In un periodo di umore un po' mesto, da cambio di stagione, l'altro giorno ho messo su La7 e mi sono accorto che davano il mio film preferito. Era già iniziato. Nel senso che in quel momento i due erano in un teatro di posa e stavano facendo una specie di danza nuziale. Lui le cantava You are my lucky star e le trotterellava attorno come si fa nei musical, con quell'aria adorante che prima dell'avvento dell'MDMA nessuno aveva mai saputo interpretare a fondo. Lei era un po' sicura di sé e un po' no. Poi lui accendeva un ventilatore di scena e a lei si materializzava tutto un velo sterminato in un tripudio di cielo finto.
Ero a casa di amici li ho convinti a stare a vedere il numero successivo (Moses Supposes). E mi sono ricordato quanto quello sia il mio film preferito e quanto poi alla fine basti che ti venga da dire una volta "che meraviglia" perché l'umore sghembo da cambio di stagione sembri superabile anche senza troppe difficoltà. È un film perfetto, per grandi e piccini, uomini e donne, dove si ride e si piange e ci si gasa. Si riconferma al primo posto della mia classifica personale anche per il suo potere taumaturgico. Si chiama Cantando sotto la pioggia, è di Gene Kelly e Stanley Donen. È del 1952. È un musical. E visto che qualcuno di voi starà facendo congetture con quell'aria da saputello, approfitto per ribadire che a me, come a Gene Kelly e Donald O'Connor, piacciono molto le femmine.
![]() | 04.05.08All I do is dream of you the whole night through |
![]() | 08.04.08Juno |
Cos'è. Juno è il film di Diablo Cody, la ex spogliarellista che ha vinto l'ultimo Oscar per la miglior sceneggiatura. La regia è di Jason Reitman, che prima aveva diretto Thank You For Smoking, un altro film pregevole senza i fuochi d'artificio. Juno racconta di una ragazzetta sedicenne che resta incinta. Il padre è del bambino è un suo compagno di scuola, talmente tontolone da essere geniale. Lei decide di non abortire e di dare il figlio in adozione. Trova la coppia giusta e lo fa.
Com'è. È un film indipendente, come si dice di quei film che non hanno scene madri e inseguimenti e attoroni. In realtà è solo un film un po' più piccolo del normale e scritto molto ma molto meglio del normale. La regia è molto misurata, senza troppe menate, e soprattutto Ellen Page è incredibilmente brava. Anche la colonna sonora funziona, tra Belle & Sebastian e altre figatelle. A differenza dei film brutti, che raccontano concetti, quindi generalizzano tipologie di ragazzini, scuole, genitori eccetera, questo è un film su una ragazzina e un suo fidanzato pirlone, una famiglia un po' Simpson, una coppia che vuole adottare, un consultorio. L'edizione italiana sconta una traduzione un po' in giovanilese, tipo "vita schifa", mezze parolacce eccetera. Ma d'altra parte bisogna dire che i gerghi sono sempre molto difficili da tradurre, specialmente in italiano.
Perché vederlo. Per rendersi conto di come il cinema possa toccare gli argomenti con delicatezza. Per capire quanto si possa toccare qualunque tema, e raccontare storie di persone che operano delle scelte, senza che il film diventi un film a tesi e la scelta diventi una scelta militante. Per rendersi conto di quanto l'adozione del film come manifesto anti-abortista da parte del Foglio e di Giuliano Ferrara sia una scelta assolutamente delirante. Non solo, ma per capire così poco di cinema nel 2008, per mettersi davanti a un film e vedere il contrario di quello che c'è nel film, bisogna non essere mai stati al cinema negli ultimi anni. Gli ultimi trenta. Infine per vedere in azione, nel ruolo di marito e moglie, due caratteristi supremi degli ultimi anni: Allison Janney (C.J. Cregg, capo ufficio stampa del presidente Jed Bartlet in The West Wing) e J.K. Simmons.
Perché non vederlo. Perché si amano solo i filmoni con le sparatorie, o si detestano quelli della provincia suburbana americana.
Una battuta. Sono incinta.
![]() | 03.04.08Cover Boy - L'ultima rivoluzione |
Cos'è. Cover Boy racconta una storia di immigrazione e precariato, su uno sfondo di estetica gay. Un giovane romeno, che ha perso il padre nei giorni della destituzione di Ceausescu, emigra in Italia con un amico. L'amico viene fermato sul treno per una questione di documenti e lui si ritrova solo a Roma. Dopo aver vagabondato tra i barboni della Stazione Termini, va a vivere da Giovanni, un addetto alle pulizie della stazione, abruzzese, quarantenne, precario. Luciana LIttizzetto interpreta il ruolo di un'attrice fallita, padrona di casa di Giovanni, che abita al piano di sopra. Mentre Giovanni si innamora segretamente di lui, il romeno Ioan trova lavoro come meccanico. Poi perde il lavoro perché è irregolare, ma incontra Chiara Caselli, che fa la fotografa e lo sceglie come immagine per una nuova linea di abbigliamento. Ioan si trasferisce a Milano (dopo aver ritrovato l'amico, che fa il marchettaro a Roma) e diventa modello.
Com'è. La partecipazione amichevole di Luciana Littizzetto e i premi sulla locandina non devono ingannare nessuno: Cover Boy è una terribile sequela di luoghi comuni di una banalità sconcertante, senza appello. Di Roma si vedono Stazione Termini, Colosseo, Circo Massimo, Altare della Patria, San Pietro. Di Milano si vedono piazza Castello e, pensate un po', via Monte Napoleone. I temi scelti sono quelli dell'emarginazione, del precariato, del cannibalismo finto di cui è capace il mondo della moda milanese (urca). Il tutto è trattato nella più stereotipata delle maniere possibili, tanto che una qualunque puntata di Anno Zero è molto più originale, giuro.
Perché vederlo. Per sentirsi meglio. Perché è uno di quei film che danno a chi li vede l'impressione di essere persone sensibili ai temi che gli altri ignorano colpevolmente. Perché è indipendente, è parlato per un pezzo in romeno coi sottotitoli, è girato in digitale e fuori fuoco, è segnalato dai siti di cultura gay. Insomma, se uno ci casca ed è "di sinistra", finisce che ci va, si annoia, esce e dice carino. Ma non lo pensa davvero. Garantito.
Perché non vederlo. Per dimostrare un minimo di salute mentale e senso del limite, o semplicemente per usare tempo e soldi in un modo più costruttivo (tipo andando a vedere qualunque altro film). E anche perché un'accozzaglia così raffazzonata di temi di attualità tradisce un senso del marketing sociale da capelli dritti in testa.
Una battuta. Vergoniati.
![]() | 09.03.08Io sono un po' stronzo |
Attenzione! Chi non ha visto Io sono leggenda eviti di leggere questo post, se no magari si rovina un po' la sorpresa e ci rimane male.
Il motivo per cui Io sono leggenda non è gran che sta nel suo essere manicheo e banale. Gli infetti sono cattivi e tramano nel buio; gli altri sono sani e pochissimi e si oppongono. Poi riescono a evitare di essere sbranati vivi dai mostri cattivoni, finché non partono alla ricerca del mondo migliore, della terra promessa, del sol dell'avvenire nel New England. Arrivano e trovano una specie di borgo playmobil coi bambini felici e le aiuole e i sorrisi. Uno dice vaffanculo così è troppo facile, perché devo vedere due ore di film per capire che ci sono i buoni e i cattivi e noi siamo i buoni e vinceremo?
Insomma: dal libro di Matheson emergeva un'umanità disperata delle creature, della quale si provava una profonda compassione. Nel film, nella versione che è finita nelle sale, tutto questo era talmente sfumato da essere quasi scomparso. Nel finale alternativo, evidentemente scartato dopo qualche test col pubblico, le cose sono molto più mescolate, l'arroganza del protagonista è umiliante e il senso di ricostruzione dell'umanità comprende tutti. Sembra una scemata ottimista/pessimista, ma c'è una differenza molto profondo: un finale esclude e uno tira dentro. Non è poco.
PS - Poi, in effetti così c'è la zuccherosa love story tra mostri, come mi ha fatto notare Luca, però almeno non è buoni contro cattivi. Se fai buoni contro cattivi, cosa più che lecita, i cattivi devono vincere un po' anche loro e i buoni non devono fare filosofia sul futuro dell'umanità. Al massimo filosofia sul futuro dei buoni.
