sabato 2 febbraio 2013
Ingroia brown
Da alcuni decenni a questa parte le elezioni politiche italiane vedono tra i contendenti una compagine di maschi che stanno sì più o meno dalla stessa parte, ma che pur essendo eterogenei sono uniti da una serie di accessori che indossano o maneggiano. Sono accessori che, pur diversi, appartengono alla stessa famiglia: se si giocasse agli insiemi come all’asilo, dove si fanno dei cerchi e ci si mettono gli oggetti che ci sembra vadano insieme, sicuramente gli affari che maneggiano alcuni politici italiani andrebbero tutti nello stesso cerchio. Pipe, astucci, borselli, porta-occhiali, sigari, gilet, colletti, camicie: è un universo che non vuole governare, che vuole esporsi in prima persona ma non vuole il compromesso, vuole la democrazia sì ma col rigore, col marrone, con la determinazione ferrea, l’intento preciso a fare qualcosa di molto poco chiaro che viene prima di noi, del nostro capire, del loro dire con precisione per quale motivo siano lì, se per dare un senso a quella messe di cianfrusaglie di maschi dell’altro secolo, oppure per qualche ragione che al momento ci sfugge. continua a leggere »


Un’amica prende un aereo da una località di villeggiatura a Milano. Sull’aereo c’è anche Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico. L‘aereo è in ritardo di alcune ore. Nella sala d’aspetto dell’aereoportino ci sono l’amica, altri passeggeri, Bersani e la moglie. Suona spesso il telefono. Bersani ha la vibrazione. Risponde a bassa voce, si alza, esce dalla saletta. Dopo un po’ rientra. Torna a sedersi accanto alla moglie. Suona ancora il telefono. E lui torna a uscire. Così parecchie volte. Dopo qualche ora, finalmente imbarcano. Bersani durante il volo legge un libro.
Io capisco tutto. Capisco che la polizia svolge un ruolo, che la fiducia nei capi è importante, che quelli si sono distinti, hanno saputo eccellere laddove, sono stati pronti come un sol uomo. Io capisco tutte queste cose. Però le democrazie non si basano sull’eccellenza, ma sui diritti e sui doveri, sulla distinzione dei poteri dello Stato, sul rispetto delle leggi. Quindi io capisco il grave problema del rimpiazzo dei vertici, capisco anche che possa spiacere, a un dirigente che lavora per il paese, non poterlo più fare. Eppure va così. Perché la responsabilità è individuale.
Ho pensato l’altro giorno che questo fatto di usare i termini latini ius soli e ius sanguinis in relazione al tema della cittadinanza in Italia è sbagliato. Certo, il termine giuridico è quello, lo capisco, e va bene così, figuriamoci. Ma è dai tempi di Manzoni che il latinorum taglia fuori la gente dalla comprensione del diritto, così come i grecismi di molti medici non fanno capire le cose alle persone. E siccome si parla di diritti, di questioni fondamentali, la cosa da evitare non è l’ineleganza, ma l’incomprensione: le istituzioni, lo stato e l’informazione del paese devono fare di tutto perché le persone capiscano quali sono i loro diritti, senza bisogno di avere fatto il liceo. Quindi, a maggior ragione per una questione così complicata e centrale per l’esistenza di tanti, nei libri teniamo ius soli e ius sanguinis, ma quando ne parliamo, quando
In questo paese non siamo abituati all’idea che lo stato non si intrometta. Se scoprissimo che c’è una regola nascosta tra le righe del codice che regolamenta il calibro della cacca, penseremmo «Be’, un motivo ci sarà di sicuro. Sarà per le tubature a norme 626, ISO9001, Shengen for you». Il fatto che le cose possano assestarsi da sole non ci sfiora. Ci vuole il regolamento. E se togli un divieto, salta fuori sempre quello che sostiene che sia evidentemente la fine della libertà.
