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	<title>Freddy Nietzsche &#187; Senza categoria</title>
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	<description>Il blog che abbraccia i cavalli</description>
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		<title>Contro-passato prossimo</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 11:35:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il bacio della pantera]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-baciopost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Il bacio della pantera" /><br/> E così James Cameron ha fatto incetta di Oscar, con un piccolo bel film di nicchia, di quelli cui Hollywood generalmente riserva gli applausi pubblici, per concentrare la stima sincera verso prodotti capaci di una sostanza commerciale diversa. Invece, manco fosse un festival europeo, la celebrazione annuale della fabbrica dei sogni americana persegue la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/logo-baciopost.gif" width="88" height="88" alt="" title="Il bacio della pantera" /><br/><p><a href="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/03/rhesus-monkeys-grooming.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6318" title="rhesus-monkeys-grooming" src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/03/rhesus-monkeys-grooming-239x165.jpg" alt="" width="239" height="165" /></a><em> E così James Cameron ha fatto incetta di Oscar, con un piccolo bel film di nicchia, di quelli cui Hollywood generalmente riserva gli applausi pubblici, per concentrare la stima sincera verso prodotti capaci di una sostanza commerciale diversa. Invece, manco fosse un festival europeo, la celebrazione annuale della fabbrica dei sogni americana persegue la linea delle ultime edizioni, quella per cui i conti si fanno in famiglia, la realtà non conta: si rende onore a quello che si vorrebbe tanto essere, più che a quello che si è.<br />
Mentre l’intero sistema sta in piedi grazie ai grandi film che guadagnano, e tanto, da sempre la cerimonia degli Oscar è una vetrina per i buoni propositi e gli slanci più nobili di cui l’industria è capace. È qui e solo qui che, secondo la stessa prospettiva perfetta ma falsa con cui si fanno i manifesti, i film sono roba prima di tutto di attori, e poi di registi, in pochi rari casi di sceneggiatori, quasi mai di produttori.<span id="more-6317"></span> </em></p>
<p><em>Così, dopo la ridicola scelta di <span style="font-style: normal;">Slumdog Millionaire</span> dell’anno passato, con il suo corredo di banalità turistiche e afflato multietnico da lonelyplanet, è stata la volta di <span style="font-style: normal;">The Hurt Locker</span>: si è voluto premiare una piccola gemma preziosa, invece di celebrare un prodotto in grado di far girare gli enormi ingranaggi che rendono così efficiente e ricca questa costa pacifica. D’altronde è così da tempo, secondo un ciclo ben riconoscibile: l’Academy pencola fra una linea realista e una più romantica, tra <span style="font-style: normal;">The Gladiator</span> e <span style="font-style: normal;">No Country for Old Men</span>. Quando i vincitori, come in questo caso, dichiarano che sperano che l’Oscar spinga le vendite dei DVD, non siamo nemmeno a quel punto, ma oltre: a Berlino, a Parigi, addirittura a Venezia (sulle rive del Fiume Giallo).<br />
Ma mentre James Cameron porta a casa un significativo premio da scuola di cinema (per un film che quasi nessuno ha visto, ma non si può avere tutto), mentre ringrazia goffamente dal palco i militari e — addirittura! — </em>“i pompieri”<em>, a sorridere sorniona è la sua ex moglie.<br />
Kathryn Bigelow, cinquantotto anni portati divinamente, è sempre stata lontana dalle aspirazioni autorali — matteteci pure un trattino in mezzo — dei colleghi maschi, e più sinceramente vicina al pubblico. Con quella capacità di passare per le biglietterie prima che per il buon cuore dei colleghi, con il piglio popolare e insieme raffinato di John Ford o Vincente Minnelli, Bigelow è sempre stata capace di passare sopra a tutto, anche al teatrino delle lodi sperticate, per parlare a quel paese che nessuno interpella, che nessuno nemmeno racconta, men che meno nella serata in cui sembra davvero che l’America la pensi così, tra battute sofisticate e proclami progressisti, gay e obesi che abbracciano nativi americani, tutto un circo di buone intenzioni, berline ibride e ville piramidali su Mulholland Drive.<br />
Pur non vincendo nessun Oscar significativo, solo con la testardaggine che ha dimostrato per realizzare il progetto decennale di </em>Avatar<em>, Kathryn Bigelow ha dimostrato a tutti di sapere dove si trovi esattamente il fulcro della questione, dove siano le leve di comando, di saper penetrare nel profondo di questa gigantesca industria di maschi.<br />
Il ragazzino talentuoso può tornare a casa questa sera, e piazzare la statuette sul caminetto, pensando di avere tanto in comune con Kubrick (e parecchi manufatti in più). Kathryn non ne ha bisogno, può stare tranquilla, serena, prendere la cerimonia degli Oscar per quello che è. Può mimare lo strangolamento dell’ex marito raggiante, nella foto che ha conquistato le pagine di tutti i giornali del mondo, e dice più verità di mille omini d’oro.</em></p>
<p>(poi leggi <a href="http://www.freddynietzsche.com/2010/03/11/presente-continuo/">questo</a>)</p>
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		<title>In memoria di Alexander McQueen (che secondo me avrebbe riso parecchio)</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 08:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>
(via Giavasan, via Waxy)
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/6pGbMJrXvLo&#038;rel=0&#038;color1=0xb1b1b1&#038;color2=0xcfcfcf&#038;hl=en_US&#038;feature=player_embedded&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowScriptAccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/6pGbMJrXvLo&#038;rel=0&#038;color1=0xb1b1b1&#038;color2=0xcfcfcf&#038;hl=en_US&#038;feature=player_embedded&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowScriptAccess="always" width="425" height="344"></embed></object><br />
(via <a href="http://giavasan.diludovico.it/archivio/2010/03/10/alberto-gonzalez-vazquez-el-fin-del-mundo/?utm_source=feedburner&#038;utm_medium=feed&#038;utm_campaign=Feed%3A+giavasandiludovicoit+%28Giavasan%29">Giavasan</a>, via <a href="http://waxy.org/">Waxy</a>)</p>
