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	<title>Freddy Nietzsche &#187; Smoke</title>
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		<title>New York, 20-03-2008</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Apr 2008 18:20:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img alt="smk20-03-2008.JPG" src="http://www.freddynietzsche.com/_2008/04/06/smk20-03-2008.JPG" width="280" height="419" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" />When I am king, you will be first against the wall<br />
with your opinion which is of no consequence at all</p>
<p>Va bene che forse e’ veramente passato troppo tempo, ma non e’ per questo che sto scrivendo una cosa diversa dal pezzo sul Giorno del Ringraziamento di cui ho ormai fin troppo parlato.<br />
Il punto e’ che ci son storie che letteralmente mi fanno rivoltare lo stomaco.<br />
Bolzaneto e’ una di queste.<br />
E non tanto quello che e’ successo quel giorno in quel posto, quanto quello che si e’ trascinato fino a oggi; fino a che non riesco piu’ a trattenere in gola un “basta con le stronzate!”.<br />
Castelli, Guardasigilli in carica al momento dei fatti, ce l’ho proprio con te!<br />
Tutto nasce da un’intervista di questo qui su Repubblica in cui praticamente sostiene che si sia trattato di una decina di casi isolati, subito repressi dalla maggioranza di bravi poliziotti che c’erano a Bolzaneto. Che andatelo a dire ai metalmeccanici se e’ vera tortura stare in piedi per 4 ore. Che si andasse a vedere come hanno ridotto Genova per trovare i veri colpevoli di quei giorni. Devo continuare?<br />
Ora, Onorevole (Santa la Madonna, Onorevole!), delle due l’una: o sta facendo il furbo o e’ veramente stupido. Per non saper ne’ leggere ne’ scrivere, facciamo che mi spiego, eh?<br />
Allora facciamo che sia normale che la gente sia tenuta in piedi di fronte al muro per evitare che i ragazzi infastidiscano le ragazze; va bene, diciamo che le bestie erano i detenuti e non quelli che hanno preso questa decisione (e quelli che l’hanno accettata cosi’ com’era). Allora facciamo che sia normale far fare delle flessioni in sostituzione di antipatiche, seppur inderogabili, perquisizioni corporali e diciamo che gli sberloni per sollecitare i piu’ refrattari all’esercizio, in fondo, erano per evitare il ricorso a pratiche piu’ invasive. Ovviamente, diamo per scontato che tutti quei detenuti fossero agguerriti terroristi, non ragazzi, anziani, donne, invalidi (!!!), molti dei quali stranieri che non capivano il nostro colorito idioma.<br />
Diciamo, convinciamoci, che la tensione in quei giorni era altissima e che lo stress per gli agenti delle forze dell’ordine fosse estremamente elevato. Diciamo, convinciamoci, che in quei giorni a Genova c’era la guerra. Diciamo, convinciamoci, quindi che, effettivamente, a qualcuno possa essere scappata la mano, che qualcuno (ma pochi, eh!) abbia esagerato.</p>
<p><span id="more-495"></span><br />
E’ qui, caro mio, che il tuo ragionamento fa un buco grande come una casa: fosse anche stato uno solo a perdere la testa e a commettere un’abuso su anche un solo detenuto (che magari era per davvero un pericoloso terrorista) il resto degli agenti non avrebbe dovuto fermarlo, avrebbe dovuto denunciarlo. Ripeto: denunciarlo non fermarlo. Lo Stato, raccolta la denuncia dei colleghi, avrebbe dovuto intervenire per impedire a questa persona di commettere altri abusi. Lo Stato dovrebbe adesso chiedersi perche’ alla luce di quanto e’ emerso (e parlo di quella decina di “casi isolati” riconosciuti anche da Castelli), nessun “poliziotto buono” abbia denunciato i colleghi. Solo un infermiere ha aperto la bocca. Un infermiere.<br />
E’ l’omerta’ su quello che e’ successo li’ dentro, il cameratismo tra colleghi, il disinteresse dei politici la vera merda di questa vicenda.<br />
Castelli, anche in Tibet i cinesi dicono di agire contro dei criminali. Castelli, ma che te lo dico affare?<br />
Vomitato tutto questo, passiamo alle frivolezze d’oltreoceano (senno’ che cazzo ci sto a fare qua, ‘ste cose le potevo dire anche da Pontelagoscuro&#8230;).<br />
Dopo quasi tre anni di inattivita’, oggi ho finalemente ripreso a giocare a calcio!<br />
Mi son fatto tirare dentro una squadra di sudamericani al torneo di calcio a 7 del College. Ho quindi deciso di farvi partecipi degli sviluppi. Allora, oggi prima partita, praticamente non ho idea chi siano i miei compagni di squadra ma tutti parlano spagnolo; mi sento come uno Zavarov arrivato alla Juve: non capisco di che cazzo stiano parlando tutti! Faccio due palleggi e mi rendo conto che magari parlano strano ma a calcio sanno giocare. Bene. C’e’ un vento della madonna. Male.<br />
Cominciamo, ovviamente non so dove mettermi in campo, ci metto un attimo per capire che nella mia squadra giocano tutti bene ma non ce n’e’ uno che la metta in porta! Sbagliamo l’impossibile e andiamo sotto 1 a 0. Alla luce dei fatti, mi metto a giocare punta, ma non mi piaccio sembro Inzaghi che si agita, chiama palla, corre ma resta il fatto che fa cagare. Proprio come Inzaghi pero’ tocco due palloni decenti e faccio due gol. Gli altri protestano su ogni decisione dell’arbitro, ma poi imbrogliano come ladri.<br />
Finisce 4 a 3 per noi. Tre punti in saccoccia e alla prossima settimana!<br />
(sperando di assomigliare sempre meno a Inzaghi)<br />
Robi</p>
<p>_ps &#8211; Questo post viene pubblicato in ritardo perché me l&#8217;ero dimenticato. Chiedo scusa al biologo espatriato e a tutti i suoi lettori._</p>
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		<title>New York, 9-25-2007</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2007 22:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p>><img alt="smoke 044.JPG" src="http://www.freddynietzsche.com/_2007/10/01/smoke%20044.JPG" width="280" height="373" class="mt-image-left" style="float: left; margin: 0 20px 20px 0;" />E allora sognò Atene<br />
e l&#8217;ospedale militare<br />
Ed i soldati carichi di pioggia<br />
