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Sabato 11 Novembre 2006

Er sindaco telepatico e er sor Achille


metroVentitre ore a Roma. Succede che ci sia ancora un clima similprimaverile e la città eterna sia veramente bella, tiepidina, con le donne che ti lumano come a Milano nemmeno dopo il decimo amplesso: te staccheno la carne de dosso.
Succede che l’arrivo alla stazione Termini metta di buon umore perché quella sì, altro che la stazione centrale di Milano, è pulita, ripulita, luminosa, moderna, europea e allo stesso tempo calda. Poi però si scende in metrò e ci si trova davanti un po’ di merdazza di sporco e scasciato coi vagoni grigi di scritte e tag e pezzi e graffiti chiamateli come vi pare. Incontro Matteo che mi ospita per la notte e gli dico subito: “Devo dì a Walter che è tutto bbellissimo, ma su ’sta metro dovemo intervenì er prima possibbile“. E si scherza si ride. Poi la città è masticata quotidianamente dal traffico, ma le case, i palazzi, come in Caro Diario, si scoprono belli anche nella loro palazzonità. Il cielo è più grande che a Milano.

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Giovedì 26 Ottobre 2006

Stadio Giuseppe Meazza


meazzato.jpgDopo un settimana pesa senza il tempo di un post, sono andato allo stadio San Siro a vedere l’Internazionale. Ci sono andato col Gigi, in tram. Io che dalla provincia vivevo sempre ogni evento come un viaggio, andare allo stadio in tram lo trovo impagabile. Se non fosse che poi allo stadio c’è il calcio. E il calcio è un po’ una palla.
Ci sediamo nella tribuna dove l’amico Alessio ci ha trovato i biglietti e capiamo che siamo sotto la curva, dietro la porta. La curva sopra di noi è fascistella. Fanno i cori contro Leoncavallo, comunisti, ebrei, polizia e carabinieri. La partita non c’entra: tamburi e urla. Poi una canzone contro Lucarelli (”e se saltelli muore Lucarelli“), cioè l’unico giocatore che rinuncia da anni ai milioni di Euro solo per la maglia, dimostra che non hanno l’idea di quello che fanno. C’è anche un coro sulle note di Faccetta Nera. Bello. Bello vedere che i movimenti estremisti sono talmente senza idee che argomenti e immaginario sono gli stessi di vent’anni fa. Vuol dire che sono come il celacanto, cioè fossili viventi.
Davanti a noi c’è uno rugoso coi baffi fitti. Dico Gigi quello lì è uno che si vede in televisione che parla di calcio. Lui dice non è lui ma sembra Crudeli. Io dico guarda che è lui. Lui no, ma gli somiglia un disastro. Io insisto è lui. Ma va, fa Gigi, è il sosia. E durante tutta la partita ogni tanto io dico secondo me è lui e lui dice gli somiglia molto.
A un certo punto, durante l’intervallo, il tipo che vende le patatine ne perde un sacchettino ai nostri piedi. Facciamo finta di niente e poi ce lo mangiamo. Mangiamo anche Pocket Coffee. Lo stadio è tutto un po’ grigio. Imponente, emozionante perché si vede benissimo, ma grigio. La gente è un po’ incattivita. Un amico di Crudeli se ne va perché un interista sbaglia un passaggio, sul 2 a 1. Crudeli cerca di trattenerlo un secondo ma lui è determinato: non deve essere nuovo a certe piazzate. La partita finisce 4 a 1.
Il tizio davanti a me (non del giro Crudeli) scorreggia per tutto il secondo tempo. Dopo un po’ che mi lamento col Gigi faccio la paletta con la mano perché si renda conto e lui dice che schifo tientela per te.
Torniamo in tram, vincitori. Ma il basket è molto meglio. Milano in autunno dà il meglio. Anche se in ’sti giorni c’è una caldazza a Novembre che sembra Caracas.


Martedì 19 Settembre 2006

Allora berlino


berlinoAllora dovrei parlare di Berlino
Allora dovrei dire che ci siamo andati in macchina, che la strada, usciti dall’Italia, è una lunga striscia verde dove sembra non abitare nessuno se non dei giganti che hanno piantato delle girandole stupende.
Allora dovrei dire che stavamo in un campeggio ove: delle due vasche della piscina una è diventata campo da beach volley ed una da calcio, c’è il suolo più liscio e piano che abbia mai provato (e sono uno che dorme per terra), che le “receptionist” ti facevano innamorare, non perché Gnocche ma perché leggere e cristalline.