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		<title>Cristoforo (ovvero Le mammamìa scoperte nel mondo del pensaunpò cinematografo di un’inviata italiana a Nuova Iorc)</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 18:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>Da troppo tempo non ci si occupava di Ale, la quale, in piena crisi dell’editoria, continua a leggere il New York Times. Brava, che sostiene i colleghi. E questa volta si occupa (si occupano loro, in effetti, ma va be’) di come stiano cambiando i cachet degli attori famosi. Cacchiarola, gente, stanno proprio cambiando! E peqquale motivo stanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><a href="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/03/new-york-01.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6268" title="new-york-01" src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/03/new-york-01-240x180.jpg" alt="" width="240" height="180" /></a>Da troppo tempo non ci si occupava di Ale, la quale, in piena crisi dell’editoria, continua a leggere il <a href="http://www.nytimes.com/2010/03/04/movies/04stars.html?scp=1&amp;sq=dekom&amp;st=cse">New York Times</a>. Brava, che sostiene i colleghi. E questa volta <a href="http://route66.corriere.it/2010/03/oscar_2010_il_tramonto_delle_s.html">si occupa</a> (si occupano loro, in effetti, ma va be’) di come stiano cambiando i cachet degli attori famosi. Cacchiarola, gente, stanno proprio cambiando! E peqquale motivo stanno cambiando?</p>
<blockquote><p><em>“Il crollo nelle vendite dei </em><strong><em>DVD”, </em></strong><em>replica il </em><strong><em>New York Times</em></strong><em>, “Insieme ad una lunga serie di flop al botteghino e alla crisi economica che ha penalizzato anche la </em><strong><em>Mecca del Cinema</em></strong><em>, costringendo le &#8216;majors&#8217; a correre ai ripari”.<span id="more-6269"></span><br />
</em></p></blockquote>
<p>Che è strano perché il giornale di solito non parla, non si dovrebbe poter virgolettare. Se no ci si deve immaginare che una parte dell’edificio pronunci delle parole. Probabilmente è la porta principale. Si pare e dice quello che uno, inviato, chiede al citofono. Strano che Ale abbia chiesto alla porta del palazzo del New York Times, perché comunque c’era l&#8217;articolo. E nell’articolo nessuno diceva quella cosa lì, non erano dichiarazioni. Nell’articolo era così.</p>
<blockquote><p><em>Movie stars, who not so long ago vied to make $20 million or even $25 million a picture, have seen their upfront salaries shrink in the last several years as DVD sales fell, star-driven vehicles stumbled at the box office and studios grew increasingly tightfisted.</em></p></blockquote>
<p>Che non è proprio proprio la stessa cosa, oltre a costituire un <em>adunaton</em> di per sé, per la ragione di prima, quella dell’inedita funzione verbale degli infissi (facile le indiscrezioni siano opera delle finestre del primo piano), la versione italiana è proprio un pelo diversa. Il concetto è che gli anticipi, i cachet puri, sono diminuiti, mentre una parte maggiore del compenso viene dalle percentuali sugli incassi.</p>
<p>Ma le responsabilità di questa situazione sono da cercare soprattutto altrove. Dove?</p>
<blockquote><p><em>“Il popolo del Web le considera obsolete e noiose”, teorizza </em><strong><em>Dekom, </em></strong><em>“I divi di celluloide oggi attraggono l’audience over-30 che in tempo di crisi va molto di meno al cinema”.</em></p></blockquote>
<p>Questo signore, Dekom, ce l&#8217;ha col «popolo del web»? Strano.</p>
<blockquote><p><em>“Stars don’t resonate with the ‘what’s next’ ” crowd, theorized Mr. Dekom. “They attract an over-30 audience, which is going to the movies less in an impaired economy.”</em></p></blockquote>
<p>Ah, vedi: il popolo del web non c’entrava una sega. È che i giovani sono il popolo del web, cioè l’esercito del surf, cioè il surf del web, cioè i browser. Deve essere un problema di browser. E poi è bello come questo signore, che parla nel 2010, diventi una specie di Carlo Bo di Hollywood, che parla di obsolescenza e divi di celluloide. Ohibò. Però. Acciderbolina. Ma saranno così scemi e imbranati che ci perdono tutti?</p>
<blockquote><p><em>The fashionable deal now is called “CB zero.” It stands for “cash-break zero,” (&#8230;) Such deals can be extremely lucrative when they give stars a substantial share in home-video revenue. So </em><a title="More articles about Sandra Bullock." href="http://movies.nytimes.com/person/9472/Sandra-Bullock?inline=nyt-per"><em>Sandra Bullock</em></a><em>, (&#8230;)</em><em> will eventually make $20 million or more from the movie because it was a hit. Mr. Clooney similarly stands to make additional millions when all the revenue from “Up in the Air” is finally counted.</em></p></blockquote>
<p>In pratica uno si accolla una parte del rischio, e guadagna molto se va bene e poco se va male. A Bullock e Clooney è andata bene: guadagneranno più del solito. Giusto?</p>
<blockquote><p><em>Dopo aver dimezzato il suo compenso per interpretare </em><strong><em>‘The Blind Side’ -</em></strong><em>5 milioni di dollari invece dei soliti 10 &#8211; </em><strong><em>Sandra Bullock </em></strong><em>ne ha intascati altri 20 milioni più tardi, ma solo quando il film si è trasformato, inaspettatamente, in un mega-hit.</em></p></blockquote>
<p>E qui, scusate, serpeggia un sottotesto meraviglioso. Ci sono quei «soliti dieci milioni», quelli che tutti ormai danno per scontati, quelli che lei, ah guarda, se non glieli dai sta a casa a farsi le unghie, mentre un paio di eunuchi le sventolano il viso con le piume di struzzo, «diva di celluloide» com’è. C&#8217;è l’intascare, questo gesto rapido e furbesco, quasi truffaldino, per cui l’attore esce dalla porta sul retro e ride fragorosamente pensano al malloppo, come Richard Widmark quando butta la vecchia dalle scale. E c’è, nel resto di questa rendizione (per usare un termine potenzialmente alessandrino) dell’articolo del Times, uno spirito paperonesco da Klondike, da cercatori d’oro, gente che che si accontenta di anticipi «a dir poco striminziti», che non vede «un centesimo in più» se la pellicola è in perdita, di cui parla il «quotidiano della Grande Mela», descrivendo la speranza di recitare in un «mega-hit», cioè la versione immaginifica e sognante del banale «hit» originale. Poi, va be’, c&#8217;è uno che è «nominato all’Oscar nel 2001», e si spera che oltre a fare il suo nome facciano anche ciao ciao con la manina, ma queste sono cose che non ci bastano più per essere rapiti da questa prosa.</p>
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		<title>Riuscire a fare una cosa che tutti stanno lì</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 08:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><object width="480" height="295"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/qybUFnY7Y8w&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/qybUFnY7Y8w&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="295"></embed></object></p>
