|
|
|


martedì 23 marzo 2010

Schhhh!


Oggi su Repubblica c’è un articolo che sembra di essere in un paese normale. Anzi, normale ma con postilla. È a pagina 3 e l’ha scritto Giovanna Vitale, che non so chi sia.

L’articolo racconta di come, dopo le dichiarazioni del capo dei vescovi italiani, Mr. Burns Bagnasco, Emma e il suo staff abbiano deciso di — pazzesco, incredibile, da andare a ubriacarsi — non dire niente di niente. Nada, niet, nixon, nisba, mancopoocazz’. Bagnasco fa dichiarazioni trasversali, che possono riferirsi a Bonino come formalmente anche no; Bonino decide che va bene così, non si risponde, per non finire in una polemica stupida e dannosa ai fini elettorali. continua a leggere »



lunedì 22 marzo 2010

Il tramonto è un venticello


(via La Stampa)



venerdì 19 marzo 2010

Ze buk is on ze scandal


Succedono delle cose, nella vita politica del PD, che uno si domanda veramente se il problema che ha non sia in fondo, semplicemente, quello di Philip K. Dick: Veltroni  lo fa apposta per far incazzare me, Matteo Bordone. Perché non riesco a pensare che ci possa essere un’altra finalità.

Un uomo politico è un uomo politico, della polis, del consesso civile: non può fare quello che gli pare, senza pensare che la cosa abbia un riflesso sull’idea che il pubblico si fa di lui. È quello che ho sempre rimproverato al pokerista Adinolfi. Ti sei candidato alla segreteria del PD, e quattro mesi dopo rilasci interviste sui tornei di poker: non lo vedi l’effetto che fa? No, non lo vedeva. Scrisse qui su Freddy Nietzsche che sono uno stronzo. Va be’.

Veltroni è quello che mise in piedi la Festa del Cinema di Roma, palese accrocchio di passerelle di vellutino rosso consunto  — A’ dottò, questo l’amo usato solo pe’ Rocco Bbarocco ’r mese scorzo. È praticamente novo. ’A Kidman ’n z’accorge . Joo ggiuro. — senza un senso vero e proprio. E tutti lo sapevano che era fuffa, tutti lo ripetevano. E lui, niente: e l’Estate Romana, e la Festa del Cinema, e la musica jazz che è la musica dei nostri anni. continua a leggere »



venerdì 12 marzo 2010

Praticamente un paese di morti


Mi fa delirare l’automatismo giornalistico della povertà, dei cicli negativi, della crisi, delle difficoltà vissute sempre come responsabilità politica di un dramma insopportabile e collettivo. Non capisco come non trovino tutto il meccanismo anche solo vagamente ripetitivo, se non proprio intellettualmente disonesto. Eppure si continua. E il punto più meschino di tutto il quadretto è sempre lì, nella psiche.

L’Italia è (stato) un paese contadino e cattolico: avere una psiche, pensare anche solo che esista, è troppo da individualisti, da ricchi, troppo “io” per far parte di “noi”, come direbbe il più conservatore dei socialdemocratici nostrani. continua a leggere »



martedì 9 marzo 2010

Nemmeno la sgogna mi fate venire più


Ieri sono stato tutto preso a coniare una parola che sostituisse al meglio il termine tedesco Fremdschämen, che descrive quella sensazione che si prova quando la vecchia canta una canzone popolare in televisione, e il conduttore la guarda come dire adesso finirà, e lei invece se la canta tutta — olandesiiiina bellaaaaaa, olandesiiina biondaaaaaa — strofa, strofa, ritornello, strofa ritornello, ritornello, acuto finale, oppure quando qualcuno insomma si mette in una situazione che non è solo terribile esserci, ma è ancora peggio non esserci e assistere. In tedesco la parola c’è, e vuole dire proprio quello, cioè il concetto che noi esprimiamo con «ho provato compassione/vergogna per lei». In italiano no, per cui mi sono messo, su richiesta del magico mondo della rete, del popolo di internet, del futuro, a cercare questa parola. Poi sono sceso al bar e ho letto il giornale. continua a leggere »



