Mercoledì 15 Ottobre 2008
Tokyo, 15-10-2008
Oyashirazu: senza che i genitori lo sappiano. Non è il nome di qualche fumetto licenzioso o libertino, ma il modo in cui i giapponesi chiamano il dente del giudizio. L’ho dovuto imparare mio malgrado tre giorni fa quando questo ha cominciato a lancinare le mie notti con un dolore sfinente. Questi denti hanno, in tutte le lingue che conosco, nomi che riguardano l a coscienziosità che uno dovrebbe avere quando i denti ritardatari cominciano a spingere sulle gengive. Solo quegli sdolcinatoni dei nostri vicini coreani li chiamano i denti dell’Amore, perché arrivano nell’età in cui conosciamo le gioie e soprattutto i dolori di questo sentimento bellissimo che ci permette di vivere e sperare. In Giappone, invece, a quell’età i genitori hanno smesso di occuparsi dello sviluppo fisico dei figli, oppure, in epoche antiche, se ne erano già andati. Qualcuno di voi conosce altri modi di chiamarli in altre lingue?
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Sono sempre contento di avere ospiti dall’Italia. Ascoltare le notizie, cosa si dice in giro, cosa vibra nello stivale. Poi col responsabile di questo blog si è stati bene, si è parlato, mangiato e bevuto in tranquillità. Gozzovigliando, siamo a malapena usciti dalla zona in cui vivo, Nezu. Per tutti quelli che non conoscono Tokyo, si tratta di un quartiere molto tranquillo della vecchia Edo, in cui molte case di legno sono ancora vive e vegete, con molto verde, circondato dal parco di Ueno da un lato, dallo zoo, da Yanaka e dall’Università. Un posto popolare di tokyesi vecchi di generazioni. Quando arrivano gli stranieri in Italia qualche volta ci rendiamo conto di vivere in posti meravigliosi senza farci troppo caso, e così mi è capitato ultimamente. Infatti da molto tempo non frequentavo stranieri e soprattutto gente che non abita a Tokyo. I miei occhi nuovi mi hanno rivelato che abito nel posto più bello di Tokyo: qui regna il silenzio e gli alberi incorniciano tutte le strade, qui si trovano i migliori ristoranti della città, specialmente in fatto di tonkatsu, soba e kaiseki ryouri. Ci sono rigattieri e spacci di cianfrusaglie con un’aria nostalgica e rétro. Molti negozietti e botteghe urlano la parola “japonisme” al visitatore anche locale, visto che il genere va molto di moda e i giovani usano tessuti di vecchi kimono per confezionare articoli postmoderni.
La domenica dei ciliegi è stata un successone: finalmente bel tempo, un posto eccezionale conquistato svegliandomi alle 7 e presidiando il parco per ore, ottimi invitati. In fatto di cibo abbiamo fatto scuola: c’era il figlio di un cuoco tradizionale di cucina tradizionale giapponese del mio quartiere tradizionale, due chef di un ristorante macrobiotico di Hanzomon, il famoso chef di un importante ristorante di Tokyo di cui non faccio il nome (Mandarin Oriental Hotel) e che propone cucina molecolare. Il menu includeva delizie quali insalata con insalate tropicali e fragole, guacamole, grano peruviano, gazpacho di pomodoro e anguria, ottimi vini. Io me la sono cavata portando la “frittat ‘e maccarune”, il pasto dei napoletani al mare. Siamo stati bene, non abbiamo esagerato e sono anche riuscito a tornare a casa su due soli arti.
Da quando sono venuto ad abitare a Tokyo mi sono accorto di una tendenza di molti: quella di edulcorare i fatti. In realtà sono venuto qui da solo, senza un lavoro e senza un posto dove stare, poi lentamente mi sono organizzato con una attività’, una stanza e una vita. Ho fatto molti lavori ma principalmente insegno italiano e suono per chi mi paga. Per molti che mi conoscono indirettamente o anche di sfuggita, forse questa versione dei fatti risultava troppo sciatta o poco spettacolosa. Infatti spesso, tornando a Udine, mi sono trovato di fronte a persone che: -Ah! tu sei quel Flavio che è andato a Tochio dopo aver trovato una donna giapponese di cui eri innamoratissimo e viva l’amore! Oppure: -Ah be’ chiaro, tu parli giapponese perché lo hai studiato è ovvio che sei andato a finire lavia.