Quando si nasce su SecondLife si è tutti uguali. Si diventa qualcuno con l'esperienza: se sei in grado di allungarti i capelli, di appiccicarti una coda di tasso al culo o di crearti un vestito in stile veneziano allora diventerai una personalità del mondo virtuale.
La prima cosa che faccio su SecondLife è scattare fotografie. Poi, incredulo e basito, scopro che su SL posso volare e piegare lo spazio e il tempo a mio piacimento. A meno che tu non sia Hiro Nakamura, credo che la cosa non ti lascerà completamente indifferente. Puoi trovarti a fare le pulizie in un casinò e optare per un istantaneo salto temporale alla spiaggia per nudisti dove scoprirai che il tuo avatar non è dotato di attributi, né maschili né femminili, pube compreso. Un Residente mi ha spiegato che si nasce così, ma con un po' di allenamento ci si può costruire un bel pendolo, oppure lo si può acquistare da qualcuno più abile. Altrimenti ti può capitare che te ne regalino ben due di attributi, di dimensioni imbarazzanti e di inclinazione perturbante.
Munito del mio instancabile pene virtuale visito un'isola dove si pratica sesso virtuale. Conosco una tizia francese che si ostinava a rispondermi "I do not speak english" e quindi sfodero il mio arrugginito francese chiedendole il permesso di scattarle una foto mentre il suo corpo rilasciava una miriade di fiocchi di neve. La tizia cerca di vendermi lo script per trasformarmi anch'io in una macchina per la neve, ma non ho soldi a sufficienza per comprarlo. Me lo regala. Mi puzza di truffa. Oppure è vero quello che si dice in giro che su SL il dono è una pratica molto comune soprattutto nei confronti dei novellini.
Un "Genuine African", così si definisce, esibizionista e tatuato, mi informa che molta della gente che si ritrova in questo posto fa sesso virtuale per soldi (una escort girl guadagna anche 1000 Linden $ per sessione), altri invece lo fanno solo per divertimento. Poi abbandona la scena esternando le sue intenzioni: "I wonna fuck a slutty white girl tonight."
Entro in una stanza in cui tutti si ammucchiano, tento di unirmi ma non capisco le regole del gioco. Forse sono troppo vestito. Forso o pochi soldi per una scopata virtuale. O semplicemente hanno notato che il pisello non me lo sono costruito da solo.
Un'altra amica mi consiglia che se voglio guadagnare un po' di moneta locale posso fare l'uomo-sandwich. Mi teletrasporto in un'isola dove rilasciano l'attrezzatura, la indosso e dopo 9 minuti mi arriva la mia prima virtual-paghetta: 2 Linden $.
Mi teletrasporto un po' qua e un po' là. Visito un museo, l'isola della Mercedez, quella di Kong, ballo in una discoteca. Molte zone di SL sembrano città deserte, abbandonate. Raggiungo un'isola dal nome esotico e equivoco: è completamente disabitata. Solo arida terra e un orizzonte aranciato. Mai trovato un luogo migliore dove rimirare il tramonto mentre faccio pubblicità ad un hotel che non so neanche dove si trovi. Ma vengo pagato per questo.
Bottino della giornata: due peni, una maglietta, una manciata di dollari virtuali, delle ali da farfalla e un affare che tiene sveglio il mio avatar anche quando non sono al computer e l'ho piazzato su di una poltrona-guadagna-soldi ad esercitare un po' di big-bro attitude. Grazie a quelle poltrone ho conosciuto alcuni simaptici personaggi e ho elaborato questo pensierino di sociologia spicciola in cui si fa la morale del viaggio: a SL ciò che conta è l'apparenza del tuo avatar. Senza importunare l'opinione blasonata di chi sostiene che chi vuol apparire difetta di sostanza, sembra di poter sostenere che in SL la situazione potrebbe ribaltarsi. Lavorare sul proprio avatar è prima di tutto un mezzo per rivelare a tutti il proprio saper fare. Scrivere script, editare oggetti o crearne di nuovi è una competenza essenziale, è la logica che tiene in vita gran parte dell'attività (redditizia e non) della vita comunitaria su SL.
Kansei
Quando vai a fare un giro per Rotterdam ridi ogni volta che qualcuno apre bocca. Tutti stanchi, tutti che è tutto il giorno che siamo in giro, tutti che stanno bene perché la vacanza è appena cominciata. Ti raccontano che in Olanda ti fermano anche se il fanale della tua bici è rotto. Sì, sì. Lo sbirro ti ferma e non provare a lamentarti, zero storie che tanto 20 € di multa te li fa lo stesso. Bici ferma da ste parti è un po’ come patente ritirata, che, si sa, l’Olanda è una città-stato tutta in pianura e solo gli sfigati non vanno in bici. Quando vai a fare un giro per Rotterdam ti incaponisci sui dettagli, ti stupisci che il sabato sera alle sette ci sia così poca gente in giro e costruisci castelli tutti tuoi sul quarto d’ora dopo, quando tutti sarebbero usciti a prendersi il vento in faccia, e allora sì che avresti smesso di lamentarti del fatto che ci fosse poca gente in giro. Quando vai a fare un giro per Rotterdam cercano di convincerti che la scritta “Politie” con una fiamma disegnata sopra è il logo di una banca del posto. Bah, ti dici. Sarà. Poi scoprirai che avevi ragione, quella è la polizia, e definitivamente puoi dirti che cazzo sarebbe stato ben strano il contrario.
Quando vai a fare un giro per Rotterdam cazzeggi intorno al porto, dove tu e tutti i tuoi amici avvertite l’inarrestabile esigenza di esprimere pareri tecnici sulle imbarcazioni ancorate qua e là. Tipo che ad andar bene si è stati su un gommone, ma non importa. Da quelle parti vedi un ponte che non è niente male, ma troppo lontano davvero. Andremo un’altra volta, sì come no. Non ci andremo più.
Quando vai a fare un giro per Rotterdam rimani in fissa su delle case piuttosto strane: dei cubi incastonati in obliquo sopra altri palazzi. Da fuori sembra tutto storto. E allora parte il valzer: come fanno a vivere lì dentro, come non fanno a vivere lì dentro, sono belle, sono brutte, è storto, è dritto, eppur si muove.
Quando vai a fare un giro per Rotterdam ti fermi volentieri a bere un paio di birre nel primo posto. Tavolini di fuori, vicino all’acqua sporca di qualche canale, bevi birra chiara, mangi patatine. E affogato in questo perpetuo luogo comune dei Paesi Bassi pensi che ti senti bene, si chiacchiera volentieri, si respira l’entusiasmo degli inizi e ridi ogni volta che qualcuno apre bocca.
Giorgio
Un bicchierino di rosso al bancone ma l'aria che tira non è buona. Tutte e due le salette sono piene, ci sono facce (e pettinature e vestiti) mai viste prima e c'è un senso di stasi - altrimenti detto nessuno alza il culo anche se sono le otto e venticinque. Il Gianni ci guarda per mezzo secondo e dice solo "E' tardissimo per mangiare". Noi osiamo rimanere qualche minuto lì davanti, in anni di frequentazione pensiamo di potercelo permettere - che è poi la cosa da non fare mai: all'Albero Fiorito nessuno può permettersi nulla. Neanche pensare di potersi permettere. Entrano due ragazzi ai quali non viene quasi consentito di oltrepassare l'uscio. "Ne ho mandati a casa cinquantasette 'stasera. Con questi tre qui davanti (noi) fan sessanta".
Salutano e se ne vanno. Guarda noi di nuovo. "Qua non si alza nessuno, adesso vediamo se riesco a mandarne qualcuno al cinema ma non ci sperate." Facciamo per andarcene, guardandolo negli occhi, stiamo rischiando una cena qualsiasi. "Aspettate un attimo. Ci son quei quattro lì che sono al caffè." Guardiamo l'orologio: otto e quarantacinque. Non è mai successo. In condizioni normali nessuno sta in piedi lì ad aspettare di mangiare alle otto e quarantacinque perchè è già stato cacciato da almeno un quarto d'ora. Facciamo anche venti minuti. Il Gianni è inquieto stasera, addirittura si capisce che vuole dirci qualcosa. Osiamo di nuovo: "Ti piace San Valentino, Gianni, vero?". Bingo. "Mah ci sarà qualche scemo d'un giornalista che avrà scritto che si poteva venir qui a cenare. Ma a me non me ne frega un cavolo. C'eran degli scemi che telefonavano oggi pomeriggio, non sai quanti! Volevan prenotare... ma dove credevano di chiamare, a un ristorante? Questi qua non erano mica dei nostri a me non me ne frega niente." Quelli al caffè si alzano. "Dài voi tre, svelti nel tavolo d'angolo!". Corriamo lì, molliamo le giacche, mi rialzo subito dal tavolo e torno verso il bancone: mi aspettano tre bicchieri e il solito refosco già stappato. Sono le venti e cinquantacinque e non siamo mai stati così orgogliosi.
Teo
Romano di Lombardia.
