutto è trattato nella più stereotipata delle maniere possibili, tanto che una qualunque puntata di Anno Zero è molto più originale, giuro.

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Domenica 9 Marzo 2008

Io sono un po’ stronzo


heston.JPG_Attenzione! Chi non ha visto_ Io sono leggenda _eviti di leggere questo post, se no magari si rovina un po’ la sorpresa e ci rimane male._

Il motivo per cui _Io sono leggenda_ non è gran che sta nel suo essere manicheo e banale. Gli infetti sono cattivi e tramano nel buio; gli altri sono sani e pochissimi e si oppongono. Poi riescono a evitare di essere sbranati vivi dai mostri cattivoni, finché non partono alla ricerca del mondo migliore, della terra promessa, del sol dell’avvenire nel New England. Arrivano e trovano una specie di borgo playmobil coi bambini felici e le aiuole e i sorrisi. Uno dice vaffanculo così è troppo facile, perché devo vedere due ore di film per capire che ci sono i buoni e i cattivi e noi siamo i buoni e vinceremo?
Insomma: dal libro di Matheson emergeva un’umanità disperata delle creature, della quale si provava una profonda compassione. Nel film, nella versione che è finita nelle sale, tutto questo era talmente sfumato da essere quasi scomparso. Nel “finale alternativo”:http://it.youtube.com/watch?v=IItXJJO2fB4, evidentemente scartato dopo qualche test col pubblico, le cose sono molto più mescolate, l’arroganza del protagonista è umiliante e il senso di ricostruzione dell’umanità comprende tutti. Sembra una scemata ottimista/pessimista, ma c’è una differenza molto profondo: un finale esclude e uno tira dentro. Non è poco.
PS - Poi, in effetti così c’è la zuccherosa love story tra mostri, come mi ha fatto notare Luca, però almeno non è buoni contro cattivi. Se fai buoni contro cattivi, cosa più che lecita, i cattivi devono vincere un po’ anche loro e i buoni non devono fare filosofia sul futuro dell’umanità. Al massimo filosofia sul futuro dei buoni.


Martedì 4 Marzo 2008

A prova di errore


broderick.JPG**Cos’è.** È film di Sidney Lumet che risale alla metà degli anni Sessanta. Il titolo originale _Fail-Safe_ fa riferimento a un dispositivo che quando sbaglia evita di fare danni, quindi non è esattamente “a prova di errore”, ma se deve sbagliare sbaglia bene. In realtà qui si racconta la storia di un errore al sistema di difesa militare americano, che produce una catena di disastri fino a portare l’uomo verso la catastrofe nucleare. Il presidente è Henry Fonda, il consulente militare del pentagono è Walter Matthau, il traduttore dal russo del presidente è un ottimo Larry Hagman (sì, J.R.) e sono in genere tutti bravissimi.

**Com’è.** È un film bello di quegli anni lì. Trasuda Guerra Fredda e trasuda reazione pacifista alla Guerra Fredda. È un film colto e progressista, girato quasi solo in interni, con una forte spinta ideale alle spalle, ma senza la retorica del cinema politicizzato successivo. Lumet aveva già debuttato con un capolavoro solo in interni, fatto di parole e rapporti di forza, cioè _La parola ai giurati_. Ragia e fotografia sono taglienti e contrastate. A parte il personaggio di Walter Matthau, spietato scienziato della guerra, che rappresenta un’aberrazione pura un po’ monocolore, tutti i personaggi sono sfumati e tridimensionali nella scrittura. Il ritmo è sempre serrato e il finale è molto intenso.

**Perché vederlo.** Perché questo cinema va visto. E perché da piccoli abbiamo visto tutti _War Games_ e ce lo ricordiamo benissimo. E perché capita di trovarlo in palinsesto su RAISAT CINEMA. Anche perché magari uno ha visto The West Wing e ha sviluppato una certa dipendenza per le situazioni di crisi che coinvolgono un presidente carismatico.

**Perché non vederlo.** Perché è difficile da trovare sia in DVD che nei palinsesti, o perché non si ha voglia di vedere militari per un’ora e mezza. O perché si odia il bianco e nero, non so, altri motivi non ne vedo.

**Una battuta.** _Generale, dia l’ordine._


Mercoledì 30 Gennaio 2008

Cloverfield


granchio.JPG**Cos’è.** Cloverfield, che vuol dire campo di trifoglio, è un film diretto da Matt Reeves e soprattutto prodotto da J.J.Abrams, che è quello di LOST. È un film catastrofico col coso. Che c’è un coso e ci sono i militari che gli sparano e i civili che scappano urlando. Siccome J.J. non è il primo dei pirla, il film è in realtà la registrazione di una notte, realizzata da un ragazzotto tonto che sta riprendendo la festa di addio del suo migliore amico in partenza per il Giappone. Poi succede il patatrac e lui continua a riprendere. Così la retorica deficiente dei film di Emmerich non c’è. Quindi di fatto Cloverfield è una soggettiva digitale di un’ottantina di minuti, tipo un film di Woody Allen nella fase in cui il direttore della fotografia era Carlo Di Palma (ma più sanguinolento). Di più su quello che succede non ve lo posso dire, se no rovino il tutto.

