lunedì 10 settembre 2007
Tokyo, 19-9-4
Ieri sono andato in un parco dei divertimenti vicino Tokyo. Fuji Q Highland. E ho scoperto un nome nuovo da dare alla paura. Non ero mai salito su un vagoncino delle montagne russe fino a un mese fa, quando per lavoro ho fatto un giro sul tracciato di Korakuen, un parco nel centro di Tokyo. Patetico, in confronto alle attrazioni di ieri, alle pendici del sacerrimo monte Fuji (Fugi). A un’ora e mezza di autobus da Shinjuku, il parco sembra vuoto fino a quando ci si avvicina alle giostre. La media è di un’ora e mezza di attesa per una corsa di due minuti circa. In fila. Sulle prime, da impaziente lagnoso, comincio a scocciarmi, ma le torme di studenti universitari attorno a me scherzano e il loro sorriso irradia aspettative. Allora mi lascio convincere che ne valga la pena, che sarà l’esperienza decisiva per me. Esponenzialmente, quando vedo, sento, percepisco che mancano circa quindici minuti, arriva la paura. Fisica. Come di un condannato a qualcosa. “Finitemi subito”. La tentazione di svicolare per una scaletta e andare alla baracchetta dei souvenir. Poi improvvisamente il mio turno. Mi sento l’unico cacasotto deriso da corsi interi di ventenni cotonate. Faccio il vago e salgo sulla seconda montagna russa della mia vita: la più alta del mondo. Si chiama Fujiyama. Comincia con una salita interminabile che porta a una vista splendida sul Fuji: tre secondi di pace assoluta, nuvolette di foschia che incorniciano un ukioe di due secoli fa e poi la caduta libera. Tutto il giro è a velocità secondo me inumana e con un tracciato che sadicamente non dà respiro. Mi sento trafitto da una scarica liberatoria che forse è felicità chimica cerebrale, non so. Sono in pieno sballo adrenalinico da neòfita. Fomentato, decido di procedere al passo successivo, l’essenza stessa e il superamento della montagna russa: “Ee Jyanaika”.
Sono sempre contento di avere ospiti dall’Italia. Ascoltare le notizie, cosa si dice in giro, cosa vibra nello stivale. Poi col responsabile di questo blog si è stati bene, si è parlato, mangiato e bevuto in tranquillità. Gozzovigliando, siamo a malapena usciti dalla zona in cui vivo, Nezu. Per tutti quelli che non conoscono Tokyo, si tratta di un quartiere molto tranquillo della vecchia Edo, in cui molte case di legno sono ancora vive e vegete, con molto verde, circondato dal parco di Ueno da un lato, dallo zoo, da Yanaka e dall’Università. Un posto popolare di tokyesi vecchi di generazioni. Quando arrivano gli stranieri in Italia qualche volta ci rendiamo conto di vivere in posti meravigliosi senza farci troppo caso, e così mi è capitato ultimamente. Infatti da molto tempo non frequentavo stranieri e soprattutto gente che non abita a Tokyo. I miei occhi nuovi mi hanno rivelato che abito nel posto più bello di Tokyo: qui regna il silenzio e gli alberi incorniciano tutte le strade, qui si trovano i migliori ristoranti della città, specialmente in fatto di tonkatsu, soba e kaiseki ryouri. Ci sono rigattieri e spacci di cianfrusaglie con un’aria nostalgica e rétro. Molti negozietti e botteghe urlano la parola “japonisme” al visitatore anche locale, visto che il genere va molto di moda e i giovani usano tessuti di vecchi kimono per confezionare articoli postmoderni.
La domenica dei ciliegi è stata un successone: finalmente bel tempo, un posto eccezionale conquistato svegliandomi alle 7 e presidiando il parco per ore, ottimi invitati. In fatto di cibo abbiamo fatto scuola: c’era il figlio di un cuoco tradizionale di cucina tradizionale giapponese del mio quartiere tradizionale, due chef di un ristorante macrobiotico di Hanzomon, il famoso chef di un importante ristorante di Tokyo di cui non faccio il nome (Mandarin Oriental Hotel) e che propone cucina molecolare. Il menu includeva delizie quali insalata con insalate tropicali e fragole, guacamole, grano peruviano, gazpacho di pomodoro e anguria, ottimi vini. Io me la sono cavata portando la “frittat ‘e maccarune”, il pasto dei napoletani al mare. Siamo stati bene, non abbiamo esagerato e sono anche riuscito a tornare a casa su due soli arti.
Da quando sono venuto ad abitare a Tokyo mi sono accorto di una tendenza di molti: quella di edulcorare i fatti. In realtà sono venuto qui da solo, senza un lavoro e senza un posto dove stare, poi lentamente mi sono organizzato con una attività’, una stanza e una vita. Ho fatto molti lavori ma principalmente insegno italiano e suono per chi mi paga. Per molti che mi conoscono indirettamente o anche di sfuggita, forse questa versione dei fatti risultava troppo sciatta o poco spettacolosa. Infatti spesso, tornando a Udine, mi sono trovato di fronte a persone che: -Ah! tu sei quel Flavio che è andato a Tochio dopo aver trovato una donna giapponese di cui eri innamoratissimo e viva l’amore! Oppure: -Ah be’ chiaro, tu parli giapponese perché lo hai studiato è ovvio che sei andato a finire lavia.
La prima primavera che ho passato a Tokyo, pur partecipando a degli Hana-mi (picnic etilici sotto i fioriti alberi di ciliegio) non
L’altro ieri tornando a casa ho visto il primo ciliegio fiorito dell’anno. Qui a Tokyo non è stato un inverno freddo e le belle giornate delle ultime settimane hanno scatenato prima i pruni e adesso i timidi alberi dai fiori rosa delicato.