Un luogo su cui sfido chiunque a dire qualcosa.
Devo dormire qui perché domattina mi aspetta, sebbene fresco dimissionario, una sveglia assassina per una riunione strategica, antelucana e inutile.
Pizza da solo. Non ci hanno la bufala. Siamo nella bassa, bassissima bergamasca, è lunedì. Nulla da dire, nulla da ridire.
Mi rifugio al multisala. Vediamo: Hannibal il prologo, Vaporidis o Eddie Murphy? Questo passa a Romano.
Però, Saturno Contro, vai, è dignitoso, la sala è nuova, i sedili comodi, è tutto vuoto come i cinema del lunedì sera in qualsiasi altra città. In qualsiasi altra.
Romano di Lombardia: una pizza senza bufala ma chi se ne sbatte?
Potrò pascermi alle stravaganze di vecchie maitresse veleggianti in chiffon, ritmi balcanici, oroscopi, e un po’ di sana riflessione sulla recitazione e i temi sociali affrontati, per la mia notte insonne.
Sono qui a Romano e la seconda puntata delle fate (purtroppo non più ignoranti) si snoda tra le mura i corridoi e le stanze di casa sua come per la Roma del Corso e del Pantheon (bella forza, volevo vedermela la ballotta gay "di un certo livello" a Romano di Lombardia) .
Ferzan conferma i suoi pregi e i suoi difetti, ritrae ma non discute, cesella ma non ripensa il suo microcosmo più naturale e rassicurante, il convivio degli amici come vero asse portante della sua società, all’interno della quale le dinamiche interiori dei singoli e delle coppie increspano si e no, e infine ricostruiscono l’equilibrio perfetto e inevitabile della cumpa.
E’ il mondo di Ferzan: si confermano tutti gli elementi che, per la loro inevitabile evoluzione, non scardinano ma, semmai rafforzano la necessità della coralità, il rito del ritrovarsi.
Si, ci sono le coppie gay e etero, ma i loro alti e bassi sono ingessati in un pudore silenzioso e imbarazzato, lo status sociale dei protagonisti è “bello stabile”, il sesso è ridotto alla definizione più sbrigativa e prosaica dell’atto (scopare, scopare , scopare… uffa!) e (quand’anche sia motore del tradimento) ad atto contingente.
Persino quando la morte bussa e causa la diaspora dentro la casa e dentro i protagonisti, ciascuno più o meno sconta a suo modo l’horror vacui. Chi vivendo la paura di guardarla, chi fino alla visione (allucinazione?) della improbabile e goffa resurrezione, che redime dalle proprie angosce e contraddizioni e prepara la inevitabile ricostruzione.
Primo tempo (tre quarti d’ora esatti) di melina, penso che sono a Romano di Lombardia e la pizza si rinfaccia come Giulietta dal balcone (di ben altra città), e finalmente irrompono gli unici venti minuti di ottimo cinema: la lunga sequenza dal lamento funebre in greco nel cortile dell’ospedale fino all’onirica sfilata dei protagonisti nel tunnel delle camere mortuarie.
Il finale è delicato, non lieto, per nulla sorprendente.
Romano di Lombardia. Statale 585: in fondo sono andato a vedere Saturno Contro anche per poterci ripensare dopo, visto che devo ingannare i venti minuti di corsa lungo i campi fino all’albergo, e non riesco a farmi piacere la radio del dopocena;
Almeno posso bearmi della mia personalissima pagella:
4 a Stefano Accorsi, ormai costantemente fuori parte: più personaggio che interprete, perennemente attonito (è il caso di definirlo un attore consumato...).
5 a Serra Yilmaz. Antipatia balcanica e basta: non mi aspettavo che l’immancabile musa di Ferzan avesse ormai perso ogni ombra di ruvida dolcezza, peccato.
Che cosa resta? I vecchi attori, tutti da 8. Ennio Fantastichini maturo e disilluso “frocio all’antica, e non gay”, il dolente Luigi Diberti e la spaesata Lunetta Savino.
E Ambra? 10.
Del suo profilo Ferzan appare perdutamente innamorato e ora anch’io continuo a pensarla. Cosa mi fa la bassa.
Cosa mi fai Romano di Lombardia? Luogo del quale non ho nulla da dire, né da ridire.
Tranqui
Il primo contatto con Leeds è un po' straniante: mentre mezza Europa, se non di più, vorrebbe venire qui (non dico esattamente in questa città, forse, ma certo in terra d'Albione) per motivi di lavoro e/o di divertimento, a giudicare dallo spropositato numero di cartelloni e pubblicità che invitano i sudditi di Sua Maestà a comprare casa e trasferirsi in Spagna (o Portogallo, o Malta) si direbbe che gli indigeni tutto vogliano fare tranne che invecchiare dove sono nati e cresciuti.
Lo straniamento, poi continua; perché, a furia di andare a Londra, si finisce per convincersi che quella sia l'Inghilterra. Il che, con ogni evidenza, non è vero. Perchè qui non ci sono i negozi aperti twentyfour/seven, non ci sono veli a coprire le teste delle donne mussulmane, non ci sono persone di colore, non ci sono cinesi e antillani. Ci sono gli inglesi, quelli dello Yorkshire, con le loro facce larghe, le guance che tendono velocemente al rosso, le prime pagine dedicate al Leeds United ultimo in classifica in serie B - altro che i miliardari che giocano a Stamford Bridge. Ci sono i boschi, tutt'intorno, le casette linde, la stazione ferroviaria ha due platform e non duecento. Secondo me, Elisabetta vorrebbe vivere qui.
Anche per fare shopping, magari. Da Briggade, la lunga isola pedonale che taglia in due il centro della città, partono le Arcades. Sono quattro gallerie coperte, dedicate allo shopping. Sono dei posti magnifici, con i mosaici, le colonne di marmo, le vetrine in legno, le volte disegnate. Ho fatto una passeggiata nella County Arcade senza avere la minima intenzione di comprare qualcosa, e sono riuscito a trattenermi soltanto pensando con forza all'esorbitante mutuo che sottoscriverò tra qualche tempo. Poi ho pensato a Via Montenapoleone, e al fatto che mi basta avvicinarmici per essere colpito da una forma virulenta di consumerismo. Insomma, non sempre ogni scarrafone è bello a mamma soia.
Ad esempio, per periodi relativamente brevi non ho nessun problema ad evitare spaghetti e pecorino. Al termine del primo giorno di lavoro, le persone con le quali stiamo lavorando ci annunciano con orgoglio che questa sera andremo al ristorante francese. Ah, ecco. Mi guardo in faccia con il collega che mi accompagna, smarrito nel suo tentativo di interpretazione del folle accento del West Yorkshire, e sui due piedi decidiamo che nel paio d'ore che abbiamo a disposizione prima della cena ci faremo un giro per pub, perchè è meglio mettere fieno in cascina. Così, ci ritroviamo all'Horse and Trumpet, alle sei del pomeriggio, a mangiare fish and chips e bere Tetley e provare la maggior parte delle salse che il signor Heinz - Dio lo protegga e lo mantenga in buona salute - mette a nostra disposizione.
Adesso siamo pronti per il ristorante francese, che ci accoglie mostrando al banco una bottiglia di Krug sulla quale campeggia un biglietto che annuncia che un bicchiere di quel liquido costa la bazzeccola di sedici-sterline-e-novantacinque (più o meno quanto il costo del biglietto dell'aereo per venire da queste parti). E siamo pronti per la cena francese, che si risolve in agnello scozzese, birra inglese, vino bianco italiano, vino rosso spagnolo e dolce home-made. La globalizzazione ha i suoi vantaggi, bisogna ammetterlo.
La sala è piena di gente piuttosto giovane. Lo collego al fatto che uno dei nostri accompagnatori, facendoci passare davanti ad una piazza illuminata a giorno che ospita una pista di pattinaggio su ghiaccio all'aperto (Pare che sia la piazza dove, in occasione dell'intitolazione del luogo a suo nome, il buon Nelson Mandela ebbe a dire "I'm so happy and proud to be here in Liverpool", guadagnandosi lo scherno imperituro dei locali), ci informa che Leeds è la città inglese con la più grande popolazione universitaria. E questo spiega la sensazione di trovarsi in un luogo antico e giovane al tempo stesso, dove le villette in mattoni scuri delle zone periferiche si sciolgono nei palazzi di vetro del centro, dove i pub tradizionali si affiancano ai caffè etnici, dove un terzo delle oltre trecento persone che lavorano nell'azienda dove ci troviamo arrivano direttamente dall'università che funge da ufficio di collocamento, dove le piccole vie acciottolate che stanno nella zona della Town Hall immettono nelle grandi arterie intasate di traffico (e se non vuoi stare per delle ore in coda allora è meglio che arrivi in ufficio alle sette della mattina). Sembra di vivere una transizione dolce - ma poi, chissà quanto - dal passato rurale al futuro del terziario avanzato; tra vent'anni l'Horse and Trumpet non ci sarà più, forse non ci sarà più nemmeno tra cinque o dieci, e in fondo la gioventù non è necessariamente una cosa buona in sè.