![]() | 04.03.08A prova di errore |
Cos'è. È film di Sidney Lumet che risale alla metà degli anni Sessanta. Il titolo originale Fail-Safe fa riferimento a un dispositivo che quando sbaglia evita di fare danni, quindi non è esattamente "a prova di errore", ma se deve sbagliare sbaglia bene. In realtà qui si racconta la storia di un errore al sistema di difesa militare americano, che produce una catena di disastri fino a portare l'uomo verso la catastrofe nucleare. Il presidente è Henry Fonda, il consulente militare del pentagono è Walter Matthau, il traduttore dal russo del presidente è un ottimo Larry Hagman (sì, J.R.) e sono in genere tutti bravissimi.
Com'è. È un film bello di quegli anni lì. Trasuda Guerra Fredda e trasuda reazione pacifista alla Guerra Fredda. È un film colto e progressista, girato quasi solo in interni, con una forte spinta ideale alle spalle, ma senza la retorica del cinema politicizzato successivo. Lumet aveva già debuttato con un capolavoro solo in interni, fatto di parole e rapporti di forza, cioè La parola ai giurati. Ragia e fotografia sono taglienti e contrastate. A parte il personaggio di Walter Matthau, spietato scienziato della guerra, che rappresenta un'aberrazione pura un po' monocolore, tutti i personaggi sono sfumati e tridimensionali nella scrittura. Il ritmo è sempre serrato e il finale è molto intenso.
Perché vederlo. Perché questo cinema va visto. E perché da piccoli abbiamo visto tutti War Games e ce lo ricordiamo benissimo. E perché capita di trovarlo in palinsesto su RAISAT CINEMA. Anche perché magari uno ha visto The West Wing e ha sviluppato una certa dipendenza per le situazioni di crisi che coinvolgono un presidente carismatico.
Perché non vederlo. Perché è difficile da trovare sia in DVD che nei palinsesti, o perché non si ha voglia di vedere militari per un'ora e mezza. O perché si odia il bianco e nero, non so, altri motivi non ne vedo.
Una battuta. Generale, dia l'ordine.
![]() | 30.01.08Cloverfield |
Cos'è. Cloverfield, che vuol dire campo di trifoglio, è un film diretto da Matt Reeves e soprattutto prodotto da J.J.Abrams, che è quello di LOST. È un film catastrofico col coso. Che c'è un coso e ci sono i militari che gli sparano e i civili che scappano urlando. Siccome J.J. non è il primo dei pirla, il film è in realtà la registrazione di una notte, realizzata da un ragazzotto tonto che sta riprendendo la festa di addio del suo migliore amico in partenza per il Giappone. Poi succede il patatrac e lui continua a riprendere. Così la retorica deficiente dei film di Emmerich non c'è. Quindi di fatto Cloverfield è una soggettiva digitale di un'ottantina di minuti, tipo un film di Woody Allen nella fase in cui il direttore della fotografia era Carlo Di Palma (ma più sanguinolento). Di più su quello che succede non ve lo posso dire, se no rovino il tutto.
Com'è. Come i giapponesi, che avevano visto la distruzione cadere sulle loro teste e presto cominciarono a raccontarla sotto forma di film con mostri venuti dal mare e dallo spazio pronti a sterminare tutti, così gli americani dopo l'11 settembre. Almeno in teoria, perché finora c'è stato pudore a riguardo, patriottismo, senso di opportunità, politica, scelte industriali, chi lo sa. Cloverfield invece è quella roba lì: il film che va nell'inconscio del paese, nella memoria collettiva, spalanca la porta su cui c'è scritto "Arrivano i jet e ci ammazzano tutti" e tira fuori tutti gli elementi più dolorosi per usarli. Poi di fatto è un film tipo Godzilla o Gamera, con tanti effetti speciali fatti bene e abbastanza credibili, una buona dose di suspence, strilli e strepiti e anche una carrettata di gnocche.
Perché vederlo. Perché è divertente (al cinema, perché scaricato e visto sullo schermino diventa "una cazzata, dai! come fai a dire che è un bel film?", come molti altri), coerente, insensato meno di LOST ma ugualmente avvincente, e dietro c'è un sacco di roba. Anche solo per la prima parte il film merita. Sono state ricostruite un paio di scene che vengono dritte dai documenti video dell'11 settembre che abbiamo visto decine di volte in questi anni, e quando le vedi ti accorgi che ti succede qualcosa di strano (chissà i newyorkesi) e ti torna un po' su tutto. Poi c'è l'idea linguistica di fondo, che è ugualmente scaltra, cioè che tutto sia il contenuto di una telecamerina ritrovata(di cui tutti vorremmo conoscere marca e modello perché ha batterie infinite, faretto potentissimo, ripresa notturna, non si rompe mai e lo zoom è incredibile su qualunque focale): un'idea che sembrava un ponte di corde reso inservibile dall'attraversamento di Blair Witch Project, e invece tiene ancora bene (anzi, ne stano uscendo altri due girati così). Infine è un film di cui si parla molto e bene con gli amici.
Perché non vederlo. Perché è un film col coso, alla fine. Non ci sono altre vere linee narrative o sottotrame. Ci sono suggestioni a strafottere. Ma se uno vuole più ciccia, sappia che il tutto si può condensare così: "Ohmioddio! Un polpogranchio indistruttibile sta distruggendo tutto!"
Una battuta. Mangiava le persone.
(ps - Faccio notare, per quelli che temono di essere stati spoilerati, che la creatura di Cloverfield è imperscrutabile. Ognuno la vede come gli pare, ma non si capisce. Io mi sono inventato polpogranchio. Voi ci potete vedere un pipistrellotalpa, volendo.)
![]() | 13.12.07Irina Palm |
Cos'è. È la storia di una vedova inglese di mezza età, che deve trovare i soldi per pagare il viaggio della speranza del nipotino Ollie. Infatti esiste una nuova cura sperimentale per la patologia rarissima di cui soffre, ma solo in Australia. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, trova lavoro in un locale di spogliarelliste a Soho, come segaiola. E ha un successo straordinario. La protagonista Maggie è Marianne Faithfull, mentre il proprietario del locale, Miki, è Miki Manojlovic, che alcuni ricorderanno in Gatto Bianco Gatto Nero.
Com'è. Irina Palm (nome d'arte di Maggie) è girato un po' come un film di Ken Loach, ma ha una leggerezza che a Loach sfugge spesso. In compenso gode di un equilibrio raro tra momenti comici, veristici e drammatici. L'effetto è che si ride, si lucidano gli occhi o ci si immedesima, ma senza mai rendersene troppo conto. È effettivamente una commedia drammatica, e funziona così bene grazie anche ai due protagonisti, che sono in stato di grazia. Marianne Faithfull è veramente magistrale. (Dico la cosa banale da spettatore milanese che è andato al cinema impegnato Anteo? Se lo stesso livello di recitazione fosse venuto da un maschio, ne starebbero parlando tutti. Ecco, l'ho detta.) Il regista, fondatore dell'agenzia Euro RSCG, è il regista pubblicitario Sam Garbarski. Di solito i film dei registi di spot fanno schifo e sono pieni di formalismi cretini. Qui non c'è niente di smaccato o anche solo percepibile in quel senso.
Perché vederlo. Perché è un film anticonformista in un senso vero, non compiaciuto. Per il modo straordinario con cui parla di carnazza senza girarci intorno e senza sfiorare mai minimamente il pruriginoso. E poi perché gli attori italiani fanno pena, mentre in una coproduzione di cinque paesi a basso budget c'è più professionalità che in molti dei film del nuovo cinema italiano. Soprattutto non c'è mai un elemento fuori posto, che storti il tono generale. E infine va visto, francamente, per rendere omaggio a una pratica così negletta dai media, ma tanto amata dal popolo.
Perché non vederlo. Vedete un po' voi che scusa trovare. Secondo me esclusivamente se vi piacciono solo i film d'azione o se avete schifo anche solo all'idea della masturbazione (Allora non andate al cinema. Andate da uno psicanalista e stateci per alcuni anni.)
Una battuta."Ha il gomito del seghista. Ci ha dato dentro, eh?"