e un compleanno da ricordare<br />
Cos’è New York? Gli Stati Uniti d’America? Oppure l’America?<br />
C’era Bush a contare i giorni che separano Fidel Castro dalla fossa, c’erano Prodi e D’Alema che organizzavano l’operazione di salvataggio degli agenti italiani in Afganistan. C’è stato Ahmadinejad a due fermate di metropolitana da casa mia, alla Columbia University.<br />
Non sono potuto andare a sentirlo perché non ho il tesserino Columbia, peccato!<br />
Però il contorno l’ho visto bene. Stella (che il tesserino Columbia ce l’ha) mi ha detto che al mattino il Rettore ha mandato una mail a tutto lo staff per comunicare la grande opportunità messa a loro disposizione, sottolineando la grande dimostrazione di libertà e democrazia che la sua Università stava mostrando (più o meno, il testo esatto non l’ho letto). Lo stesso Rettore ha poi introdotto l’ospite come un “crudele dittatore”. Forse la mia idea è sbagliata ma chiamare una persona a parlare e introdurla dicendo: “Ecco lo stronzone!”, non è il più fulgido esempio di libertà e democrazia. E che allora il Megadirettore era un santo a invitare Fantozzi per le sue partite di biliardo!<br />
A parte questo, fuori dalla Columbia c’erano ebrei che protestavano contro l’Iran, ebrei che protestavano contro l’Iran e contro Bush, studenti che protestavano contro l’Università, iraniani contro l’Iran, altra gente contro chi protestava. Da altre parti della città, altri ebrei esponevano teorie anti-semite, altri iraniani contro l’Iran, americani contro Bush, americani contro la guerra. Molta altra gente era invece semplicemente dietro ai fatti propri.</p>
<p><span id="more-439"></span><br />
Praticamente penso che ogni possibile posizione riguardo il tema in questione sia stata manifestata; uno dei più evidenti esempi di come New York sia un gigantesco insieme di realtà completamente diverse tra loro. E io sono una parte di esse.<br />
Da dove vengono queste persone? Cosa hanno lasciato nella loro vita passata? Cosa si aspettano da questa nuova dimensione? Che cos’è un posto che accoglie chiunque con indifferente ospitalità come questa città? Un paradiso dove ricominciare da capo e realizzare i propri sogni o un luogo d’esilio migliore di tanti altri?<br />
Per la prima volta da quando sono qui, sto ponendo queste domande nei confronti di me stesso. Qual è il senso di poter fare una cosa diversa ogni sera senza avere degli amici veri con cui condividerla? Certo, ho trovato amici anche qui ma, senza la retorica che la frase evoca, è più il rapporto che si instaura tra profughi in un Paese straniero. Non sto dicendo che non consideri amiche le persone che ho conosciuto qui, ma semplicemente che, arrivato a questo punto, i miei amici ce li ho e non sento la necessità di trovarne altri con cui instaurare la stessa intimità.<br />
I miei amici ce li ho e non sono qui.<br />
È un periodo in cui mi sto seriamente ponendo il problema se restare qui e continuare a provare a realizzarmi professionalmente oppure se ridimensionare le mie ambizioni ma stare dove sono le persone che considero importanti e che alla fine mi fanno sentire più realizzato di ogni successo lavorativo.<br />
Oh, ovviamente tutto questo discorso non riguarda assolutamente Stella che è qui con me e non si muove!!!<br />
Anzi, domani è il nostro anniversario e per festeggiare andremo a cena al Goblin Market (vedi qualche puntata precedente&#8230;)! Se ci torniamo in un’occasione così è perché ci è proprio piaciuto, eh!<br />
Robi<br />
p.s.: Guardate attentamente la foto di questa puntata, c’è una globalizzante differenza nel panorama.</p>
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		<title>New York, 08-01-2007</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Aug 2007 16:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img src="http://www.freddynietzsche.com/images/2007/08/new_york_08012007/smoke%20041.JPG" width="280" height="373" alt="smoke%20041.JPG"/>And all I can do is just pour some tea for two and speak my point of view.<br />
But it&#8217;s not sane, It&#8217;s not sane.<br />
Fa caldo anche qui. Non caldissimo ma molto umido, forse così è anche peggio.<br />
Per quanto rinfrescato oltre misura dall’aria condizionata, la voglia di scrivere è poca, la capacità di connettere è andata a farsi benedire tempo fa. Vorrei passare un pomeriggio sbracato sul letto con una granita alla menta e la tapparella abbassata quasi tutta a ripararmi dal sole cocente. Ma qui non ho le tapparelle.<br />
Credo che verrà fuori un post abbastanza scalcinato.<br />
Primo. È esploso l’incrocio tra la 44esima e Lexington. Il sindaco ha subito tranquillizzato la popolazione: non si tratta di terrorismo ma è stato soltanto il cedimento di una tubatura piuttosto vecchia. E io dico: tranquillizzato? Il cedimento di una vecchia tubatura (del ’24&#8230;) fa saltare una strada e mi dicono di star tranquillo? Avrei preferito i terroristi&#8230; Non trovo molto rassicurante sapere che sotto New York ci sono tubature pre-colombiane che possono esplodere a &#8216;sto modo! Coi terroristi posso immaginare che forse a Time Square rischio più che sulla 168esima, in eccessi fobici posso evitare le grandi manifestazioni e raduni, posso insomma cercare di scansarli. Ma io che cazzo ne so di dove passano i tubi esplosivi sotto Manhattan? Magari anche sotto la 168! E dico anche: ma non si poteva pensare di rinnovarli &#8216;sti tubi (magari togliendo anche l’amianto già che c’eravamo)? E sai che costi, rispondono. Beh, ma anche rifare le Torri Gemelle credo che costi parecchio, però le fanno, invece di pensare ai tubi. Fossi Beppe Grillo direi che per costruire un simbolo i soldi piovono a palate, per mantenere delle infrastrutture, invisibili finchè non saltano per aria, chissenefotte! Tanto poi se esplodono si può dare la colpa ai terroristi! Ma se fossi Beppe Grillo starei tutto il giorno al mare in barca. Sottocoperta. Con le tendine abbassate a ripararmi dal sole cocente. E la granita. Alla menta&#8230; No, così non ne esco più da &#8216;sto post!<br />