La seconda sera, siamo liberi da vincoli di ospitalità con gli indigeni.
Facciamo un'altra capatina nello shopping district, per sbrigare le solite pratiche dei regali da portare a mogli e persone corte. Lo shopping district di Leeds si concentra nelle Arcades, gallerie coperte nella zona pedonale nelle quali si trovano i negozi di lusso, le vetrine particolari, gli abiti da centinaia di sterline.
Ma come al solito il bello sta nella deviazione, e allora, prima di perderci nella zona del Leeds and Liverpool Canal e ritrovarci davanti alla Tetley's Brewery (non più visitabile, ma il profumo del malto e del luppolo che si avverte restando sottovento vale la camminata) ci buttiamo dentro il Leeds Markets, un enorme spazio coperto dalle volte metalliche tardo ottocentesche, dove rimiriamo decine di chioschi, la maggior parte dei quali hanno già abbassato le serrande, e ci fermiamo a guardare le vetrine di parrucche di <real human hair, e le insegne scritte con quei caratteri che ci gettano in un telefilm americano degli anni Settanta, e la Butcher's Row, e un negozio dedicato unicamente alle macchine per cucire e ai loro ricambi (il secondo che vediamo, oggi: che voi sappiate, in Italia c'è ancora qualcuno che usa la Singer per cucire un vestito?). Usciamo, e sfiliamo davanti alle vetrate di un new Italian bar and restaurant: la vita, come tutti sanno, sta nel veg market - e nel pub.
E lì, nel pub, concludiamo alla grande: io non credevo che fosse ancora possibile, eppure questa sera, mentre eravamo seduti al nostro tavolo dell'Horse and Trumpet venivamo fissati da una signora sulla cinquantina, che ogni tanto ci sorrideva mentre sfogliava le pagine di un quotidiano. Quando si è alzata abbiamo levato gli occhi dall'ultimate burger e abbiamo ricambiato il sorriso, e la signora si è fermata al nostro tavolo e ci ha spiegato che lei lavora al teatro dell'opera, così ha imparato un po' d'italiano - un pochito - ed era proprio un peccato che dovessimo già tornare a casa perchè hanno delle produzioni splendide - come to visit us next time, okay?
Abbiamo finito l'osceno ammasso di carne e formaggio e cipolle e patate che occupava il piatto pensando a questa donna che si era formata con Verdi e Rossini e Puccini, e la gelida manina le aveva permesso di capire almeno una parte delle immonde fesserie con le quali stavamo concludendo la giornata, sentendoci stranieri in casa, e a casa in terra straniera.
Squonk
Vengo a Bruxelles un paio di volte all'anno. Ogni volta, sul pullman che da Charleroi porta alla Gare du Midi, mi istupidisco a cercare di capire dove diavolo sono i belgi - 52 chilometri di strada che costeggia paesini, fattorie, vecchi campi di battaglia, terreni coltivati, stazioni di servizio - e neanche una persona. O meglio, una: un uomo, seduto in macchina, in un'area di sosta, con lo sguardo fisso nel vuoto davanti a sè. Forse era morto.
Invece, ogni volta, dopo qualche ora mi rendo conto che questa città, che sarebbe morta da tanto tempo senza nemmeno essersene accorta, vive delle cento nazionalità delle persone che la popolano: mi trovo in un ufficio dove lavorano un norvegese, un inglese, un irlandese, una tedesca, un estone cresciuto in Congo (così mi dicono: giuro che faccio fatica a crederlo possibile), una finlandese, una olandese, una belga. Un posto (questo ufficio, ma anche la città che lo ospita) dove ti capitano cose come prendere un aereo a Milano, venire a Bruxelles e fare una conference call con Milano (mi dicono che questa si chiami modernità).
Ma c'è altro, a Bruxelles. La sobria maestà dell'architettura, ad esempio. Non so come la pensate voi, ma io mi sono convinto che le repubbliche costruiscono città brutte - o, nel migliore dei casi, anonime. Il Belgio contava come il due di picche quando la briscola è cuori, nella politica d'antan. Eppure, guarda che palazzi, che musei, che viali. Belli. Belli, già.
E la sobria ineleganza della gente. Per andare a pranzare percorro la lunga area pedonale che porta da Place Rogier verso il palazzo della Borsa e la Grand Place. Guardo i negozi, le vetrine che gridano i saldi, le persone che si vi si fermano di fronte. Non credo che su Vogue Bruxelles venga classificata come una città che fa tendenza, ma pensando alla galleria dei costosissimi orrori che ho osservato qualche giorno fa nel famoso fashion district milanese (avete presente le decine di metri di vetrina leopardata dei due noti intellettuali Dolce e Gabbana? Ecco) sono sicuro che la nostra fama è largamente immeritata, e che qui non stanno mica tanto male. Anzi.
(Peraltro, chi l'ha detto che i belgi son gente triste? Per dire, gli orinatoi a muro della Gare du Midi, in cambio di trenta centesimi, offrono una simpatica sorpresa: al posto delle classiche pastigliette deodoranti, si trova un tappetino blu, traforato per il 90% della sua superficie. In cima, si nota un rettangolo, che stimola la curiosità dell'evacuante. Il quale, se l'urgenza della minzione e le dimensioni dell'organo coinvolto lo consentono, scoprirà che il rettangolo medesimo, qualora raggiunto dal getto, rivela la scritta "Big Willie!").
E le luci. Le luci di Bruxelles. Lo so, se non altro per averne lette cinque o sei, che le storie di Maigret sono ambientate a Parigi. Però qui le luci sono così, gialle come quelle che il belga Simenon metteva nelle sue pagine ad illuminare le notti del suo commissario, gialle come i fari delle vecchie Citroen e le targhe delle vecchie Peugeot, gialle e nebulose come un tempo che non c'è piu' ma che non è mai scomparso.
E poi, come dicono quelli, last but not least: la birra. Oddio, la birra belga. Perché avrà mille difetti, il Belgio. Ma un paese che mette in prima fila, tra i suoi souvenir, le birre a seconda fermentazione in bottiglia, merita un futuro radioso. Come sempre, faccio il mio pellegrinaggio al "De bier tempel" e poi al "250 belgian beers", magnificando silenziosamente la grandezza di questo paese dove i frati trappisti hanno il loro marchio di fabbrica, quasi ogni birra ha un bicchiere dedicato e i bicchieri medesimi sono sfoggi di arte e fantasia che a Murano gli fanno una pippa - prendi il bicchiere della Kwak, una specie di clessidra incastrata in un apposito sostegno di legno, con la parte superiore allargata, una cosa che richiede abilità, allenamento e concentrazione per la bevuta, altro che "una media chiara", santodio.
Squonk
Breve manuale di sopravvivenza per potersi muovere a Londra in bicicletta. Innanzi tutto bisogna ricordarsi di procedere sul lato sbagliato della strada. Loro hanno la guida a destra, quindi viaggiano sul lato sinistro della carreggiata. Servono un paio di giorni per abituarsi all'idea. Un'altra cosa importante da ricordarsi: sono tutti ligi alle regole. Manuale Pratico: assicurarsi di avere sempre con se un k-way o una giacchetta anti-pioggia e anti-vento, è opportuno pure un faretto luminoso a luce intermittente da attaccare allo zaino o alla bici quando calano le tenebre perché le loro strade son poco illuminate, molti utilizzano una pettorina gialla con due bande catarifrangenti per essere ancora più visibili da lontano, necessario inoltre un lucchetto a combinazione numerica (meglio procurarselo dal ferramenta, costa un quarto che da un qualsiasi negozio specializzato), potrebbero tornare utili mollette o elastici o qualsiasi altra cosa sia adatta a stringere il fondo dei pantaloni per non rifarsi l'orlo sulla ghiera del pedale anteriore visto che ancora non hanno il copri-catena. Abbigliamento tipico del ciclista medio londinese: scarpe da ginnastica, calzoncini corti neri (meglio se attillati), T-shirt traspirante nera, pettorina gialla, cappellino di lana nera, guanti (neri), zaino dove riporre, adeguatamente piegato, il vestito da ufficio.
