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martedì 24 agosto 2010

Abbattere il postino a tutti i costi. Ripeto: A TUTTI I COSTI.


Oggi Walter Veltroni ha scritto questa lettera all’Italia.

[pausa]

Leggetevela, se vi va.

[pausa]

L’avete letta? Bella, no? Voglio dire che mi sembra un bel gesto, il martedì del rientro dalle vancanze. Io sono stato a Milano, però insomma, per dire.

[pausa lunga]

Quando Veltroni compare sulla stampa nazionale, i miei quindici affezionati lettori si aspettano da me qualcosa, un commento, una sintesi, degli improperi. Se lo aspettano perché ormai è un piccolo classico di questo posto. E io ogni volta sparo le mie cartucce migliori, mi dilungo in esegesi che grondano sangue, mi esercito nell’arte dell’incazzatura creativa, della frustrazione lirica, del sarcasmo affilato. Anche questa volta, quindi, immagino che qualcuno sia venuto a cercare il mio intervento puntuale. Il solito, per parlare onestamente, piccolo esercizio di stile e retorica. Poca cosa, insomma. Mi sono chiesto se fosse ancora il caso; se non fosse più signorile rispondere con un elegantissimo silenzio, carico di superiorità e cose più serie da fare.

Me lo sono chiesto davvero.

Mi sono anche dato una risposta.

Volete sapere qual è?

La risposta suona più o meno così: «Silenzio un cazzo, porca di quella puttana troia schifosa». continua a leggere »



giovedì 12 agosto 2010

Benvenuti in mia casa. Perdonate: è angusta.


Scopro che quell’accolita di improvvisati che collettivamente si fa chiamare “Comune di Milano” ha deciso di cambiare strategia contro le zanzare. Dopo gli esperimenti con le gambusie (pesciolini americani che mangiano le larve, e quindi funzionano nei fiumi e nei laghetti dei parchi, ma non vivono nei sottovasi e nelle fontane), dopo gli insetticidi, hanno deciso di utilizzare i pipistrelli. Le pagine locali di Repubblica ne rendono conto.

Come al solito, chi spiega quello che si farà non ha idea di quello di cui parla. Perché se nel 2010, raccontando cosa sono i nidi per pipistrelli, si definiscono i chirotteri dei «topi volanti», allora tanto vale combattere le punture indesiderate col flit. L’importante, comunque, è non mettere mai il viola in televisione, non passare sotto le scale e buttare il sale dietro la schiena tre volte. continua a leggere »



lunedì 2 agosto 2010

Guarda, si vede il cupolone!


Sono molti i motivi per cui io spero ardentemente che cada il governo. E sono motivi decisamente banali. Ma gli anni dell’opposizione molle, dello sfrondamento dei pecorari scarni, dei compagni con la pipa, il portocchiali, il panciotto, le ghette, il sigaro da gangster, la scarpa inglese, quegli anni, che poi alla fine sono questi, ci hanno fatto male. Lo stato del PD, l’associazione a deludere che molti di noi votano, ci impedisce di pensare davvero che ce ne possa fregare qualcosa. E allora massimi sistemi, analisi raffinatissime, correntismo da principianti. Il tutto con l’unico sollievo di esserci pasciuti, nell’estate del 2009, i mesi di dettagli sulle fregnette che atterravano in Sardegna, venivano portate in villa, visitanova la serra dei cactus, mangiavano il cono al gusto malaga spatolato del Presidente del Consiglio, e ammiravano il vulcano sintetico. continua a leggere »



sabato 3 luglio 2010

Hit the roll back (and don’t you come back no more)


C’è questa intervista a Walter Veltroni. È una di quelle interviste pazzeschissime, che uno eviterebbe anche di leggere perché tanto lo sa già come sono fatte. Si immagina di prevedere quello che ci sarà scritto, di conoscere a memoria i passaggi e le argomentazioni dell’uomo in qeustione. E invece, quando si ha a che fare coi grandi, la realtà è sempre più ricca, sfaccettata e imprevedibile di come la si immagina. E stranamente la stessa cosa capita anche Walter Veltroni, la Liala dei morti di fame. Così, quando il nostro è a Capri, al ritrovo estivo dei culturali di sinistra, al simposio degli scrittori di un certo livello tutti impegno e chiummenzana, riesce comunque a sbalordire.