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		<title>Me, me e nessun altro</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 08:30:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>Qualche tempo fa un biologo inglese di nome Richard Dawkins pubblicò un testo di divulgazione scientifica intitolato Il gene egoista (The Selfish Gene, 1974, Oxford University Press). Dawkins oggi è diventato famoso, insieme al gigantesco Christopher Hitchens, come divulgatore di ateismo e  razionalismo: il suo libro The God Delusion, del 2006, ha fatto decisamente discutere (quelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><a href="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/03/WatsonCrick.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6230" title="WatsonCrick" src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/03/WatsonCrick-240x265.jpg" alt="" width="240" height="265" /></a>Qualche tempo fa un biologo inglese di nome Richard Dawkins pubblicò un testo di divulgazione scientifica intitolato <em>Il gene egoista</em> (<em>The Selfish Gene</em>, 1974, Oxford University Press). Dawkins oggi è diventato famoso, insieme al gigantesco Christopher Hitchens, come divulgatore di ateismo e  razionalismo: il suo libro <em>The God Delusion</em>, del 2006, ha fatto decisamente discutere (quelli che credono in dio, ovviamente, non chi ha senso della realtà). Il Gene Egoista spiega l&#8217;evoluzione a partire dal gene, e teorizza che il nostro codice genetico sia un&#8217;esercito di pezzettini singoli e separati, unitisi tra loro solo per proteggersi meglio dall&#8217;ambiente esterno e riuscire a replicarsi meglio. Detta così è un po&#8217; brutale, ma insomma. Il libro si oppone all&#8217;idea aristotelica e cristiana di individuo, e dimostra come in realtà noi siamo piuttosto una sintesi, un pool, una squadra di elementi eterogenei senza uno scopo diverso dalla sopravvivenza e dalla propagazione della ballotta. Il Gene Egoista è facile e affascinante: lo consiglio a tutti.<span id="more-6229"></span></p>
<p>In un capitolo del libro, Dawkins teorizza l&#8217;esistenza di un gene del linguaggio, detto meme. Il meme (parola analoga a gene, che deriva dalla radice del sostantivo greco <em>mìmesis</em>, imitazione) sarebbe un elemento linguistico o culturale che condivide con il gene parecchie caratteristiche: tende a attecchire in un organismo, tende a farlo anche senza che l&#8217;organismo ospite ne abbia coscienza attiva, tende a strutturarsi e associarsi ad altri memi per diventare più solido e duraturo, si moltiplica e si diffonde. Anche se il concetto ha decine d’anni, non è mai stato molto noto fino a poco tempo fa. Anzi, oggi il concetto di meme è molto più celebre del tema del gene egoista: un caso di genialata inconsapevole da parte di Dawkins.</p>
<p>Molti modi di dire sono dei memi, capaci come sono di finirci in bocca prima che ce ne rendiamo conto. Come i geni, anche i memi sono sottoposti a una competizione schiacciante, per cui alcuni durano a lungo, altri non ce la fanno. Una decina di anni fa ai concerti si gridava «Valerioooo» senza nessun motivo. In realtà era successo che a un concerto di Vasco Rossi un roadie ne aveva chiamato a lungo un collega che non lo sentiva perché era arrampicato su un&#8217;impalcatura (se ricordo bene), e il collega si chiamava Valerio. Da lì la cosa si era diffusa, e per qualche mese il grido «Valeriooo» aveva impazzato in tutti i concerti. Nessuno sapeva perché, ma tutti gridavano «Valeriooo». Poi, non essendo in grado di replicarsi fuori dall’ambiente dei concertoni estivi, il meme Valeriooo scomparve. Volete un esempio più duttile e duraturo, che non molla ormai da diversi anni? «Assolutamente sì.» «Assolutamente sì» sembra l’unico modo di dire sì. Anche le leggende metropolitane si possono considerare memi: non hanno legami con la realtà, svolgono diverse funzioni e si diffondono velocemente. Non solo, ma mutano nel tempo e nello spazio a seconda delle necessità. Quello degli ebrei salvi per passaparola rabbinico l&#8217;11 settembre è un altro coso che si è siluppato da solo, ha attecchito dove c&#8217;era ignoranza o diffidenza nei confronti egli ebrei, e per un po&#8217; è andato avanti. Poi il discorso sui memi si complica e arricchisce se pensiamo a come alcuni ragionamenti seguano lo stesso meccanismo e propagazione, e arriva a investire un po&#8217; tutte le idee e la loro capacità di restare in vita, prevalere e diffondersi solo quando sono suffragate da altre idee, un po&#8217; come il gene che funziona solo in un corredo con le spalle larghe.</p>
<p>Tutto questo per dire che, banalmente, le cose che si fanno partire ogni tanto sui social network, i temi su cui tutti dicono la loro o propongono un esempio o un punto di vista, i cosiddetti “memi”, ecco, memi non sono. Il meme si genera da solo, senza un atto volontario di nessuno. Tant&#8217;è che le pubblicità virali non sono memi. Quando io faccio la foto al gatto che dorme con gli occhi rivoltati, e nel giro di una settimana friendfeed o facebook sono pieni di gatti che dormono con gli occhi rivoltati, non ho generato nessun meme. Io propongo di chiamarlo, banalmente, “trottola”. Scegliete voi, proponete altre alternative, proviamoci. Perché l&#8217;idea di chiamarli memi, quello sì, è un meme. Poi, se volete chiamarli memi, fate come volete. (E questa casa non è un albergo, comunque!)</p>
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		<title>You&#8217;re so gay, you probably think this song is canadian AGGIORNATO</title>
		<link>http://www.freddynietzsche.com/2010/02/27/youre-so-gay-you-probably-think-this-song-is-canadian/</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 01:56:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>Ma guarda un po&#8217; se &#8217;sta stronza canadese deve togliermi tutto lo spazio. E quel cretino di David che le va dietro come se avesse scoperto Bob Dylan con le mestruazioni. Stronzo imbecille frocio. Cazzo! Cretino, banderuola, vanitoso, pieno di sé e incostante. Se ci penso, mi fuma il cervello dal nervoso. Proprio un maschio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><a href="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/02/joni.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6192" title="joni" src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/02/joni-240x367.jpg" alt="" width="240" height="367" /></a><em>Ma guarda un po&#8217; se &#8217;sta stronza canadese deve togliermi tutto lo spazio. E quel cretino di David che le va dietro come se avesse scoperto Bob Dylan con le mestruazioni. Stronzo imbecille frocio. Cazzo! Cretino, banderuola, vanitoso, pieno di sé e incostante. Se ci penso, mi fuma il cervello dal nervoso. Proprio un maschio tipico, guarda. Frocio quanto vuoi, ma maschio fino al midollo, come tutti gli altri.</em></p>
<p>Ecco, possiamo pensare che Carly Simon abbia fatto un ragionamento simile, quando si è messa a scrivere You’re So Vain.</p>