Consigli per gli acquisti: Si possono trovare biciclette usate a pochi £ ai un mercatini “dell'usato” di Spittafield e Brick Lane in zona Liverpool Station, alla stregua del mercatino di senigallia a Milano, faretto lampeggiante e catena (come già detto) dal ferramenta più vicino a casa vostra, il vestiario dove preferite ma evitate i negozi specializzati per non farvi spennare. Una volta recuperato il vestiario adatto è opportuno portarsi dietro una mappa più o meno dettagliata a seconda della propensione al rischio di perdersi che ognuno di voi ha, perché in questa megalopoli il senso dell'orientamento serve a poco, non è cresciuta con una urbanistica studiata e perciò le strade son disordinatissime. Non l'ho visto ancora a nessuno ma credo che non tarderanno ad arrivare i primi navigatori satellitari a basso voltaggio per i cicloamatori (prendendo energia dalla classicissima dinamo). A Londra i semafori vengono rispettati, lì hanno il giallo anche prima del verde, e lo considerano come se fosse un via libera, quindi state attenti quando siete fermi a un semaforo a partire appena scatta l'arancione altrimenti delle belle strombazzate tormenteranno i vostri apparati uditivi, pure dagli autobus... Ma... attenzione! A passare col rosso in bici sono 30£ di multa. A Londra, questo ci fa molto piacere, su tutte le carreggiate c'è una pista dedicata alle bici, larga dai 30 cm dei ponti sul Tamigi per arrivare fino a intere corsie preferenziali dei bus e dei taxi. Inoltre è necessaria una buona dose di coraggio per chi non è abituato a vedersi sfrecciare a pochi centimetri dalla faccia una autobus a 2 piani che sobbalzano e ondeggiano a ogni imperfezione del manto stradale. Dopo un po' di giorni che si gira per la capitale del Regno Unito ci si riesce pure a fare un'idea dei vari tipi di ciclisti: si va dal riconoscibilissimo uomo delle consegne super-allenato, all'impiegato medio con le mollette alle caviglie; dal ciclista frequentatore di parchi per mantenersi in forma, al ciclista della domenica. Vanno anche molto di moda le biciclette da portarsi in metropolitana, piegevoli, tipo graziella. Ma molto più moderne e molto più maneggevoli (alla modica cifra di 200£).
Istanbul era proprio come me l’aspettavo. Acqua ovunque ti giri, che sia un canale come il Corno d’Oro, o uno stretto come il Bosforo, o un mare chiuso come il Marmara, prima o poi un ponte lo devi attraversare per forza. Odore di cibo in ogni strada, stradina e piazza, sotto il ponte di Galata. Case e finestre una sopra l’altra. Minareti di tutte le dimesioni che spuntano fuori tra un tetto e l’altro, tra una parabola e l’altra (ma le parabole rosse proprio non me le aspettavo), tra un cartello pubblicitario e l’altro, e accanto le dolci cupole delle moschee. Il traffico la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte, sempre, e i clacson, sempre. I bazar, i mercati delle spezie, i baklava dolcissimi pieni di miele. La preghiera, da un minareto all’altro, ogni ora. Tutti che fumano come turchi, ovunque. Una città gigantesca, che anche dall’aereo non capisci dove inizia e dove finisce.
Istanbul era proprio come me la ricordavo, l’unica altra volta che c’ero stata quando avevo 11 anni. Aya Sofya e la Moschea Blu enormi, soprattutto la prima, enorme, anche troppo. La luna, piena anche questa volta, tra i loro dieci minareti, la notte, e tutti a cercare di fotografarla (ma questa con le macchine digitali, così se non è venuta bene la butti via subito). La cisterna sotterranea con le sue 336 colonne (ma i pesci non me li ricordavo) e i due capitelli con testa di medusa. I baklava dolcissimi pieni di miele. La preghiera cantata dai minareti. I pistacchi dei venditori ambulanti. Il pane col sesamo dei venditori ambulanti.
Istanbul mi ha proprio sorpreso. Ci sono tante case di legno e quando le restaurano sembra quasi di essere in Inghilterra. E’ fortemente araba, nei vecchi quartieri e in quelli più poveri, dove le donne in giro sono poche e hanno il capo coperto e possono scegliere tra innumerevoli negozi di foulard e da sposa (ce n’è una marea sulla strada per Chora, sito da non perdere) e gli uomini ti fissano (a te donna) come se tu fossi un extraterrestre, guai ad alzare lo sguardo. E’ fortemente europea in altri quartieri, come a Beyoglu, dove la sera sulla lunghissima strada pedonale di ?stiklal Caddesi compaiono tutte quelle donne che non avevi visto negli altri quartieri, senza foulard e vestite come in qualsiasi altra capitale europea. Insieme ai loro amici affollano la strada, che è pure larga ma devi sgomitare per passare, e i ristoranti, bar, negozi, club, la strada è lunga un paio di chilometri e insieme ai vicoletti laterali fanno veramente un mucchio di locali, molti dei quali, per fortuna, mantengono lo stile arabo, come i tavolini bassi con sghabellini e narghilè. Si mangiano i meze, che sono un po’ come le tapas spagnole, ma non si mangiano con l’aperitivo ma come antipasto, che poi è simile. Ti siedi e arriva il cameriere con un vassoio gigante pieno di piattini di meze e te scegli quello che vuoi, ci sono salsine a base di yogurt, melanzane in tutti i modi, couscous piccanti, palline di formaggio... A Istanbul si mangia benissimo, ma questo lo sapevo già. C’è il tram (anche la metropolitana e i pulman), modernissimo, sempre carico all’inverosimile di gente, che attraversa anche il ponte di Galata. A Istanbul bisogna andare ad un hammam e sperimentare gli altri (quando avevo 11 anni i miei non mi ci hanno mica portato). A Istanbul non devi cercare un taxi, ti trova lui, a qualsiasi ora, anche quando proprio non ne hai bisogno. Lo sport nazionale degli abitanti di Istanbul è la pesca dal ponte (di Galata). Devi arrivare abbastanza presto la mattina (d’altra parte è risaputo, chi dorme non prende pesci) per trovare posto, e il sabato mattina ho visto anche alcune donne che pescavano. Nell’alfabeto turco ci sono le i senza il punto, fanno un po’ impressione. Gli ostelli a Istanbul sono belli, soprattutto quello a Beyoglu.
Istanbul era proprio come me l’aspettavo, fantastica; era proprio come me la ricordavo; fantastica; è stata proprio una sorpresa, fantastica.
Sburk
Non posso neanche incazzarmi con me stesso per essermi dimenticato. Chi si sarebbe potuto ricordare la data di scadenza del proprio bancomat internazionale a quattro anni di distanza? Di certo non io. Eppure la scritta sulla carta era quella: 1 agosto 2006. Peccato che sono stato costretto a scoprirlo nel momento peggiore: una fredda mattina d’agosto (perché in Scandinavia anche l’agosto è uggioso) a Trondheim (Norvegia anyone?). C’era stato appena il tempo di salutare i miei due compagni di viaggio Turchi (anche loro nei guai: fermati 3 volte in Finlandia per guida in stato di ebbrezza con successivo ritiro della patente in contumacia) davanti all’ufficio informazioni ancora serrato. “Ci vediamo qui tra 20 minuti” avevo detto “il tempo di prendere un cappuccino” avevo detto. Ed invece. Invece il bancomat ha deciso di scadere, così: senza preavviso, a qualche migliaio di chilometri da casa, alle 6 di mattina in una terra molto straniera.
C’è il tempo giusto di frugarsi in tasca e fare due conti: c’è il weekend di mezzo: nessuna possibilità di farsi passare dei soldi dall’Italia, un aereo in partenza da Copenhagen in 48 ore e diverse decine di treni da prendere. Sorpresa: nel portafoglio è rimasta qualche sterlina dall’ultima trasferta a Londra (suonavano i Chemical Brothers) in primavera, forse riesco ad imbarcarmi da qualche parte. Il battello postale che attraversa i fiordi ed arriva a Bergen per esempio. Tutto pur di guadagnare qualche metro, avvicinarsi è già un risultato. Una volta salito sulla barca di certo non avrò la tentazione di scialacquare in birra. Forse sul battello la birra neanche c’è. Hurtigruten è un nome orribile anche per il cattivo di un libro di Tolkien., figuriamoci per una crociera. Fa lo stesso, imbarchiamoci. C’è voluto un secondo per accorgersi dell’errore. L’equazione battello postale – fiordi – nonnetti in pensione è stata immediata. Improvvisamente sono l’unico under 70 dentro questo traghetto e davanti a me 26 ore di viaggio. No soldi per mangiare, per bere c’è l’acqua dei bagni. Questi scandinavi la filtreranno di sicuro. Speriamo. Ora che ci penso non ci sono neanche le corone per una cabina. Arriva la notte, il pub irlandese (posticcio) a poppa ha chiuso da ore. Tutti sono nelle loro stanze. Questo mare norvegese di notte è davvero troppo buio. Se anche avessi i soldi anche solo per un Twix. Mezzo Twix mi basterebbe. E’ freddissimo e questo divanetto della sala karaoke sembra l’anticamera dell’infermo. Aspetta. Ho sentito un rumore. Qualcuno è entrato nella sala. Oh mio dio quel tipo laggiù non può essere così vecchio, deve essere un morto vivente, uno zombie norvegese che mi vuole costringere a giocare a canasta con lui. Ora lo so per certo: non rivedrò più mia casa.
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Posso definirlo turismo?
Si, se devo raggiungere per la prima volta l'ecocentro che sta dall'altra parte del mondo, nei quartieri periferici; e se, visto che c'è il sole, ci vado in bicicletta.
E' una bella giornata autunnale; una di quelle giornate in cui le foglie sono ancora incerte sul colore da adottare e noi s'è ancora incerti sullo spessore della felpa.
