Cos'è. Il film di Paolo Sorrentino, che ha vinto il premio della giuria a Cannes, racconta una fase della vita politica di Giulio Andreotti: quella che inizia con il suo settimo governo come Presidente del Consiglio e finisce con l'assoluzione nei due processi a suo carico (omicidio Pecorelli e associazione mafiosa). Toni Servillo interpreta il "divo" Giulio, mentre una schiera di attori simil-sosia dà corpo ai politici, ai malavitosi, ai giudici e ai giornalisti.
Com'è. Con una prospettiva molto diversa da quella dell'altro film italiano del momento, cioè Gomorra, Sorrentino cerca di ripercorrere i fatti storici che riguardano Andreotti, mentre mostra una versione grottesca e stralunata del mondo andreottiano. Anzi, viceversa. Siamo molto lontani, almeno dal punto di vista estetico, dal desiderio di documentare le cose di Garrone. Abbondano invece i punti di vista sghembi, le caratterizzazioni sopra le righe, le deformazioni di cose e persone, come se il potere facesse ai corpi quello che l'umidità fa al parquet. Il protagonista, per esempio, non dice una battuta che non costituisca un aforisma andreottiano, nemmeno quando gli chiedono come sta. Questo è molto straniante, ma alla lunga preghi tutti i santi che conosci per sentirgli dire "Bene, grazie. E lei?" oppure "Mi passi il sale, per favore?" Mentre Giulio è stretto nelle sue spalle strette e continua a parlare per motti e chiasmi arguti, intorno a lui si scatena la canaglia della corrente andreottiana. La prima riunione della corrente è un tale balletto in stile De Palma-misto-Tarantino, che finirà dritta nel repertorio ricorrente di blob e forse rimarrà impressa nella memoria del pubblico. Durate il film, però, i politici (introdotti da un sottopancia che dice chi sono, che ruolo hanno e come sono soprannominati) non sono mai credibili quando parlano tra di loro. Tutto è troppo esplicito, come se loro ogni volta dovessero ribadire ogni dettaglio di discorso che conoscono benissimo (Sbardella se ne va e dice una cosa tipo "Vado dai Maroniti e mi porto via tutte le mie 330000 preferenze") È la fiera degli spiegoni, insomma, come nei film di fantascienza troppo complessi. L'"effetto Bagaglino" del casting (cioè la somiglianza tra personaggi reali e interpreti) è efficace quando riconosci la gente prima che appaia il sottopancia, ma alla lunga fa molta tristezza.
Perché vederlo. Per l'inizio, quando con una colonna sonora andante vengono mostrati tutti i delitti di mafia, stato, parastato, terrorismo et similia, uno dietro l'altro. Per i movimenti di macchina (se siete amanti dei movimenti di macchina) che in questo caso si sprecano, e per il desiderio evidente di dare un ritmo e un aspetto cinematografici a una storia umana e soprattutto politica. Per rivalutare da qualche punto di vista un film coerente di cui non si condivide per niente l'impostazione, cioè Gomorra, e rendersi conto di quanto la roba bella venuta male sia molto peggio di quella brutta venuta bene. Per la colonna sonora dei titoli di coda. Per l'applauso a fine proiezione. Per rendersi conto di cosa intendono quando dicono "rinascita del cinema italiano" (e cioè che le sale tornano ad essere piene e prendiamo i premi ai festival, che è, seriamente, fondamentale, ma per ora basta così). Per mettersi il cuore in pace e dare per assodato che non si ha lo stesso gusto di Sean Penn. Per l'inebriante sensazione che si prova quando ci si rende conto che, presi dal tedio, ormai si sta facendo il tifo per Andreotti.
Perché non vederlo. Perché è un film noioso, che non riesce a divertire quando svolazza, ed è troppo confuso per far pensare quando ha i piedi per terra. Per i milioni di spiegoni su questo e quel pentito, omicidio, affare, rapporto di forza all'interno del partito, che soffocano l'aspetto più etereo dello stile di Sorrentino. Per Andreotti stesso, che è volutamente una marionetta e che in buona sostanza non è all'altezza del personaggio che tutti conosciamo a menadito. Per il finto Eugenio Scalfari. Perché c'è il problema del tono, parallelo a quello dei contenuti, per cui non ci si indigna, non si ride, non ci si incazza e si sta solo lì a metà. Insomma, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è una cosa; Il caso Mattei è un'altra cosa. Sorrentino ha cercato di mettere in piedi un ibrido tra i due, ottenendo un risultato molto deludente rispetto alla sua carriera. Infine forse è meglio non vederlo per l'inquietante sensazione che si prova quando ci si rende conto che, presi dal tedio, ormai si sta facendo il tifo per Andreotti.