Che poi, la roba che mi ha stupito di più è che l’unico morto è stato per infarto dallo spavento. È vero che le morti sono tutte uguali, però così dai&#8230;</p>
<p><span id="more-421"></span><br />
Secondo. Ho visto Rocky IV, per la prima volta in lingua originale. Non che sia uno di quei film che si basano sui dialoghi, però una cosa mi ha colpito: Ivan Drago non dice proprio “Ti spiezzo in due!”. Dice: “I must break you!” Che è diverso perché nella versione italiana ne viene fuori come il tamarro che ragiona solo a schiaffoni e che non vede l’ora di menar le mani, degno al massimo del tizio brizzolato che fa il cattivo nei film di Bud Spencer e Terence Hill. In inglese invece, si evince che il pugile Drago non esiste; esiste solo Ivan Drago, eroe nazionale, rappresentante sul ring del potere della Grande Madre Russia. Come tale vien da sé che non possa essere sconfitto. Tantomeno contro quello scimmione capitalista americano, così arruffone e improvvisato che saltella sgraziato per il ring! In una versione italiana di Rocky IV avrei preso Mino Reitano nel ruolo di Rocky (solo per questo episodio però). E invece succede l’incredibile: l’arruffone sgraziato prende una manganellata di botte ma non cede; è inferiore e si vede, ma non cede. Insiste, piazza un pugno qua e là. Sempre di più, a ogni pugno di Rocky il simbolo Ivan Drago si sgretola un pochino, l’uomo Ivan Drago prende coscienza della sua condizione. Fino al tracollo, Rocky è un trattore, mena Drago come un sacco di patate, il regime si incazza, va a richiamare Ivan ai suoi doveri nei confronti del Popolo, nei confronti della Nazione. Ma Drago ormai suonato dalle randellate liberatorie ragiona da uomo e non da simbolo e manda a fare in culo la Grande Madre Russia. Ha perso un incontro che è ben contento di perdere perché questo gli ha permesso di realizzarsi come persona.<br />
Ora Ivan Drago è un uomo libero, che ha preso coscienza del valore della propria individualità. È pronto per seguire Rocky in America, scrivere un libro sulla sua vita e tenere corsi di autostima per diventare tutto quello che si vuole nella vita (con l’aiuto del buon Dio).<br />
Resta un gran bel film di merda, ma beata innocenza. Esistono veramente degli americani convinti che si possa insegnare alle persone ad essere libere a suon di botte?<br />
Oggi il post finisce così.<br />
Robi</p>
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		<title>New York, 6-6-2007</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jun 2007 04:09:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img src="http://www.freddynietzsche.com/images/2007/06/images/smoke6607.jpg" width="280" height="373" alt="smoke6607.jpg"/><em>And smiles as the Puppets dance<br />
&#8232;In the Court of the Crimson King</em><br />
E mi ritrovo ancora a stupirmi dell’America fuori da New York.<br />
Non che le occasioni di entrare in contatto con i paesotti, popolati dalla maggior parte degli americani, mi siano mancate finora; non che non mi sia reso conto che vivere a New York City sia un po’ come stare in una città stato, realtà differente da ciò che la circonda; non che non conosca tutta quella filmografia sulla “vita di campagna” americana. Però&#8230;<br />
Il contrasto tra quello che la grande città offre e quello che si può trovare soltanto a un ora di treno da Penn Station, in una zona che tutto sommato è ancora un sobborgo di New York, mi colpisce veramente. E come le persone possano essere così diverse da quelle che incontro per la strada qui in giro è ancor più sorprendente.<br />
Questa volta, l’occasione di gita fuori porta ci è stata offerta dal Tour of Watermelon dei Court, che si sono esibiti al Who-Ville di Bethpage (Long Island). I Court, oltre che autori di un ottimo album, la cui copertina è senza dubbio la più bella di sempre (modestia a parte e senza che nessuno si scomodi a ricordare piramidi che diffrangono la luce o sommergibili gialli!), sono amici. Quindi io e Stella abbiamo organizzato volentieri la gita finesettimanale per andarli a sentire. Ulteriore motivazione, piuttosto mal celata, è la vicinanza di Bethpage alle spiagge di Fire Island.<br />
Non mi soffermo sulla cittadina che, come largamente anticipato dalla mia immaginazione, era composta da un incrocio di due grosse strade impossibili da attraversare a piedi, un passaggio a livello a controllo del transito dei treni della Long Island Railroad (niente stazione, solo le sbarre e una banchina per prendere il treno), pochi negozi in cui non comprerei niente nemmeno se fossi il proprietario e una sequenza di case bianche in finto legno con finto giardinetto curato, con 3-4 macchine parcheggiate fuori, con pacchianate di ogni genere affacciate alle finestre e sparse per il finto giardino.<br />
A spezzare la monotonia del luogo, due pub. Uno di questi, il più squallido, è il Who-Ville. La nostra meta.</p>
<p><span id="more-404"></span><br />
Entrare nel Who-Ville ha fatto sì che, ancora una volta, si ripresentasse nella mia mente la domanda: “Sono io che da piccolo mi sono rincoglionito a tal punto di (tele)film americani che adesso mi sembra di aver già visto ‘sto posto, oppure è che in America i posti (ogni tipo di “posto”) li fanno tutti con lo stampino?”<br />
Fatto sta che il Who-Ville è un bar con l’entrata sull’angolo tra due strade, un lungo bancone, 3 o 4 televisioni che trasmettono solo sport, due videogiochi (uno con i fucili di plastica per sparare ai cervi), birra budweiser (per noi aggratis), cibo unto e pessimo, penombra, niente fumo da quando qui si fa la guerra al fumo, ma prima secondo me c’era. Gli avventori medi stanno al bancone con una birra e il naso all’insù incollato a una televisione, oppure fuori a fumare; ognuno di questi non avrebbe avuto problemi a trovare una particina da bullo di periferia in un episodio di T.J. Hooker. Gli avventori medi non sono mai meno di due nè più di quattro.<br />
