domenica 20 marzo 2011
Lola Montès
Cos’è. È un film di Max Ophuls con Martine Carol e Peter Ustinov. In un circo meraviglioso e gigante, si mette in scena la vita vera della ormai cagionevole Lola Montès, ballerina e donna di spettacolo, di amore in amore, di dramma in dramma, fino alla relazione con il re di Baviera.
Com’è. Come tutti i filmoni di Ophuls (è anche scritto Ophüls, con trema, puntini, umlaut insomma, ma l’uomo si chiamava Oppenheimer, era ebreo, scappò, levò i puntini da un certo punto in poi, facendosi definitivamente franco), anche questo è un esempio di eleganza e slancio in uguale misura. La macchina da presa balla il valzer di continuo, il circo è incredibilmente bello, le scene dinamiche (la cucitura del reggiseno, la fuga dal ballo) sono girate come quasi nessuno ha mai saputo girare niente. In tutto questo, Ophüls è in qualche modo lieve, cosa che il suo discepolo Kubrick non sapeva essere.
martedì 22 febbraio 2011
Black Narcissus (Narciso nero)
Cos’è. È uno dei film più celebri di Powell & Pressburger, insieme a Scarpette Rosse. Racconta la storia di un gruppo di suore che allestisce un convento in India, con le difficoltà del caso. Una stellare Deborah Kerr interpreta il ruolo della giovane cui viene affidata la missione. La tensione sotterranea tra queste suore inglesi, e tra i locali e loro, sotto al sole spietato delle montagne indiane, porterà a cose che voi umani. E basta così.
Com’è. Per prima cosa è un film colorato. Molto colorato. Forse il film con i colori più incredibili che abbia mai visto. Il merito è dell’operatore e direttore della fotografia Jack Cardiff, che per questo film vinse l’Oscar. Il film è girato (Dio Salvi il Re) tutto a Pinewood, Regno Unito. In genere si dice che quando a proposito di un film si parla della fotografia è perché il film fa cagare. A parte che è una cretinata in assoluto, ma in questo caso in particolare vi assicuro che non vale. Poi c’è la solita mano di P&P, quella per cui le tensioni vibrano sotto un aspetto classico, formale, riposante. Qui è al massimo dell’acume, con questa luce di montagna, il viso di Deborah Kerr incuffiato, il passare del tempo che è scandito con precisione svizzera, anche se è tutto spizzichi e bocconi. E il tema della missione in India è uno dei più assurdi che mai si siano concepiti nella storia del cinema. Insomma, è troppo perché ve lo racconti io: non ho i mezzi.
lunedì 21 febbraio 2011
The Life and Death of Colonel Blimp (Duello a Berlino)
Cos’è. È uno dei primi film realizzati dalla premiata ditta Powell & Pressuburger, e racconta la vita del Colonnello Blimp (personaggio protagonista di una striscia satirica dell’epoca), attraverso le guerre che hanno visto protagonista il Regno Unito, dal primo Novecento al 1943, dai Boeri alla Seconda Mondiale. Si segue, tramite un flashback che dura circa due ore, la vita di questo soldato che combatte dove serve, e intanto vive. Costante della sua vita, Deborah Kerr, che nel film interpreta tre ruoli diversi. A fare da contraltare alla vita di Blimp c’è un militare tedesco, suo amico e rivale nella vita, nell’amore, nell’onore. Aspramente criticato per il relativismo etico e esistenziale che propone, il film ebbe un buon successo.
Com’è. È un film assolutamente fuori dagli schemi. Pur senza che la cosa sia così manifesta, per l’atmosfera ricorda a tratti quasi Buñuel. La quantità di linee narrative che si intersecano è spaventosa. E lo stile è quello dei nostri, una specie di espressionismo classico, di loro assoluta invenzione. Deborah Kerr e il Tecnicolor sarebbero sufficienti per rendere anche solo un fotogramma visto in controluce interessante. continua a leggere »
lunedì 14 febbraio 2011
The Bad Seed (Il Giglio Nero)
Cos’è. È un thriller del 1956 di Mervyn LeRoy tratto da una pièce teatrale, che parla di una bambina cattiva. Il padre militare è di stanza a Washington; la madre è tutta educata e per bene, nella casa perfetta; la bambina ha trecce bionde ma è falsa e malvagia. Quando la classe è in gita al parco, muore il primo della classe, che l’ha appena battuta in una competizione legata al profitto, vincendo la medaglia che lei pensava di meritare. Da lì in poi, comincia a manifestarsi la perfidia della piccola trecciuta bionda.
