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lunedì 29 giugno 2009

E muto, anche! (ma non e’ questo il punto)


charles-ponzi[1]In un paese lontano lontano, pieno di orchidee e di tastiere senza accenti e apostrofi e virgolette raggiungibili in tempi ragionavoli (con Windows), da un computer che si sta in piedi, con trenta gradi e una umidita’ avvilente, a mezzanotte e mezza passata, volevo dire una cosa. Un’ora fa Madoff si e’ preso 150 (centocinquanta/00) anni di galera. L’uomo ha settantun’anni ed ha messo in piedi uno schema di Ponzi da $65Md, truffando migliaia di risparimatori in decenni di lavorio. Lo stato ha consigliato una condanna a cinquant’anni, che per le vittime era sufficiente; l’avvocato di Madoff ne ha chiesti una ventina, dichiarando che il suo assistito era gia’ certo di morire in carcere. Il giudice ha applicato il massimo della pena per tutti i reati ascritti, facendo totalizzare all’imputato un BAR BAR BAR giudiziario non indifferente. Domani leggerete ovunque che da noi uno a malapena prende uno scappellotto, se fa una cosa del genere. In una certa misura e’ vero, ma non al 100%. Quindi Repubblica lo dira’ a gran voce; il Giornale scrivera’ che quelli di Repubblica sono dei giustizialisti dipietreschi, e via di ping pong per una settimanella scarsa. continua a leggere »



mercoledì 10 giugno 2009

Altro che Travaglio



mercoledì 10 giugno 2009

Yo fratello, rappresento per la dittatura, bella lì!


flavPerché c’è tutta la questione dell’identità, stiamo scherzando?, mica si può fare finta che è tutto lo stesso, no no, anche il ministro (omissis) lo dice sempre, dai suoi luoghi di villeggiatura, che dobbiamo stare attenti a non scambiare la globalizzazione con la perdita dell’identità, non si può mica pensare che non abbiamo niente da dire ai governi che, pur nelle differenze religiose e culturali, non fanno niente  per trasformare società tribali e maschiliste in società moderne e democratiche, erano Adamo ed Eva, mica Rania e Abdul dopo tutto, e insomma è giusto accogliere, ma bisogna ricordare che quelli sono dei dittatori, continua a leggere »



martedì 9 giugno 2009

Lacci e lacciuoli (intorno agli organi vitali)


david-carradine-cp-6816388Delle cose politiche che mi sono venute in mente in questi giorni.

1 – Dei radicali a ’sto giro non mi sono piaciute alcune questioni. A) Per cominciare non mi è piaciuto il fatto che ci fosse Emma Bonino candidata e che per votarla uno dovesse fare finta di niente a proposito di B e C, e quindi darsi del pirla, e quindi per concludere che uno non potesse votare Emma Bonino alle elezioni europee. Essendo antidio, essendo per la fine delle corporazioni, essendo per una riforma del mercato del lavoro che vada verso la responsabilità individuale, essendo per una politica europea seria,  insomma io avrei votato volentieri per Emma Bonino. Sì, certo. Però B) l’ultima volta mi hanno fatto votare Daniele Capezzone, oggi saccente portavoce di Berlusconi, serenamente in grembo al miglior amico di Putin, di AN, di tutti i blocchi di potere “partitocratico e corporativo” contro cui si scagliava petulando non più di due anni fa. continua a leggere »



lunedì 8 giugno 2009

Chi ha occhi per vedere




giovedì 4 giugno 2009

Io non parlo bozzì. Io non sono bozzì.


nanni-morettiGuisa. Giuoco. Profittare. Innanzi. Vi sono. Cagione. Lietissimo. Complimenti vivissimi.

Lo so, lo so: la battuta era nata contro il politichese universitario, il travaso di lessico da strutturalisti e sociologi dentro alla sinistra italiana. Lo so. Ma ancora peggio di chi parla difficile c’è chi parla antico. Perché chi parla difficile non si fa capire, e sono fatti suoi: gioca narciso a palla contro il muro. Mentre chi parla antico, arcaico, chi parla carduccio vuole farsi leggere come un classico, come un sussidiario, con quel senso dell’autorità verbale di chi crede che del doman non vi sia certezza, che tremino le vene ai polsi, che i concetti profondi siano porcellane dell’Ottocento.

Che il Presidente del Consiglio condisca questo suo latinorum contemporaneo con know-how, intrapresa e altre porcherie da cumenda istruito non cambia le cose. Anzi.

E quando da sinistra si dice che lui sa comunicare con un’intenzione più popolare e larga rispetto a quella altezzosa e frattocchia dei compagni, si dice la verità, ma si dimentica anche un pezzo. Berlusconi non vince solo grazie all’inno di Forza Italia e all’elettore ideale cinquenne. Vince anche da re, da latifondista, da maestrino insicuro. Vince, e non c’è dubbio, ma lo fa anche con la distanza, con questo lessico appiccicaticcio da élite savoiarda.

