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venerdì 28 agosto 2009

TOKYO, 21.8.25


kemuriago09Negli ultimi anni sempre più amici, conoscenti, sconosciuti decidono di farsi una vacanza in Giappone. Ho quindi pensato di fornire un piccolo prontuario di consigli per il viaggiatore italiano che viene da queste parti.
Evitate l’estate. Sì, lo so che lì da voi si va in ferie da giugno a settembre, ma qui si muore. Veramente. Immaginate di essere nel mezzo della pianura padana dentro a una serra, con un umidificatore acceso su max. Nuvolosa, la serra. Il sole non esce mai, se fate le foto sembrano tutte in bianco e nero, anzi grigio, una sola tonalità. Evitate l’estate giapponese, e visto che ci siete, evitate l’Asia in estate. Stagioni migliori: primavera e autunno. continua a leggere »



giovedì 4 giugno 2009

Ero Oyaji (e non ho nessuna intenzione di smettere)


osakamayorIl Giappone incasella ogni tipo di persona entro una categoria precisa, ognuno sa di cadere in una definizione che è abbastanza elastica da permettere variazioni sul tema, ma che comunque spiega in linea di massima il ruolo che uno ha nella società e come viene visto dal prossimo.

Per fare degli esempi, se sei studente tutti si immagineranno che ti godi la vita anche se non hai molti soldi; se sei sarariiman sicuramente il lavoro ti succhia tutto il tempo con gli straordinari e ti costringe a bevute con i colleghi (al massimo ti concedi qualche partita di golf la domenica); se sei mamma il tuo posto è a casa a badare alle faccende e magari passi i pomeriggi chiacchierando con altre donne a cui ti accomuna il fatto di essere mamma. Potrei andare avanti con le categorie otaku, gyaru (girl pronunciato alla giapponese) e via dicendo, ma Matteo mi ha chiesto di descrivere un’altra figura, l’ERO OYAJI.

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venerdì 22 maggio 2009

Tokyo, 19. 5. 21


imgp5203Il fine settimana scorso è stato per me dominato da enormi palanchini trasportati a spalle per tutte le vie di Asakusa. Anche quest’anno ho partecipato al Sanja Matsuri, una celebrazione religiosa (ma c’è la religione in Giappone? in questi matsuri forse c’è la risposta) che per molti è una ragione di vita. Per tre giorni ogni gruppo che rappresenta i quartieri di Asakusa trasporta il proprio palanchino facendolo sobbalzare sulle spalle e urlando a ritmo. Quest’anno la ghenga di cui faccio parte ha avuto l’onore di chiudere la festa trasportando questo altare portatile fino dentro al tempio la domenica sera durante la processione conclusiva: questa è un’occasione troppo ricca per i membri della yakuza. continua a leggere »



martedì 21 aprile 2009

Tokyo, 15.4.21


kemurelloUltimamente pensando a cosa scrivere su questo Kemuri mi sono venuti solo pensieri confusi, idee disarticolate. Mentre rimuginavo sono fioriti i ciliegi e adesso la città è entrata nella primavera nel modo più rosa che può. Rosa. Pink.
A proposito di rosa, sono andato a vedere una rassegna di pink eiga, i film un po’ scollacciati che hanno spopolato da dopo la guerra fino a una ventina di anni fa. È stata una esperienza formativa: non tanto per le pellicole in sé che mi hanno un po’ deluso (vabé, ma cosa mi aspettavo da dei film praticamente porno a parte le inquadrature dei genitali?), ma per il tipo di pubblico che ho trovato. Signori attempati, ma anche giovani, coppie, insomma un pubblico variegato e per nulla pruriginoso. Uno dei due film era ironico, girato negli anni settanta e, a suo modo, stiloso; il secondo era una rivoltante ottantata condita con acconciature tremende, interni di pessimo gusto e spalline.
Sono tornato a casa con una specie di consapevolezza che in alcuni punti i giapponesi differiscano profondamente da noi italiani. E uno di questi punti è di sicuro la sessualità. Le cose sporche (già questo modo di definirle la dice lunga…) sono un’occasione per giocare, non già una macchia di vergogna nell’anima di chi le fa. Guardare un film rosa o anche porno non ti mette immediatamente nella categoria dei viziosi amici del demonio o allupati mandrilli incapaci di capire i concetti profondi di un film impegnato. Anzi, alcuni registi importanti hanno cominciato proprio dal pink. continua a leggere »