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Venerdì 15 Settembre 2006

Kyoto


jasOra, io devo assolutamente raccontarvi questa tipica scena giapponese.
Luogo: Tourist Bureau (TIC) di Kyoto, dove ci rechiamo per tentare di
riuscire a prenotare un paio di alberghetti in località così fuori rotta
che nemmeno sto a dirvi. Il TIC di Kyoto si trova nell’avveniristica
stazione centrale e, per la precisione al settimo piano di un grande
magazzino tipo La Rinascente. Al TIC lavorano dei volontari che aiutano
gratuitamente i turisti come noi in faccenduole un pochetto complesse, tipo
telefonare ad una sperduta pensione giapponese in una località manga per
chiedere se c’è posto.

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Mercoledì 13 Settembre 2006

Gardaland!


gardalGardaland è un’isola che c’è, ma solo per sei mesi all’anno. Durante il resto dell’anno Gardaland non esiste, nessuno si ricorda della sua presenza, scompare misteriosamente in una nuvola di vernici e brume lacustri, smalti e residui di levigature: è in restauro.
Gardaland è una città stato con proprie regole di funzionamento, amministrata dal sindaco Prezzemolo e divisa dal resto del mondo da una cinta muraria che ne segna l’estensione della giurisdizione. Una volta varcata la soglia ogni visitatore può fare esperienza di almeno tre diverse tipologie di aree-intrattenimento.

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Domenica 10 Settembre 2006

Maddalena


maddalenaVacanza alla Maddalena, nord della Sardegna. C’era Garibaldi a un chilometro, Ciampi veniva in vacanza. Sono rimasti i militari americani e Michele di “Un posto al Sole”. Pecorino semistagionato, cannonau e le solite menate. Vai alla sagra del porceddu col padre della tua amica, un omone simpatico che in vacanza alla Maddalena ci va con l’Alfa 159 aziendale. Il marito di sua zia possiede l’isola che sta davanti alla Maddalena, quella affittata dalla NATO, lui paga e va in giro col gommone. Tu stai in casa sua e lui paga.

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Mercoledì 6 Settembre 2006

El pueblo de nuestra señora la reina de los angeles de porciuncula detta anche L.A.


Los Angeles e’ una citta’ simpaticamente anti-turista.
Non si fa scoprire dall’occhio disattento.
Una citta’ che non comprendi nei monumenti assenti.
Va capita e conosciuta dai dettagli, quelli che insaporiscono i gesti
quotidiani.
Los Angeles che cogli negli occhi della gente.
Quelli che riflettono speranze di fama nella film industry, che
incontri alla pompa di benzina, tra i camerieri dei ristoranti, andando
in bici lungo la spiaggia.
Quelli che riflettono speranze di una vita migliore per se’ e magari
per i propri cari forse lontani, che incontri nei bus, che chi ha un
po’ piu’ di soldi non prende, o sui marciapiedi di downtown.L.A. che scopri viaggiando sul rapid 720, il bus rosso che percorre
tutta la Wilshire blvd, la strada che tocca i punti nevralgici della
citta’.
Tra gli “How’re u doing?” e “Have a nice day!” degli autisti e
passeggeri, che colorano una citta’ rilassata, gioiosa e tranquilla
sotto il sole californiano.
Apprezzando le bellezze locali a sorsoni di caffe’ e gustandosi un
brownie al Coffee Bean tra la Fairfax e Sunset.
laNei sorrisi delle cameriere de Il fornaio di Beverly Hills, al 301 di
Beverly Dr.
La sera al profumo di Jazz and Blues, nei locali tra Crenshaw e
Leimert, con quadri e oggetti che ti rimandano al cuore nero americano
di tempi trascorsi.
Tra i resti di ceramiche e frattaglie della citta’, che adornano le
alte ma modeste Watts Towers del Gaudi’ italiano, Sabato Rodia.
Magari scambiando due parole con gli occhi appena scoperti, sotto la
barba folta di Mr. Bubble, l’uomo che regala sorrisi ai bambini con le
sue bolle di sapone, vicino allo storico Carousel sul Pier di Santa
Monica.
L.A. e’ come lo Standard Hotel in Downtown. Su per l’ascensore fino
all’ultimo piano, prendi il corridoio sulla destra, poi vai su, sulla
scaletta di servizio: Bar, Cielo aperto, Grattacieli, Piscina bluissima
alle luci della notte e Guscioni con letti ad acqua.
Come i canali di Venice, non visibili dalla spiaggia, che nascondono
viali su corsi d’acqua che riflettono case di miliardari, travestite da
baracche fancy, che magari saluti mentre rilassati si leggono un libro
nel giardinetto, a due metri da te.
Come il piccolo Larchmont Village, tra Larchmont e Beverly blvd, che
come un fiore si apre tra la griglia di una citta’ che sembra gia’
capita.
Ampia e vasta, ma allo stesso tempo nascosta e sconosciuta alla
fretta.
Un’ enciclopedia, senza indice. Una rete di gente, strade e autostrade
senza fine, grande come internet, ma senza Google per consultarla.