Ah, dimenticavo! C’era anche un biliardo che in previsione dell’evento musicale era stato tirato di lato e coperto.<br />
Ma sabato era una serata destinata a spezzare la placida routine di postaccio di periferia del Who-Ville: ci avrebbero dovuto suonare questi misteriosi italiani dei Court e soprattutto (e di questo voglio parlare) ci sarebbe stata la festa per i cinquant’anni di Emmet!<br />
Emmet è un signore in camicia hawaiiana, shorts, calzini di spugna bianchi e scarpe da ginnastica che suona la chitarra negli Elettrodudes, che sono un po’ la mascotte del Who-Ville. Capirete l’eccezionalità dell’evento!<br />
Per l’occasione si raduna il Gotha musicofilo di Bethpage e dintorni (quindi solo di Bethpage) a cui si deve aggiungere la nutrita rappresentanza dei fan italiani dei Court: io, Stella e il Simo (che dei Court è praticamente l’autista/fotografo/galoppino per questo tour&#8230;); vien da sè che di parterre così prestigiosi nella sua storia il Who-Ville ne ha avuti ben pochi!<br />
Ora, non sto scherzando, per tutta la serata io ho avuto la sensazione di trovarmi in un film di David Lynch, anzi in una visione onirica in un film di Lynch. D’accordo che non c’era il nano che parlava al contrario, ma quasi.<br />
Emmet, il festeggiato sopra descritto, in condizioni normali non credo sia un virtuoso della chitarra, figuriamoci cosa è stato sentirlo all’opera con quegli occhietti a fessura, tipici di chi si trova nella fase terminale della sbronza. Mi sono chiesto cosa ci facesse uno così scarso in una band, poi ho capito: la risposta era il bassista. Poverino, non che fosse colpa sua, ma ho fondati motivi per ritenere che qualcosa di brutto fosse successo all’interno della sua scatola cranica, qualcosa che aveva fatto sì che lui adesso si esibisse sul palco con l’espressività di un minerale, peraltro sempre fuori tempo. Poi sorvolando sul batterista tamarro e sulla cantante simil Romina Power (l’unica veramente brava dei Dudes&#8230;), mi soffermo su Dave, leader carismatico del gruppo nonchè vera anima della serata. Dave è anche lui sulla cinquantina, ha i capelli stopposi da spaventapasseri, è molto abbronzato e ha gli occhi azzurri e chiarissimi. Ma soprattutto Dave è pazzo: suona chitarra e tastiere, si atteggia, a cinquant’anni, come Slash dei Guns’n’Roses e si guarda in giro con occhi inquietanti e strabuzzati!<br />
Poi c’è il pubblico, avventori e personale del locale: c’era una signora che, dato il suo fisico, ho battezzato Uovo di Pasqua, c’era Ciccione (non un ciccione, ma l’idea della ciccia impersonificata) che tentava di ricordare in quale città inglese i Jethro Tull avessero fatto quel concerto in cui Ian Anderson appoggiava una gamba sull’altra suonando il flauto (nell’enfasi del discorso provava anche a imitare le gesta del suo idolo, suscitando sguardi di sconcerto tra i presenti e allertando i sismologi del Nord America). Poi c’era Nano Gigante, cioè una persona affetta da nanismo e gigantismo contemporaneamente, che ogni tanto mi si avvicinava e mi bisbigliava stronzate con voce roca (se non è Lynch questo&#8230;), e Scary Mary (giuro, la chiamavano così, non mi confondo con T.J. Hooker!), la cameriera ubriacona che mena i camionisti.<br />
E via con tutta questa improbabile compagnia a ballare e cantare e bere birra fino alle quattro e mezza di mattina! Peccato che i Court abbiano suonato un po’ pochino, ma la serata di domenica sarà tutta per loro! Domenica hai detto? Eh, ma la domenica sera non c’è mai nessuno al Who-Ville&#8230;<br />
Robi</p>
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		<title>New York, 5-21-2007</title>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2007 09:13:38 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img src="http://www.freddynietzsche.com/images/2007/05/images/smk529.jpg" width="280" height="373" alt="smk529.jpg"/>Don&#8217;t ask how long I&#8217;ve been waiting here?Yeah, you can probably guess.<br />
Oh, finalmente la bella stagione! Finalmente qualcosa da fare!<br />
Potrei raccontare di rilassanti pomeriggi passati a leggere dopo un picnic a Central Park, di divertenti gite in biciclette, seguite da un picnic a Riverside, sotto l’ombra del George Washington Bridge&#8230; Potrei parlare di picnic, insomma! Ma ho di meglio!<br />
Giovedì sono andato ad assistere alla registrazione di The Colbert Report negli studi di ComedyCentral. Non so se il programma sia conosciuto in Italia (io non lo conoscevo), ma praticamente è una cosa in stile Luttazzi in cui il comico/presentatore interpreta la parte di uno sfegatato Repubblicano, dando un po’ di notizie, politiche e non, sparse e intervistando ospiti più o meno famosi, per lo più politici. Ovviamente il risultato è un’atroce presa per il culo dei conservatori americani!<br />
La roba è funzionata che il mio amico Daniel aveva prenotato dei biglietti e mi aveva chiesto di andare; essendo io notoriamente uno che mette di tutto davanti al lavoro, catafottendomene del fatto che si trattava di un giorno lavorativo ho risposto prontamente di sì. Nonostante la prenotazione però, la logica del programma è che “chi prima arriva meglio alloggia” così fanno overbooking e bisogna essere lì presto per riuscire effettivamente a entrare.</p>
<p><span id="more-393"></span><br />
Ecco forse dovrebbero specificare meglio quanto prima! Sicuri di essere in largo anticipo, noi ci eclissiamo dal luogo di lavoro alle 3:00, in fondo lo studio dista solo una decina di fermate di metropolitana&#8230; Sul sito le istruzioni spiegano che la registrazione comincia intorno alle 6:00, che i cancelli apriranno alle 5:15 e che per sicurezza è meglio essere lì un’ora prima. Insomma, le 4:00 ci sembrava un buon orario, ma siccome Daniel è un preciso, noi si arriva alle 4 meno venti.<br />