![]() | 11.11.07Lettera al governatore di Battiato |
Caro Manlio Sgalambro, vi scrivo a proposito del vostro amico Franco. Per tanti anni l'ho seguito con un certo trasporto, e c'è una fase della sua produzione che trovo ancora oggi veramente epocale. Detto questo, come voi ben sapete la forza di Franco è sempre stata nel mescolare l'altissimo e il basso, cantare di Guénon alla radio, cantare di cose che trovavi solo nei programmi degli esami a filosofia (e di cui a nessuno fuori da quelle aulee, sia chiaro, è mai fregato molto), ma dentro a melodie piccole, ossessive, con quel gusto per l'attimo che aveva del sublime.
Poi, mentre quella fase già tendeva a sfumare, siete arrivato voi. Le canzoni di Francuzzo nostro sono diventate più colte, aeree, enigmatiche: i bambini non le cantavano più sbagliandosi mentre dicevano "gravità permanente", né chiedevano alle mamme dove fosse Tunisi. Anche perché alla radio hanno cominciato a sentirsi poco, solo quando esce il disco e per due settimane.
Comunque va bene così. Ci può stare. Vi piace fare cose più ieratiche, riflessive, meditative, sanscrite e sufe, quello che vi pare. Non ci si bagna mai nello stesso fiume: figurarsi se si può fare sempre la stessa musica. Liberi voi di cantare a vostro piacimento. Uno se vuole vi ascolta, se no no.
Visto che però voi gli siete amico, vorrei che interveniste presso il vostro amico Franco su un altro ambito.
Siccome adesso da un po' di tempo Franco si è messo a fare il regista, capita che parli di cinema in televisione, quando promuove i suoi film. Parliamoci chiaro, Manlio: i film di Franco non li vede nessuno (non piacciono neanche alla critica, ma questo c'entra meno). Ora, visto che il cinema costa molti soldi, di solito lo si fa se c'è un pubblico, perché in caso contrario quei soldi sono buttati via. E anche qui, direte voi, cosa frega a me se qualcuno perde i propri soldi. Niente, vi rispondo io, figuratevi. Prego. Bengentile.
Ma siccome siamo messi molto ma molto male col cinema in Italia, ogni volta che qualcuno ne parla in certi termini, io, che lo apprezzo, sento la bile che mi si rovescia nel cervello. Sarò anche rompino di mio, non lo nego, ma converrete che è una brutta sensazione.
Quindi faccio questo tentativo. Poi vedete voi.
Questa sera a CHE TEMPO CHE FA c'era Franco che parlava del suo ultimo film. Fazio ha aperto dicendo che il film non era un film nel senso normale del termine, quello del racconto di una storia. (Un modo gentile per ribadire il concetto di cui sopra: non lo vedrà mai nessuno). Che cos'è allora, il suo nuovo film?, ha chiesto quindi a Franco. E lui ha detto che era un film di quella specie con cui si sono cimentati molti maestri, cioè il cinema d'autore, quello degli autori, che è diverso dal cinema dei registi.
Bene. Siccome se uno a un esame di cinema nel 2007 dice una cosa del genere lo cacciano a calci; visto che su una rivista di cinema una posizione simile non è sostenuta nemmeno dai peggiori tromboni ormai dagli anni quarant'anni; alla luce del fatto che registi da niente come Fançois Truffaut hanno passato la loro vita a convincere tutti che questa distinzione fosse una delirante svista da critici letterari che si applicano al cinema senza conoscerlo; insomma per tutte queste ragioni vi chiederei gentilmente di persuadere il buon Franco ad astenersi da affermazioni del genere.
Io, Alfred Hitchcock e qualche miliardo di spettatori vi saremmo molto grati.
Vi ringrazio, vi spero bene e vi saluto.
Vostro
Matteo
![]() | 08.10.07Grindhouse - Planet Terror |
![]() | 09.09.07Captivity |
Cos'è. Da un po' di tempo a questa parte, come vi sarete accorti, funzionano parecchio i thriller molto cruenti e molti statici, basati su ruoli precisi predatore/preda, con buone dosi di sadismo e meccanismi nevrotici che si ripetono. È un'evoluzione dei film coi serial killer; ora si tratta di sadici vendicatori libertari. Insomma, tipo i vari Saw. Captivity è un film di questi, o almeno vorrebbe. Racconta di uno che rapisce una modella per tenerla imprigionata in una cantina, dopo sembra che stia per farle delle robe e poi alla fine la costringe solo a sparare al suo barboncino. Poi lei scopre che c'è un altro imprigionato con lei e poi si scopre...insomma per principio io non spoilero, ma 'stavolta devo per il vostro bene...salta fuori che l'altro prigioniero, con cui lei fa all'amore presa dalla simpatia solidale, è il fratello del sadico. Cioè uno le rapisce ed è voyeur con le telecamere e si mette un cappuccio e minaccia, seda, spaventa, lega, insegue e mena; l'altro fa il prigioniero e si ciula le imprigionate, le quali poi a un certo punto vengono uccise.![]() | 22.03.07Death of a president |
Cos'è. Diretto dal regista inglese Gabriel Range, il film è costruito come un docudrama di fantasia sulla morte di George W. Bush. L'evento risale al futuro e ha luogo il 19 ottobre del 2007 a Chicago, all'uscita da un discorso tenuto alla camera di commercio locale; il documentario però è ambientato qualche anno dopo ancora, ed è fatto di filmati di repertorio e interviste a tutti i protagonisti. Chiaramente ha suscitato grande clamore ed è stato considerato offensivo, indegno, vergognosa, bla, bla, e da alcuni persino bla. Fatto sta che nel Regno Unito è andato in onda alla televisione, due volte, di cui una il 19 ottobre 2006, cioè un anno prima dell'assassinio teorico. Nella prima parte il film spiega l'attentato e nella seconda le indagini per scoprire il colpevole.
Le classiche interviste da documentario sono girate con attori (una speechwriter, il responsabile della sicurezza, un uomo dei servizi, alcuni dei sospettati); le parti in cui compare Bush sono filmati di una vera conferenza del Presidente davanti agli industriali di Chicago con alcuni inserti digitali; le esterne finto-amatoriali, i telegiornali, le telecamenre a circuito chiuso, sono tutti prodotti una certa cura. Le manifestazioni finte vengono sempre male e anche questa volta corteo e polizia sono un po' sottodimensionati. Si guardano con quella faccia un po' così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova (alla tele).
Com'è. Come mi ha detto una volta un avvocato di Toronto, il Canada esporta tre cose: giocatori di hockey, sciroppo d'acero e critica al sitema americano. E la produzione di questo film non a caso è Canadese. Per quanto tutto sia fatto a modo, trasuda quella retorica che ricorda Michael Moore quando non è in forma. La prima parte, quella dell'attentato, appassiona. La seconda è lenta e menosa. A differenza di Michael Moore, Gabriel Range inventa un evento possibile, ma irreale. Per questo è particolarmente grave che il racconto dello stesso si perda negli stereotipi classici del cospirazionismo e del trionfo dell'ingiustizia su tutto. Un po' come se la Gabanelli raccontasse dei soprusi dell'amministrazione nativa marziana a danni delle colonie terrestri.
Perché vederlo. Per l'idea che ci sta dietro. Soprattutto per la concezioni a monte, cioè quella di un futuro possibile mostrato prima che accada in un racconto a posteriori. E poi perché ormai questo della documentaristica o pseudotale che critica i luoghi del potere planetario è un genere consolidato: ormai lo si segue come l'horror, con un certo interesse enciclopedico. La prima parte funziona abbastanza bene. Il tutto merita comunque più alla tele che in sala.
Perché non vederlo. Per la seconda metà, quella in cui si racconta di come gli enti preposti alle indagini si buttino sul profiling del possibile colpevole su base razziale. E perché i due sospettati sono un immigrato che ha avuto contatti con Al Kaida ma solo per sbaglio e un reduce dalla guerra in Irak figlio di un reduce della guerra in Irak. Il tutto risulta lievissimamente retorico e forzato. Insomma manca quel minimo di contraddizione che separa i racconti pessimi, dalla realtà e dai racconti buoni. E siccome questo è un finto documentario, non può essere che a metà diventi una lezioncina sui pregiudizi e su come il mondo sia più complesso di quello che crediamo. Perché è troppo facile, quando il mondo è sì vagamente plausibile, ma in fondo te lo costruisci tu a uso e consumo del messaggio (puah!). Poi se avete visto The West Wing, sinceramente, un attentato al presidente girato così vi fa solo ridere.