<p>Per anni la canzone ha nascosto un mistero non indifferente: con chi ce l’ha, che uomo l’ha fatta incazzare così tanto? C’è stata tutta una pubblicistica fatta di ipotesi, congetture, su cui stuoli di storici e commentatori hanno favoleggiato per secoli, e con cui la stessa Simon gioca da tempo. Warren Beatty a un certo punto ha detto sono io, dai, diciamolo (stimandosi tutto). Gli altri papabili sono stati Bowie, Jagger, Stevens e altri. Nel corso degli anni la stessa Carly ha centellinato degli indizi. Dopo un’asta di beneficenza, che proponeva in palio la conoscenza dell’identità del destinatario del pezzo, Simon l’ha rivelato al vincitore, e poi gli ha permesso di dare un’indizio: la lettera E contenuta nel nome. Dopo di che, le lettere sono aumentate: nel corso di altre interviste, Carly ha rivelato la A e la R.<span id="more-6168"></span></p>
<p>È passato del tempo, e Carly Simon nel 2008 si è fatta pubblicare un disco da Starbucks. Solo che cinque giorni prima dell’uscita del disco di Carly, la catena di bevande ustionanti, che con la sua etichetta Hear aveva pubblicato e stravenduto un album di McCartney, ha deciso di ridurre enormemente gli investimenti nel campo musicale. Il disco è uscito in sordina e ha venduto poco un cazzo.</p>
<p>In un articolo sul New York Times di qualche mese fa, Simon appariva come una donna buffa e incazzosa, con pochi soldi, presa nel ruolo di quella tradita e ferita dagli uomini e dagli eventi, ma anche fanfarona e casinista. Aveva appena fatto causa a Starbucks per violazione dei termini del contratto, ovvero per aver promosso e distribuito male l&#8217;album.</p>
<p>Costretta a pubblicare un altro disco, che esce tra pochi giorni, la buona Carly ha trovato forse il modo per farne parlarne: giocare l’ultimo jolly. Never Been Gone è un discaccio di vecchie cover con arrangiamenti acustici da Tuck &amp; Patti, voce tremula e coretti. Una cosa francamente penosa, se non fosse per il barbatrucco: all’interno della nuova versione di You’re So Vain c’è un passaggio dove si sente sussurrare una roba strana, che fa anche un po&#8217; paura. Uno gira la canzone al contrario (l’ha fatto per primo il <a href="http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/showbiz/bizarre/2869512/Carly-Simon-ends-Youre-So-Vain-riddle.html">Sun</a>, e io l’ho scoperto tramite <a href="http://cominciolunedi.blogspot.com/2010/02/non-mi-sentivo-cosi-da-quando-scoprii.html">Siri</a>) e sente chiaramente dire «David». Sarebbe, a quanto pare, David (Lawrence) Geffen, che in quegli anni aveva messo sotto contratto Joni Mitchell, e evidentemente, essendosi reso conto della differenza, le dava molta corda. Questo sarebbe il motivo per cui è nata You’re So Vain.</p>
<p>La cosa che possiamo augurarci è che sia proprio una di quelle canzoni scaturite da uno spunto ma diventate molto di più. Perché l’idea che quello che c’è dietro sia un rapporto professionale e non sentimentale è aberrante; l&#8217;ipotesi che sia robetta tra donne rivali in contratti e ospitate televisive è da far tremar le vene e i polsi. Continuiamo a credere che quella pazza di Geffen le abbia fatto girare i cinque minuti, e la canzone sia dedicata a tutti gli uomini che Carly Simon ha amato, e che poi l&#8217;hanno fatta incazzare.</p>
<p>Perché poi, alla fine, come nei thriller RKO degli anni Quaranta, il mostro che vedi è sempre molto meno interessante di quello che ti eri immaginato.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="100%" height="81" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fsoundcloud.com%2Fmatteobordone%2Fvain-recto&amp;show_comments=true&amp;auto_play=false&amp;color=ff001f" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="100%" height="81" src="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fsoundcloud.com%2Fmatteobordone%2Fvain-recto&amp;show_comments=true&amp;auto_play=false&amp;color=ff001f" allowscriptaccess="always"></embed></object> <span><a href="http://soundcloud.com/matteobordone/vain-recto">Vain recto</a> by  <a href="http://soundcloud.com/matteobordone">matteobordone</a></span><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="100%" height="81" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fsoundcloud.com%2Fmatteobordone%2Fvain-verso&amp;show_comments=true&amp;auto_play=false&amp;color=ffee00" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="100%" height="81" src="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fsoundcloud.com%2Fmatteobordone%2Fvain-verso&amp;show_comments=true&amp;auto_play=false&amp;color=ffee00" allowscriptaccess="always"></embed></object> <span><a href="http://soundcloud.com/matteobordone/vain-verso">Vain verso</a> by  <a href="http://soundcloud.com/matteobordone">matteobordone</a></span></p>
<p><strong>AGGIORNAMENTO</strong> &#8211; Pare sia <a href="http://showbiz411.blogs.thr.com/2010/02/26/carly-simon-so-vain-david-geffen/">una stronzata</a>. Qualcuno ha fatto i conti con più cura di <a href="http://www.rollingstone.com/rockdaily/index.php/2010/02/26/is-carly-simons-youre-so-vain-about-david-geffen/">Rolling Stone</a>, dove avevo dato un occhio ieri per vedere se gli anni tornavano. Pare che ci siano altri indizi, altri nomi al contrario, e che Geffen non c&#8217;entri proprio. Ma il disco nuovo di Carly Simon è troppo rivoltante per ascoltarselo tutto alla ricerca di nomi rivoltati. Se fosse un bel disco i nomi si saprebbero tutti, con tanto di secondo in cui vengono pronunciati, canzone, tonalità, campione ascoltabile e traduzione in farsi. Pazienza. Sappiamo che non è Geffen, il che ci avrebbe gettati nello sconforto. Sappiamo che Geffen non è nemmeno lo spunto, perché non era il suo discografico. Nel giro di un giorno, ci hanno restituito la canzone bella sull’amore finito male. Bene. In compenso, l’immagine della vecchia Simon che continua a giocare con questa stronzata, confonde le acque per menare il torrone, non si arrende alla fine della carriera, ecco, quella fa più tristezza di ieri.</p>
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		<title>Sudorre®</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 11:31:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>
Il problema di Roberto Saviano è la Camorra. La Camorra gli ha promesso che cercherà di farlo fuori, e nell’intento ce li immaginiamo ostinati. La vita intera di Roberto Saviano è condizionata dall’aver sfidato coraggiosamente la Camorra, diventando talmente ascoltato e popolare da essere un affronto vivente, meritevole di provvedimenti. Tutto questo è chiaro, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><a href="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/02/ali_liston_1024x768.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-6154" title="ali_liston_1024x768" src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/02/ali_liston_1024x768-500x375.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p>Il problema di Roberto Saviano è la Camorra. La Camorra gli ha promesso che cercherà di farlo fuori, e nell’intento ce li immaginiamo ostinati. La vita intera di Roberto Saviano è condizionata dall’aver sfidato coraggiosamente la Camorra, diventando talmente ascoltato e popolare da essere un affronto vivente, meritevole di provvedimenti. Tutto questo è chiaro, e lo sappiamo tutti. Mi tocca premetterlo e ribadirlo, perché se no sembra che siamo qui a fare gnè gnè.</p>