La coda riempie già praticamente tutto lo spazio disponibile e, più tardi, saremmo venuti a sapere che la prima era arrivata alle 2 meno un quarto! Fatto sta che sembra che ce la si faccia comunque a entrare, in fondo poco dopo il nostro arrivo la coda si è praticamente raddoppiata. Vabbe’, siamo lì alle 4 e bisogna aspettare due ore per lo spettacolo, cheppalle! Il tempo passa parlando di ogni possibile cazzata dal lavoro alla politica a World of Warcraft, non sempre gli argomenti sono parsi slegati, comunque.<br />
Poi si entra, controlli da aeroporto: se hai un’arma, anche un bazooka, non ci sono storie! La lasci lì perchè è una zona “weapon-free”, ti verrà poi riconsegnata all’uscita. Mi dimentico le chiavi in tasca, l’affare suona, giustamente, il tizio mi chiede e io faccio: “Boh!”, mi fa ripassare, risuona. Finisce lì passo e chissenefotte. Altra attesa per andarsi a sedere.<br />
Finalmente, alle 6 bell’e passate ci fanno accomodare nello studio di registrazione. Perchè la zona regia di un programma satirico alternativo deve necessariamente rispecchiare il mio immaginario e sembrare la versione reale del salotto di Wayne’s World?<br />
Poi va un po’ come mi aspettavo, c’è uno che ti spiega che lo show fa ridere quindi loro non aggiungono niente alla naturale reazione del pubblico, solo richiede l’accortezza di applaudire a doppia velocità e di ridere più forte del normale per far sembrare che ci sia più gente (?!?). La puntata è praticamente registrata in presa diretta, i tempi sono quelli della messa in onda. Prima però arriva il tizio che deve scaldare l’audience: un comico, peraltro abbastanza divertente, che prende per il culo qualcuno del pubblico. Io rido solo quando dice le parolacce, ma mi diverto. Infine, arriva lui: Colbert! Per scaldarsi ed entrare nel personaggio spara quattro cazzate e risponde alle domande del pubblico, ma arriva in fretta l’ora di cominciare la puntata.<br />
Il pezzo pregiato di giovedì consisteva nell’avere ospite Tom “The Hammer” DeLay, quello che era il capogruppo Repubblicano al Senato e che sta per finire in galera per una storia di riciclaggio di denaro. Ovviamente ha scritto un libro sulla sua persecuzione. Ovviamente le accuse sono una montagna di sonore palle (come l’Olocausto&#8230; No, cioè come che l’Olocausto non esiste&#8230; No, no come dire che l’Olocausto non esiste&#8230; Parole sue!). Ovviamente lui si è sentito come Gesù. Nota bene che lui non si è proclamato innocente, ha detto che il reato di riciclaggio in Texas non esiste. Vi ricorda qualcuno? A me sì.<br />
Si ride, a volte di brutto. Lo spettacolo è bello, Colbert canna una volta sola perchè scoppia a ridere e la scena si rifà. Nelle pause della pubblicità, la regia mette su i Clash, i Sex Pistols e altre cose punk che Colbert canta e balla come il giovincello che non è più! L’altro ospite è uno che ha scritto un libro su come sia stato riabilitato dal carcere e la domanda più interessante è se abbia qualche consiglio per un bianco del Sud che si trovi in procinto di essere ingabbiato, chi sarà?<br />
Meritano un citazione i cameramen: uno è stato richiamato dalla discreta ma presente sicurezza perchè ballava con una del pubblico (quella che era lì dalle due meno venti), l’altro sembrava avere un passato nella Banda della Magliana!<br />
Alle 8:00 siamo fuori, più tardi, verso le 11 e mezza rivedo lo spettacolo in tele mentre mi mangio un Iskender Kebap (alla turca) e mi sembra un po’ diverso: la storia degli applausi funziona e DeLay sembra meno a disagio e coglione che nella realtà.<br />
La notte poi rivedo il kebap che mi viene a far visita in sogno, la mattina ho i topi morti nello stomaco. Quindi niente consigli su dove mangiare stavolta.<br />
Robi</p>
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		<title>New York, 05-02-2007</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2007 09:11:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img src="http://www.freddynietzsche.com/upload/2007/05/images/smk0502" width="280" height="373" alt="smk0502"/>I needed money ‘cause I had none<br />
I fought the law and the law won (twice)<br />
Dopo lunghe riflessioni ho finalmente deciso di affrontare uno degli argomenti più scottanti per il mio ruolo di “non-resident alien” negli Stati Uniti, New York in particolare.<br />
The tip, la mancia.<br />
Di solito, la posizione degli italiani (e io non faccio eccezione) nei confronti della mancia è ben rappresentata dal punto di vista di Mr. Pink delle Iene.<br />
Niente da dire. Credo sia universalmente riconosciuto che la mancia sia un “di più” che si lascia a qualcuno che ha svolto il servizio richiesto particolarmente bene, un extra che vuole essere una gratificazione per la qualità del lavoro. Va da sè che questa definizione implichi una forma di selezione meritocratica soggetta all’insindacabile giudizio del fruitore del detto servizio. Va anche sottolineato come tale giudizio si possa basare su criteri di valutazione assolutamente arbitrari e personali, che possono comprendere una stima obiettiva del lavoro svolto, una particolare attenzione agli aspetti collaterali del lavoro stesso (disponibilità, simpatia, presenza dell’operatore in questione, per esempio&#8230;), ma anche fattori pregressi riguardanti la storia personale di ognuno di noi, che possono essere metaforicamente riassunti nella lunghezza degli arti superiori; l’essere più o meno “braccini corti”, insomma.</p>
<p><span id="more-387"></span><br />
Riassumendo, la mancia è una roba che uno la lascia se vuole, ma anche no.<br />
Ecco, non qui. Non a New York.<br />
Qui la mancia si lascia. Il 15%-20% (più venti che quindici) al ristorante, 10% al tassista, almeno il 15% da parrucchieri/estetisti/quelle robe da donne (ma qui da quel che ho capito è una gara al lasciare di più, facendo finta di non farsi vedere per farsi vedere il più possibile, understand?). Si lascia la mancia anche allo staff del palazzo in cui vivi quando vengono a fare i lavoretti nel tuo appartamento (sennò non ci vengono più!).<br />