Una battuta.Fu subito chiaro che aveva un'agenda. (Posto che la parola agenda in italiano significa soprattutto "quadernetto con custodia il fintapelle dove ci sono scritti i giorni e le cosa da fare", e non come in inglese "programma scadenzato che persegue obiettivi personali o politici", ci si chiede: che agenda aveva, il presunto terrorista? Quo Vadis, Filofax, Smemoranda o quella che gli aveva regalato la Banca Popolare di Karachi?)
![]() | 23.02.07INLAND EMPIRE |
Cos'è. Il nuovo film di David Lynch è interpretato dalla moglie di Ben Harper, Laura Dern. Poi c'è la mamma di Laura Palmer Grace Zabriskie, insomma un po' di facce note della sua filmografia. Il suo ultimo lungometraggio era il capolavoro Mulholland Drive, un sogno lungo come quasi tutto il film e anche un film di cui era necessario scoprire alcuni codici linguistici per capire tutto (o quasi). Qui siamo nello stesso emisfero della produzione di Lynch, quindi siamo lontani dal Lynch narrativo di Una Storia Vera e vicini a quello onirico e subconscio. Si racconta...anzi non si racconta proprio niente. Si mostrano una serie di situazioni che vedono spesso ma non sempre protagonista Laura Dern. Lei è un'attrice che inizia la lavorazione di un film e pare che intorno al film ci sia una maledizione di qualche tipo. Poi la sua vita sul set e fuori sembra la stessa. Poi è una zoccola. Poi c'è la casa dei conigli che fanno paura anche se non fanno niente. Ci sono i polacchi. E il circo. E i titoli di coda.
Com'è. Sono tre ore di film in cui prima e dopo, causa e effetto, questo e quello, Gianni e Pinotto, non hanno a che vedere l'uno con l'altro. Non in senso diretto. Non nel modo in cui sono fatti i film, che poi è la cosa di cui sono fatti i sogni, dicono. In realtà non è così. I sogni sono fatti molto più come INLAND EMPIRE che non come Testimone d'accusa di Billy Wilder. INLAND EMPIRE è girato tutto in digitale e formalmente è molto ricco. Grandangoli e primissimi piani. Poi musiche e suoni come al solito ficcanti e del tutto fuori luogo insieme. Va visto forse arrendendosi al non capire. Almeno la prima volta. E avendo bevuto un paio di caffè. Perché se c'è una cosa che non ha questo film è il ritmo serrato che ti tiene su. Per come è fatto, è un film più da consultare che da vedere di fila: un film da DVD, da tenere lì e far andare mentre si fa altro. Non deve passare dal cervello, la roba. Se no si intoppa. Quello che funziona passa dalla pelle o da qualche altra parte.
Perché non vederlo. Se si tende ad addormentarsi al cinema o si ha voglia di qualcosa di disimpegnato e hollywwodiano nel senso migliore del termine, questo non è il film giusto. Ma nemmeno se si vuole vedere cinema più serio e di sostanza, ma con una certa presenza narrativa. Perché qui non ce n'è. E anche se si detestano gli autori che girano per sé, perché qui è tutto autorale nel senso più europeo e puro del termine che mi sveglio una mattina con quella immagine in testa e la giro (poi nel film in qualche modo ce la facciamo stare). Un'altra ragione per lasciare perdere è il disprezzo per la faccia di Laura Dern, perché di primissimi piani di Laura Dern con la faccia sconvolta ce ne saranno forse 35. Insomma uno è avvisato.
Perché vederlo. Perché è un cinema insieme gelido e sconvolgente, lontanissimo e viscerale, sostanziale e superfluo, furioso e lentissimo. È David Lynch, cazzo. Avete giornate così piene di meraviglie che non gli potete dedicare tre ore? Poi c'è il digitale come non l'avete mai visto, splendido da sbavare. Ci sono tante di quelle faccione in primissimo piano che sembra che la telecamera le violenti a rallentatore. Ci sono una decina di donne che forse sono le più belle del mondo (qui fanno le zoccole). E ci sono i titoli di coda. La sequenza dei titoli di coda è una delle più belle delle storia del cinema. Forse LA più bella sequenza dei titoli di coda di tutti i tempi. Donne che ballano e cantano in preda al delirio delle carni, alla gioia di vivere, al tormento godurioso del peccato. La canzone si intitola Sinnerman.
Una battuta. Era un soldato del North Carolina. Aveva una sorella senza una gamba. (o qualcosa del genere)
![]() | 12.01.07L'arte del sogno |
Cos'è. È il nuovo film di Michel Gondry, fenomeno (vero e non modaiolo) del videoclip, dai tempi di Protection dei Massive Attack. Probabilmente Gondry è uno dei pochissimi nuovi autori degli ultimi anni di cinema occidentale, e lo è nel senso che la parola autore ha avuto nel cinema europeo negli anni Sessanta e in quello hollywoodiano dei Settanta. Il film raccontala storia di un ingenuo ragazzo messicano, che raggiunge la madre a Parigi dopo la morte del padre. Spera di fare l'illustratore e in parte ci riesce, anche se lavora in una scalcagnata casa editrice di calendari. La vicina di casa (amore da spioncino) è Charlotte Gainsbourg. Lui è Gael Garcia Bernal. E il suo personaggio non sa distinguere tra sogno e realtà. E quando sogna, sogna di brutto.
Com'è. Come il precedente Se mi lasci ti cancello, anche questo è un film sentimentale fino al midollo. Sentimentale in senso puro, cioè un film sui sentimenti. Non è un film che ha lo stile del sentimentale cinematografico, coi due che passeggiano ridendo a metà film in un idillio con canzone in primo piano, e poi vanno in crisi e dicono frasi storiche quando si mollano. E come Se mi lasci ti cancello, anche questa è l'opera struggente di un formidabile ingegno. Nel senso che il cinema di Gondry si riconosce dall'impasto: è personale in ogni fotogramma e in ogni aspetto. Dai dialoghi ai movimenti di macchina; dai raccordi tra le scene alla struttura complessiva. Qui c'è anche una fotografia tutta livida, realistica, che sa di anni Settanta e tonnellate di effetti speciali artigianali meravigliosi, tutti fatti di stofffa, di spago e di legno, che tirano fuori dal contemporaneo un film che in effetti ha poco a che fare col tempo e con lo spazio.
Avvertenza. Io l'ho visto in originale coi sottotitoli. Non so come sia l'edizione italiana. Ma il film è parlato in inglese, francese e spagnolo. Col doppiaggio si perderà qualcosa (qualcosa più del solito), temo. Vi ho avvisato.
Perché vederlo. Se vi piace il cinema, ci dovete andare. Punto. Gli attori sono diretti come in pochi casi negli ultimi anni. Sono credibili nell'improponibile, belli senza essere glassati o glitterati, giusti senza freddezza. L'aspetto visivo del film è inarrivabile. Era dai tempi di Creature del cielo di Peter Jackson che non si vedeva un film che cavalca la fantasia di un regista con questa classe. La struttura è ubriacante, tra prima e dopo, realtà e sogno, desideri e effettivi avvenimenti. Ma l'effetto è quello di un materasso ad acqua: il senso di naufragio è piacevole e avvolgente, senza un filo di ansia. Letteralmente imperdibile per chi come me adora dormire di giorno, sognare forte e vedere la gente dormire.
Perché non vederlo. Se abitate in montagna e avete solo un calesse e il cavallo poverino è morto, non potendo affrontare il gelo della camminata fino a fondovalle e non conoscendo la tecnica per animare quadrupedi di stoffa, siete autorizzati a non uscire di casa fino a primavera. Poi rimediate però, mi raccomando. E anche se lo danno al cinema sotto casa e voi siete di quelli che escono dai film fantasiosi incazzati perché c'era troppa fantasia, fate meglio a non andarci. Che poi usccendo cominciate a dire alla vostra ragazza "Ma che film è? Ma cosa vuol dire? Ma che senso ha una cagata così?" e quelli che stanno camminando a un metro da terra li tirate giù prima ancora che siano usciti. Infine se siete quelli che se la legano al dito, potreste decidere di punire il distributore italiano (ma ci perdereste voi). Se mi lasci ti cancello era la versione italiana di un titolo che era un verso poetico, e tradotto nella nostra lingua letteralmente sembrava una fucilata in un ginocchio. Certo, tradotto così sembra un film di Natale con Meccaulikalkin protagonista. Ma questa volta, che il film si chiamava La science des rêves, cioè La scienza dei sogni, l'hanno voluto chiamare L'arte del sogno per ragioni che trascendono l'umana comprensione. Sembra ripicca. O dadi. Perché in inglese si chiama The science of sleep. Quindi possiamo ipotizzare che ci siano due dadi che Gondry in persona ha costruito per i distributori, dadi da sei con le facce uguali a tre a tre: uno con scienza e arte, l'altro con sogni e sonno. In ogni paese chiu deve decidere il titolo tira i dadi e segue il responso dell'oracolo. (Queste ultime righe testimoniano il condizionamento verso delirio di cui è capace questo film.)