<p>Oggi è uscita su Repubblica <a href="http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/02/26/news/clint_mandela_rugby-2433022/">una recensione</a> firmata da Saviano dell’ultimo film di Clint Eastwood: Invictus. Invictus racconta una vicenda che ha a che fare con la storia, lo sport e l&#8217;impegno civile, cioè il rapporto personale e ideale tra Nelson Mandela e il capitano della nazionale di rugby sudafricana. Bene: filmone su un tema storico-civile, con la retorica del caso, le belle parole dietro l’angolo, tutto un mondo di articoli che si scrivono da soli se sei Vittorio Zucconi. Ma se sei Roberto Saviano le cose cambiano. Parecchio.<span id="more-6153"></span></p>
<p>Se sei Roberto Saviano devi chiederti, per prima cosa, se è il caso di occuparti di argomenti esterni alla tua competenza specifica. Almeno dovresti, fatta salva la questione di cui sopra, per cui trovo lecito e comprensibile che uno si ritrovi a non sapere poi molto bene cosa fare, come muoversi, se continuare a stare in trincea contro un nemico determinato, o lasciare fare alla scorta e occuparsi d’altro. Ché cercare di non farsi ammazzare deve essere già terribile di per sé; essere costretti a parlarne per sempre potrebbe essere quotidianamente intollerabile, al di là di tutto. Quindi se vuoi trattare altri argomenti, figuriamoci, chi ti dice niente.</p>
<p>Ma se sei Roberto Saviano, dicevo, è il caso che tu ti chieda che mestiere fai. Se fai il giornalista e lo scrittore, allora devi scrivere bene. Se poi hai un pubblico enorme e una visibilità così ampia, a maggior ragione devi essere parecchio a fuoco, trovare uno stile e un tono che ti rendano riconoscibile, evitare a tutti i costi che la sostanza di quello che scrivi non interessi a nessuno. Se la cosa più rilevante di quello che scrivi sta subito sotto al titolo, viene dopo “di”, ed è citata anche sulla tua carta d’identità, be’, allora c’è un problema. C’è un problema perché allora tu non sei più il simbolo della lotta alla criminalità organizzata, ma il simbolo dei simboli, un sigillo di impegno e abnegazione, una scatola che non importa cosa contenga, ma è pesante e solida e delicata, come fosse di finissimo cristallo di Boemia. Se basta che sia tu a scrivere perché gli articoli siano pubblicati, sei diventato una specie di Giovanni Allevi: la gente non ti ascolta più, ti guarda soltanto e si entusiasma prima che tu muova un muscolo.</p>
<p>Se sei Roberto Saviano devi uscire da questo circolo vizioso, anche perché il tuo pubblico è nato lentamente, col passaparola, permettendo al tuo libro di alzare la testa da solo in mezzo allo sterminato catalogo Mondadori, prima della scorta, prima dei film, prima della televisione. E se diventi il santino di Repubblica, l’ospite da applausi contriti, l’invitato che rende qualsiasi cena veramente memorabile, sappi che non duri. Tutti, anche l’alieno, dopo un po’ stufano. E l’unico modo per non stufare è la qualità.</p>
<p>La recensione di oggi è una recensione banale, distratta, senza un minimo di originalità, che parte dalla più banale delle citazioni, quella di Sergio Leone sui cappelli e su Eastwood, e parla di uno dei registi più prolifici e costanti degli ultimi vent’anni come se fosse una riscoperta recente, qualcosa di cui ancora meravigliarsi. Poi c’è il racconto della trama e c’è il giudizio. Il giudizio (grande film, retorica giusta e misurata) è in controtendenza rispetto a quello di quasi tutti i critici al mondo, e questo va benissimo. Ma è un giudizio scontato, legato al tema e alla storiona più che al film, senza nessun riferimento agli eventuali difetti, alle caratteristiche che possono essere state viste da altri come punti deboli e apprezzati invece da Saviano stesso. No: tutto dritto, gran film, evviva, arrivederci. Tu solo dentro la stanza, e tutto il mondo fuori.</p>
<p>In conclusione si ha questa impressione. Roberto Saviano recensisce Invictus perché è Roberto Saviano, e il suo nome funziona in pagina. Roberto Saviano recensisce Invictus perché Invictus ha a che fare con il suo ambito di competenza. Ma non essendo Invictus un film sulla malavita, l’ambito di competenza di Saviano sembra implicitamente essere la lotta contro le ingiustizie, l’impegno civile, la riscossa contro i soprusi, sia essa legata al futuro eventuale che al passato storico. Saviano è quindi un paladino delle istanze dei molti contro i desideri dei pochi, del bene contro il male. Quello che scrive l’autore di Gomorra non deve essere originale o interessante, perché la sua funzione viene svolta a priori. I riferimenti alla difficoltà della vita sotto scorta contenuti nella recensione sono quello che desidera il pubblico, quello che basta a rendere unico il suo punto di vista (in effetti «Chiedono alla scorta di consegnare i telefonini perché temono possano riprendere e piratare il film.» è l’unico periodo di qualche interesse in tutto l’articolo). Roberto Saviano è diventato un timbro, un marchio registrato dell’impegno, del coraggio, della buona volontà, in sostanza della bontà pura, distillata a monte. Quello che, se gli fosse possibile, dovrebbe cercare a tutti i costi di non essere.</p>
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		<title>Regalo icone gay (siamo diventate vecchie)</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 09:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>
Abbiamo cantato in inglese, in tedesco, pezzi altrui, pezzi nostri, pezzi orrendi da schlager, ci siamo tenute su al meglio, abbiamo preso anche una certa dose di marchi e maschi, ci siamo rifatte la faccia e le tette, abbiamo fatto di tutto per restare qui. E ci siamo, San Silvestro 2009, a cantare per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/BrFtLVvTB3s&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/BrFtLVvTB3s&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
Abbiamo cantato in inglese, in tedesco, pezzi altrui, pezzi nostri, pezzi orrendi da schlager, ci siamo tenute su al meglio, abbiamo preso anche una certa dose di marchi e maschi, ci siamo rifatte la faccia e le tette, abbiamo fatto di tutto per restare qui. E ci siamo, San Silvestro 2009, a cantare per i figli vecchi dei vecchi di quando abbiamo iniziato. Varrà qualcosa, no?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I love to watch things on tv</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 22:57:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>– Ma hai visto che è successa una cosa pazzesca?
