Ultimamente pensando a cosa scrivere su questo Kemuri mi sono venuti solo pensieri confusi, idee disarticolate. Mentre rimuginavo sono fioriti i ciliegi e adesso la città è entrata nella primavera nel modo più rosa che può. Rosa. Pink.
A proposito di rosa, sono andato a vedere una rassegna di pink eiga, i film un po’ scollacciati che hanno spopolato da dopo la guerra fino a una ventina di anni fa. È stata una esperienza formativa: non tanto per le pellicole in sé che mi hanno un po’ deluso (vabé, ma cosa mi aspettavo da dei film praticamente porno a parte le inquadrature dei genitali?), ma per il tipo di pubblico che ho trovato. Signori attempati, ma anche giovani, coppie, insomma un pubblico variegato e per nulla pruriginoso. Uno dei due film era ironico, girato negli anni settanta e, a suo modo, stiloso; il secondo era una rivoltante ottantata condita con acconciature tremende, interni di pessimo gusto e spalline.
Sono tornato a casa con una specie di consapevolezza che in alcuni punti i giapponesi differiscano profondamente da noi italiani. E uno di questi punti è di sicuro la sessualità. Le cose sporche (già questo modo di definirle la dice lunga…) sono un’occasione per giocare, non già una macchia di vergogna nell’anima di chi le fa. Guardare un film rosa o anche porno non ti mette immediatamente nella categoria dei viziosi amici del demonio o allupati mandrilli incapaci di capire i concetti profondi di un film impegnato. Anzi, alcuni registi importanti hanno cominciato proprio dal pink. continua a leggere »