LAmerikano


Domenica 3 Settembre 2006

Atlanta F.C., Barcelona


atlantaLe cose migliori in una città sono spesso un po’ laterali, defilate, in ombra. Percorriamo l’Hospital, passando tra macellerie islamiche, alberghi a mezza stella e bazar cinesi, e sbuchiamo nella Rambla del Raval, dove non si trovano cervezerie e saltimbanchi, ma matrone, bambini, studenti stranieri e quella razza di dropout scazzato e malinconico che capita di incontrare nelle città di mare.
Ci fermiamo davanti all’ingresso dell’Atlanta F.C., la squadra di calcio del quartiere. Il luogo dove vorremmo invecchiare, sul serio. Dentro ci sono tre donne, in vestaglia e ciabatte, di età certamente non inferiore ai settantacinque anni, che giocano ad una specie di gioco dell’oca di bellezza indescrivibile, disegnato su una tavola di alabastro o comunque di pietra dura e lucida.
I due tavoli a fianco sono occupati dai giocatori di domino e da coloro che assistono alla partita, e ognuno di essi è un personaggio che meriterebbe un racconto di Soriano: il professore, con gli occhiali e la barba ben curata; il marinaio, con la faccia scavata e la maglietta a righe bianche e blu; il ras, che riesce a parlare e fumare senza mai perdere il controllo dello stuzzicadenti incollato all’angolo destro della bocca; il matto, che tiene stretto al petto un cane più vecchio di lui e dondola la testa senza scuotere uno solo dei capelli riportati da un orecchio all’altro.
C’è un solitario, sui sessant’anni, con l’orecchino, le ciabatte da casa e una camicia fucsia, che legge un libriccino, forse di poesie.
Ci fermiamo affascinati a guardare le fotografie delle squadre dell’Atlanta F.C., scattate su campi polverosi, per la maggior parte in epoche preistoriche; andiamo al banco a ordinare bocadillo y cerveza, che ci vengono portati dalla sorella delle giocatrici dell’oca, la quale ci regala un sorriso sdentato da nonna di Pupi Avati. I bocadillos sono caldi e la birra è fredda, ed è la cena più buona da tanto tempo a questa parte (quanto abbiamo pagato? sette euro in due), e scattiamo anche un paio di foto e nessuno fa una piega, e quando usciamo la signora al banco ci chiede se ci è piaciuto quello che abbiamo mangiato, e ancora adesso mi pento di non essere andato lì ad abbracciarla, invece che essermi limitato a risponderle “sì, moltissimo”.

Squonk (http://www.blogsquonk.it/)