Com’è. È un film storico quanto scalcagnato. La bambina è una macchietta, mentre altre interpretazioni intorno a lei sono ottime, prima fra tutti quella di Eileen Heckart, madre del bambino annegato. Il tutto poi sul finale diventa veramente delirante per trama, toni, soluzioni, fino a una chiusa assurda. Dopo The End, un cartello chiede di non raccontare la trama agli altri, vista la natura del film, e poi il cast si presenta, sorridente, sul set. Sembra un’assurdità, ma in effetti serpeggia, forse involontario, nel racconto un senso di disfacimento della famiglia americana, molto più disturbante della bambina stessa. La madre che tiene insieme le apparenze a tutti i costi; tutti che le fanno i complimenti per la gentilezza affettata della figlia violenta per natura; la morte e la violenza che sono il vero filo conduttore di casa. In realtà c’era un sottotesto razziale nel film, per cui l’idea di una malvagità genetica, per natura, rischiava di mescolarsi pericolosamente con il movimento dei diritti dei negri americani. La mescolanza tra queste sue linee sotterranee è l’aspetto più inquietante del film: una società bianca e per bene, che vive in salotto e colleziona servizi da tè, viene silenziosamente distrutta dalla gramigna malvagia e inarrestabile. continua a leggere »
martedì 8 febbraio 2011
His Girl Friday (La signora del venerdì)
Cos’è. Tratta dalla pièce The Front Page di Ben Hecht e Charles MacArthur, His Girl Friday è la trasposizione cinematografica che decise di farne, dodici anni dopo il debutto teatrale, e nove dopo la prima trasposizione cinematografica, Howard Hawks. Cary Grant e Rosalind Russell, i protagonisti, sono stati sposati. Lui dirige un giornale, lei un tempo ci lavorava. Ora lei sta per sposarsi con un pirlacchione. Lui farà di tutto per evitare questo evento, mentre si occupa, insieme a lei, del caso di un omicida che sta per andare essere giustiziato. Gli eventi si svolgono nell’arco di un giorno.
Com’è. Questo è uno di quei film che ai tempi in cui uscì era considerato un prodotto onesto tra i tanti, ma nel tempo è diventato una perla assoluta. Il fatto che non sia nemmeno stato candidato a un Oscar fa pensare alla frustrazione sempiterna di chi si dedica alla commedia; il fatto che quell’anno ne abbia vinti un mazzo The Philadelphia Story fa pensare che nei periodi di vacche molto molto grasse fatalmente scivoli via qualcosa. Il film, diventato una commedia romantica grazie alla trasformazione di un personaggio maschile in femminile, e conseguentemente munito appositamente della trama del promesso sposo tonto (riscrittura di Charles Lederer e Morrie Ryskind), è una mitraglia di battute sagaci, azione, schermaglia amorosa ininterrotta. Il giornalismo è raccontato con amore e ironia, non con enfasi e disincanto. Tutto funziona perfettamente, e la regia è del tutto invisibile pur essendoci, e parecchio. Quello che si vede molto bene è la messa in scena, la costruzione delle interazioni tra gli attori, il ritmo, insomma questo senso di balletto classico che si percepisce in ogni inquadratura, anche nei momenti in cui dove dovrebbe esserci della violenza. È indicato nei testi di storia del cinema come tassello per la definizione della commedia sofisticata.
sabato 5 febbraio 2011
A Matter Of Life And Death (Scala al Paradiso)
Cos’è. È un film del dopoguerra di Powell & Pressuburger, con David Niven che interpreta il ruolo di un aviatore a bordo di un apparecchio che sta precipitando. Con la radio, scambia le ultime parole con una marconista che resta folgorata dal suo coraggio e dalla sua sincerità, e poi si butta, non potendo salvarsi in nessun modo. Nell’aldilà si accorgono che per un errore non l’hanno prelevato: dovrebbe essere lì, ma la nebbia fitta ha fatto in modo che fosse lasciato indietro. Lui nel frattempo si è svegliato sulla spiaggia, ha incontrato la bella marconista con cui aveva scambiato le sue ultime parole, e tra loro è sbocciato l’amour. Deve morire per salvare le leggi della burocrazia celeste, oppure deve stare in vita e amare?
Com’è. È un film allegorico, potremmo dire. In realtà è un film delirante, che oscilla tra il piano della vita terrena (Technicolor) e quello dei morti (b/n) con assoluta grazia. Le immagini hanno sempre la forza di Powell & Pressuburger, qui lasciata libera di darci dentro come fosse un lampadario di Liberace. È un film sull’etica, sulla legge e sull’amore più che sulla vita e sulla morte. È poco equilibrato, a volere fare i precisini, con momenti di stanca accanto a guizzi folgoranti. Ma davanti a un simile ardimento, non c’è da fare tanto le pulci.