Ora io non so quando sia successo, quando una certa tendenza champagne alla fuffa si sia trasformata nella tignosa determinazione di un uomo alla marginalità, all’inconsistenza, allo gnè gnè programmatico del più principiante tra gli sconfitti. Che poi nella vita si perde, succede, non è un dramma, anzi. Eppure questa linea ora in Veltroni è retta, riconoscibile e precisa, come il tragitto di una monorotaia giapponese. continua a leggere »



mercoledì 30 giugno 2010

Una repubblica fondata sull’io (o equipollenti)


Questa meravigliosa storia di scienza e civiltà comincia con un frate. Questo frate raccoglie denaro autonomamente, non per conto della Chiesa Cattolica (pur essendone parte). La Chiesa Cattolica di questo non è molto felice, ma interviene con cautela, perché il frate, che è di Pietrelcina, ha molti fedeli. Nei suoi confronti si sta sviluppando una specie di culto pagano: sembra che Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, produca dei miracoli, curi le malattie incurabili. Per non parlare delle stigmate: nei primi anni Venti cominciano a manifestarsi queste ferite alle mani dell’uomo, che sanguinano e si incrostano. Secondo i fedeli sono segno del divino, prove della santità di Padre Pio, che si farebbe carico della sofferenza di cristo in croce, vivendo sul proprio corpo le ferite dei chiodi del nazareno. In realtà il signor Forgione si procura queste ferite usando l’acido fenico, o fenolo, che si fa dare da fedeli farmacisti. La truffa però paga. Padre Pio è veneratissimo, e raccoglie un sacco di soldi, sia in vita che dopo la morte. L’ospedale di San Giovanni Rotondo, costruito a suo nome e con i soldi estorti da lui a una moltitudine di creduloni ignoranti, è uno dei policlinici più grandi d’Italia. Ma perché stiamo parlando di Padre Pio, un furfante come tanti ce ne sono nelle organizzazioni religiose di tutto il mondo? Perché, quando il cadavere del frate fu esposto al pubblico l’anno scorso, in coda per vederlo c’era anche Nichi Vendola, governatore della regione Puglia. continua a leggere »



martedì 25 maggio 2010

Perché poi finisce che tu gridi gridi, e gli altri al lupo offrono anche gli stuzzicadenti


Forse sono io che sono lontano dal «paese reale», che non capisco proprio quello che piace e quello che arriva alla gente. Anzi, facciamola finita, non ci credo che «forse sono io»: è un giochetto retorico. Loro sono quelli che fanno pagine della cultura con carteggi di filosofi, lettere di filologi, edizioni critiche di Giovanni Arpino. Loro. Io no: mai fatto. Io non dedicherei mai dieci pagine al giorno alla politica parlamentare, coll’intervista al sottosegretario e la nota del vicepresidente di commissione.

In questo caso stiamo parlando di Repubblica, ma vale anche per il Corriere. Solo che il Corriere si espone meno nel suo vivere su un altro pianeta. Il Corriere è un giornale scritto per giornalisti e politici, ma con la discrezione tipica di via Solferino. Te ne accorgi se rompi il muro della noia. Se no resti solo lì con delle facce interrogative.

Repubblica invece fa le cose in grande, fa gli scandali sessuali – tutti gli idioti a dire che non serve a niente perché infatti le elezioni bla bla, ma va be’ — di Noemi eccetera; Repubblica fa perfino dimettere Scajola: è da un bel po’ un giornale orientato, schierato, o (come dicono da un annetto quelli che prima non conoscevano la parola) «biased». E allora mette in piedi delle grandi campagne. E queste grandi campagne sono campagne popolari, larghe, che cercano di parlare al massimo numero possibile di italiani scontenti; finiscono per bagnare i fiori dei cosiddetti memi, cioè dei — eh no, cicci, non la dico quella parola che si usa d’estate quando c’è una canzone famosa che sanno tutti e mette allegria come Aserejé — temi che ossessivamente vengono frequentati e condivisi da tutti in rete, sui social network, dentro nei siti dell’internèt. continua a leggere »