Venerdì 1 Settembre 2006

Bolivia


Adesso siamo stipati strettissimi e con gli zaini fra panza e mento. L’autista imbruttito e i due passeggeri che siedono con lui sul sedile davanti mi danno l’impressione di essere amici o almeno di conoscersi. Mi succede sempre: se vedo uno salire sul sedile davanti di un taxi, anche se dietro è già pieno, ho l’inevitabile e imbecille impressione che conosca il conducente. Comunque - in certi posti ci devi andare in un certo modo. Da qualche parte, a La Paz, ci sono dei minibus turistici medio-pettinati che portano a Tiwanaku: niente di troppo vistoso. Niente che ti faccia sentire snob. Solo un po’ più comodi e per una taglia di gambe europea. Ma a noi ci rimbalza. Meglio un micro unto, stretto, lento e a scureggetta. teospingoFunziona che quando senti gridare il nome del posto dove vuoi andare, alzi un arto e sali in corsa. Il micro per Tiwanaku è fermo sconsolato vicino al cimitero. Siamo i primi a salire: parte quando è pieno chiaramente. “Tiwanaku! Tiwanaku!”. Niente. Leggo. “Tiwanaku! Tiwanaku!”. Nessuno. Mi guardo in giro. Dieci minuti, poi venti. L’autista è incazzato, forse. Ma non apre bocca e quando la apre strilla “Tiwanaku!” e basta. Proviamo a strillarlo anche noi dal portellone aperto, vedi mai. Niente. Sale, mette in moto, si va. Siamo noi tre sparsi dietro e nessun altro. Si vede che s’è stufato d’aspettare. Però con noi tre soli ci butta dei soldi. Mah. Usciamo dalla conca di La Paz e ci infiliamo sull’autopista che passa per El Alto, è Domenica mezzogiorno e c’è un traffico della madonna, con furgoncini macchine e camion che si buttano da una corsia all’altra. D’un tratto il nostro autista imbruttito si lancia a destra, si ferma, apre il portellone di nuovo. Da come si comporta siamo in qualche sorta di fermata improvvisata o punto d’incontro ma noi non ci capiamo una fava. E’ qui che si compie la trasfigurazione: galvanizzato dalla folla entra in trance agonistica e comincia “Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku!”, è indemoniato. Ancora niente ma ora è sul tetto del furgone. “Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku!”. Zero. “TIWANAKU TIWANAKU TIWANAKU TIWANAKU TIWANAKU!”. Qualcosa si muove! Arriva il tipo con la carta igienica, e poi la vecchia con otto sporte. Proviamo a scendere un attimo per una salteña o uno spuntino ma ci ricaccia dentro in malo modo. Ha ragione lui: se la gente lo vede vuoto non sale. Si compie l’atto finale: stressato e con le palle piene sbrocca e sbotta: “Tiwanaaaku… Tiwanaaaku… TiwaNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKU” (repeat). Ha ragione lui di nuovo: altra vecchietta, una ragazza giovane, un paio di bambini, un tipo losco, uno di più e qualcun altro ancora. Partiamo in ventuno.Download file

Teo (musicaperdrogarsi.blogspot.com)


Martedì 29 Agosto 2006

Nizza


- mi raccomando statento che a nizza fanno il vulavurtè

- il che?

- quello dei cosi che ti rubano la roba in macchina

- il vol à la portière?

- sì quello

- vabbè ma vado in vespa

- attento lo stesso, sai mai di questi tempi

nizzaa nizza son stato più volte.

è sempre molto, molto [aggettivo casuale ma che dà dello scrivente un aspetto da uomo di mondo].

odora di grandeur fritta, di lungomari monocolore, di anni ‘60 mai vissuti.

il mio negozio preferito da visitare a nizza è design70 (http://www.design70.com/).

il mio cibo preferito da mangiare a nizza è la socca.

le mie persone preferite da incontrare a nizza sono i negri (ma sempre nel reciproco rispetto interculturale).

da visitare assolutamente sono le solite menate turistiche, il parco, il lungomare, le fighe, il casinò, bla bla.

invece quel che suggerisco è qualcos’altro: inoltrandosi nella nizza nuova (quella piena di traffico, coi lavori in corso a ogni angolo di strada), iniziare a seguire gli stessi tragitti di qualsiasi persona: entrare negli stessi negozi per adolescenti dei gruppetti di giovani maghrebini hiphop, seguire i mercatini nelle vie laterali dove vendono l’usato e dove a malapena si parla il francese, comprar quel che si vuole, seguire, per quel che è possibile, i discorsi delle massaie francesi che discorrono di argomentazioni assai lepenniane (il front national era più forte proprio in costa azzurra), leggere nice matin e pensare che studio aperto non è poi così solo, al mondo.

queste declinazioni da margareth mazzantini per dire che, a fine giornata, con i piedi bolliti, si avrà un po’ meno da raccontare e un po’ di più da ricordare.

infine uno dei motivi che mi spingono a tornare spesso a nizza è che dista non tanti chilometri da casa mia, ma, parlando con gli amici:

- dove sei stato oggi?

(tirando fuori con gesto deciso una sigaretta) - a nizza

io non fumo, comunque.

ciao, complimenti per la trasmissione che vi seguo sempre numeroso.

Mauoshi