Scendo a fare colazione e comprare la Repubblica, non un altro giornale, Repubblica, non il Corriere della Sera di RCS, il salotto buono, il foglio redatto con mano diligente e pacata dai solferini sobri, severi ma insieme realisti, persi come sono nell’equilibrio, nel giusto mezzo, nell’indignarsi per i disastri e non esaltarsi per i trionfi, nell’urbanità del sorriso, del giudizio, del pensiero, la reazione composta a qualsiasi evento salvo la morte, solo lì scuri, grigi, lividi e proni al passo indietro, indietro rispetto a una linea che loro stessi tracciano, segnano, indicano e presidiano quotidianamente, no, non il Corriere della Sera ma Repubblica, Repubblica, il quotidiano che nel fine settimana propone foto di cavolfiori, di vecchi manifesti di gare cicloturistiche degli anni Cinquanta, tutto a doppia pagina, tutto largo, riposante, eppure schizofrenico di testa e di cuore rispetto ai disastri delle prime pagine, di ogni prima pagina, di qualsiasi prima pagina di questi ultimi mille anni di Repubblica che inneggia, Tiresia, alla fine del mondo, al disastro civile, alla morte in banca, al vivere senza malinconia ma rassegnati, ché la fine arriverà e avrà gli occhi di questo e di quello, ma non prima di aver sentito qualche comico, un attore, visto dei broccoletti gioviali e verdi a doppia pagina, cervelli esplosi di abbonati incapaci di decidere. continua a leggere »