Una battuta. If you close the door, the night could last forever.
![]() | 06.01.07Session 9 |
Cos'è. Un film di Brad Anderson, quello che poi avrebbe diretto L'uomo senza sonno, ambientato in un ospedale psichiatrico decadente e abbadonato, in cui una squadra di operai ha una settimana di tempo per effettuare una bonifica ambientale. Mentre cercano di togliere l'amianto, i protagonisti subiscono l'influenza del luogo, chiuso in seguito a un terrificante e contraddittorio caso giudiziario riguardante una paziente. Di più non posso dire, se non che è un film culto per molti miei amici e avevano ragione. Violetta Bellocchio in particolare lo adora e mi ha tenuto al telefono mezz'ora raccontandomi cose di Brad Anderson che persino lui ignora del tutto.
Com'è. È un film per certi elementi vicino a Shining (chi scrive un commento che contiene l'espressione "come fai a paragonare" o equipollenti, ha seri problemi di comprensione del testo scritto), pur essendo molto più semplice da ogni punto di vista. E poi è un film di genere, che Shining non è. Il maligno qui aleggia, mentre là finisce per trionfare (per dirne una). Comunque è un film ben fatto, di quelli che lasciano soddisfatti e terrorizzano letteralmente. Con poco? Col vedo non vedo? Direi di no. C'è suspence, ma le promesse sono tutte mantenute: non c'è il solito trucco della lascio intuire e invece poi. Qui è lascio intuire e poi aiuto.
Perché vederlo. Perché questo e The Descent sono due dei film migliori per rendersi conto che dopo la tragica decadenza intellettualistica dell'horror occidentale (Scream e derive demenziali), c'è ancora spazio per storie spaventose che mettano i brividi lungo la schiena senza torture o vomito. Paura e basta. L'horror non è una cretinata. L'horror è necessario, come lo erano le tragedie greche e le terribili fiabe popolari coi bambini gettati nel camino. Avere un genere intero che campa di estremo oriente è bello, innova anche, ma presenta grossi inconvenienti. Quei film si appoggiano su elementi culturali, come i fantasmi, che da noi non sono credibili. Per questo spesso sono ottimi per lo spavento e l'angoscia, ma deficitari nel realismo dell'immedesimazione. Qui l'ingrediente angoscia è ai massimi, ma tutto cammina coi piedi per terra, concreto e devastante. Regia magistrale e misurata, con una cura complessiva che averne.
Perché non vederlo. Perché non si apprezzano i film horror o se li si patisce troppo emotivamente. Perché questo di paura ne fa.
Una battuta. I live in the weak and the wounded.
![]() | 05.01.07The Prestige |
Cos'è. Il nuovo film di Christopher Nolan, che è quello che a suo tempo fece Memento e che ormai è un regista di una certa affidabilità, specializzato nel genere ossessivo e nel finale col botto. Racconta una storia di prestigitori nella Londra di fine Ottocento. Due prestigiatori che iniziano insieme, diventano drammaticamente rivali e rivaleggiano nei trucchi e nella vita. Si segnala la presenza del grande Nikola Tesla, qui interpretato da un vecchio ma credibile David Bowie. Protagonisti, il solito Christian Bale insieme a Hugh Jackman, a un classicone come Michael Caine e a Scarlett Johansson.
Com'è. Non è che vi possa dire molto, perché questo è uno di quei film col finale KABOOM. La prima volta che lo vedi ti prende a schiaffi che è un piacere. Ma le seconda volta che lo vedi sicuramente perde tre quarti del senso. Quindi se qualcuno vi racconta della roba sul finale, ve lo sta ufficialmente rovinando e potete seriamente menarlo. Comunque delle cose ve le posso dire. Il film parla di numeri di magia ed è esso stesso nella struttura un numero di magia. Ma è lunghetto e in costume. La prima metà abbondante è un flashback incrociato, in cui due personaggi leggono un diario riferito al passato. Quando poi la menata si sblocca, ci sono tre quarti d'ora proprio ben fatti.
Perché vederlo. Il fascino della Londra di fine Ottocento. Dico il fascino della Londra di fine Ottocento. Ma staremo scherzando? Pastrani. Tube scure. Ghette. Corpetti e carrozze. E poi la nebbia e il vapore e i cavalli che nitriscono. Insomma barre di ferro e prestidigitazione, un buon Christian Bale (un po' sempre la stessa roba, se ti piace ti piace) e un impeccabile Caine. Nolan è uno che ha letto molto Italo Calvino, ci scommetto un piede. E si vede. Una passione per gli incastri e i personaggi stagliati in rilievo, che sta in piedi molto bene. Il finale permette di parlarne con gli amici. Se hanno già visto il film.
Perché non vederlo. Il fascino della Londra di fine Ottocento. Ripeto il fascino della Londra di fine Ottocento. Siamo usciti di testa? Pastrani. Tube scure. Ghette. Corpetti e carrozze. E poi la nebbia e il vapore e i cavalli che nitriscono. Il tutto in un film sui maghi.
Scarlett Johansson, vi ricordate che mi piaceva? E parecchio. Bene. Non mi piace più. È una specie di mentecatta annoiata in ogni film. Comincia a rompere le palle. E salta fuori che è la creatura più fotogenica che si sia mai vista, ma dai e dai il trucco si vede. È sempre desiderabile, ma fa venire voglia di menarla da quanto il suo fascino è prevedibile e banale. Ho cambiato idea, insomma, si sarà capito.
Per concludere, questo è uno di quei film di destini incrociati, un po' meccanici, con una parte centrale che è una fucilata in un piede. Niente è straordinario, se non la storia, e se andate al cinema una volta al mese forse c'è qualcosa di meglio in giro. Forse.
Una battuta. -Mi ami? -Oggi sì.
![]() | 30.11.06Marie Antoinette |
Cos'è. Terzo film di Sofia Coppola, la figlia col nasone di Francis Ford Coppola, Marie Antoinette è la storia di Maria Antonietta: la figlia col nasino di Maria Teresa d'Austria, che sposò Luigi XVI e finì ghigliottinata dalla rivoluzione insieme al marito. Il film racconta la sua storia, da quando quindicenne viene data in sposa al trono del delfino di Francia, fino agli ultimi giorni di vita.
Com'è. È il primo film sulla storia di Versailles ad essere stato effettivamente girato a Versailles. Lontano dal biografismo classico di questo periodo, cerca di ritrarre la persona e non il personaggio storico. Lo spirito è splendido e disperato, come in ogni altro film di Sofia Coppola. All'ingresso alla reggia più sontuosa d'Europa, Maria Antoinetta osserva i locali con un sottofondo musicale targato Aphex Twin. E quando lei, alcune amiche e il principe vanno a un ballo in maschera, la musica è quella dei New Order. Altrove ci sono Radio Dept, Cure, Strokes, Bow Wow Wow. I dettagli sono descritti con una fotografia morbida e realistica, non ipernitida, uno dei tocchi di classe del film, merito dell'ottimo Lance Acord. La regia e il montaggio evitano lo stile geometrico e minuzioso di Barry Lyndon di Kubrick, ma cercano una spontaneità che faccia a pugni con il rigore procedurale, formale e umano della reggia. Costumi splendidi un po' Vivienne Westwood di Milena Canonero.
Perché vederlo. Per le scarpe, i vestiti, i dolci, tutti questi particolari pop che fanno di Marie Antoinette un film-icona, perfetto per il pubblico attento alla moda, per la comunità gay, per le ragazze che sognano ombrellini e parrucche sontuose. I particolari per cui darsi di gomito tra iniziati dell'immaginario più raffinato, sono moltissimi: un paio di scarpe da ginnastica, i Phoenix nella parte dei musici, un orologio moderno, la colonna sonora. Kirsten Dunst è di quelle che possono piacere o no. A me piace e qui mi pare ottima in tutto.