giovedì 4 marzo 2010

I pimpirlini


Una decina di anni fa si tennero delle elezioni politiche importantissime, che elessero il Presidente degli Stati Uniti d’America per i quattro anni successivi. Alla luce di quello che successe un anno dopo quelle elezioni, oggi possiamo dire che le cose sarebbero state parecchio diverse se quelle elezioni avessero eletto un altro, cioè Al Gore, invece di quello che poi vinse, cioè George W. Bush. Non furono in molti a dirimere la questione nello specifico, perché tutto si ridusse a un esercito di pensionati cogli occhiali da sole. Essendo gli Stati Uniti un paese più serio del nostro, non toccò alle mastellate campane chiudere la partita, ma a un pezzo di Florida. Lì, per varie ragioni che non stiamo a ribadire, si decise di ricontare i voti. Mesi di riconteggi, a base di gattare grasse sedute dentro a stanzoni illuminati al neon, intente alla verifica e al controllo delle schede forate. Perché il sistema non prevedeva l’uso di matite, ma di schede da forare con un pirulo, all’interno della cabina elettorale. continua a leggere »



mercoledì 3 marzo 2010

Il problema della coccoina


Eccoci qua. Buongiorno a tutti. Veltroni ha rilasciato un’altra intervista. Sono incistato. Lo sapete. Cercherò di essere più breve e tassonomico possibile.

Frasi che non vogliono dire niente

“Noi” perché io è poco. L’io è stato la libbertà. Ora che non ci sono più le ideologie, però, l’io non ce la fa più.

Che se uno scuote la testa, ha l’aria di chi ci ha ragionato tanto, poi può anche essere che passi come quello che porta sulle spalle tutto un ragionamento (titolo del libro a parte). Ma resta difficile capire quando, di grazia, ci sia stato l’io nella storia di questo paese, tutta clan, chiese, famiglie, gruppi, camerati, compaesani e compagni. Boh. Adesso siamo diventati gli Stati Uniti. Son cose. continua a leggere »



lunedì 1 marzo 2010

Quando il gioco si fa muro


Uno dei sottili stereotipi culturali in cui ci si perde spesso è quello che prevede che alla fine quelli siano bravi. Sono anni che ci prendiamo le ginocchia a martellate per il mare di cretinate di cui la sinistra italiana è stata protagonista; sono anni che ci convinciamo piano piano della veridicità del paradigma dell’istruttore di Full Metal Jacket: quello per cui sarà anche una roba senza cuore, certo, sarà spietata e crudele, ma è quello che ci vuole. Le maniere forti, la semplificazione dei problemi, gli ordini urlati in faccia nascondono una concretezza sostanziale da cui ci sarebbe da imparare. continua a leggere »



martedì 16 febbraio 2010

Uno piccolo fragoroso sollievo politico


È successo da un paio di giorni, e nessuno ha smentito. A quanto pare è vero, quindi: Paola Binetti se ne è andata dal PD. Quella che si diceva stupita non che mancassero alcuni temi, non che certe posizioni non avessero spazio nel partito, no no, lei si diceva esterrefatta, ribadiva il proprio disagio, si grattava con fastidio le crosticine sulla coscia perché di tutte le roccaforti dell’ideologia cattolica massimalista contemporanea non si riuscivano a costruire altrettante dépendance dentro al Partito Democratico. Che come partito sarà anche un po’ una merda, Binetti Paola, ma è sempre l’ultima idea plausibile di forza politica di sinistra del paese.

continua a leggere »



giovedì 11 febbraio 2010

E tutti i figli suoi


Non che abbia delle cose pazzesche da dire, eh. È solo che questa maggioranza chiude tutti i più blandi spiragli di buona fede possibili. È un peccato, perché dare retta alle cassandre del luogo comune è sempre una resa rispetto al ragionamento. Però va così, e va così in maniera talmente sistematica da far perdere senso a qualunque ragionamento ulteriore.

Sì, rubano. Sì, tutti. Sì, sistematicamente. Sì, soprattutto sui capitoli di spesa più ingenti (questo è logico) e svincolati dal giudizio per ragioni che potremmo definire “sentimentali”, come la sanità e l’edilizia legata alle catastrofi naturali (questa è logica, op. cit.). Poi succede che li prendano, e succede che non solo le loro pratiche, ma la loro figura torni a ricalcare il più banale, il più prevedibile di tutti gli stereotipi possibili. La potenza. Il potere. I favori. I cazzi. Le zoccole. continua a leggere »