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venerdì 12 marzo 2010

Praticamente un paese di morti


Mi fa delirare l’automatismo giornalistico della povertà, dei cicli negativi, della crisi, delle difficoltà vissute sempre come responsabilità politica di un dramma insopportabile e collettivo. Non capisco come non trovino tutto il meccanismo anche solo vagamente ripetitivo, se non proprio intellettualmente disonesto. Eppure si continua. E il punto più meschino di tutto il quadretto è sempre lì, nella psiche.

L’Italia è (stato) un paese contadino e cattolico: avere una psiche, pensare anche solo che esista, è troppo da individualisti, da ricchi, troppo “io” per far parte di “noi”, come direbbe il più conservatore dei socialdemocratici nostrani. continua a leggere »



martedì 9 marzo 2010

Nemmeno la sgogna mi fate venire più


Ieri sono stato tutto preso a coniare una parola che sostituisse al meglio il termine tedesco Fremdschämen, che descrive quella sensazione che si prova quando la vecchia canta una canzone popolare in televisione, e il conduttore la guarda come dire adesso finirà, e lei invece se la canta tutta — olandesiiiina bellaaaaaa, olandesiiina biondaaaaaa — strofa, strofa, ritornello, strofa ritornello, ritornello, acuto finale, oppure quando qualcuno insomma si mette in una situazione che non è solo terribile esserci, ma è ancora peggio non esserci e assistere. In tedesco la parola c’è, e vuole dire proprio quello, cioè il concetto che noi esprimiamo con «ho provato compassione/vergogna per lei». In italiano no, per cui mi sono messo, su richiesta del magico mondo della rete, del popolo di internet, del futuro, a cercare questa parola. Poi sono sceso al bar e ho letto il giornale. continua a leggere »



giovedì 4 marzo 2010

I pimpirlini


Una decina di anni fa si tennero delle elezioni politiche importantissime, che elessero il Presidente degli Stati Uniti d’America per i quattro anni successivi. Alla luce di quello che successe un anno dopo quelle elezioni, oggi possiamo dire che le cose sarebbero state parecchio diverse se quelle elezioni avessero eletto un altro, cioè Al Gore, invece di quello che poi vinse, cioè George W. Bush. Non furono in molti a dirimere la questione nello specifico, perché tutto si ridusse a un esercito di pensionati cogli occhiali da sole. Essendo gli Stati Uniti un paese più serio del nostro, non toccò alle mastellate campane chiudere la partita, ma a un pezzo di Florida. Lì, per varie ragioni che non stiamo a ribadire, si decise di ricontare i voti. Mesi di riconteggi, a base di gattare grasse sedute dentro a stanzoni illuminati al neon, intente alla verifica e al controllo delle schede forate. Perché il sistema non prevedeva l’uso di matite, ma di schede da forare con un pirulo, all’interno della cabina elettorale. continua a leggere »



mercoledì 3 marzo 2010

Il problema della coccoina


Eccoci qua. Buongiorno a tutti. Veltroni ha rilasciato un’altra intervista. Sono incistato. Lo sapete. Cercherò di essere più breve e tassonomico possibile.

Frasi che non vogliono dire niente

“Noi” perché io è poco. L’io è stato la libbertà. Ora che non ci sono più le ideologie, però, l’io non ce la fa più.

Che se uno scuote la testa, ha l’aria di chi ci ha ragionato tanto, poi può anche essere che passi come quello che porta sulle spalle tutto un ragionamento (titolo del libro a parte). Ma resta difficile capire quando, di grazia, ci sia stato l’io nella storia di questo paese, tutta clan, chiese, famiglie, gruppi, camerati, compaesani e compagni. Boh. Adesso siamo diventati gli Stati Uniti. Son cose. continua a leggere »



lunedì 1 marzo 2010

Quando il gioco si fa muro


Uno dei sottili stereotipi culturali in cui ci si perde spesso è quello che prevede che alla fine quelli siano bravi. Sono anni che ci prendiamo le ginocchia a martellate per il mare di cretinate di cui la sinistra italiana è stata protagonista; sono anni che ci convinciamo piano piano della veridicità del paradigma dell’istruttore di Full Metal Jacket: quello per cui sarà anche una roba senza cuore, certo, sarà spietata e crudele, ma è quello che ci vuole. Le maniere forti, la semplificazione dei problemi, gli ordini urlati in faccia nascondono una concretezza sostanziale da cui ci sarebbe da imparare. continua a leggere »



martedì 16 febbraio 2010

Uno piccolo fragoroso sollievo politico


È successo da un paio di giorni, e nessuno ha smentito. A quanto pare è vero, quindi: Paola Binetti se ne è andata dal PD. Quella che si diceva stupita non che mancassero alcuni temi, non che certe posizioni non avessero spazio nel partito, no no, lei si diceva esterrefatta, ribadiva il proprio disagio, si grattava con fastidio le crosticine sulla coscia perché di tutte le roccaforti dell’ideologia cattolica massimalista contemporanea non si riuscivano a costruire altrettante dépendance dentro al Partito Democratico. Che come partito sarà anche un po’ una merda, Binetti Paola, ma è sempre l’ultima idea plausibile di forza politica di sinistra del paese.