Sembra una roba da niente, ma è una differenza culturale non da poco&#8230; Entrare nell’ottica che quello che da noi è una sorta di premio facoltativo per la qualità del servizio, qui sia un’istituzione imprescindibile, peggio dell’IVA, risulta piuttosto arduo; nonchè una delle principali cause delle figure di merda degli italiani nella Grande Mela.<br />
Personalmente, con estremo sforzo, mi sono fatto persuaso che è così e basta, non penso più alla mancia, quanto piuttosto al “coperto” o a una tassa che va aggiunta al prezzo indicato. In questo modo per me funziona. La roba però che non riesco assolutamente a digerire è come l’usanza della mancia, che in origine coincideva con il nostro concetto attuale, possa essersi fossilizzata in questa società al punto che ormai il servizio non conta più: anche se uno ti serve di merda e tu per questo non gli lasci niente, alla fine è lui che è legittimato a protestare nei tuoi confronti e non viceversa! Addirittura, in alcuni posti dove si paga in anticipo, la mancia la si deve lasciare prima! E affanculo alla garanzia del buon servizio nella speranza di ricevere un extra.<br />
Detto questo, la motivazione, che qualche altro Signor Colore opponeva a Mr. Pink, secondo cui le cameriere qui praticamente campano solo delle mance che tirano su, rimane valida ma non giustifica il fatto che io la debba lasciare per questo. Checcazzo, è colpa mia se a te non ti pagano abbastanza? Parla col tuo capo! E, come diceva Mr. Pink, a McDonald’s non si lascia la mancia e il lavoro è lo stesso.<br />
Insomma, un po’ di ragione dalla loro parte ce la vedo, ma non sono mai convinto quando vedo delle usanze fossilizzarsi in modo acritico nella società. Mi fa molto che ‘sta cosa la si fa perchè la fanno tutti e poi sennò la gente pensa male e tu ci fai brutta figura&#8230; Salvare prima (e al di là) di tutto le apparenze. Una roba a paesello della Brianza, tipo mia zia di Villastanza, no da New York City.<br />
Pensarci su un po’ a volte non guasterebbe. Ma qui pensare non sembra andare per la maggiore.<br />
Allora, al Goblin Market se ci volete andare, prenotate prima. Io non ci sono ancora riuscito. In compenso, ho deciso che l’hamburger più buono lo fanno da High Life, di cui ho già parlato. Se ci andate, ricordatevi la mancia.<br />
Robi</p>
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		<title>New York, 04-07-2007</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2007 13:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img src="http://www.freddynietzsche.com/upload/2007/04/images/smoke%20035.jpg" width="280" height="373" alt="smoke%20035.jpg"/>… Feedin’ animals in the Zoo, Then later a movie too…<br />
È un periodo un po’ così. È sempre un po’ così in questo periodo. Febbraio e Marzo –le mezze stagioni- non sai mai bene cosa fare, cosa metterti per uscire&#8230; Ti sei rotto le palle dell’inverno ma non è ancora arrivata la primavera.<br />
Ovviamente, questo non c’entra niente col fatto che sia a New York, è una regola che per me vale sempre, ovunque sia nell’emisfero boreale&#8230; Fatto sta che tra mille progetti per ora solo campati per aria in attesa della “bella stagione”, mi ritrovo a scrivere senza sapere esattamente dove andare a parare.<br />
Butto lì un paio di robe sparse, nella speranza che la primavera porti consiglio (ma soprattutto cose da fare, così posso scriverne!). Prima cosa, legata al cambio di stagione: a New York la temperatura degli interni è inversamente proporzionale a quella che c’è all’esterno. Cioè, se fuori fa –20°C, dentro +30°C; quando arriva il caldo, fuori +30°c, dentro +4°C&#8230; Me ne accorgo soprattutto adesso che fa un giorno caldo e quello dopo freddo: la temperatura dei luoghi chiusi mantiene la sua proporzionalità inversa! Consiglio: in estate pensateci bene prima di entrare in metropolitana: in stazione ci sono 30 gradi, 100% di umidità e saturazione di ossigeno pressocchè zero; sul treno ci saranno 4 gradi. E non esagero. Mi chiedo quanti casi di polmonite estiva si registrino qui&#8230;</p>
<p><span id="more-373"></span><br />
Altra roba: ho provato a seguire per un po’ di tempo il telegiornale di CW11 (il canale che dopo fa Sex&#038;The City, Will &#038; Grace e Friends uno dietro l’altro&#8230;). Ok, non è la CNN, se vogliamo è più Tele7Laghi, ma pur sempre la Tele7Laghi di NY&#8230; Vabbe’, tra le principali notizie ho registrato l’intervista a un tizio (e a sua madre) che aveva trovato un pezzo di latex a guarnire la sua fetta di pizza da Tartaruga Ninja (“I told to myself: hey! This is not cheese!” “Indeed it wasn’t!”) e un’altro servizio da un paesino dall’impronunciabile nome indiano su Long Island, in cui dei ragazzi per ingannare il tempo, nottetempo, giocavano a scagliarsi a peso morto contro le staccionate di legno del vicinato, distruggendole ovviamente. Anche qui interviste a pioggia a tutte le babbione locali e ai rispettivi consorti, seccati dal dover riparare ogni volta il recinto&#8230; Infine, filmato che inchioderebbe un irriconoscibile teenager nel pieno dell’atto vandalico.<br />
Premesso che io una volta ho rubato un nano da giardino, a me quei ragazzi stavano simpatici!<br />
Ci aggiungo anche una notizia bella ruffiana: i Court hanno (quasi) pronto il nuovo disco, Frost of Water Melon, di cui io ho disegnato la copertina, e stanno per arrivare negli States per un tour&#8230; Conto di approfittarne per una piccola vacanza nei dintorni!<br />
È un po’ che non provo ristoranti nuovi, troppo pigro per provare a staccarmi da quello che già conosco, ma è da tempo ormai che voglio andare a mangiare in un posto che si chiama Goblin Market, tra il Village e SoHo. Ammetto: più che altro per il nome&#8230;<br />
Postilla: qui l’altro ieri nevicava. Finalmente.<br />
Robi</p>
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		<title>New York, 03-13-2007</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2007 17:55:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img alt="smoke%20033.jpg" src="http://www.freddynietzsche.com/images/smoke%20033.jpg" width="280" height="373" />Lonely People in Philly.<br />