Non c'è traffico; e il soundtrack prodotto dal mio ipod mi fa sentire un po' Romance&Cigarettes.
Mi stupisce ciò che scopro: ville aristocraticamente decadenti ricoperte da rampicanti, nobili anch'essi, circondate da casette nazionalpopolari anni60, con gli infissi sottili, gli scalini davanti alla porta e i cortili di ghiaia con l'orto e qualche biancaneve da giardino.
E c'è un enorme albero di arance. Mi accorgo che non ho idea di come si chiami un albero di arance. E mentre ci penso e fisso l'enorme albero di arance stracarico di arance che pende pericolosamente sulla strada sotto il peso di quelle enormi arance, infilo una buca e rischio di cadere con il mio carico di rifiuti da reciclare. Mantengo il controllo del mezzo e penso: "devono averla messa li apposta la buca, per chi si mette a fissare l'albero di arance".
Medito che la prossima volta che verranno dei miei amici da fuori li porterò qui, a vedere le arance e gli orti e le rogge.
Non in centro a vedere il solito ponte e il solito Nardini sempre pieno; con lo stuolo di ragazzini-e-non che iniziano il rito serale alle quattro del pomeriggio con gli aperitivi a base di grappa.
E neanche quel pub lì vicino, dove se vai dopo le otto il barista è già così ubriaco che quando spina succhia la birra in eccesso direttamente dai bicchieri.
O l'altro, dove fanno la focaccia con mozzarella e porchetta, che giustamente si chiama porcata, e che tra il terzo e il quarto spritz ci sta proprio bene. E se ci vai con tanti amici, o con pochi amici ma con tanta sete, suoni la campana per ordinare 10 birre.
E l'osteria anarchica sotto casa mia, con la selezione dei migliori ubriaconi comunisti del paese? Lì, un'ombra di bianco con la sopressa non te la puoi perdere. Ed è divertente scandalizzare La Muta ordinando qualcosa di moderno tipo rhum&pera: "cosa zee ste porcarie??".
Sono arrivata all'ecocentro, che di sabato è il regno del marito, chè è una tradizione che i mariti il sabato si ritrovino tutti in tuta all'ecocentro a chiaccherare.
Mi fermo e rifletto: forse le ville e gli orti e le rogge me li tengo per me, e gli amici li porto a far festa.
Ventitre ore a Roma. Succede che ci sia ancora un clima similprimaverile e la città eterna sia veramente bella, tiepidina, con le donne che ti lumano come a Milano nemmeno dopo il decimo amplesso: te staccheno la carne de dosso.
Succede che l'arrivo alla stazione Termini metta di buon umore perché quella sì, altro che la stazione centrale di Milano, è pulita, ripulita, luminosa, moderna, europea e allo stesso tempo calda. Poi però si scende in metrò e ci si trova davanti un po' di merdazza di sporco e scasciato coi vagoni grigi di scritte e tag e pezzi e graffiti chiamateli come vi pare. Incontro Matteo che mi ospita per la notte e gli dico subito: "Devo dì a Walter che è tutto bbellissimo, ma su 'sta metro dovemo intervenì er prima possibbile". E si scherza si ride. Poi la città è masticata quotidianamente dal traffico, ma le case, i palazzi, come in Caro Diario, si scoprono belli anche nella loro palazzonità. Il cielo è più grande che a Milano.
La sera mangiamo dar sor Achille. E l'esperienza non si descrive. Uno che ti porta due etti di pasta a testa e poi passando chiede un po' minaccioso: "V'abbasta?". Noi diciamo sì sì, ma poi magnamo anche lenticchie co 'na sarsiccia e 'na porpetta. A un gruppo di tamarrelli sedicenni nel tavolo accanto Achille intima: "Se cominciate a fa' gli stronzi, ve devo caccià". E questi, buoni: "C'ha raggione, sor Achille". Tutto vero, non parco a tema "Osteria Romana". Tutto vero. Sono l'unico non romano del locale, per dire.
La mattina dopo, cappuccino con un cornetto alla crema da lacrima, gatti randagi bellissimi in giro (Ma lo sai che a Largo Argentina ce sta 'na colonia protetta de tre quattrocento gatti?!), riprendo la metro per tornare alla stazione e prima che glielo abbia fatto notare er sindaco daa Juve ha cambiato i vagoni e ci sono vagoni nuovissimi, lunghissimi, splendidi, tutti modernità e igiene arancione. Ma si ispira a Robert Kennedy o a Faust, 'sto primo cittadino?
In treno, al ritorno, accanto a me uno degli ex partecipanti del reality calcistico Campioni. Giuro. Napoletanto benestante. Studia a Roma ma sale a Milano per fare un provino col Milan. Si parla anche di politica e di indulto. Conversazione gradevole. Scendo dal treno a Milano e mi accorgo che è arrivato il Generale Inverno.
Dopo un settimana pesa senza il tempo di un post, sono andato allo stadio San Siro a vedere l'Internazionale. Ci sono andato col Gigi, in tram. Io che dalla provincia vivevo sempre ogni evento come un viaggio, andare allo stadio in tram lo trovo impagabile. Se non fosse che poi allo stadio c'è il calcio. E il calcio è un po' una palla.
Ci sediamo nella tribuna dove l'amico Alessio ci ha trovato i biglietti e capiamo che siamo sotto la curva, dietro la porta. La curva sopra di noi è fascistella. Fanno i cori contro Leoncavallo, comunisti, ebrei, polizia e carabinieri. La partita non c'entra: tamburi e urla. Poi una canzone contro Lucarelli ("e se saltelli muore Lucarelli"), cioè l'unico giocatore che rinuncia da anni ai milioni di Euro solo per la maglia, dimostra che non hanno l'idea di quello che fanno. C'è anche un coro sulle note di Faccetta Nera. Bello. Bello vedere che i movimenti estremisti sono talmente senza idee che argomenti e immaginario sono gli stessi di vent'anni fa. Vuol dire che sono come il celacanto, cioè fossili viventi.
Davanti a noi c'è uno rugoso coi baffi fitti. Dico Gigi quello lì è uno che si vede in televisione che parla di calcio. Lui dice non è lui ma sembra Crudeli. Io dico guarda che è lui. Lui no, ma gli somiglia un disastro. Io insisto è lui. Ma va, fa Gigi, è il sosia. E durante tutta la partita ogni tanto io dico secondo me è lui e lui dice gli somiglia molto.
A un certo punto, durante l'intervallo, il tipo che vende le patatine ne perde un sacchettino ai nostri piedi. Facciamo finta di niente e poi ce lo mangiamo. Mangiamo anche Pocket Coffee. Lo stadio è tutto un po' grigio. Imponente, emozionante perché si vede benissimo, ma grigio. La gente è un po' incattivita. Un amico di Crudeli se ne va perché un interista sbaglia un passaggio, sul 2 a 1. Crudeli cerca di trattenerlo un secondo ma lui è determinato: non deve essere nuovo a certe piazzate. La partita finisce 4 a 1.
Il tizio davanti a me (non del giro Crudeli) scorreggia per tutto il secondo tempo. Dopo un po' che mi lamento col Gigi faccio la paletta con la mano perché si renda conto e lui dice che schifo tientela per te.
Torniamo in tram, vincitori. Ma il basket è molto meglio. Milano in autunno dà il meglio. Anche se in 'sti giorni c'è una caldazza a Novembre che sembra Caracas.
Allora dovrei parlare di Berlino
Allora dovrei dire che ci siamo andati in macchina, che la strada, usciti dall'Italia, è una lunga striscia verde dove sembra non abitare nessuno se non dei giganti che hanno piantato delle girandole stupende.
Allora dovrei dire che stavamo in un campeggio ove: delle due vasche della piscina una è diventata campo da beach volley ed una da calcio, c'è il suolo più liscio e piano che abbia mai provato (e sono uno che dorme per terra), che le “receptionist” ti facevano innamorare, non perché Gnocche ma perché leggere e cristalline.
Allora i musei sono da vedere, tutti e basta.
Allora mangiate sempre fuori, che ne vale la pena.
Allora gli occhi vi faranno male da tante Bellezze che girano e abbagliano gli occhi, camminando leggere, sicure, a volte un po' imbronciate.
Allora sulla metro ho viso un tipo che, appena uscito dall'uffico, si è messo a giocare con il gameboy (il primo) a Tetris.
Allora non mi è piaciuto per nulla “Tacheles”, il centro sociale : Piano terra-artista alternativo (con prezzario opere), discoteca dove si paga l'ingresso, Primo piano-altro baretto disegnato da designer freakettone, Secondo piano-laboratorio/shop centre e si lascia un tip per l'arte (siii fratello l'arte è di tutti, basta che paghi) Ultimo piano-mostra di artista ucraino (psichedelico, anni 70), con bar privè annesso; tutto rigorosamente sgarrupato, un po' di immondizia in giro (nei sacchetti).