venerdì 20 febbraio 2009

Tokyo, 21.2.18


dsc_0993Anche se è febbraio, correre con la bici per la le strade a est di Tokyo è uno dei miei passatempi preferiti, mi rilassa e mi fa scoprire angoli della città che non conoscevo perché li attraversavo sempre sottoterra.
Qui in Giappone da un po’ di tempo quasi ogni edizione dei telegiornali si apre con servizi con gente che è stata beccata con le mani nella scatoletta cilindrica dei rullini fotografici, o qualsiasi contenitore che la abbia sostituita in quest’epoca di flashcards. La ganja sta spopolando in queste isole, ed è trattata dalla legge e dalla polizia come una droga pesantissima, un allarme sociale. Quindi si vedono scene di studentelli universitari arrestati, ammanettati, condotti nel cellulare con una faccia sconvolta, incredula; ma anche cantanti, professionisti e sì, persino lottatori di sumo. Parecchi. Comunque uno la pensi, in un paese in cui ubriacarsi quasi ogni giorno è considerato accettabile, questa intolleranza verso le diere (come le chiamano a Udine), le pipette o i bongi suona leggermente esagerata. Anche perché mi sembra che oltre a non percepire la differenza di pesantezza tra le droghe, i media tentino di far intendere che qualsiasi tipo di sostanza psicotropa fumabile arrivi dalle mani degli stranieri che risiedono in Giappone, e come appartenente alla categoria mi sento ingiustamente coinvolto. Tantopiù che la maggior parte dei consumatori se la produce da sé.
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mercoledì 21 gennaio 2009

Tokyo – 21.1.19


neokem1Ultimamente ho cambiato casa, adesso abito a una stazione di metro dal mio primo appartamento a Tokyo, in un altro quartiere che si chiama Bunkyo. E’ bellissimo, sopra una collinetta che al ritorno a casa mette alla prova i polpacci, vicino a un tempio Shinto utile agli studenti che vogliono passare gli esami di ammissione all’università. Sì, la religione Shinto è fondamentalmente utile, direi pragmatica.
Assieme alla vecchia casa ho anche dato il benservito alla miopia: grazie a un intervento al laser ora ci vedo bene senza gli occhiali che ho gettato alle ortiche. L’esperienza di un’operazione chirurgica qui a Tokyo è stata un po’ una rivelazione: la clinica si trova in centro, a Yurakucho, in un palazzo nuovissimo che domina la zona di Ginza e della stazione centrale. Il flusso di pazienti è continuo e massiccio, centinaia di persone all’ora vengono analizzate, visitate, controllate passando dalle infermiere della reception alle dottoresse oculiste, al medico che misura gli spessori del bulbo. continua a leggere »



mercoledì 15 ottobre 2008

Tokyo, 15-10-2008


Oyashirazu: senza che i genitori lo sappiano. Non è il nome di qualche fumetto licenzioso o libertino, ma il modo in cui i giapponesi chiamano il dente del giudizio. L’ho dovuto imparare mio malgrado tre giorni fa quando questo ha cominciato a lancinare le mie notti con un dolore sfinente. Questi denti hanno, in tutte le lingue che conosco, nomi che riguardano l a coscienziosità che uno dovrebbe avere quando i denti ritardatari cominciano a spingere sulle gengive. Solo quegli sdolcinatoni dei nostri vicini coreani li chiamano i denti dell’Amore, perché arrivano nell’età in cui conosciamo le gioie e soprattutto i dolori di questo sentimento bellissimo che ci permette di vivere e sperare. In Giappone, invece, a quell’età i genitori hanno smesso di occuparsi dello sviluppo fisico dei figli, oppure, in epoche antiche, se ne erano già andati. Qualcuno di voi conosce altri modi di chiamarli in altre lingue?
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mercoledì 30 aprile 2008

Tokyo, 20-4-29


kemaprile08.jpgLa settimana d’oro è il periodo di vacanza più lungo dell’anno qui in Giappone. Tokyo si svuota di nativi per riempirsi di gente venuta dalla campagna, impegnata a raccapezzarsi tra tutte le linee sotterranee della capitale. La settimana d’oro (goruden uiiku) è cominciata oggi. Il 29 aprile è una data importante perché è il compleanno (genetliaco?) dell’imperatore Hirohito, quello che ha combattuto insieme a nazisti e fascisti, ha perso e si è arreso con un discorso alla nazione che sulle prime pochi avevano capito. Per anni questa data, pur rimanendo un giorno vacanziero, era stato chiamato il giorno del verde, in omaggio alla vocazione botanica del discendente degli dei che si arrese a MacArthur (Makkasaa). Da quest’anno, però, la giornata odierna si chiama il giorno di Showa, nome ufficiale di Hirohito. Un ritorno al nazionalismo? in realtà ultimamente le forze di destra giapponesi stanno facendo la voce grossa in occasione di polemiche, come ad esempio quella sul documentario “Yasukuni” del cineasta cinese Li Ying, per ora bloccato fino a maggio da una censura inedita.
Tutto questo per dire che oggi, recandomi al lavoro proprio a Kudanshita, di fronte al tempio della discordia, lo Yasukuni jinjya luogo di riposo per le anime di molti criminali di guerra, mi trovo in mezzo a due grosse ali di poliziotti bardatissimi e con un’aria anti-sommossa. Non avevo mai visto un dispiegamento di forze così imponente, mi spavento e in lontananza sento gli altoparlanti che diffondono canzoni nostalgiche e colonialiste: si tratta della cosa che sopporto meno qui in Giappone, gli uyoku. Sono attivisti di destra nostalgici che invadono le strade con carovane di furgoni bardati di bandiere e stemmi bellici, assordando tutti con musiche e slogan urlati a squarciagola. C’è tensione nell’aria, i poliziotti sono pronti a contrastare colpi di mano ma non succede niente, almeno fino a quando io sono presente.
Mentre penso “se la noncuranza è il peggior disprezzo, i giapponesi devono disprezzare molto questi esaltati” (senza convincermene del tutto), una famiglia -giapponese- mi ferma e mi chiede delle informazioni per andare a chidorigafuji. Ecco, anche durante la settimana d’oro a Tokyo riescono a convivere situazioni apparentemente inconciliabili, e uno straniero da quattro anni in questa città può sembrare più tokyese dei giapponesi di campagna in vacanza.
Il documentario, comunque, lo proietteranno la settimana prossima, in UN SOLO cinema a Tokyo. Prometto che farò il possibile per guardarlo.