Una battuta. Ti ricordi Nenni?

Caro Manlio Sgalambro, vi scrivo a proposito del vostro amico Franco. Per tanti anni l'ho seguito con un certo trasporto, e c'è una fase della sua produzione che trovo ancora oggi veramente epocale. Detto questo, come voi ben sapete la forza di Franco è sempre stata nel mescolare l'altissimo e il basso, cantare di Guénon alla radio, cantare di cose che trovavi solo nei programmi degli esami a filosofia (e di cui a nessuno fuori da quelle aulee, sia chiaro, è mai fregato molto), ma dentro a melodie piccole, ossessive, con quel gusto per l'attimo che aveva del sublime.
Cos'è. Il nuovo film di David Lynch è interpretato dalla moglie di Ben Harper, Laura Dern. Poi c'è la mamma di Laura Palmer Grace Zabriskie, insomma un po' di facce note della sua filmografia. Il suo ultimo lungometraggio era il capolavoro Mulholland Drive, un sogno lungo come quasi tutto il film e anche un film di cui era necessario scoprire alcuni codici linguistici per capire tutto (o quasi). Qui siamo nello stesso emisfero della produzione di Lynch, quindi siamo lontani dal Lynch narrativo di Una Storia Vera e vicini a quello onirico e subconscio. Si racconta...anzi non si racconta proprio niente. Si mostrano una serie di situazioni che vedono spesso ma non sempre protagonista Laura Dern. Lei è un'attrice che inizia la lavorazione di un film e pare che intorno al film ci sia una maledizione di qualche tipo. Poi la sua vita sul set e fuori sembra la stessa. Poi è una zoccola. Poi c'è la casa dei conigli che fanno paura anche se non fanno niente. Ci sono i polacchi. E il circo. E i titoli di coda.
Cos'è. È il nuovo film di Michel Gondry, fenomeno (vero e non modaiolo) del videoclip, dai tempi di Protection dei Massive Attack. Probabilmente Gondry è uno dei pochissimi nuovi autori degli ultimi anni di cinema occidentale, e lo è nel senso che la parola autore ha avuto nel cinema europeo negli anni Sessanta e in quello hollywoodiano dei Settanta. Il film raccontala storia di un ingenuo ragazzo messicano, che raggiunge la madre a Parigi dopo la morte del padre. Spera di fare l'illustratore e in parte ci riesce, anche se lavora in una scalcagnata casa editrice di calendari. La vicina di casa (amore da spioncino) è Charlotte Gainsbourg. Lui è Gael Garcia Bernal. E il suo personaggio non sa distinguere tra sogno e realtà. E quando sogna, sogna di brutto.
Cos'è. Un film di Brad Anderson, quello che poi avrebbe diretto
Cos'è. Terzo film di Sofia Coppola, la figlia col nasone di Francis Ford Coppola, Marie Antoinette è la storia di Maria Antonietta: la figlia col nasino di Maria Teresa d'Austria, che sposò Luigi
Cos'è. Una ragazza con gli occhioni, appena laureata in giornalismo, finisce quasi per sbaglio a lavorare come segretaria della temibile e veneratissima Miranda Priestly, direttrice del mensile di moda Runaway. Sul set la ragazza è Anne Hathaway, mentre Miranda è Meryl Streep; nel mondo reale Runaway è Vogue America, Miranda è Anna Wintour e la segretaria è Lauren Weisberger, che effettivamente ha fatto quel mestiere per la più schiacciasassi delle direttrici di moda al mondo, poi ha scritto un libro e ci siamo capiti.
Cos'è. Dodici anni dopo Clerks, Kevin Smith torna al suo New Jersey (che alla fine non ha mai del tutto mollato) e alla vita dei due commessi da cui è partito tutto. Non più al negozietto, ora Dante e Randal fanno hamburger e patatine da Mooby's, insieme al nerdone Elias e alla meravigliosa Becky. Succede un po' di tutto, ma soprattutto ci sono grandi dialoghi. Finisce tutto al meglio.
Com'è. Il regista de La sposa turca è turco. Il bassista degli Einsturzende Neubauten è crucco. E siccome il crucco si è innamorato di Istanbul, il turco ha deciso di riprenderlo mentre compie un viaggio nella musica contemporanea di Istanbul, sia dalla parte europea che da quella asiatica, sia tra i classiconi che in mezzo ai gruppi rock del momento. È un documentario. 