Allora mi è piaciuto tanto il baretto , sempre in Orangenstrasse, dove il gerente (turco, vestito solo di gilè e pantaloni di seta) ci ha fatto i cocktail e poi è tornato da amaro/amici; ha messo su solo Bob Dylan e Leonard Cohen e quando ha finito le cannucce è andato al bar vicino ed è tornato con delle schiccosissime nere nere (mentre lui usava quelle ultrecheap multicolore, da festa delle medie)
Allora mi si sono polverizzati i neuroni quando sono entrato da Cover a Ku'Damm, perché ce ne saranno altri di migliori ma ho trovato vinili super, da The eraser a raccoltine di Joan Baez,Rod Stewart, e poi gli Abba (e qui dovrei aprire una graffa , perché degli Abba puoi dire tutto ma è impossibile che non ti venga voglia ballarli.Chiunque tu sia.Qualunque cosa tu faccia.I'm the tiger...?).
Allora siamo tornati sentendo sono Punk tedesco e CCCP
Allora ci hanno fermato...era la dogana...ma se siamo tutti europei...ma se eravamo tra Normberga e Monaco che dogana c'è...ma mi frugate le tasche....ma guarda che il mio amcio ti sta spiegando -in inglese-che l'alloro nel suo portafoglio è un ricordo di laurea...ma guarda che questo è un antistaminico...ma guarda che lo so che Ceck-point Charlie è figo ma voglio andare a casa..ma guarda che per il fumo hai sbagliato gente, io sono pure asmatico.
Allora io ero impassibile e tranquillo, per la prima volta in vita mia.
Allora si a tutte le domande classiche: Costa poco?si mangia bene?c'è casino?e le donne?etc.
Allora Berlino.
El P.
Ora, io devo assolutamente raccontarvi questa tipica scena giapponese.
Luogo: Tourist Bureau (TIC) di Kyoto, dove ci rechiamo per tentare di
riuscire a prenotare un paio di alberghetti in località così fuori rotta
che nemmeno sto a dirvi. Il TIC di Kyoto si trova nell'avveniristica
stazione centrale e, per la precisione al settimo piano di un grande
magazzino tipo La Rinascente. Al TIC lavorano dei volontari che aiutano
gratuitamente i turisti come noi in faccenduole un pochetto complesse, tipo
telefonare ad una sperduta pensione giapponese in una località manga per
chiedere se c'è posto.
Se ci provate da soli, ad esempio, tramite una
qualunque normalissima agenzia turistica del centro, ecco... vabbè,
guardate, lasciamo perdere. Noi abbiamo voluto provarci. Dopo mezz'ora di
tentativi di comunicazione, usando anche il linguaggio dei muti e lo
swahili, il tipo mi ha aperto l'atlante e puntando il dito sulla carta del
Giappone mi ha detto, tutto felice e sudato: “We are in Kyoto, here”
[leggasi: ui al in chioto, i al].
Ma torniamo alla nostra simpatica volontaria. Che mi specifica che devo
darle un po' di monetine per telefonare dall'apparecchio pubblico del
grande magazzino. Ma scusi, non può telefonare dall'ufficio e dirci poi
(taccagna) quanto le dobbiamo? No, bisogna farlo dal telefono pubblico, che
accetta solo monete da 10 e 100 yen, non quelle da 50, né quelle da 500, e
bisogna telefonare in piedi. Beh, ma almeno non può cambiarcele lei le
monetine, che sa, non è che noi si vada in giro con i sacchi come Zio
Paperone? No eh. Beh, guardi, io tremila yen in monetine da 10 e 100 non
segnate e non marchiate all'infrarosso non le ho. Ah, ok, mi accompagna lei
a cambiare ad una delle casse del grande magazzino. Grazie.
Alla cassa del grande magazzino lavorano in sei. Tenete presente che siamo
in un Paese dove ogni incrocio stradale è governato da almeno sei vigili
dotati di megafono per indirizzare la folla. Giuro.
I sei componenti del "team cassa" sono così identificabili: tre stagisti in
piedi appoggiati al muro, immobili, tutti e tre dotati di badge
d'ordinanza. Due cassiere vere, badge pure loro. Un capobanda in gessato,
con lo sguardo serissimo.
La mia volontaria chiede ad una cassiera di cambiare la mia banconota da
mille yen. La cassiera interpellata si rivolge alla cassiera al suo fianco,
che a sua volta interpella un po' intimidita ed imbarazzata il capobanda.
Il capobanda è molto serio, ascolta attentamente, annuisce, dà un paio di
ordini secchi, tutti si inchinano, si avvicina alla cassa seguito dalle due
cassiere, apre la cassa, blatera seccamente qualcosa, una delle due
cassiere prende una calcolatrice gigante, tutti calcolano qualcosa e si
passano le monetine, il capobanda alla cassiera, la cassiera all'altra
cassiera, quest'ultima le mette su un piattino e le passa finalmente a me,
inchinandosi: nove monetine da cento yen e dieci monetine da dieci yen. Io
mi inchino, tutti si inchinano verso tutti e, colpo di scena finale, anche
gli stagisti si inchinano verso di me e mi ringraziano. Loro a me.
Carlo - www.orizzontintorno.com
Gardaland è un'isola che c'è, ma solo per sei mesi all'anno. Durante il resto dell'anno Gardaland non esiste, nessuno si ricorda della sua presenza, scompare misteriosamente in una nuvola di vernici e brume lacustri, smalti e residui di levigature: è in restauro.
Gardaland è una città stato con proprie regole di funzionamento, amministrata dal sindaco Prezzemolo e divisa dal resto del mondo da una cinta muraria che ne segna l'estensione della giurisdizione. Una volta varcata la soglia ogni visitatore può fare esperienza di almeno tre diverse tipologie di aree-intrattenimento.
In un primo spazio si possono catalogare tutte le attrazioni che promettono adrenalina attraverso tuffi nel vuoto ad alta velocità, evoluzioni acquatiche e avvitamenti estremi. Caillois li chiamerebbe giochi di ilinx noi preferiamo definirli attrazione per batticuori materni. Infatti, ogni madre che si rispetti vieterà ai propri figli l'accesso a tali divertimenti. Le madri sono convinte che le suddette attrazioni restituiranno loro discendenti con dolori articolari, subbugli gastro-intestinali, eruzioni cutanee, stipsi e raffreddamenti delle vie respiratorie, tutti causati dalle correnti gelide che soffiano sulle vette delle montagne russe o dagli spruzzi d'acqua del Colorado Boat. Un consiglio: potreste ottenere il consenso all'accesso se sventolate la t-shirt asciutta di ricambio per sostituire quella schizzata dall'acqua dalle rapide.
Un'altra area fondamentale di Gardaland è costituita da tutte le zone limitrofe alle attrazioni: i cancelli d'attesa e i corner shop. I primi sono spazi in cui tutto è concesso pur di sfangare l'attesa: consumare i panini alla mortadella che vi siete portati da casa, giocare a morra cinese, ad un due tre stella, allo schiaffo del soldato con la nonna in carrozzella, ma soprattutto far sfoggio delle magliette più improbabili, quelle che probabilmente non mettereste neanche per zappare i pomodori. I corner shop, invece, sono sapientemente ubicati all'uscita del percorso ludico dalle attrazioni: in questi spazi vi convincerete che potrete portarvi a casa un pezzetto di avventura caraibica grazie ad un paio di infradito con conchiglie a quindici euro, le stesse che i cinesi vendono per un ottavo del prezzo all'ingresso della metropolitana (ma, si sa, il metrò è sicuramente avventuroso, non certo esotico). In questi punti vendita potrete anche rinverdire la vostra collezione di inutili beni mobili che sicuramente non scheda le antenne luminose di Prezzemolo, oppure potrete imbottire il cassetto delle magliette-per-andare-a-dormire dette anche magliette-per-stare-in-fila-a-Gardaland. Queste aree sono pensate per preparare i giovani visitatori alla vita di tutti giorni. I trucchetti che impari nelle code delle attrazioni di Gardaland ti serviranno per quando dovrai aspettare allo sportello della posta o alla cassa del supermercato. Per di più, salire sul veicolo che hai atteso per quaranta minuti e che ti shakererà per 10 secondi abbondanti, ti lascia lo stesso retrogusto d'incompletezza, la stessa sensazione schizofrenica che assapori quando fai 80 euro di spesa e, finalmente sollevato dalla fine degli estenuanti trenta minuti di fila, ti accorgi che hai dimenticato la carta igienica, ma hai portato via tre differenti tipologie di caramelle balsamiche per la gola.