Certo che parla come Five, Four e Uan; ma parla anche così, anzi bozzì, come dicevo da piccolo.



mercoledì 3 giugno 2009

Il castello


kafka1Mentre inizio a scrivere questo post, nell’altra stanza c’è la tribuna politica. La Fiamma (uno della Fiamma) è ospite di un conduttore che nessuno ha mai visto né conosciuto; i giornalisti che fanno le domande sono giornalisti oscuri dal punto di vista televisivo, almeno visivamente più poverelli di qualsiasi candidato si sieda. Lo studio non appartiene a questa decade. Non ci sono i tempi, la sigla, il tono, il contraddittorio, ma domanda e risposta, ora tocca a te, ora tocca a me. Nel frattempo, su RaiUno c’è un premio estivo: prima Carlo Conti chiacchierava con i Pooh. Questa fase politica più di altre (davvero, sul serio, non lo dico per fare il catastrofista di sinistra) dà la netta impressione che la comunicazione della politica sia tornato indietro di qualche decina d’anni, addirittura rispetto al pubblico, anche quello di RaiUno. Ballando con le stelle è molto più moderno di qualsiasi programma politico. E secondo me prima non era così. continua a leggere »



lunedì 1 giugno 2009

Mutatis mortuis


badlandsSe facessero lo stesso cinema dell’altra volta; se ci mettessero lo scontro di due idee diverse del mondo che a questo punto non devono integrarsi, ma dividersi e stare separate; se intervistassero tutti gli scettici, quelli che non si vogliono mescolare con i campagnoli e le beghine, i razionalisti illuministi senza dio di New York; se andassero avanti per mesi con questo episodio, e ancora dopo anni lo citassero per dimostrare che c’è un modello in crisi, un modello che non funziona, ricordatevi di quell’omicidio, non dimenticate quell’omicidio; se facessero, intorno al cadavere del medico abortista George Tiller, il casino che fecero intorno a quello di Theo Van Gogh, allora sarebbero sì dei fanatici, ma almeno dei fanatici coerenti. continua a leggere »



lunedì 25 maggio 2009

“Guarda, papi, ballo!”


hughhefnerRepubblica ha fatto quello che fanno i giornali: cercare in prima persona le risposte ad alcune domande rimaste appese lì. E non dico le domande che Repubblica stessa ha pensato di porre al Presidente del Consiglio: domande in genere, quelle che stanno nella testa dei lettori e dei giornalisti. Fermi tutti. È giornalismo anglosassone?

No, perché tutti hanno ’sta roba del “giornalismo anglosassone”, espressione elastica e vaga cui si attribuisce il valore che si preferisce, per esibire un contrasto. Esempio. Caso 1. Qualcuno scrive un articolo molle, senza pezze d’appoggio, fazioso e inconsistente? Bene. Si può puntare il dito e dire che quello non è giornalismo anglosassone, che non c’è la spinta deontologica a cercare la verità innanzitutto, che non si è mai visto, che negli altri paesi eccetera eccetera. Si fa una gran figura, a indignarsi così. In mente si hanno il Washington Post, Tutti gli uomini del presidente, il New York Times (o le dimissioni di Giovanni Leone). Nel secondo caso ci troviamo davanti a qualcuno che ha cercato a tutti i costi di raccontare dei fatti, arrivando a sporcarsi le mani, e esponendo una persona o un partito agli occhi impietosi dei lettori. In questo caso si dice, arricciando il naso, che è una roba da tabloid, da giornali inglesi. E in mente si hanno il Daily Mail, il Sun, intesi come robaccia, e il Guardian o il Times intesi come i giornali inglesi auspicabili, che niente hanno a che vedere eccetera. Chi si indigna di solito si figura come modello un’Inghilterra che non esiste, colle porcellane e la raffinatezza affettata, prego, Sir, prima lei in carrozza, una zolletta o due? continua a leggere »



venerdì 15 maggio 2009

Il principe dei princìpi


fx54h1C’è un uomo, ci dicevano, che sarà si un po’ grossolano nell’esposizione, però ha dei punti fermi. C’è un uomo, ripeteva qualcuno, che non sarà un teorico della politica, un raffinato interprete del pensiero occidentale, un potenziale condottiero sulla strada delle riforme, però è il cane da guardia di cui la nostra casta reggente ha bisogno. C’è un uomo che, ci ripetevano, per quanto si esprima per proverbi e mottetti, riesce a stare attaccato al nocciolo crudo delle cose, senza perdersi dentro ai meccanicismi ombelicali dell’emiciclo. Ci dicevano queste cose, ce le hanno dette per anni, tanti, quelli che «ah guarda io stavolta vado dritto per la mia strada, sarà anche un voto inutile, ma è un voto per i princìpi in cui credo». Questo alfiere dei pesi e contrappesi della democrazia, della fine della politica raccogliticcia e della difesa strenua dei pilastri della democrazia, a noi sembrava tutta un’altra cosa. Lasciavamo parlare.

Poi, finalmente, dopo aver rotto le palle all’universo mondo con la riforma elettorale, i fondamenti della rappresentanza democratica, la partitocrazia delle liste blindate, decise che no, bisognava far fallire il referendum sulla riforma elettorale. «Perché?» gli chiesero tutti sbigottiti. E lui rispose: «Berlusconi ha detto sì, quindi noi dobbiamo dire no.» Quel giorno fu chiaro a tutti, e non solo a noi, che quell’Antonio Di Pietro di cui tanti parlavano così ossessivamente non stava facendo politica: stava giocando a Othello con Silvio Berlusconi. E stava pure perdendo.