mercoledì 30 gennaio 2013
Il senso di Repubblica per gli audiovisivi (Avvisoria parentale: liriche esplicite!)
Succede sempre più spesso che i quotidiani italiani, storicamente poco interessati alle forme di racconto popolare come la tv, parlino di questo affascinante mezzo e dei suoi contenuti. Tra questi, negli ultimi dieci anni è cresciuta sempre di più una produzione di serie di grande ricchezza produttiva e grande successo. Questi prodotti sono a puntate, come i romanzi che scriveva Dumas: il lettore segue certo il dipanarsi della vicenda per il gusto di ogni momento, ammirando la recitazione, la sceneggiatura, la regia, la fotografia, i costumi e gli effetti speciali; considera anche la relazione tra queste forme narrative e i feuilleton, in un contesto sia storico che meramente estetico; prende appunti durante la visione per un saggio che sta scrivendo sull’evoluzione dei generi formulaici nel terzo millennio dell’era cristiana; oltre a fare tutto questo, il fruitore è interessato, sciocco, stolto, folle, alla trama, e con crescente curiosità aspira a conoscere la soluzione finale della storia, per quanto imbecille. È un fenomeno normale presso i deficienti, si sa, così appassionati alle quisquilie mentre la società liquida scivola verso la condizione di non luogo culturale, epifenomeno desolante della vita biologica. Ma d’altronde cosa ci possiamo fare, porca di quella troia? Se però su Repubblica escono articoli che presentano le suddette cazzo di serie qualche giorno prima che una rete italiana cominci porca Eva a trasmetterne una, e nel medesimo cazzo di articolo di presentazione si racconta il finale dell’intera stagione, ecco che improvvisamente cazzo di quella merda i testicoli cadono a terra, rotolano in una canalina di scolo, qui trovano ovaie e altri coglioni di lettori di Repubblica che avrebbero voluto seguire con passione la seconda serie di Homeland ma ormai non possono più farlo, e insieme intonano uno yodel a tema blasfemo, lanciando maledizioni all’indirizzo della redazione tutta.
PS – Resta l’interessantissima opzione del saggio sui generi formulaici, che lo spettatore può scrivere nello stile che preferisce, meglio se raggiungendo la taglia di un vero e proprio pamphlet, per poi infilarselo di slancio su per il culo.

Avevo evitato, per non farmi condizionare, di leggere le recensioni di The Newsroom, la serie di Aaron Sorkin che si sperava munita di personaggi, trama e dialoghi all’altezza di The West Wing. Già mi pareva lezioso e inconsistente Refresh, un film su internet dove quelli intelligenti non sorridono mai, e che è piaciuto a tantissimi allora non insisto ma gli cambio solo il nome. Ora che ho visto quattro puntate della serie, e mi sono fatto un’idea precisa, ho cercato un po’ di recensioni.
Uno dei più grandi successi della tv planetaria è un prodotto BBC che si chiama Top Gear. Il programma, che ha alcune centinaia di milioni di spettatori nel mondo, racconta e recensisce l’industria automobilistica con uno stile unico, inedito fino a qualche anno fa, sempre uguale. Tre conduttori (il buono, il brutto e il cattivo) si alternano alla guida di mezzi di qualsiasi tipo, e in qualunque circostanza. I servizi sono prodotti con mezzi da cinema, e quello che succede è lontano chilometri da qualunque recensione classica. Il tono è sempre appassionato e insieme sarcastico, i giudizi sono personali e allergici all’equilibrio, i vestiti sono brutti, lo studio è un capannone.
Non è nemmeno colpa di Pasolini, a dirla tutta, ché uno può pensare delle cose anche controverse negli anni Settanta, ma finché è vivo se ne discute, al limite gli si dà dell’antimoderno, del conservatore, del tradizionalista, come faceva Moravia. Se queste stesse posizioni vengono trasformate in profezie, portate in palmo di mano anche nel 2012, allora la colpa non è del morto ma dei vivi, non di Pasolini ma del pasolinismo. Resta il fatto che credo che considerare PPP un profeta martire sia una vera jattura. Perché — mi ripeto, lo so — sono passati tanti anni, e nessuno, escluse prospettive religiose, descrive la società negli anni Settanta, e le sue analisi sono valide nel 2012. Nessuno. A meno di non volersi fidare ciecamente, come si fa di Nostradamus. Le lucciole sono tornate, la tv è cambiata sei volte, i capelloni sono ovunque, eppure ancora c’è chi scuote la testa, cita il bellissimo Pasolini, ne ammira il gesto atletico sul campo di pallone, scuote la testa e pensa che lui aveva capito tutto, ecco l’agnello di dio che toglie i peccati del mondo moderno.
È stagione di serie da qualche settimana. Negli Stati Uniti ripartono nuove produzioni a ogni periodo di garanzia, quando si conta l’ascolto per poi vendere la pubblicità in ragione di quei dati. E allora tutti a guardare piloti, seconde puntate, tutti speranzosi alla ricerca del nuovo The Wire, del nuovo Dexter, del nuovo Studio 60 o How I Met Your Mother, a seconda dei gusti. In molti mi hanno parlato di Touch, e stasera me ne sono viste due puntate.