– No, cosa?
– Stanno cercando il presidente di Fastweb, che è all’estero. Hanno arrestato un sacco di gente&#8230;
– Cosa? E perché?
– Mah, non so, hanno scoperto tutto un imbroglio.
– Un imbroglio?
– Sì, un imbrogio pazzesco: Fastweb, Telecom, decine di arresti&#8230;
– Ma cosa vuol dire un imbroglio? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><img class="alignleft size-medium wp-image-6113" title="satellite2223" src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/02/satellite2223-240x180.jpg" alt="" width="240" height="180" />– Ma hai visto che è successa una cosa pazzesca?<br />
– No, cosa?<br />
– Stanno cercando il presidente di Fastweb, che è all’estero. Hanno arrestato un sacco di gente&#8230;<br />
– Cosa? E perché?<br />
– Mah, non so, hanno scoperto tutto un imbroglio.<br />
– Un imbroglio?<br />
– Sì, un imbrogio pazzesco: Fastweb, Telecom, decine di arresti&#8230;<br />
– Ma cosa vuol dire un imbroglio? Cos’è, la commedia dell’arte? Avimm fatt &#8216;n imbroglio!<br />
– Smettila, scemo. Aspetto che guardo lì sotto al cento.<br />
– Cosa?<br />
– Guardo lì sotto al cento se c’è qualcosa.<br />
– Ma cosa stai dicendo, mamma? Faccio venire un’ambulanza.<br />
– Il cento! Sul satellite.<br />
– Ah, Sky News 24! Mi dici che guardi lì sotto. Guarda anche a lì destra, già che ci sei.<br />
– Ma sì, dai che hai capito. Comunque adesso non dicono niente.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>E se poi non succede niente? (ovvero Perché non fidarsi è bene, ma fidarsi con riserve è meglio) – Puntata n.4</title>
		<link>http://www.freddynietzsche.com/2010/02/20/e-se-poi-non-succede-niente-ovvero-perche-non-fidarsi-e-bene-ma-fidarsi-con-riserve-e-meglio-%e2%80%93-puntata-n-4/</link>
		<comments>http://www.freddynietzsche.com/2010/02/20/e-se-poi-non-succede-niente-ovvero-perche-non-fidarsi-e-bene-ma-fidarsi-con-riserve-e-meglio-%e2%80%93-puntata-n-4/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 19:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Bordone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/>(continua, dopo un sacco di tempo, da qui)
Quando mi sono messo a scrivere questa roba, l’ho fatto perché avevo la percezione che nessuno dei non addetti ai lavori ci pensasse abbastanza. Io non sono un addetto ai lavori, ma ne so abbastanza per intuire alcune cose e osservare qualche fenomeno. Credo che, tra gli utilizzatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/icons/pixel.png" width="1" height="1" alt="" title="Senza categoria" /><br/><p><img class="alignleft size-medium wp-image-5660" title="gattaca-spiral-staircase-pic" src="http://www.freddynietzsche.com/wp-content/uploads/2010/01/gattaca-spiral-staircase-pic-240x303.jpg" alt="" width="240" height="303" /><em>(continua, dopo un sacco di tempo, da </em><a href="http://www.freddynietzsche.com/2010/01/25/se-poi-si-rompono-le-ossa-ce-le-ripara-alfred-nobel-ovvero-bravo-sarai-anche-bravo-studiare-avrai-studiato-ma-resti-un-homo-sapiens-sapiens-–-puntata-n-3/#comments"><em>qui</em></a><em>)</em></p>
<p>Quando mi sono messo a scrivere questa roba, l’ho fatto perché avevo la percezione che nessuno dei non addetti ai lavori ci pensasse abbastanza. Io non sono un addetto ai lavori, ma ne so abbastanza per intuire alcune cose e osservare qualche fenomeno. Credo che, tra gli utilizzatori finali della tecnologia alimentare e medica, ci siano più persone simili a me che agronomi, chimici, medici, biologi molecolari, industriali dei fertilizzanti o del biotech. Per questo mi ci sono messo. Adesso cerco di trarre delle conclusioni, che saranno di buon senso e faranno infuriare tutti. Perché tutti vogliono che uno scelga una divisa e si schieri. E non so se questa volta lo farò. Ripeto che non è l’esposizione di una tesi, quindi non so dove finisco.</p>
<p><span id="more-5759"></span></p>
<p>“Il mercato” non esiste. Non c’era prima dell’uomo: è una invenzione di noi bipedi semiglabri, niente di più. Quindi ogni volta che si parla del mercato, lo si fa intendendo qualcosa di dinamico, fatto in un certo modo per via di scelte e decisioni, che potrebbe essere fatto così o in mille altre maniere, secondo regole differenti. Una parte delle leggi di mercato sono condivise da tutti, come la libertà di impresa e concorrenza, ma ci sono infinite regole che hanno un effetto sostanziale sul resto, anche se non hanno nomi così fascinosi e romantici.<!--more--></p>
<p>“La natura” esiste, invece. Ma se, come me, non credete in dio, sapete che la natura è quello che è per via di miliardi di processi che non sono buoni o cattivi: potevano avvenire e sono avvenuti. L’evoluzione stessa non produce ciò che è meglio, ma ciò che vince quella partita, ciò che riesce a vincere la partita con quelle regole. E le regole non sono né sbagliate né giuste. Sono. L’evoluzione fa, e a volte sbaglia pure. La struttura dell’occhio umano dimostra che era partito al contrario, e poi ci ha ripensato. Giuro.</p>
<p>Qualche tempo fa ho visto un documentario sulle comunità di granchi che vivono nelle profondità marine, sopra alle spaccature subacquee della faglia, cioè dove escono gas bollenti da una fessura nella roccia. In questo posto, a migliaia di metri sott’acqua, dove non c’è abbastanza energia per fare quasi nulla, e le forme di vita presenti sono minime, ci sono enormi comunità di granchi che vivono sfruttando quella fonte di energia. In genere si cibano di microorganismi termofili, che trasformano qualche sostanza chimica che sbuffa fuori. Alcuni di questi scogli a un certo punto terminano la loro attività: non esce più gas rovente dal sasso. E muoiono tutti. Fine dell’energia: fine della cosiddetta vita. Restano degli scogli gelidi e bui con sopra un cimitero di granchi che non riescono nemmeno a marcire, perché non c’è niente che li ossidi o li decomponga. È male? È un peccato? No, va così. È la natura. Se può fare una cosa, nel senso di trasformare dell’energia in qualcosa di diverso, in genere la natura la fa.</p>