Per finire, un altro spazio è costituito dalle aree in cui ogni visitatore può finalmente dare fiato al corredo dell'iconorroico: macchine fotografiche compatte, usa e getta, automatiche, reflex e videocamere realizzano una solenne baldoria di flash, click e long playng. In questi luoghi assaporerete il disorientamento di Marty McFly alle presse con la De Lorean. Ti giri e finisci nell'antico Egitto. Volti l'angolo e sei hai tropici, e bastano due passi per finire nel Far West o nel futuro. Decidi tu. Passato, futuro e fantastico prendono la forma con cui si sono sedimentati nell'immaginario collettivo grazie ai modelli imposti da cinema, letteratura e copyright. Infatti a Gardaland King Kong diventa Tunga, nello spazio profondo non si ascolta Il bel Danubbio blu ma un valzer sinfonico qualunque e alla guida del Blu Tornado non c'è Tom Cruise, però i corsari sono abbigliati da cialtroni griffati come Jony Depp. Non importa, l'essenziale è che ci sia una tua foto che ti immortali avvinghiato a Prezzemolo, con mani e testa immobilizzate nella gogna, mentre dai di stomaco sulle montagne russe o cavalchi un destriero di vetroresina. Perché non sei mai stato a Gardaland se non ne hai le prove.
Kansei - http://kansei.splinder.com
Vacanza alla Maddalena, nord della Sardegna. C’era Garibaldi a un chilometro, Ciampi veniva in vacanza. Sono rimasti i militari americani e Michele di “Un posto al Sole”. Pecorino semistagionato, cannonau e le solite menate. Vai alla sagra del porceddu col padre della tua amica, un omone simpatico che in vacanza alla Maddalena ci va con l’Alfa 159 aziendale. Il marito di sua zia possiede l’isola che sta davanti alla Maddalena, quella affittata dalla NATO, lui paga e va in giro col gommone. Tu stai in casa sua e lui paga.
Un sacco di gente, aspetti. Fai un metro e aspetti. Un metro, una sigaretta e aspetti. Frasi di circostanza, in fianco signore grosse-troppo-grosse e qualche bambina che rompe. Un’altra sigaretta. Poi, al diavolo, ancora un’altra. “Uè, tu pippi eh? Sì, quando aspetto tanto sì. No no.. tu pippi, tu pippi.” Insomma: un’ora e passa ad aspettare poi paghi. Poi il miracolo. Dopo la cassa c’è il buffet vero e proprio. E davanti hai ancora tutta la gente che avevi davanti per andare alla cassa, aspettano di entrare nello spazio dei buffet. Cazzo, sti sardi. Gente che avevi dietro adesso ti sta davanti, quello con la maglia del Che lo becchi subito, troppo facile. No, signora prima c’ero io e ti senti a casa. Poi mangi il porceddu, freddo. In Sardegna si rapisce la gente e si raddoppiano le file. Però il mare è strepitoso.
Fumo
Los Angeles e' una citta' simpaticamente anti-turista.
Non si fa scoprire dall'occhio disattento.
Una citta' che non comprendi nei monumenti assenti.
Va capita e conosciuta dai dettagli, quelli che insaporiscono i gesti
quotidiani.
Los Angeles che cogli negli occhi della gente.
Quelli che riflettono speranze di fama nella film industry, che
incontri alla pompa di benzina, tra i camerieri dei ristoranti, andando
in bici lungo la spiaggia.
Quelli che riflettono speranze di una vita migliore per se' e magari
per i propri cari forse lontani, che incontri nei bus, che chi ha un
po' piu' di soldi non prende, o sui marciapiedi di downtown.L.A. che scopri viaggiando sul rapid 720, il bus rosso che percorre
tutta la Wilshire blvd, la strada che tocca i punti nevralgici della
citta'.
Tra gli "How're u doing?" e "Have a nice day!" degli autisti e
passeggeri, che colorano una citta' rilassata, gioiosa e tranquilla
sotto il sole californiano.
Apprezzando le bellezze locali a sorsoni di caffe' e gustandosi un
brownie al Coffee Bean tra la Fairfax e Sunset.
Nei sorrisi delle cameriere de Il fornaio di Beverly Hills, al 301 di
Beverly Dr.
La sera al profumo di Jazz and Blues, nei locali tra Crenshaw e
Leimert, con quadri e oggetti che ti rimandano al cuore nero americano
di tempi trascorsi.
Tra i resti di ceramiche e frattaglie della citta', che adornano le
alte ma modeste Watts Towers del Gaudi' italiano, Sabato Rodia.
Magari scambiando due parole con gli occhi appena scoperti, sotto la
barba folta di Mr. Bubble, l'uomo che regala sorrisi ai bambini con le
sue bolle di sapone, vicino allo storico Carousel sul Pier di Santa
Monica.
L.A. e' come lo Standard Hotel in Downtown. Su per l'ascensore fino
all’ultimo piano, prendi il corridoio sulla destra, poi vai su, sulla
scaletta di servizio: Bar, Cielo aperto, Grattacieli, Piscina bluissima
alle luci della notte e Guscioni con letti ad acqua.
Come i canali di Venice, non visibili dalla spiaggia, che nascondono
viali su corsi d'acqua che riflettono case di miliardari, travestite da
baracche fancy, che magari saluti mentre rilassati si leggono un libro
nel giardinetto, a due metri da te.
Come il piccolo Larchmont Village, tra Larchmont e Beverly blvd, che
come un fiore si apre tra la griglia di una citta’ che sembra gia’
capita.
Ampia e vasta, ma allo stesso tempo nascosta e sconosciuta alla
fretta.
Un’ enciclopedia, senza indice. Una rete di gente, strade e autostrade
senza fine, grande come internet, ma senza Google per consultarla.
LAmerikano
Le cose migliori in una città sono spesso un po' laterali, defilate, in ombra. Percorriamo l'Hospital, passando tra macellerie islamiche, alberghi a mezza stella e bazar cinesi, e sbuchiamo nella Rambla del Raval, dove non si trovano cervezerie e saltimbanchi, ma matrone, bambini, studenti stranieri e quella razza di dropout scazzato e malinconico che capita di incontrare nelle città di mare.
Ci fermiamo davanti all'ingresso dell'Atlanta F.C., la squadra di calcio del quartiere. Il luogo dove vorremmo invecchiare, sul serio. Dentro ci sono tre donne, in vestaglia e ciabatte, di età certamente non inferiore ai settantacinque anni, che giocano ad una specie di gioco dell'oca di bellezza indescrivibile, disegnato su una tavola di alabastro o comunque di pietra dura e lucida.
I due tavoli a fianco sono occupati dai giocatori di domino e da coloro che assistono alla partita, e ognuno di essi è un personaggio che meriterebbe un racconto di Soriano: il professore, con gli occhiali e la barba ben curata; il marinaio, con la faccia scavata e la maglietta a righe bianche e blu; il ras, che riesce a parlare e fumare senza mai perdere il controllo dello stuzzicadenti incollato all'angolo destro della bocca; il matto, che tiene stretto al petto un cane più vecchio di lui e dondola la testa senza scuotere uno solo dei capelli riportati da un orecchio all'altro.
C'è un solitario, sui sessant'anni, con l'orecchino, le ciabatte da casa e una camicia fucsia, che legge un libriccino, forse di poesie.
Ci fermiamo affascinati a guardare le fotografie delle squadre dell'Atlanta F.C., scattate su campi polverosi, per la maggior parte in epoche preistoriche; andiamo al banco a ordinare bocadillo y cerveza, che ci vengono portati dalla sorella delle giocatrici dell'oca, la quale ci regala un sorriso sdentato da nonna di Pupi Avati. I bocadillos sono caldi e la birra è fredda, ed è la cena più buona da tanto tempo a questa parte (quanto abbiamo pagato? sette euro in due), e scattiamo anche un paio di foto e nessuno fa una piega, e quando usciamo la signora al banco ci chiede se ci è piaciuto quello che abbiamo mangiato, e ancora adesso mi pento di non essere andato lì ad abbracciarla, invece che essermi limitato a risponderle "sì, moltissimo".
Squonk (http://www.blogsquonk.it/)
Adesso siamo stipati strettissimi e con gli zaini fra panza e mento. L'autista imbruttito e i due passeggeri che siedono con lui sul sedile davanti mi danno l'impressione di essere amici o almeno di conoscersi. Mi succede sempre: se vedo uno salire sul sedile davanti di un taxi, anche se dietro è già pieno, ho l'inevitabile e imbecille impressione che conosca il conducente. Comunque - in certi posti ci devi andare in un certo modo. Da qualche parte, a La Paz, ci sono dei minibus turistici medio-pettinati che portano a Tiwanaku: niente di troppo vistoso. Niente che ti faccia sentire snob. Solo un po' più comodi e per una taglia di gambe europea. Ma a noi ci rimbalza. Meglio un micro unto, stretto, lento e a scureggetta.