**Com’è.** Come i giapponesi, che avevano visto la distruzione cadere sulle loro teste e presto cominciarono a raccontarla sotto forma di film con mostri venuti dal mare e dallo spazio pronti a sterminare tutti, così gli americani dopo l’11 settembre. Almeno in teoria, perché finora c’è stato pudore a riguardo, patriottismo, senso di opportunità, politica, scelte industriali, chi lo sa. Cloverfield invece è quella roba lì: il film che va nell’inconscio del paese, nella memoria collettiva, spalanca la porta su cui c’è scritto “Arrivano i jet e ci ammazzano tutti” e tira fuori tutti gli elementi più dolorosi per usarli. Poi di fatto è un film tipo Godzilla o Gamera, con tanti effetti speciali fatti bene e abbastanza credibili, una buona dose di suspence, strilli e strepiti e anche una carrettata di gnocche.

**Perché vederlo.** Perché è divertente (al cinema, perché scaricato e visto sullo schermino diventa “una cazzata, dai! come fai a dire che è un bel film?”, come molti altri), coerente, insensato meno di LOST ma ugualmente avvincente, e dietro c’è un sacco di roba. Anche solo per la prima parte il film merita. Sono state ricostruite un paio di scene che vengono dritte dai documenti video dell’11 settembre che abbiamo visto decine di volte in questi anni, e quando le vedi ti accorgi che ti succede qualcosa di strano (chissà i newyorkesi) e ti torna un po’ su tutto. Poi c’è l’idea linguistica di fondo, che è ugualmente scaltra, cioè che tutto sia il contenuto di una telecamerina ritrovata(di cui tutti vorremmo conoscere marca e modello perché ha batterie infinite, faretto potentissimo, ripresa notturna, non si rompe mai e lo zoom è incredibile su qualunque focale): un’idea che sembrava un ponte di corde reso inservibile dall’attraversamento di Blair Witch Project, e invece tiene ancora bene (anzi, ne stano uscendo altri due girati così). Infine è un film di cui si parla molto e bene con gli amici.

**Perché non vederlo.** Perché è un film col coso, alla fine. Non ci sono altre vere linee narrative o sottotrame. Ci sono suggestioni a strafottere. Ma se uno vuole più ciccia, sappia che il tutto si può condensare così: “Ohmioddio! Un polpogranchio indistruttibile sta distruggendo tutto!”

**Una battuta.** _Mangiava le persone._

(ps - Faccio notare, per quelli che temono di essere stati spoilerati, che la creatura di Cloverfield è imperscrutabile. Ognuno la vede come gli pare, ma non si capisce. Io mi sono inventato polpogranchio. Voi ci potete vedere un pipistrellotalpa, volendo.)


Giovedì 13 Dicembre 2007

Irina Palm


segone.JPG**Cos’è.** È la storia di una vedova inglese di mezza età, che deve trovare i soldi per pagare il viaggio della speranza del nipotino Ollie. Infatti esiste una nuova cura sperimentale per la patologia rarissima di cui soffre, ma solo in Australia. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, trova lavoro in un locale di spogliarelliste a Soho, come segaiola. E ha un successo straordinario. La protagonista Maggie è Marianne Faithfull, mentre il proprietario del locale, Miki, è Miki Manojlovic, che alcuni ricorderanno in _Gatto Bianco Gatto Nero_.

**Com’è.** Irina Palm (nome d’arte di Maggie) è girato un po’ come un film di Ken Loach, ma ha una leggerezza che a Loach sfugge spesso. In compenso gode di un equilibrio raro tra momenti comici, veristici e drammatici. L’effetto è che si ride, si lucidano gli occhi o ci si immedesima, ma senza mai rendersene troppo conto. È effettivamente una commedia drammatica, e funziona così bene grazie anche ai due protagonisti, che sono in stato di grazia. Marianne Faithfull è veramente magistrale. (Dico la cosa banale da spettatore milanese che è andato al cinema impegnato Anteo? Se lo stesso livello di recitazione fosse venuto da un maschio, ne starebbero parlando tutti. Ecco, l’ho detta.) Il regista, fondatore dell’agenzia Euro RSCG, è il regista pubblicitario Sam Garbarski. Di solito i film dei registi di spot fanno schifo e sono pieni di formalismi cretini. Qui non c’è niente di smaccato o anche solo percepibile in quel senso.

