Lunedì 17 Novembre 2008
Sospesa per impraticabilità del campo
Si sono insultati e sovrapposti a 8 e 1/2 (diviso in due metà: 1 e 2) Daniele Capezzone e Marco Travaglio. Si trattava di uno scontro tra titani del che palle, tutti e due abituati a mescolare il sarcasmo all’indignazione, il sorrisetto alla grande emergenza istituzionale, la battuta pronta tiè tiè al chi parla più forte la vacca è sua.
Capezzone è sempre e solo stato un capezzoniano, prima di essere un radicale. Lo è stato con Berlusconi, con Prodi, quando andava da Chiambretti, quando litigava con Giacinto detto Marco, lo è stato sempre mentre, in un modo o nell’altro, contribuiva a far sparire quel partito (che il sottoscritto ha votato, pentendosi poi sette volte sette di quella scellerata regalia). Travaglio ha quel modo di fare travagliesco, che poi è quello di Grillo, che spara dei dati veri, ne omette altri altrettanto veri che renderebbero quelli precedenti meno efficaci, ci mette una battuta, una mezza stronzatella, una dimostrazione per assurdo, due similitudini e il gioco è fatto.
A pelle, soprattutto in passato, mi è sempre stato più simpatico lui, perché Capezzone mi fa imbestialire e non mi ha mai fatto ridere; invece Travaglio qualche volta mi ha fatto sganassare.
Capezzone oggi continua a farmi venire l’orticaria perché è ancora come era prima: uno che dice qualunque cosa, anche la più democratica, con il piglio e la fermezza di un despota totalitario. Quell’instancabile voglia di tirare in mezzo, di convincere, di prendere fisicamente per la giacca, che è sempre stata di Emma Bonino e Marco Pannella, in Capezzone non c’è mai stata. Al contrario Capezzone cerca di annientare l’avversario, di sovrastarlo, di asfissiarlo nell’edera velenosa della sua retorica barocca anzichenò.
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