Natale non c’è. C’è solo l’involucro di alberi, decorazioni, luminarie, carols, tacchini e pacchi con doni. Ma dentro niente. Capodanno regna, le cose nuove tirano, e quindi anche gli anni, quando sono freschi freschi, non ancora usati. Visto che in Giappone quasi nessuno è di Tokyo ma quasi tutti ci abitano, attorno al 28 si assiste a un ritorno nazionale verso i paesini dove sono rimasti i genitori, i nonni e i campi di riso. Io, fedele alla giapponesità, sono tornato in una campagna non mia, nell’isola dello Shikoku, a ovest. Cibo più dolce, dialetto meno azzimato, ritmo di vita più sciallato. Mi sono concesso il lusso di un Capodanno completamente giapponese con i cibi d’obbligo, le bevande fermentate della tradizione e le peregrinazioni di mezzanotte ai templi. La visita al santuario shinto mi è piaciuta molto. Perché? Perché ad aspettare la nascita dell’anno 20, nel piazzale c’erano centinaia di adolescenti che facevano confusione, scherzavano, ridevano. Poi alle 12 tutti hanno gettato una moneta davanti al tempio dove un sacerdote ballava, sì, ballava benedicendo gli astanti con uno scettro. L’atmosfera mi ha fatto ricordare me bambino alle sagre di un paesino della bassa friulana. Tutta la comunità a festeggiare. Adesso quella sagra non c’è più perché non ci sono giovani e nessuno ha voglia di organizzare. Nemmeno la messa di mezzanotte mi sembra che riscuota un grande entusiasmo. Allora io, da orgoglioso ateo, mi chiedo: quando in Italia è stata levata di mezzo la religione, quella sociale, con cosa è stata sostituita? Tokyo è fatta principalmente per ritornarci. E infatti sono nella capitale, silenziosa, abbottonata, laica, ricca, poco sorridente forse ma esageratamente stilosa. Quanto manca alla primavera?