Sono stato via per circa una settimana perchè ero a un congresso a Philadelphia, il mio primo congresso americano.<br />
La prima cosa che ho notato e che da noi bacchettoni europei non si vede molto spesso, è stato il tono informale adottato dagli speaker (che sembravano avvezzi a palchi degni del Saturday Night Live!&#8230;) e dall’organizzazione in genere. Nella sala che va lentamente riempiendosi per la conferenza introduttiva di uno dei massimi esperti (ancora viventi&#8230;) del settore, risuonano note che mi ricordano il periodo delle uscite, il venerdì sera, al Rainbow. Mi ritrovo a canticchiare, accompagnando la voce di Robert Smith che ricorda di certe fotografie&#8230; Ma ecco che, tutti seduti, la prima sessione del congresso inizia: cosa può sancire l’apertura ufficiale di un congresso a Philadelphia se non le note di “Gonna fly now” con Rocky che corre, sale per le scale della National Library ed esulta saltellando? Beh, per gli organizzatori niente, visto che, in barba all’accusa di essere scontati e prevedibili, hanno iniziato veramente così. Ma io ancora canticchiavo i Cure&#8230;</p>
<p><span id="more-360"></span><br />
Ho avuto definitiva conferma dell’informalità dell’evento (e del fatto che avrei potuto fortunatamente tenere la camicia fuori dai pantaloni) dall’individuazione nella platea di:<br />
• 	una signora sulla cinquantina con i capelli blu;<br />
• 	un’altra signora apparentemente coetanea ma giapponese con i capelli verdi;<br />
• 	la figlia di Marylin Manson.<br />
Sorvolo sul fatto che al congresso non solo non ci è stato servito niente da mangiare, ma nemmeno è stato previsto alcun tipo di pausa per procacciarsi del cibo.<br />
Passo invece a un resoconto delle mie impressioni sulla città.<br />
Per tre giorni l’unica immagine che ho avuto di Philly è stato il chitarrone ubiquitario dell’Hard Rock Cafe, niente di veramente utile per elaborare un giudizio&#8230;<br />
A parte sporadiche uscite alla ricerca di posti per mangiare velocemente, finalmente domenica, approfittando del ricongiungimento familiare, ho potuto defilarmi dall’hotel e girare il posto. Prima tappa, obbligatoria, andare da Pat’s per gustare la miglior Philadelphia Cheese Steak della città. Che poi in pratica è un baracchino in culo ai lupi dove mangi un panino seduto sulle panchine sul marciapiede, tipo panino con la salamella fuori da San Siro prima del derby. Ottimo devo dire.<br />
Appesantiti dal pranzo, ci dirigiamo verso la campana della libertà e tutta quella serie di edifici che hanno ospitato la nascita di questa nazione, poco più di 200 anni fa&#8230; Nel tragitto ci imbattiamo involontariamente nell’Italian Market, dove non posso fare a meno di immaginare lo Stallone Italiano che piglia a cazzotti un quarto di bue nel retro di uno di questi negozietti&#8230; Stella non riesce a fare a meno di comprare del cioccolato; a mia volta, in una spirale, non riesco a fare a meno di mangiarlo&#8230;<br />
Ma eccoci alla campana! Tourbillon di controlli come all’aeroporto, una ventina di cartelloni che raccontano la tribolata storia dell’oggetto, corollario di filmati e curiosità per nozionisti e, infine, la campana. Per farla breve, la campana c’era quando è stata proclamata l’indipendenza, c’era quando è stata abolita la schiavitù, poi si è rotta, si è provato ad aggiustarla ma si è fatto peggio, allora, non essendo più buona per suonare se ne è fatto un simbolo. Al fatto che l’oggetto simboleggiante la libertà per gli americani sia irrimediabilmente incrinato, la gente qui non sembra attribuire invece alcun valore metaforico&#8230; Vabbe’.<br />
Ma è già tempo di proseguire, di attraversare frotte di irlandesi ubriachi che festeggiano con anticipo San Patrizio e di arrivare alle famose scale che hanno fatto la fortuna passata di Sly e recente della città. Niente di proibitivo, molti bambini coprono l’intera sua lunghezza in pochi secondi, probabilmente più velocemente del pugile commemorato (a conferma che il personaggio è morto in effetti dopo il primo film) da una statua che sorge a fianco a quella di George Washington. Presidenti&#8230; Attori&#8230; C’è differenza?<br />
Ma è ora di prendere il treno e di ritornare nella patria New York con i suoi locali sempre aperti e la sua caotica, rassicurante, routine.<br />
Ozen! Puoi ordinare una ottima cena Asian Fusion direttamente da casa tua, se riesci a farti capire dalla tipa cinese che risponde al telefono&#8230;<br />
Robi</p>
]]></content:encoded>
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		<title>New York, 02-21-2007</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Feb 2007 23:05:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img alt="smoke2102" src="http://www.freddynietzsche.com/images/smoke2102" width="280" height="373" />Transformer.<br />
Era un po’ che ci pensavo: mi chiedevo se fossi stato in grado di esaurire l’intero spazio di una puntata della rubrica solamente parlando della gente che qui prende l’ascensore.<br />
Perchè sono ben strani, eh!<br />
In generale, pensavo di dire che gli americani hanno un discreto rapporto con la tecnologia: il wireless c’è per davvero, la TV a Manhattan è praticamente solo via cavo e, soprattutto, non si fanno  problemi a usare telefoni/palmari giganteschi, che noi europei schiferemmo soltanto per una questione estetica!<br />
Ma gli ascensori sembrano scatenare nella maggioranza degli americani istinti al limite dell’assurdo, fanno affiorare manie compulsive anche nel più insospettabile colletto bianco, stimolano comportamenti anti-sociali che meriterebbero uno studio psichiatrico&#8230;</p>
<p><span id="more-345"></span><br />
Avrei quindi voluto procedere con un elenco scientifico dei casi osservati personalmente, concludendo con un gustoso aneddoto personale, anzi due.<br />