Perché non vederlo. Per raccontare la noia e l'assurdità di Versailles, Sofia Coppola scade nella noia e assurdità di un film su Maria Antonietta nel 2006. Che funzionerebbe se fosse capace di sfondare, di farsi odiare dai francesi, di mettere, che ne so, i Pixies all'incoronazione e i Ramones al taglio della testa. Ma mancandole il coraggio e la forza immaginifica di Baz Luhrmann, Sofia ripiega su una via di mezzo, ottenendo il plauso degli intellettuali e alternando sfinenti brani per clavicembalo e ampollosità tradizionali, agli elementi trasgressivi. Il risultato è forse il miglior modo di raccontare la vita della principessa di Francia chiusa a Versailles, mantenendo una certa verosimiglianza. Ma così facendo diventa solo un buon film su Maria Antonietta, argomento del quale mi sfugge l'interesse. Sofia Coppola è brava, ma non abbastanza per reinventare le cose da capo. Che è necessario se mi vuoi tenere seduto per due ore davanti a inchini, pizzi e merletti.
Una battuta. Tutto questo è ridicolo.
![]() | 24.11.06L'amico di famiglia |
Cos'è. L'amico di famiglia del titolo è un cravattaro, un usuraio. Fisicamente, umanamente, sotto ogni punto di vista, è un essere schifoso e viscido, brutto e cattivo. La storia si svolge nella noiosa e meschina vita di provincia dell'Agro Pontino, dove prima di Mussolini c'erano le paludi e ora ci sono i palazzi squadrati. Quando una ragazza splendida, interpretata da Laura Chiatti, irrompe nella vita dell'usuraio Geremia, la sconvolge.
Com'è. Il terzo film di Paolo Sorrentino segue il piccolo e tenace successo de Le conseguenze dell'amore, dove Toni Servillo interpretava il ruolo di un uomo piccolo piccolo, costretto a fare il duro nel Canton Ticino come bancario della mafia (e capace di mandare tutto all'aria per amore). Il tema quindi è molto simile, anche se sviluppato in un modo tutto diverso. Là c'era la solitudine, era un film tutto sull'individuo; qui è tutto ambiente, comunità, famiglia. Le architetture splendide e spietate del razionalismo incastrano i personaggi e le inquadrature. Il film è formale come il precedente, ma forse in maniera più evidente. È effettivamente un film "d'autore" e la cosa si vede spesso e volentieri.
Perché vederlo. Per Giacomo Rizzo, che interpreta Geremia, semplicemente inarrivabile. Non c'è una sola scena in cui si veda che sta recitando. E in Italia questo oggi è rarissimo. Laura Chiatti è brava, ma soprattutto, dirò una banalità, di una bellezza davvero clamorosa. Se vi piacciono quelle con la faccia quadrata come piacciono a me, lei è da urlo. Zigomi duri, aria da stronza, insomma è perfetta per la parte ed è la prima nuova bellezza degli ultimi anni a non rientrare nelle categorie "vaccona" e "principessa". Anche in questo Sorrentino è una spanna sopra la media. Prende la gnocca del momento e la fa recitare bene nella parte giusta.
Perché non vederlo. Perché è un film molto estetizzante, molto da scuola di cinema, con tutte 'ste architetture, questi angoli retti, queste sequenze simboliche in cui Geremia cammina nella ragnatela delle linee e degli spazi disegnati dagli architetti. Movimenti di macchina come se piovesse, che a volte vuoi vedere le emozioni dei personaggi e non ti è permesso perché la macchina da presa se ne va per i cazzi suoi e ti ricorda che stai vedendo un film. Non è Infascelli, intendiamoci, neanche per idea, però ci prende un po' di gusto e perde la direzione qua e là. C'è qualche sbavatura, qualche momento un po' storto che in un film così precisino stona pesantemente. E il finale è a dir poco frettoloso. Tirato via, direi.
Una battuta. Mi devi cambiare la padella. Puzza.
![]() | 20.11.06Jesus Camp |
Cos'è. Jesus Camp è un documentario realizzato da Heidi Ewing e Rachel Grady, che ha vinto il Tribeca Film Festival e ha sollevato dibattiti ovunque sia stato mostrato o raccontato. Descrive, senza voci fuori campo, il lavoro di una educatrice militante evangelista cristiana, la pastora Becky Fischer; e racconta un campo estivo cristiano da lei imbastito, a cui si riferisce il titolo. Il tema raccontato rappresenta l'aspetto più impressionante dell'espressione più radicale della gigantesca galassia fondamentalista cristiana. Perché ovviamente i bambini sono spugnette piene di dubbi, e vederli in questo contesto scatena automaticamente istinti di protezione innati. Sottoposti a un martellamento ideologico (di qualsiasi tipo), i bambini lo assorbono e in una sola mossa risolvono tutti i loro problemi: desiderio di accettazione da parte dei genitori che li indottrinano, fine delle incertezze, soddisfazione del senso di appartenenza. In questo caso il tutto è condito con riti collettivi molto enfatici, misticheggianti e messianici, a base di lacrime e strilli. I bambini di Jesus Camp partono dall'età di quattro o cinque anni.
Com'è. Spaventoso, pazzesco, sconcertante: inutile recitare la parte degli irremovibili metropolitani. Fare lo scandalizzato a proposito di un fenomeno qualsiasi della società americana è uno sport nazionale spesso intriso di qualunquismo e luoghi comuni. Ma quello che si vede in Jesus Camp è oltre qualsiasi aspettativa, non importa quanto fosca e paranoica. I bambini vengono da famiglie che in genere hanno scelto l'home schooling, cioè l'educazione a casa, un baluardo dell'amministrazione Bush. Loro e le loro famiglie fanno parte di quella fetta di fedelissimi di Bush che fa capo politicamente a Karl Rove, il consulente di Bush che pare essere uno dei pilastri del suo successo politico. Anche di questo bacino elettorale, quelli del Jesus Camp sembrano la fettà più estrema. I bambini vengono effettivamente indottrinati incessantemente, a casa e in chiesa, con il massimo della violenza psicologica ipotizzabile (tortura esclusa). Non riesco a pensare che in una scuola talebana ci sia più dogmatismo. Perché più dogmatici di così non si può. È, banalmente, una fabbrica di fanatici. Il messaggio è costituito da slogan ripetuti a oltranza, una specie di grande litania in cui tutti si abbracciano. I bambini ricordano e ripetono tutto con una passione negli occhi che fa semplicemente tenerezza. I grandi invece sono orrendi, a partire dalla pastora (che li chiama "army of god"), passando per la zoccola che espone un cartonato di Bush e dirige la preghiera a esso dedicata, fino al tizio che spinge tutti a piangere urlando "No more!" a proposito dell'aborto. Ci si chiede, sinceramente, se e quanto siano in buona fede. Il livello di ignoranza delle cose del mondo (prima fra tutte la religione) necessario perché 'sta roba stia in piedi, è assoluto. Anzi, è tale da permetterci di escludere che non ci sia, ai piani alti, un progetto spietato e accuratissimo.
Perché vederlo. Così quando si discute di certi mulinelli in cui si sono infognate alcune propaggini della società americana (tenendo ben presente la rilevanza statistica del tutto) si ha un'idea più precisa. Poi si vede la gente che sostiene di parlare "in tongues". E qui devo andare a capo.
Tecnicamente si chiama glossolalia e consiste nel parlare una linga che non si conosce, per intercessione divina. Qui ci sono i grandi e i bambini che cadono in una specie di trance, sbattono e piangono e dicono cose come "oramalala, uramana sharamannalalla, ramalaramahuraralama". È una specie di indiano-islamico che secondo loro dovrebbe essere una specie di aramaico o qualche strana lingua madre dello spirito santo. Fa la sua porca figura, comunque. Tutti sono coinvolti emotivamente e vanno per imitazione. E giù di aramaico a sette anni. Qui si ride. Più dei grandi che dei piccoli, ma si ride. Non sembra mica vero.
Un altro motivo sta nel fatto che si vede un sermone del carismatico presidente della National Association of Evangelicals, che rappresenta 30 milioni di persone, quel Reverendo Ted Haggard che hanno sgamato un mese fa: aveva una storia con un culturista marchettaro e spacciatore, da cui comprava ecstasy (per curiosità, dice lui). Per finire, c'è un'infuocata preghiera/esorcismo per allontanare Satana dall'attrezzatura tecnologica, perché non si insinui per creare problemi ai microfoni, all'impianto elettrico e a Power Point, che è veramente memorabile.
