domenica 25 agosto 2013

Il vetro imperlato di pioggia e una bambina che sorride (ovvero Dani freestyle)


foto_arcore_vertice_pdl_01_1Apro Repubblica e mi rendo conto che c’è qualcosa di ipnotico e meraviglioso nella foto a corredo della prima notizia, e cioè di questa piccola immagine che vedete qui, dove una donna bambina sorride da dietro il vetro di una automobile, e piove, e lei ride, è contenta, forse del gioco con i giornalisti e i fotografi, del ruolo che ha assunto e di quanto si parli di lei, perfino dell’epiteto “pitonessa” che le hanno affibbiato da qualche tempo, una espressione che fa pensare che i pitoni siano dei rettili che perdono le elezioni contro i sauri, continua a leggere »



mercoledì 31 luglio 2013

Due cose che mi sono chiesto dopo avere letto l’intervista di De Gregori


Football-penalty-kickHo letto l’intervista di Aldo Cazzullo a De Gregori con soddisfazione. De Gregori è saggio. Saggio, acuto e non troppo dentro alle cose della politica: una posizione che gli permetterebbe di essere molto sprezzante, facilone e crudele, e passare per offeso, essenziale e integerrimo, come sempre in rete, come tutti sul PD, come la fiera internazionale dei narcisi incompresi cui non me la si fa, uff. E invece no. De Gregori dice solo cose che condivido, e ha fatto anche quello che io non avrei voluto fare ma non ho fatto solo perché il mio amico Mosé mi ha minacciato di togliermi il saluto se avessi votato Monti alla Camera. continua a leggere »



sabato 2 febbraio 2013

Ingroia brown


Da alcuni decenni a questa parte le elezioni politiche italiane vedono tra i contendenti una compagine di maschi che stanno sì più o meno dalla stessa parte, ma che pur essendo eterogenei sono uniti da una serie di accessori che indossano o maneggiano. Sono accessori che, pur diversi, appartengono alla stessa famiglia: se si giocasse agli insiemi come all’asilo, dove si fanno dei cerchi e ci si mettono gli oggetti che ci sembra vadano insieme, sicuramente gli affari che maneggiano alcuni politici italiani andrebbero tutti nello stesso cerchio. Pipe, astucci, borselli, porta-occhiali, sigari, gilet, colletti, camicie: è un universo che non vuole governare, che vuole esporsi in prima persona ma non vuole il compromesso, vuole la democrazia sì ma col rigore, col marrone, con la determinazione ferrea, l’intento preciso a fare qualcosa di molto poco chiaro che viene prima di noi, del nostro capire, del loro dire con precisione per quale motivo siano lì, se per dare un senso a quella messe di cianfrusaglie di maschi dell’altro secolo, oppure per qualche ragione che al momento ci sfugge. continua a leggere »



venerdì 19 ottobre 2012

Zaha o non Zaha, arriveremo a Roma (ovvero Perché Giovanna Melandri potrebbe essere un buon candidato per il Maxxi)


Se devo nominare due donne del PD che preferirei evitare di vedere in giro nel partito nei prossimi anni, una è Livia Turco e l’altra è Giovanna Melandri. Dico due donne perché una e l’altra hanno più volte espresso con toni drammatici, interrogate sul tema dell’aborto, quanto aborrissero l’esperienza dell’aborto, quanto la trovassero una ferita profonda nel corpo della donna, quanto fossero felici di non esserci mai passate. E io, non posso farci niente, sono laico e di sinistra, e difendo il diritto all’aborto con tutto quello che comporta. Tra le cose che comporta sostegno al diritto delle donne di abortire volontariamente, se si ha il coraggio di di difenderlo davvero, c’è la garanzia  per chi ha abortito o vuole farlo di non sentirsi chiusa in una morsa di dramma preconfezionato, sofferto già a freddo dalla morale altrui. Se sono delle donne di sinistra e del PD a esprimersi in questo modo così narcisistico, così rispondente allo stereotipo femminile che grava sulla testa di chi ha l’utero in questo paese, così incapace di vedere il punto della questione – la libertà individuale – e mettere da parte la propria spiccatissima sensibilità non richiesta, mi infurio. Per questo, oltre che per diverse capalbie (sic) ingenuità esibite , non nutro proprio grande simpatia per Giovanna Melandri. continua a leggere »



lunedì 10 settembre 2012

Grillo, Casaleggio, David Icke e le stronzate (per non parlare di “the”, che non si usa così e non si dice “də”)