<p>L’uomo è parte della natura, anche lui è una delle variabili. È una variabile molto importante, sia chiaro, ma è un elemento, per quanto di primo piano. Pensate al numero di individui, alla capacità di occupare ambienti diversi, alle relazioni, alle strutture sociali, alla quantità di energia trasformata: è una roba che se non fossimo noi sarebbero degli insetti. Con la differenza che questi mammiferi fanno un solo piccolo, e le cure parentali vanno avanti per moltissimo tempo (anche più di quelle degli Orangutan). Coi milioni di uova è tutta un’altra cosa.</p>
<p>L’impatto dell’uomo è una notevole, ma normale, parte del sistema. Cominciamo a stabilire questo. L’idea che l’uomo debba puntare in assoluto all’impatto zero è stupida e antiscientifica. L’uomo è una variabile del sistema, e il suo impatto sarà sempre presente e rilevante. Tutti gli animali hanno un impatto, nel senso che intervengono in questo circo dei feedback. Quando si parla di gas serra, l’impatto zero a cui ci si riferisce è quello nei confronti delle riserve di combustibili fossili e delle emissioni di CO2. Ma per il resto, noi abbiamo e dobbiamo avere impatto. Anche una casa a impatto zero ha un impatto, ovvio, da altri punti di vista.</p>
<p>Il problema è quello che ne è dell’impatto. Ci sono impatti notevolissimi che fanno benissimo alla biodiversità e agli ecosistemi: più ce n’è, meglio è. È il caso delle formiche. Nella Foresta Nera ci sono delle piramidi di aghi di pino che sono alte quattro metri. Si chiamano acervi, e sono i termitai europei: enormi comunità di miliardi di insetti sociali. Queste città consumano tonnellate di materia ed energia. La Foresta Nera ci perde? No, anzi: fanno parte di un ciclo di energia e nutrimenti che fa girare l’ecosistema. E più gira, più trasforma energia, meglio è (nei limiti, ma adesso non prendetemi alla lettera). L’impatto dell’uomo può essere come quello della formica, ma spesso non è della stessa natura: va più verso il lavandino in discarica, che lì resta e da lì non se ne andrà mai.</p>
<p>Noi dobbiamo cercare di andare verso la formica e stare lontani dal lavandino. Tutte le modalità che non si incrociano con un ciclo naturale, e invece lo sostituiscono con un ciclo industriale, sono da ridurre il più possibile. Perché abbiamo capito che funzionano poco, a lungo andare, e che negli anni del Dopoguerra facevamo quello che si poteva fare, e spesso facevamo cazzate immani. Quindi l’uso di concimi prodotti con molti combustibili fossili e la gestione non oculata dei terreni e delle colture andrebbero sostituite il prima possibile con qualcosa di più dinamico, formica, sostenibile.</p>
<p>Qui entrerebbe nel discorso anche la sociologia, la storia, l’antropologia. L’idea che tutti possano o debbano mangiare quello che vogliono, fare il numero di figli che vogliono, produrre quanto vogliono perché noi con la tecnologia e i trattori gli stiamo dietro è abbastanza peregrina. Però non voglio tornare sulla polemica Borlaug sì Borlaug no. Non credo che la soluzione ai problemi alimentari del pianeta si ottenga con dei fogli Excel, che mettono in relazione la domanda, gli ettari, la produttività delle sementi e dei concimi relativi. Non ci credo. Mi sembra troppo facile, e mi sembra un rullo compressore rispetto a tutto il resto, tipo le persone, le loro abitudini, la cultura, la storia e la natura specifica del luogo. D’altro canto, chi pensa che i poveri siano «così dignitosi», che i bambini che muoiono di fame siano parte di qualcosa di bello da preservare, è caduto nel circolo del relativismo pirla da occidentali ricchi. Alcuni dei paesi più poveri e denutriti del mondo vivono in quella situazione per una gerla di motivi legati tra loro: non fare niente quasi mai è un’ipotesi, visto che il mondo ricco è legato a quasi tutto il mondo povero, quindi qualcosa sta già facendo; se invece cerchi di fare leva su un solo elemento, come si fa spesso con gli approcci puramente industriali e tecnologici, ti cadono fuori tutti e rischi di non risolvere niente. Anzi.</p>
<p>Il caso limite in questo senso è quello della costa del lago Vittoria, dove è stato introdotto il <em>Lates niloticus</em> molti anni fa, probabilmente come esperimento. Era una cosa che si poteva fare dal punto di vista tecnico: bastavano un secchio e una jeep che venisse dal Nilo. In un lago di piccoli pesci evolutissimi furono inseriti degli esemplari di un grosso predatore di fiume. La popolazione coltivava la terra e pescava poco, visto il tipo di pesce presente. Negli anni il persico del Nilo, senza predatori, ha spopolato; la gente si è spostata sul fiume per pescare; sono stati aperti degli stabilimenti per la trasformazione del pesce, per esportarlo in Europa; la presenza di uomini sulle coste ha favorito la prostituzione; si è diffuso l’AIDS; gli uomini lontani dal villaggio hanno smesso di coltivare. Oggi le donne vedove di pescatori morti di AIDS si prostituiscono e diffondono la malattia; i Tupolev russi atterrano carichi di armi per tutte le guerre dell’Africa equatoriale, e ripartono col pesce per i nostri supermercati; la popolazione locale non mangia proteine; la popolazione locale mangia resti e lische andati a male, vivendo in una condizione di grave malnutrizione cronica; c’è una genia di orfani che vivono per strada e si stordiscono con i vapori della plastica sciolta delle confezioni del pesce; di notte, mentre sono in uno stato semicomatoso e dormono per strada, vengono violentati. È tutto raccontato in <em>L’incubo di Darwin</em> di Hubert Sauper. Ed è roba successa adesso, negli ultimi trent’anni, per via di una scelta plausibile, percorribile, ma profondamente sbagliata. Quella scelta ha distrutto tutto, e non solo l’ecosistema, non i pesciolini, non dei temi da anime belle. Tu metti un pesce in un lago, e ottieni orfani di sette anni stuprati nel sonno.</p>