Perché non vederlo. Se siete dei fanatici giustizialisti antiamericani, non vedetelo per favore perché se no rompete le palle a tutti per i prossimi quindici anni coi piccoli fanatici di Bush. Se siete molto sensibili sui bambini, vi gireranno molto le palle. Ma molto. Giovani donne coll'orologio biologico che ticchetta, mamme di tutte le età, potreste piangere a fontana e spaccare la tele a testate. All'indirizzo della pastora educatrice direte cose che forse un giorno vi verranno rinfacciate durante una discussione infuocata.
Una battuta. Well let me say something about Harry Potter. Warlocks are enemies of god. Shoud he be in the Old Testament, he would have been put to death!!! (Lasciate che vi dica una cosa su Harry Potter. Gli stregoni sono nemici di dio. Se fosse vissuto ai tempi dell'Antico Testamento, sarebbe stato messo a morte!!!). E i bambini: AMEN!
![]() | 17.11.06Babel |
Cos'è. Una stranissima vicenda legata a un fucile e a un matrimonio tiene insieme tre diverse storie. La prima è quella di una coppia (Blanchett-Pitt) che per ripigliarsi dopo la morte in culla del loro terzo figlio va in vacanza in Marocco. Qui, dei pastorelli provano il loro nuovo fucile e fanno un casino. Nel frattempo (storia due) a casa, in California, la tata messicana decide di portarle i figli della coppia a un matrimonio in Messico. Al ritorno succede un casino. C'è anche (storia tre) un legame con il Gappone, dove una liceale sordomuta cerca di riprendersi dal suicidio della madre trovando soddisfazione nella carne.
Com'è. Secondo voi come può essere un film in cui uno dei protagonisti è una liceale giapponese sordomuta? Be', direte voi, i melodrammi raccontano sempre storie tremende. Anche oggi, continuerete, esistono registi che in qualche modo cavalcano la tradizione dei librettisti di melodramma ottocentesco. I coreani per esempio, Park per primo, raccontano protagonisti poco credibili e massacrati dalla sfiga, concluderete voi. A parte ne sapete a pacchi, ma qui la questione è che il melodramma non si può intitolare Babel e non può essere attaccato alla cronaca, alla storia e alla sociologia contemporanea. Se no ne salta fuori un mezzo pamphlet lacrimevole, un melodramma della globalizzazione. Babel è esattamente un melodramma della globalizzazione. Lento, retorico e perfetto nel girare a vuoto.
Perché non guardarlo. È un film che spesso sembra scritto e diretto da Manu Chao in persona. Com'è la società comtemporanea? Ora che si arriva ovunque, com'è? Villaggio globale? Dico, villaggio globale? Non sarà mica un villaggio globale! No, voglio dire nel 2006 il Signor Inariditu non ci vorrà venire a dire che IL MONDO OGGI È UN VILLAGGIO GLOBALE???!!!
Sì. Mi dispiace dirvelo, ma sì. Tramonti e albe come se piovesse (ma non piove mai). E se vi togliete l'orologio, dopo un po' interrogati su quanto tempo sia passato risponderete con una certa sicurezza: "Non so con precisione, ma più di quattro ore senza dubbio".
Perché guardarlo. La vita è crudele. E l'autunno piovoso. A volte stare a casa è un tormento. E poi c'è una bella fotografia. Ci sono paesaggi suggestivi e musiche tappetose. Ci sono le cosce della splendida liceale giapponese. C'è un bacio tra un uomo e sua moglie che fa la pipì, forse caso unico nella storia. C'è una signora marocchina che tranquillizza Kate Blanchett a modo suo. C'è, per chi apprezza la bellezza maschile, quel nuovo attore messicano che è effettivamente di una avvenenza imbarazzante.
Una battuta. Adesso glielo faccio vedere io il mostro peloso. (Frase comunicata con il linguaggio dei gesti)
![]() | 16.10.06Il diavolo veste Prada |
Cos'è. Una ragazza con gli occhioni, appena laureata in giornalismo, finisce quasi per sbaglio a lavorare come segretaria della temibile e veneratissima Miranda Priestly, direttrice del mensile di moda Runaway. Sul set la ragazza è Anne Hathaway, mentre Miranda è Meryl Streep; nel mondo reale Runaway è Vogue America, Miranda è Anna Wintour e la segretaria è Lauren Weisberger, che effettivamente ha fatto quel mestiere per la più schiacciasassi delle direttrici di moda al mondo, poi ha scritto un libro e ci siamo capiti.
Com'è. Avete presente My Fair Lady? Cassicone, niente da dire. Viene da Pigmalione di George Bernard Shaw, ispirato al mito classico del re di Cipro che si fa una statua gnocca, che chiama Galatea, e poi la fa animare dagli dei e se la fa. Della storia di Shaw, dove un aristocratico trasforma una popolana in una lady per scommessa, il cinema ha preso il nocciolo e ne ha fatto più che un cliché un modulo a sé stante. A volte è la struttura di un film intero; più spesso è un elemento di una trama più complessa. Mille film liceali sul brutto anatroccolo che si imbellisce; mille repliche di Pretty Woman che è la stessa roba solo più mielosa; mille parabole dal grossolano al raffinato e ritorno. Tutte queste storie, comunque finiscano, fanno trionfare i valori di autenticità condivisi dai due protagonisti, superando le divisioni sociali dell'inizio. Qui la storia è simile, ma in questa chiave: una donna spietata, arrivista, talentuosa e priva di umanità, può insegnare qualcosa a una ragazza piena di principi trasformando la sua vita in un inferno? A quanto pare sì.
Perché non vederlo.Una colonna sonora che brilla nel firmamento della storia del cinema in quanto una delle più banali e prevedibili mai messe insieme (sembra uscita dall'iPod di Lapo Elkann). Molte banalità sono spacciate per tocchi di genio. Anne Hathaway ha un fidanzato che merita di essere preso a testate per tutto il film, clone molle di Jeff Buckley com'è. Maryl Streep è Mery Streep ma il ruolo stufa in fretta perché è del tutto prevedibile. Il film intero lo è alla fine dei conti. Si ha la strana impressione che il mondo della moda voglia riscattarsi da una certa immagine futile, fornendone un'altra scintillante e creativa. Peccato che nel farlo si dimostri per quello che è davvero: un'industria poderosa, scaltra e calcolatrice, dove tutti si prendono troppo sul serio e le idee vengono molto dopo i consigli di amministrazione.
Perché vederlo. Anne Hathaway è una specie di Liv Tyler in tono minore. Meno alta e fascinosa ma con grandi occhi (niente a che vedere, detto tra noi, ma su Liv Tyler non sono obiettivo). Da studentessa, all'inizio, funziona già. Quando la trasformano in gnocca a un certo punto è davvero da svenimento, con degli stivali di Chanel che fanno ricredere su tutti i luoghi comuni che ci si porta dietro sulla moda francese. Il film è decisamente vedibile, pur se leggerissimo. Meryl Streep perfetta. Stanley Tucci, che recita la parte del suo stylist più fidato, pure. La regia è molto discreta e sexandthecityggiante, mentre la sceneggiatura diverte il giusto.
Una battuta. È tutto.
![]() | 03.10.06Clerks 2 |
Cos'è. Dodici anni dopo Clerks, Kevin Smith torna al suo New Jersey (che alla fine non ha mai del tutto mollato) e alla vita dei due commessi da cui è partito tutto. Non più al negozietto, ora Dante e Randal fanno hamburger e patatine da Mooby's, insieme al nerdone Elias e alla meravigliosa Becky. Succede un po' di tutto, ma soprattutto ci sono grandi dialoghi. Finisce tutto al meglio.
Com'è. Tenendo conto che è il seguito di un film giovanilistico a basso costo, il risultato è più che vedibile. Non è un capolavoro, ma non lo era nemmeno il primo (chiaro che al primo film si chiede poco e sul settimo si è più esigenti). Ma in ogni caso i dialoghi di Kevin Smith hanno la capacità unica di raccontare tutto il nerdismo della nostra generazione, compreso un uso esilarante del turpiloquio. Leggerezza pura insomma, alcune battute geniali, almeno tre sequenze-videoclip: forse più adatto per una soddisfacente visione casalinga che per il cinema.