mercoledì 12 marzo 2008

Tokyo, 20-3-6


kem2036.JPGA Tokyo ci sono i colori della primavera, ma il clima è ancora da inverno pieno. Ho fatto male a mettere nell’armadio la stufa a kerosene. Forse ho fatto anche male a tornare dal Laos, dove ho trascorso una settimana in febbraio. Fa molto bene al cuore lasciare ogni tanto questa città artificiosa, troppo pulita, severa, e andare in un posto dove la polvere si impasta con il pollo arrosto e il riso mangiato a pallocchette con le mani. La cosa più importante da fare, comunque, nella Repubblica Democratica Popolare del Laos, è conoscere qualcuno del luogo, farsi portare in montagna col fuoristrada e passare dei giorni tra le galline e i campi di riso, mangiando tutto, bevendo la sgnapa laotiana da ora di pranzo, lavarsi i denti e il corpo nel Mekong.
Facile poi lamentarsi del Giappone, dove ci sono 15 gradi in meno, tira il vento, bisogna lavorare, e non si danno le bevute con sconosciuti al bordo della strada, magari giocando a dama con i tappi di birra (dritti e rovesciati). Passare in un solo giorno da Vientiane a Ginza procura lo shock più pesante che si può provare senza cambiare continente.
Nel frattempo, a Tokyo si aspetta che i fiorellini rosa sboccino, i bambini cominciano la scuola dopo essere stati dal fotografo per farsi fare un ritratto con la cartella, le mamme li guardano orgogliose, i padri sgobbano per mantenerli e su Newsweek esce una storia di copertina dedicata al disastro economico italiano. Così finalmente amici e conoscenti la smetteranno di sbalordire pensando che ho lasciato il paese dei gondolieri che cantano l’opera e dove a ogni disgrazia si reagisce come in un musical col lieto fine dell’amore nell’ottimismo e viva la vita!



sabato 19 gennaio 2008

Tokyo, gennaio 2008


kem012008.JPGNatale non c’è. C’è solo l’involucro di alberi, decorazioni, luminarie, carols, tacchini e pacchi con doni. Ma dentro niente. Capodanno regna, le cose nuove tirano, e quindi anche gli anni, quando sono freschi freschi, non ancora usati. Visto che in Giappone quasi nessuno è di Tokyo ma quasi tutti ci abitano, attorno al 28 si assiste a un ritorno nazionale verso i paesini dove sono rimasti i genitori, i nonni e i campi di riso. Io, fedele alla giapponesità, sono tornato in una campagna non mia, nell’isola dello Shikoku, a ovest. Cibo più dolce, dialetto meno azzimato, ritmo di vita più sciallato. Mi sono concesso il lusso di un Capodanno completamente giapponese con i cibi d’obbligo, le bevande fermentate della tradizione e le peregrinazioni di mezzanotte ai templi. La visita al santuario shinto mi è piaciuta molto. Perché? Perché ad aspettare la nascita dell’anno 20, nel piazzale c’erano centinaia di adolescenti che facevano confusione, scherzavano, ridevano. Poi alle 12 tutti hanno gettato una moneta davanti al tempio dove un sacerdote ballava, sì, ballava benedicendo gli astanti con uno scettro. L’atmosfera mi ha fatto ricordare me bambino alle sagre di un paesino della bassa friulana. Tutta la comunità a festeggiare. Adesso quella sagra non c’è più perché non ci sono giovani e nessuno ha voglia di organizzare. Nemmeno la messa di mezzanotte mi sembra che riscuota un grande entusiasmo. Allora io, da orgoglioso ateo, mi chiedo: quando in Italia è stata levata di mezzo la religione, quella sociale, con cosa è stata sostituita? Tokyo è fatta principalmente per ritornarci. E infatti sono nella capitale, silenziosa, abbottonata, laica, ricca, poco sorridente forse ma esageratamente stilosa. Quanto manca alla primavera?