Avrei iniziato con la chiamata: nel posto dove lavoro ci sono 6 ascensori che si affacciano, uno accanto all’altro, nella hall. C’è un bel pulsante di chiamata con una lucina che ne dimostra l’attivazione. Luce accesa, l’ascensore sta arrivando; luce spenta, schiaccia il bottone per chiamare l’ascensore (all’atto seguirà l’accensione della spia&#8230;). Bene, a prescindere dall’illuminazione o meno del segnalatore e a prescindere da quanta gente hai visto schiacciare il bottone mentre arrivavi ( e ne vedi tanti, visto che hai un buon 20 metri di rettilineo per arrivare fin lì!), se sei americano e vuoi prendere l’ascensore, schiaccerai comunque quel bottone! Non una volta, ma compulsivamente almeno 3 volte. A volte mi è capitato di schiacciare in modo inconfutabilmente evidente il detto bottone e di avere dietro gente che, come se non esistessi, ripeteva in modo ridondante il mio gesto. Perchè?<br />
Avrei poi continuato con l’attesa della partenza: sempre il citato ascensore ha la chiusura delle porte che, se non entra più nessuno, avviene in meno di un secondo; nonostante questo, ci sono persone che riescono a schiacciare il bottone di chiusura porte almeno 3-4 volte prima che le porte si chiudano effettivamente! Per dovere di cronaca, sottolineo che sono assolutamente convinto che il “bottone di chiusura porte” dell’ascensore sia soltanto un placebo.<br />
Da qui mi sarei collegato al capitolo educazione, evidenziando come la chiusura porta spesso avvenga in faccia a persone che si caracollano nel disperato tentativo di entrare. La cosa è molto ridicola perchè da dentro vedi, da una lato, quello che si precipita gridando “Hold it! Hold it!”, dall’altro, quello che, tentando di mantenere una facciata inconsapevolmente innocente, schiaccia a ritmo sempre più convulso il bottone, nell’illusoria convinzione che la chiusura delle porte cancelli dall’esistenza il fastidioso seccatore ritardatario. Avrei anche citato della gente che un po’ sbuffava mentre io tenevo aperte le porte aspettando una signora e anche quelli che entrano e si piazzano davanti all’uscita impedendo ad altri di entrare comodamente&#8230;<br />
Infine, gli aneddoti: avrei detto della prima volta che sono rimasto bloccato sull’ascensore del City College, di come ho usato quella specie di citofono per chiamare aiuto, dicendo di essere bloccato nell’ascensore numero qualcosa e di come la vocina dal citofono mi abbia prontamente e brillantemente risposto: “Are you stuck in the elevator??? Oh my God!!!”. E anche della seconda volta in cui sono rimasto bloccato nello stesso ascensore e di come mi abbiano dovuto tirare fuori i pompieri (che sono veramente simpatici!).<br />
Ovviamente, avrei anche consigliato un posto dove andare a mangiare, come al solito&#8230;<br />
Ma tutto questo prima di oggi pomeriggio.<br />
Poi il Governo è caduto e io, da italiano all’estero che li aveva fatti vincere, riesco solo a domandarmi:<br />
MA COME CAZZO E’? [Bestemmia].<br />
Robi</p>
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		<title>New York, 13-02-2007</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Feb 2007 00:46:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-smokepost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Smoke" /><br/><p><img alt="Smoke13022007" src="http://www.freddynietzsche.com/images/Smoke13022007" width="280" height="373" />Space Invaders.<br />
Torniamo un po’ alle origini. Intendo dire: come nel primo episodio, prendo spunto da una roba che ho letto su AM New York qualche giorno fa.<br />
E’ giunta anche nel Bel Paese la notizia che Boston si è presa un po’ di strizza perché nottetempo sono comparsi qua e là per la città tabelloni luminosi che raffiguravano il Mooninite Ignignokt (ma non la sua spalla Err), la nemesi dell’Aqua Teen Hunger Force. Ammetto di non sapere di cosa sto parlando, ma dopo aver visto ‘sto personaggio ho restituito un po’ (poco) di dignità ai Teletubbies, forse sbaglio. Ignoro.<br />
Insomma, tornando all’articolo: dimenticatevi il “nucleare sporco” e l’antrace, le nuove armi degli anti-americani sono gli ironici richiami alla cultura pop! Non, magari, qualche battuta di produzioni un po’ alternative tipo il Grande Lebowski, qui si parla di un cartone che va in onda regolarmente su Cartoon Network.<br />
Si dice che Bin Laden stesso stia rastrellando i vecchi episodi di Arnold per trovare una battuta di Willis che farà cadere l’America ai suoi piedi…</p>
<p><span id="more-339"></span><br />
Al fine di evitare ondate di panico incontrollato ma per garantire anche il divertimento degli “indie kids”, l’autore propone un compromesso: si possono usare riferimenti ironici solo se pre-approvati dal governo, ecco una prima lista:<br />
• 	Steve Urkel<br />
• 	Dan Marino<br />
• 	Il Pianeta Delle Scimmie (solo il remake)<br />
• 	Crosby e Stills (is attende l’approvazione anche di Nash)<br />
E’ libertà di pensiero, ma in una rassicurante piccola scatola. Come in quell’episodio di “Barney Miller”, in cui… Ooops, scusate, non è in lista!<br />
L’articolo poi conclude sottolineando che la vera chiave di volta per vincere questa guerra sei tu: se vedi una maglietta con una strana scritta, una citazione che non cogli o una battuta che non capisci, corri dal pubblico ufficiale più vicino e “say something”!<br />
Grazie alla tua vigilanza, ci libereremo una volta per tutte dalla piaga dei riferimenti ironici!<br />
Fine dell’articolo, farina del mio sacco: di questo passo, si bombarderanno le cartolerie perché si stabilirà che il principale mezzo di finanziamento del terrorismo islamico è la vendita degli Uniposca… Come dire, uno fa una battuta e l’altro ti risponde serio. Così si rovina tutta l’atmosfera, dai!<br />
Vabbe’, nonostante quello che possiate aver sentito dai telegiornali a New York, almeno City, non ha fatto neanche un fiocco, ma spero ancora di poter postare una bella foto con la città imbiancata!<br />
Sempre per tornare alle origini, consiglio un altro ristorante francese vicino a casa (mia): Cafè Metisse, Broadway e 104 esima, piccolo, classico e con il jazz al giovedì.<br />
Robi</p>
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