Perché non vederlo. OCIO! AVVISORIA PARENTALE! SCONCERIE IN ARRIVO! Con l'espressione "ass to mouth" si descrive la pratica sessuale del passaggio diretto dal sesso anale a quello orale. I personaggi ne discutono. C'è chi lo considera una schifezza e c'è chi lo trova un irrinunciabile obiettivo da perseguire a tutti i costi. Rosario Dawson, dimostrando la superiorità delle donne lascive in questi contesti, chiude la questione dicendo che lei non lo fa sistematicamente, però se la situazione è giusta, perché no?, si può fare, è bello.
Tutto questo dialogo riprende un celebre dialogo del primo Clerks in cui si dibatteva a proposito della differenza tra come le donne vedono il coito e il sesso orale, rispetto agli uomini. Peccato che nella edizione italiana, non essendo i traduttori nemmeno aggiornati sul porno e non facendosi mai domande quando qualcosa suona strano, "ass to mouth" sia tradotto letteralmente "culo in bocca". E se non sai che è un errore, tutta la scena non sta in piedi, ti pare per prima cosa poco comprensibile, e secondariamente robetta, tanto rumore per nulla, come se due persone moderne e disinibite si fermassero davanti a un ostacolo del genere. La versione originale, "(from) ass to mouth", cioè fuori di qui e dentro di là, affronta un tema molto più sensibile, onestamente. Ass e mouth a parte, tutta l'edizione italiana del film è un massacro. Non ci sono rumori di fondo: sembra una commedia teatrale tutta dialoghi. In più ogni espressione gergale è tradotta goffamente. Ciò detto (ma ho come il sospetto che si sia capito), il film è da sconsigliare a chi è iscritto al MOIGE (o ad altre associazioni equipollenti: moraliste, militanti e religiose) e a chi detesta i film giovanilistici dove non succede niente.
Perché vederlo. Rosario Dawson. Rosario Dawson. Rosario Dawson. Le porcate che dicono e tutte le gag sulle manie da nerd tipo Signore degli Anelli contro Guerre Stellari. Tutta roba che un fumettaro come Kevin Smith conosce e sa raccontare perfettamente (le sottoculture è sempre meglio lasciarle in mano a chi le fa e le vive). C'è una scena in go-kart che è un distillato di sincera amicizia tra ragazzi mai cresciuti. E poi l'effetto South Park del gran finale, del quale non vi posso raccontare niente (tranne il fatto che l'amore per gli animali assume un significato decisamente pregnante).
Una battuta. Oggi è il primo giorno del resto delle nostre vite.
![]() | 01.10.06The Black Dahlia |
Cos'è. Tra i tanti romanzi di Ellroy, ce ne sono alcuni ambientati a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta a Los Angeles. The Black Dahlia è il primo di questi e racconta dell'omicidio (fatto di cronaca) di una aspirante attricetta, trovata segata in due in un prato dalle parti di Leimert Park. Due poliziotti amici e rivali insieme, che amano la stessa donna fatale (anche perché struccata delude, ma sulla pellicola dove loro vivono Scarlett Johansson è notevole), cercano di scoprire chi sia il colpevole. Le indagini sembrano girare a vuoto e poi patapùm.
Com'è. Ci sono film d'autore belli e film industriali belli. E poi ci sono film industriali che contengono elementi del cinema d'autore, ma con quell'equilibrio che è sempre venuto bene alla gente di Hollywood. Poi ci sono i film di Brian De Palma, uno che questo equilibrio tra forma e coinvolgimento lo trova solo a volte. Ultimamente di rado. In questo film, mai. È un pippone di inquadrature a effetto, sceneggiatura a effetto, scenografie a effetto, effetti a effetto, talmente in stile noir da sembrare più un evento del salone del mobile che un film. Ah, dimenticavo: anche la musica è a effetto, quindi è lenta, piovosa e piena di sax. Originale, eh?
Perché vederlo. Le attrici, tre e tutte molto diverse, sono brave. Scarlett Johansson è la più bestia ma è bella, anche se più in Match Point che qui. Molto di più. Hilary Swank è molto brava ma recita una parte assurda, come tutte le parti del film. Mia Kirshner, la insopportabile indecisa di L Word (Lecco? Forse è meglio di no. Ma sì dai. No, no, non posso. Dai sì, lecco. Anzi no, non se ne parla.), funziona bene. Ma pure lei è una marionetta buffa. Ci sono un paio di inquadrature stellari (è Brian De Palma, dopo tutto). Ma sembrano i numerilli di Ronaldiño in una partita che il Barcellona perde in casa col Montevarchi.
Perché non vederlo. Cavalcando stereotipi estetici che non riesce a far rinascere in nessun modo, De Palma prende lo stile secco e sottilmente morboso di Ellroy e lo trasforma in un baraccone verboso. Il risultato è un film formale, virtuosistico, recitato sempre fuori parte, freddo come pochi altri al mondo. E con una scena madre finale che è macchinosa, ridicola e sostenuta ancora più di quella (aiuto!) di Vestito Per Uccidere. L'autore di meraviglie come Carlito's Way e Scarface ha malinteso l'insegnaamento di Hitchcock. I suoi film migliori non sono hitchcockiani. I suoi film hitchcockiani sono tremendi, elitari e soprattutto non credibili. Regia trasparente contro regia invadente. Perché se la nonna vede Psycho si spaventa a morte e resta incollata allo schermo. Se vede De Palma devi spiegarle tutto, non capisce, a metà si addormenta. E ha ragione lei.
Una battuta. La vittima è stata tagliata a metà.
![]() | 18.09.06Dear Mr. Spielberg |
Caro Steven Spielberg, mi chiamo Matteo Bordone e sono nato nel 1974, un anno prima che lei trovasse con Lo squalo un successo e una popolarità planetari che non l'avrebbero mai abbandonata. Sono cresciuto guardando i suoi film. E sono tra quelli che erano troppo piccoli per capire Incontri ravvicinati del terzo tipo al primo giro, ma si sono immedesimati subito nel ruolo dei bambini di E.T.. Le scrivo questa lettera a proposito dello stato preoccupante in cui versa il cinema spettacolare degli ultimi tempi.
Lei ha sempre fatto un cinema di cassetta, come si dice, capace di emozionare e durare nel tempo, realizzando cifre da capogiro. Roba scritta bene, recitata bene, diretta in maniera sopientissima e trasparente (senza spacconate). Nessuno ha mai pensato che nei suoi film lei sfoggiasse bravura, ma tutti constatavano quanto lei fosse bravo. E sempre al servizio della storia.
Il successo avventuroso del momento è un film che si intitola Pirati dei caraibi - La maledizione del forziere fantasma, di cui certamente lei saprà anche più di me. Il film è simile per genere (avventura), successo (blockbuster e fenomeno pop) e ambientazione (antichità e misteri) alla sua saga di Indiana Jones. Il problema è che a differenza di quello che succede in tutti gli Indiana Jones, in Pirati dei caraibi gli attori recitano male, gli effetti speciali non sono credibili, la storia non va da nessuna parte e, cosa ancora più grave, non esistono emozioni. È tutto bello da vedere, ma senza un batticuore che sia uno. Si sorride e anche poco. Ci si annoia abbastanza. Si guarda l'orologio. Mai le mani davanti agli occhi, mai tensione erotica tra i personaggi, mai quella vertigine vera di quando i cattivi rischiano di fare fuori i buoni. Perché, altro problema, i cattivi veri non ci sono. In questo film il cattivo è un grosso polpo e nessuno piange mai, muoiono solo personaggi sullo sfondo, non c'è niente di cui preoccuparsi. Nemmeno la struttura classica del racconto, con l'avventura che si complica e la soluzione intorno alla fine, è rispettata. Nessuno si chiede il perché di niente. Qualsiasi emozione che abbia anche solo un'elemento di incertezza o suspence, viene stemperata da una gag, una battuta, un momento sdrammatizzante paradossale. Così se ne va il dramma, cioè l'emozione, e ci si ricorda che si sta vedendo solo un film e quindi non c'è niente di serio per cui fibrillare. Ma noi paghiamo il biglietto perché ci convincano che dobbiamo prenderci a cuore la vicenda raccontata, non per sentirci dire: "Tranquillo, stiamo solo scherzano per un paio d'ore". Questo tipo di prodotto sterile e rassicurante, che somiglia all'idea che i grandi hanno dei videogiochi (ma è molto me