lunedì 17 maggio 2010

Si stava meglio quando si stava inglesi


Nella primavera del 2010 l’Italia si ritrovò per un paio di settimane chiusa in una morsa di civiltà. Gli scandali relativi alla corruzione politico-immobiliare romana stavano travolgendo la maggioranza di governo, mentre sul paese pesava il nero di una perturbazione di colore blu scuro, grigio mare nel Nord, di quelle che in primavera passano e vanno, a malapena si fanno vedere. continua a leggere »



mercoledì 5 maggio 2010

La bicamerale equo canone in barca a vela con le scarpe d’oro (ovvero Qualunque cosa faccia, è sempre troppo bravo per piacere all’assemblea d’istituto)


Quando parla è perché è spocchioso. Quando tace è perché è snob. Quando si impone è un despota, vuole comandare. Quando dialoga è un trafficone, organizza inciuci. Quando si incazza non è elegante, e se si incazza ha qualcosa da nascondere. Quando va in barca a vela è uno scandalo. Quando ha le scarpe belle è una vergogna.

Massimo D’Alema per una certa parte della popolazione ha sempre colpa. «D’Alema, quèlo lì, l’è furbo» direbbero dalle mie parti i più scemi. Sono cose da bar, tipo «la so lunga, io, non mi frega il D’Alema». continua a leggere »



martedì 4 maggio 2010

Non sarà Nixon, ma bravi, cacchio!


Sono anni che ripeto (siamo in tanti a farlo), che i quotidiani italiani contengono una quantità di pagine politica del tutto insensata, se non in una logica di «Senti. Je farei ’n favore a Gianni, che stavamo ar Tasso assieme. Mo’ è portavoce del sottosegretario Ciafranicardi. Due domande su ’sto fatto del decreto attuativo gliele farei, che disci?».
Uno dice avete dodici pagine di politica: ci combinerete qualcosa, no? Di solito no.
Questa volta sì. E ad andarsene per merito di Repubblica è il più odioso di tutti.
Grazie Bonini, grazie Mauro.
(E grazie, Ferruccio, per il consueto garbo.)



domenica 11 aprile 2010

NIHON2010 – Il tempio scintoista “Marina e Dudi”


Stanotte ho litigato con Berlusconi. Ma a lungo proprio. Saranno state le pinne del barracuda fritte con la maionese che ho mangiato. Che erano buonissime, ma magari stimolano sogni strani. Comunque eravamo in coda per parlare con lui, ma sembrava la coda di una mensa aziendale. Ma poi lui era subito lì in piedi oltre la fettuccia blu che delimitava la coda, e uno ci poteva parlare. E io già da prima, prima che toccasse a me, a rompere il cazzo. Io. A Silvio Berlusconi.

E il bello è che lui mi ascoltava, non sparava colpi bassi; certo controbatteva, ma era uno scontro leale. Io che sparavo le mie cartucce classiche, come quella della fondazione, tipo che non si fa il trofeo calcistico Luigi Berlusconi, porca la troia, si fa una biblioteca, un centro ricerche sulle malattie infantili, si fa il parco più bello di Milano. Si diventa parte del pubblico, essendo privati. Lui un po’ mi ascoltava e mi chiedeva cosa doveva fare. Smollare la politica e fare come Bill Gates, dicevo io. Non importa quello che pensi, ma fai delle cose per cui quando muori, Silvio, i tuoi soldi non vadano solo in mano ai tuoi figli. Perché ce ne hanno già, ne hanno troppi. Li distruggi, così. Fai delle figate, Silvio, da’ retta. Figate per la collettività. Altrimenti, comunque vada, avrai perso.

Poi, non so come, ma abbiamo smesso di parlare, senza salutarci, senza nemmeno vaffanculo. Forse toccava a un altro in coda.