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giovedì 11 febbraio 2010

E tutti i figli suoi


Non che abbia delle cose pazzesche da dire, eh. È solo che questa maggioranza chiude tutti i più blandi spiragli di buona fede possibili. È un peccato, perché dare retta alle cassandre del luogo comune è sempre una resa rispetto al ragionamento. Però va così, e va così in maniera talmente sistematica da far perdere senso a qualunque ragionamento ulteriore.

Sì, rubano. Sì, tutti. Sì, sistematicamente. Sì, soprattutto sui capitoli di spesa più ingenti (questo è logico) e svincolati dal giudizio per ragioni che potremmo definire “sentimentali”, come la sanità e l’edilizia legata alle catastrofi naturali (questa è logica, op. cit.). Poi succede che li prendano, e succede che non solo le loro pratiche, ma la loro figura torni a ricalcare il più banale, il più prevedibile di tutti gli stereotipi possibili. La potenza. Il potere. I favori. I cazzi. Le zoccole. continua a leggere »



martedì 9 febbraio 2010

Io pènzo che la storia siamo Noi®


Ormai mi ci sono incistato. Quando Veltroni compare da qualche parte, io ascolto quello che dice e mi infurio. Ci vado apposta: d’altronde ognuno ha il passatempo che preferisce. Sul sito di video online di Mediaset si può rivedere Domenica 5 di domenica scorsa, dove è intervenuto Veltroni. Il sistema fa pena, si blocca, propina milioni di spot. Le cose belle della vita sono faticose.

Si parte con il papà, che è stato, a detta di Barbara D’Urso, «un grande», che «è andato via, nel cielo, quando tu avevi un anno». Un uomo adulto, già aspirante primo ministro di un paese con sessanta milioni di abitanti, lascia che la conduttrice di un programma, che lo sta intervistando, dica che il padre è andato via, nel cielo, come si dice a un orfanello fragile. Non gli viene da ridere. Anzi, Walter rincara la dose, e si definisce un «orfano» in senso «dickensiano». E viene da chiedersi cosa sia un orfano in genere, non dickensiano. Viene da chiedersi se si possa nella vita di cavalcare qualsiasi spunto con la retorica pesa dell’eterno ritorno al passato familiare — «Hai una scarpa slacciata.» «È il ricordo intènzo di mio nonno, martire partiggiano.» — di questa Italia padri e figli, piatto di grano. Viene da chiedersi se ci sia un modo più rapido e efficiente, essendo ospite di un programma popolare della domenica pomeriggio, per alienarsi il 99% del pubblico, cioè se si possa dire qualcosa di più sbagliato, insensato e incomprensibile di «dickensiano». continua a leggere »



sabato 30 gennaio 2010

Come i peli superflui


Ho lasciato passare qualche giorno, perché mi sembra una ricorrenza importante, che merita rispetto. Ma il Giorno della Memoria ha a che fare con la Storia in modo così innegabile che i politici piccolini che ci ritroviamo al momento arrancano, poveri, e dicono delle cose tra l’imbarazzante e l’esilarante. Renato Schifani, la seconda carica della repubblica, l’altro giorno è andato in visita ufficiale alla Risiera di San Sabba, lager nazista made-in-Italy. Lì ha chiuso il suo intervento con l’espressione “Mai più Shoah!”
Io non ho potuto fare a meno di scoppiare a ridere, mentre mi si affollavano in testa i riferimenti più strambi (radicali liberi, alitosi, cellulite, brufoli) e nascevano spontaneamente altri slogan vibranti, stampati con la stessa matrice (“Mai più cancro!”, “Basta con la Seconda Guerra Mondiale!” e soprattutto “È arrivato il momento di dire NO! alla morte”).
Ribadisco il mio nuovo mantra sulla decadenza contemporanea, l’assenza di riferimenti alti, il piccinismo imperante, la voragine in cui sprofondano i media mentre si insultano: “Siamo nani sulle spalle di Giletti”.



martedì 26 gennaio 2010

La Palice


Ci sono candidati forti e candidati deboli. Ci sono regioni orientate in un modo e regioni orientate in un altro. Ci sono delle volte che te la giochi e delle volte che perdi e lo sai da prima. E se conosci i numeri — perché li conosci — cosa fai se sai che perderai? Cosa fai se sai che quello che vincerà non è esattamente dei tuoi, ma è fuoriuscito dagli altri, quelli che sono messi talmente male che c’è solo da avere pietà e girare la testa dall’altra parte?

Lui è straordinario nel raccogliere fiducia e consenso, ma senza di te continuerà a fare quello che riesce a fare. Non troppo: neanche niente, ma non troppo. Quando gli chiedono cosa ha fatto, lui è entusiasta e coinvolgente a suo modo, ma dice delle cose da mani nei capelli. Lui è talmente carismatico che riesce a passare abbastanza indenne anche attraverso certe schifezze non indifferenti in cui si è trovato. Ma resta quello che è. E gli conviene farsi dare una manina. E tu — ricordiamolo — sai di perdere comunque. Allora cosa fai?

Prendi il miglior candidato possibile, sicuro che almeno alcuni diranno “non è male” mentre non lo votano. Lo mandi a perdere. Lo ringrazi. Ti prendi del merda, fai il bersaglio grosso, poi torni al tuo lavoro.

(Naa, non parlo della cretina che i democratici hanno mandato a perdere in Massachusetts contro un repubblicano con la faccia da telepromozione degli elettrostimolatori: parlo proprio delle Puglie.)