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Domenica 11 Novembre 2007

Lettera al governatore di Battiato


gheddafi.jpgCaro Manlio Sgalambro, vi scrivo a proposito del vostro amico Franco. Per tanti anni l’ho seguito con un certo trasporto, e c’è una fase della sua produzione che trovo ancora oggi veramente epocale. Detto questo, come voi ben sapete la forza di Franco è sempre stata nel mescolare l’altissimo e il basso, cantare di Guénon alla radio, cantare di cose che trovavi solo nei programmi degli esami a filosofia (e di cui a nessuno fuori da quelle aulee, sia chiaro, è mai fregato molto), ma dentro a melodie piccole, ossessive, con quel gusto per l’attimo che aveva del sublime.
Poi, mentre quella fase già tendeva a sfumare, siete arrivato voi. Le canzoni di Francuzzo nostro sono diventate più colte, aeree, enigmatiche: i bambini non le cantavano più sbagliandosi mentre dicevano “gravità permanente”, né chiedevano alle mamme dove fosse Tunisi. Anche perché alla radio hanno cominciato a sentirsi poco, solo quando esce il disco e per due settimane.
Comunque va bene così. Ci può stare. Vi piace fare cose più ieratiche, riflessive, meditative, sanscrite e sufe, quello che vi pare. Non ci si bagna mai nello stesso fiume: figurarsi se si può fare sempre la stessa musica. Liberi voi di cantare a vostro piacimento. Uno se vuole vi ascolta, se no no.
Visto che però voi gli siete amico, vorrei che interveniste presso il vostro amico Franco su un altro ambito.

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Lunedì 8 Ottobre 2007

Grindhouse - Planet Terror


longhorn.JPG

Cos’è. Quentin Tarantino e Robert Rodriguez si sono messi in testa di distribuire due film accoppiati, come ai tempi dei drive-in. Il progetto, che si chiama Grindhouse, poi è stato diviso nei due film, visto che convincere il grande pubblico a pagare il doppio e stare in sala cinque ore sarebbe stato complicato. Il primo episodio, quello di Tarantino, Death Proof, è piaciuto alla critica e al pubblico scafato, ma è andato male al botteghino. Questo è quello di Rodriguez, una specie di tamarrata di classe che ripesca il cinema senza scrupoli e lo riciccia in chiave tex-mex-zombi-sci-fi-horror-sexy-bellico-esistenzial-apocalittico-parossistica. Un gas tossico verde fa venire le pustole alla gente e presto trasforma tutti in zombi marci assetati di carne umana. Un gruppo di improbabili cerca di opporsi all’orda malefica e salvare il mondo.

Com’è. La pellicola è rigata, l’audio dei titoli è tutto storto, a un certo punto salta anche un pezzo di film come se il distributore non avesse spedito una delle pizze e il proiezionista l’avesse montato lo stesso, così, con quello che c’è. Il film cita tutto il mondo del cinema di cassetta sfrontato (exploitation eccetera), e lo fa con tale gusto divertito, che la cosa non disturba mai. Il cuore di quel tipo di cinema, e quindi anche di questo film, è l’assenza del concetto di misura. Tutto è di più. Non troppo: oltre. quando potrebbe fare paura fermandosi un metro prima, va dieci metri oltre e non fa nemmeno ridere, prende solo a schiaffi.

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Domenica 9 Settembre 2007

Captivity


natasha.jpgCos’è. Da un po’ di tempo a questa parte, come vi sarete accorti, funzionano parecchio i thriller molto cruenti e molti statici, basati su ruoli precisi predatore/preda, con buone dosi di sadismo e meccanismi nevrotici che si ripetono. È un’evoluzione dei film coi serial killer; ora si tratta di sadici vendicatori libertari. Insomma, tipo i vari Saw. Captivity è un film di questi, o almeno vorrebbe. Racconta di uno che rapisce una modella per tenerla imprigionata in una cantina, dopo sembra che stia per farle delle robe e poi alla fine la costringe solo a sparare al suo barboncino. Poi lei scopre che c’è un altro imprigionato con lei e poi si scopre…insomma per principio io non spoilero, ma ’stavolta devo per il vostro bene…salta fuori che l’altro prigioniero, con cui lei fa all’amore presa dalla simpatia solidale, è il fratello del sadico. Cioè uno le rapisce ed è voyeur con le telecamere e si mette un cappuccio e minaccia, seda, spaventa, lega, insegue e mena; l’altro fa il prigioniero e si ciula le imprigionate, le quali poi a un certo punto vengono uccise.

Com’è. È molto semplice. Ci sono film belli e film brutti, film fatti benino e film fatti malaccio, film divertenti e film pallosi,  ci sono i film di merda e i capolavori. Poi ci sono gli inguardabili. Che sono bruttissimi, ma in un modo molto meno godibile. Ecco. Essendo cinema, l’inguardabilità assoluta è rara: perché scrivere un romanzo alla Elkann si può fare, ma i film li fanno centocinquanta persone insieme, e costano una barca di soldi. Se poi non è cinema italiano, è veramente rarissimo che ci siano certe manifestazioni di nulla così adamantine. In questo caso però ci sono le tre stigmate della possibile stronzata: 1-horror per adolescenti; 2-distribuzione estiva; 3-un grande regista andato a male, cioè Roland Joffe, quello di Mission e The Killing Fields.

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