<p>Ripeto, questo è un caso limite, ma il problema degli interventi sui sistemi complessi (tutti gli ecosistemi lo sono) è un problema reale. Ciò detto, molti degli ecosistemi che noi oggi conosciamo e frequentiamo sono cambiati insieme all’uomo. È, anche questo, un processo normale. Perché è normale che noi si viva su questo pianeta, su Gaia (per citare Lovelock) e si faccia parte di molte delle relazioni di cui è fatta e grazie a cui ribolle.</p>
<p>La tecnica è parte di questo processo, essendo lo strumento che utilizziamo per cambiare le cose, per costruire i palazzi e non le caverne, scrivere col computer e non coi sassi sulle rocce. E parte della tecnica è anche la bioingegneria genetica, che è un’intera branca talmente gigantesca della microbiologia molecolare, da non poter essere assolutamente infilata in un sacchetto da etichettare col teschietto. È stupido. Sarebbe come dire che la radioattività è male. Andatelo a dire a uno che ha un tumore radiosensibile; vedete cosa vi dice. Andatelo a dire anche solo a uno che si è rotto una mano.</p>
<p>Il transgenico è un settore talmente vasto che non si può pensare di sapere già cosa fa, come funziona, che danni comporta. Caso per caso, prodotto per prodotto, laboratorio per laboratorio, bisogna stabilire delle direzioni, delle linee, insomma operare delle scelte. E chi sceglie? Come sempre sceglieranno i governi, che rappresentano i cittadini, insieme alla scienza e al mercato. Per esempio le sementi RR, che sono concepite per resistere al Roundup, e quindi danno per scontato un uso massiccio di questo diserbante, sono una cosa. Le sementi BT sono un’altra cosa, che va in direzione opposta, sostituendosi all’insetticida. Se funzionassero bene, potrebbero farci risparmiare un sacco di chimica che va nella terra e poi nelle falde, il che sarebbe ottimo. Può essere però che danneggino troppo la popolazione di insetti, può essere che alla lunga producano un impoverimento del terreno, ci avvelenino fino a ucciderci, ma magari anche no. Finché non si prova, e si prova nel piccolo, seriamente, stando molto attenti, non si può sapere. Magari poi salta fuori che RR e BT ci fanno schifo tutte e due, ma non per lo stesso motivo, non per ragioni ontologiche.</p>
<p>Per ottenere le varietà non transgeniche, cioè per selezionare le piante e fare in modo che facessero quello che voleva lui, l’uomo le ha sempre forzate, mescolate, distrutte in alcuni casi e prodotte in altri. Tutta la varietà di mele e pere e susine di cui siamo oggi consapevoli e felici è in buona parte merito dell’uomo e del suo lavoro. Quindi anche all’interno del discorso della biodiversità è il caso di intendere il lavoro dell’uomo come un lavoro attivo, dove lo scopo non è mai stato quello di conservare, ma quello di fare. Il transgenico permette, va detto, di fare cose molto radicali in termini di modifiche del codice genetico, ma è come dire che l’acido cloridrico permette di sciogliere le persone. Fare nel modo giusto, è quello il punto, per evitare poi di segare il ramo su cui si sta seduti (a masturbarsi).</p>
<p>Credo di aver capito che la grande produzione di cibo sia simile alla grande produzione di energia. Da entrambe le parti si è arrivati a capire che si devono cambiare le cose, e che così come funziona ora non va bene. Da entrambe le parti c&#8217;è una linea di persone che pensano di cambiare tutto col biologico e il fotovoltaico, e ci sono quelli che con realismo tirano fuori i conti e dicono no, ci vuole il nucleare e ci vogliono le sementi tecnologiche, se no qui stiamo a pettinare le bambole mentre il problema non si risolve. Ed è evidente che c’è della ragione da entrambe le parti, e l’opposizione frontale serve solo a irrigidire le linee dei due eserciti. E allora quelli del transgenico e del nucleare dicono siete dei poveri illusi e non sapete le cose; quelli del biologico e delle risorse naturali dicono siete degli incoscienti e ci mandate a morire.</p>
<p>Ho l’impressione che, tornano all’agricoltura e al GM, il problema sia di quando e come, non di se. Ci si parano davanti due strade, insomma. La prima è quella dell’argine e la seconda è quella del delta. Se facciamo l’argine, finisce che prima o poi l’argine verrà sfondato (ed è già successo); se facciamo il delta, se ci dividiamo in mille rivoli, la portata di ciascuno flusso d&#8217;acqua sarà minore, il totale aumenterà, e potremo gestire il flusso più comodamente.</p>
<p>Intendo dire che se noi lasciamo le gigantesche imprese private a fare ricerca sul genoma delle piante, a sviluppare dei prodotti che poi vengono spinti ovunque nello stesso modo, con uno sforzo economico mostruoso che passa anche dal lobbismo, allora lì è difficile intervenire, è difficile metterci altre teste, altre discipline, altri punti di vista. Se invece cominciamo a far fare queste ricerche dentro alle università, insieme al settore privato, e ci mettiamo i soldi e le leggi, ma parcellizzando gli studi, in modo da avere centinaia di voci, di scettici, di entusiasti, di rami della ricerca abbastanza piccoli da potersi permettere di morire per giuste cause, insomma, possiamo dare a questa tecnologia un senso. Un senso che al momento, presa nel proprio gigantismo a fronteggiare dei no acritici, non ha.</p>
<p>Perché se poi noi siamo qui ad avere paura delle nuove minacce, e continuiamo a propagare le solite minacce di cui conosciamo la pericolosità e i danni conclamati, ma che consideriamo normali solo perché sono croniche, finisce che abbiamo perso un’occasione notevole di fare quello che gli uomini, nel bene o nel male, hanno sempre saputo fare meglio: guardare l&#8217;ambiente dritto negli occhi e, per quanto possibile, trovare il modo per conviverci.</p>
<p><em>(fine)</em></p>
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