È ormai da parecchio tempo che penso, ripeto, so che Beppe Grillo non è la soluzione a niente di niente, e che probabilmente, come capita sempre in questi casi, degli sforzi stimolati dalla malafede e dal populismo produrranno effetti spiacevoli. La gente si sentirà tradita, avrà la sensazione che ogni sforzo è inutile, sarà piena di risentimento che ormai è difficile richiamare a cuccia, e preferirà scuotere la testa rassegnata piuttosto che dire «Ci avevo creduto, che ciulata ho preso!». continua a leggere »



martedì 31 luglio 2012

Un uomo giusto al comando


Un’amica prende un aereo da una località di villeggiatura a Milano. Sull’aereo c’è anche Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico. L‘aereo è in ritardo di alcune ore. Nella sala d’aspetto dell’aereoportino ci sono l’amica, altri passeggeri, Bersani e la moglie. Suona spesso il telefono. Bersani ha la vibrazione. Risponde a bassa voce, si alza, esce dalla saletta. Dopo un po’ rientra. Torna a sedersi accanto alla moglie. Suona ancora il telefono. E lui torna a uscire. Così parecchie volte. Dopo qualche ora, finalmente imbarcano. Bersani durante il volo legge un libro.

«Mi piace Pierluigi Bersani», conclude la mia amica.

«Certo», rispondo io.



venerdì 6 luglio 2012

Quel piccolo dettaglio della responsabilità


Io capisco tutto. Capisco che la polizia svolge un ruolo, che la fiducia nei capi è importante, che quelli si sono distinti, hanno saputo eccellere laddove, sono stati pronti come un sol uomo. Io capisco tutte queste cose. Però le democrazie non si basano sull’eccellenza, ma sui diritti e sui doveri, sulla distinzione dei poteri dello Stato, sul rispetto delle leggi. Quindi io capisco il grave problema del rimpiazzo dei vertici, capisco anche che possa spiacere, a un dirigente che lavora per il paese, non poterlo più fare. Eppure va così. Perché la responsabilità è individuale.

Perché quando a Bolzaneto e alla scuola Diaz quei pubblici ufficiali mi facevano vergognare di avere la cittadinanza italiana, non lo stavano facendo nel senso della vergogna, del moto d’orgoglio, ma nella sostanza. Un italiano che pesta a sangue una persona inerme è prima una persona, e poi un italiano. Un agente di polizia che pesta a sangue una persona inerme, e lo fa in servizio, è prima un pezzo dello Stato, e poi una persona.

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domenica 12 febbraio 2012

Res simplex omnibus


Ho pensato l’altro giorno che questo fatto di usare i termini latini ius soli e ius sanguinis in relazione al tema della cittadinanza in Italia è sbagliato. Certo, il termine giuridico è quello, lo capisco, e va bene così, figuriamoci. Ma è dai tempi di Manzoni che il latinorum taglia fuori la gente dalla comprensione del diritto, così come i grecismi di molti medici non fanno capire le cose alle persone. E siccome si parla di diritti, di questioni fondamentali, la cosa da evitare non è l’ineleganza, ma l’incomprensione: le istituzioni, lo stato e l’informazione del paese devono fare di tutto perché le persone capiscano quali sono i loro diritti, senza bisogno di avere fatto il liceo. Quindi, a maggior ragione per una questione così complicata e centrale per l’esistenza di tanti, nei libri teniamo ius soli e ius sanguinis, ma quando ne parliamo, quando lo stato spiega, perché non diciamo «cittadinanza per diritto di suolo» e «diritto di sangue», o qualcosa di simile? È una cosa piccola ma giusta, secondo me.

ps – I commenti del tipo «allora anche…» saranno cancellati.



lunedì 6 febbraio 2012

Così, per ogni evenienza


Compresa la riscoperta della macchina a caduta, di cui vado pazzo da qualche settimana.



domenica 22 gennaio 2012

7/11 24/7 in Büsti


In questo paese non siamo abituati all’idea che lo stato non si intrometta. Se scoprissimo che c’è una regola nascosta tra le righe del codice che regolamenta il calibro della cacca, penseremmo «Be’, un motivo ci sarà di sicuro. Sarà per le tubature a norme 626, ISO9001, Shengen for you». Il fatto che le cose possano assestarsi da sole non ci sfiora. Ci vuole il regolamento. E se togli un divieto, salta fuori sempre quello che sostiene che sia evidentemente la fine della libertà.

L’altra sera, a Ballarò, Roberto Cota della Lega ha ripetuto diverse volte un concetto molto popolare in questi giorni, un tempo popolare anche a sinistra: se liberalizziamo gli orari di apertura dei negozi, poveri lavoratori, sono spacciati, è un altro giogo sulle loro teste, è un favore ai grandi gruppi. Ecco, questa tesi è una stronzata grossa, imponente, e per diverse ragioni. Vado a elencarne un po’, poi quando mi viene troppo il nervoso mi fermo. continua a leggere »