Funziona che quando senti gridare il nome del posto dove vuoi andare, alzi un arto e sali in corsa. Il micro per Tiwanaku è fermo sconsolato vicino al cimitero. Siamo i primi a salire: parte quando è pieno chiaramente. "Tiwanaku! Tiwanaku!". Niente. Leggo. "Tiwanaku! Tiwanaku!". Nessuno. Mi guardo in giro. Dieci minuti, poi venti. L'autista è incazzato, forse. Ma non apre bocca e quando la apre strilla "Tiwanaku!" e basta. Proviamo a strillarlo anche noi dal portellone aperto, vedi mai. Niente. Sale, mette in moto, si va. Siamo noi tre sparsi dietro e nessun altro. Si vede che s'è stufato d'aspettare. Però con noi tre soli ci butta dei soldi. Mah. Usciamo dalla conca di La Paz e ci infiliamo sull'autopista che passa per El Alto, è Domenica mezzogiorno e c'è un traffico della madonna, con furgoncini macchine e camion che si buttano da una corsia all'altra. D'un tratto il nostro autista imbruttito si lancia a destra, si ferma, apre il portellone di nuovo. Da come si comporta siamo in qualche sorta di fermata improvvisata o punto d'incontro ma noi non ci capiamo una fava. E' qui che si compie la trasfigurazione: galvanizzato dalla folla entra in trance agonistica e comincia "Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku!", è indemoniato. Ancora niente ma ora è sul tetto del furgone. "Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku Tiwanaku!". Zero. "TIWANAKU TIWANAKU TIWANAKU TIWANAKU TIWANAKU!". Qualcosa si muove! Arriva il tipo con la carta igienica, e poi la vecchia con otto sporte. Proviamo a scendere un attimo per una salteña o uno spuntino ma ci ricaccia dentro in malo modo. Ha ragione lui: se la gente lo vede vuoto non sale. Si compie l'atto finale: stressato e con le palle piene sbrocca e sbotta: "Tiwanaaaku... Tiwanaaaku... TiwaNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKUNAKU" (repeat). Ha ragione lui di nuovo: altra vecchietta, una ragazza giovane, un paio di bambini, un tipo losco, uno di più e qualcun altro ancora. Partiamo in ventuno.Download file
Teo (musicaperdrogarsi.blogspot.com)
- mi raccomando statento che a nizza fanno il vulavurtè
- il che?
- quello dei cosi che ti rubano la roba in macchina
- il vol à la portière?
- sì quello
- vabbè ma vado in vespa
- attento lo stesso, sai mai di questi tempi
a nizza son stato più volte.
è sempre molto, molto [aggettivo casuale ma che dà dello scrivente un aspetto da uomo di mondo].
odora di grandeur fritta, di lungomari monocolore, di anni '60 mai vissuti.
il mio negozio preferito da visitare a nizza è design70 (http://www.design70.com/).
il mio cibo preferito da mangiare a nizza è la socca.
le mie persone preferite da incontrare a nizza sono i negri (ma sempre nel reciproco rispetto interculturale).
da visitare assolutamente sono le solite menate turistiche, il parco, il lungomare, le fighe, il casinò, bla bla.
invece quel che suggerisco è qualcos'altro: inoltrandosi nella nizza nuova (quella piena di traffico, coi lavori in corso a ogni angolo di strada), iniziare a seguire gli stessi tragitti di qualsiasi persona: entrare negli stessi negozi per adolescenti dei gruppetti di giovani maghrebini hiphop, seguire i mercatini nelle vie laterali dove vendono l'usato e dove a malapena si parla il francese, comprar quel che si vuole, seguire, per quel che è possibile, i discorsi delle massaie francesi che discorrono di argomentazioni assai lepenniane (il front national era più forte proprio in costa azzurra), leggere nice matin e pensare che studio aperto non è poi così solo, al mondo.
queste declinazioni da margareth mazzantini per dire che, a fine giornata, con i piedi bolliti, si avrà un po' meno da raccontare e un po' di più da ricordare.
infine uno dei motivi che mi spingono a tornare spesso a nizza è che dista non tanti chilometri da casa mia, ma, parlando con gli amici:
- dove sei stato oggi?
(tirando fuori con gesto deciso una sigaretta) - a nizza
io non fumo, comunque.
ciao, complimenti per la trasmissione che vi seguo sempre numeroso.
Mauoshi
Un paesello che era un impero e che d'un tratto ha finito i soldi, ma finiti al punto che sembra quasi non li abbia mai avuti. Sembra una persona silenziosa che volta le spalle alla festa perdendosi lo spumante.Là le persone quando non capiscono cosa chiedi mutano l'espressione in rassegnazione, quasi tristezza, saudade. Le loro sopracciglia ti garantiscono che un tempo l'avrebbero capito, anzi, non avresti nemmeno dovuto chiederlo. Ma ora non ci riescono più.
Porto, bellissima. È però come fosse un fermo-immagine un attimo in ritardo. Ciò che di Porto affascina, patrimonio Unesco, è la sua decadenza. Un'altra meraviglia, il Castello dei Templari a Tomar è incredibile. Ma è vuoto. Era il quartier generale dell'élite delle élite. L'élite del potere economico, religioso e politico d'occidente. Era lì, a Tomar. Ora è immobile, immobilizzato. Intorno solo una contadina che vendeva la propria frutta. Buona. Lo stesso, anche se dall'opposto, lasciano intuire i mezzi pubblici. Guidano da matti, come non ci fosse nessuno a guardarli, come corressero in una strada di campagna dimenticata. Ma in centro a Lisbona.
Il Portogallo va visto. Ma non basta. Lì ci sono degli odori che qui sono vietati. Intenso odore di bacalau ovunque si venda qualcosa d'alimentare. Odoraccio di pesce ovunque ci sia un banco del pesce, anche nei supermercati ganzi, che hanno il reparto libri e dolci vicino al pesce. Sempre. Odoraccio di frutta. Quando è tanta, buona, c'è un odoraccio. Mi capitò di sentirlo solo fra i contadini Slovacchi.
Il Portogallo è bello. È che non basta vederlo. Il Portogallo bisogna girarlo, mangiare nelle bettole, fare le code ovunque, perchè l'aspetto meno romantico della saudade è un imbastimento generale, bisogna cercare i posti meno turistici che hanno la griglia sul marciapiede, bisogna cercare i mercati con gli zingari che urlano e le contadine immobili che aspettano che qualcuno chieda di comprare (è la saudade), bisogna tirar dritto con freak che ti indicano il parcheggio che avresti visto da solo per aver qualche moneta. Bisogna bere i tipi di Vinho do Porto che hanno solo lì, perchè non lo esportano e loro quasi non bevono, bisogna perdersi perchè i cartelli delle strade mancano. Bisogna andare lì, ordinare il bacalu, aspettare un ora, lasciare la mancia e ringraziare. Parlando in italiano perchè in fondo ti capiscono perfettamente, anche se ogni tanto s'intristiscono.
Storia
Anticamente, i veneti orientali occupavano, pacifici, un territorio umidiccio. Com’è, come non è, arrivarono i cattivi (Fenici? Vandali? Tamarri?). I veneti orientali fuggirono sull’acqua a rotta di collo. Giunti che furono sulle zolle paludose della laguna, commentarono la scarsità di spazio con la formula sarcastica: “Ve n’è etiam!” Cioè: “Ce n’è anche (troppo)”. Da qui, il nome della città: Venezia.
Territorio
Sostanzialmente acquatica, Venezia si presenta sull’acqua. È fatta a forma di pesce. Il tratto digerente del pesce è un fiume detto “Canal Grande”. Vene, pinne, lische e altre parti anatomiche del pesce sono il resto dell’isola. Tutto intorno a Venezia ci sono molte altre isole a forma di altri animali acquatici unicellulari con nomi buffi come Saccasessola.
Politica
C’era il doge; c’è Cacciari.
Indigeni: usi e costumi
Alcuni abitanti di Venezia si muovono in barca, ma la stragrande maggioranza va a piedi. Per questo, proprio come i morti viventi, pur essendo lenti i locali ostentano una resistenza invidiabile: anche la vecchia va pianino ma per cinque ore. Coloriti nei modi, i veneziani incarnano un misto di orgoglio isolano, diffidenza contadina, disincanto marinaresco e alterigia imperiale. Stronzi, direte voi. No, veneziani.
Idioma locale
La lingua veneziana si fonda sul liquido seminale, presente in una miriade di espressioni idiomatiche a sfondo benaugurale, derisorio o di semplice enfasi dialettica. L’aspersione di oggetti, luoghi, fatti o eventi di cui si parla, persone citate (lo stesso interlocutore!) col liquido seminale, è ferma intenzione di qualunque veneziano. È bene guardare di buon occhio questa fertile pioggia intenzionale.
Peculiarità
A Venezia si beve parecchio, di continuo, e si mangiano dei tramezzini squisiti, triangoli gonfi di roba. C’è pieno di stranieri e di studenti. Le studentesse hanno culi di pietra perché camminano molto. L’alcol rende certe dinamica forse più goffe, ma anche molto più leggere. Ci si innamora alla Maurizio Milani: ogni sei minuti.
Luoghi più belli di Venezia sono San Marco e Rialto. Tutti vanno a San Marco e Rialto. Le persone che frequentano il resto della città si sono in effetti perse e hanno rinunciato al raggiungimento della propria meta bellissima: San Marco e Rialto. Chi chiede informazioni, chiede la strada per San Marco e Rialto.
Il kebab di Bilal (Campo Santa Margherita) è il più buono del mondo.
San Marco e Rialto invece sono inflazionati. Li sconsiglio.