sabato 12 luglio 2014

La dinastia di nomi a caso dei Jackson – Jermaine e Randy Jackson, fratelli di Micheal, padri e zii di un casino di gente imparentata con nomi assurdi


L’altra sera si discuteva di cretinate a casa di amici, finché non è stato estratto il primo disco di Janet Jackson (questo particolare permetterà a chi mi conosce di capire a casa di chi fossi, ma non è importante). Sulla copertina del disco compare una bambina. Ci chiediamo chi sia: la didascalia lo dice, è «la nipote Autumn».

Di chi sarà figlia questa, ci chiediamo. Facciamo una piccola ricerca, dalla quale emerge che i fratelli di Michael Jackson hanno fatto dei numeri circensi in tema di figli, producendo una situazione che per nomi e snodi parentali supera le più rosee aspettative di buahahahahaha. continua a leggere »



giovedì 10 luglio 2014

La retorica della gravida – Perché c’è una cosa dell’appello video dell’Unità che è davvero inaccettabile


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Il quotidiano l’Unità è in crisi. Non è l’unica testata che fa fatica, anzi. Ci sono molti amici e conoscenti in questi anni che sono rimasti senza lavoro, sono in cassa integrazione, hanno cambiato mestiere, oppure lavorano ancora a un giornale di qualsiasi tipo, ma stanno come d’autunno sulle rotative i fogli. Che l’Unità sia in crisi poi, nello specifico, se ci si pensa con un po’ di franchezza, non è una notizia inaspettata: anche senza seguirne le vicende da vicino, uno a occhio lo capisce da solo che quel tipo di giornale (finanziato, legato a un partito, non al centro del flusso delle notizie) non gode di salute ottima. continua a leggere »



lunedì 7 luglio 2014

Morte e rinascita di un premio letterario – Perché Francesco Piccolo, soprattutto mentre vince, è la kriptonite dello Strega


BATTIATO-FIRENZEC’è una canzone militante di Franco Battiato del periodo d’oro, Up Patriots To Arms, che lancia proclami perentori su diversi temi. Lo fa con quello stile lì per cui in Italia nei primi anni Ottanta in classifica c’erano cose che non ci sarebbero state mai più, né prima né dopo. È Battiato: un gigante, uno che non ha mai scambiato il popolare con lo stupido e l’intelligente con l’elitario, e in alcuni momenti della sua carriera ha avuto il tocco del pifferaio magico, quello che unisce tutti e li porta in giro felici. La canzone tra le altre cose dice:

Mandiamoli in pensione, i direttori artistici, gli addetti alla cultura.

È una frase che tutti ci sentiamo di sottoscrivere forse perfino a monte del suo senso logico: se anche non ne avesse senso, ci piacerebbe sventolare un pugno nel cielo e gridare quel verso in piazza. Poi nello specifico guarda caso il senso ce l’ha: l’Italia è un paese contadino che ha imparato a scrivere e parlare da poco, e chi è importante nella cultura del nostro paese in genere rappresenta una categoria poco accessibile, settaria, conservatrice, parastatale, che ribadisce sé stessa e la tradizione prima di qualsiasi altro. Gli addetti alla cultura e i direttori artistici, quando li senti parlare in televisione, sono vecchi e cisposi dentro, come gatti obesi perfetti per un bar della Bassa ma non per prendere decisioni né di cultura né di industria. Vai all’università e vedi professori che scelgono le persone più studiose, legano loro le caviglie, le fanno lavorare per progetti di ricerca vecchi e marci, a vent’anni, per ribadire subito il senso dei ranghi, del sistema, prima di spronare — per carità — qualsiasi entusiasmo o indole culturale. continua a leggere »



giovedì 3 luglio 2014

La differenza tra persone e colleghi – il caso Aldrovandi e il problema della responsabilità individuale


serpico2Il lungo e tormentato caso Aldrovandi rappresenta, insieme a quelli di Cucchi, Uva, Magherini, un momento di presa di coscienza del nostro paese in relazione alle forze dell’ordine e a come devono funzionare. Le forze dell’ordine sono al servizio del cittadino, e hanno la delega dell’uso della violenza: per il lavoro che fanno può essere che capiti loro di causare la morte di una persona malintenzionata, e può essere anche che questo decesso avvenga per sfortuna, nella concitazione di uno scontro a fuoco, di un inseguimento, e magari coinvolga un passante, un innocente, si spera di no ma può capitare. continua a leggere »



mercoledì 2 luglio 2014

Intervista a Shuhei Yoshida su futuro della PS4 [Wired.it]


Shuhei Yoshida_picture 640480Shuhei Yoshida è il capo degli studi interni Sony, il responsabile della produzione di giochi da parte di quelle 170 persone che dentro all’azienda pensano, progettano e realizzano i titoli esclusivi per piattaforme Sony, ovvero PlayStation, cellulari, televisori. All’ultimo E3 ho chiacchierato con Yoshidasan a proposito della situazione attuale, a un anno esatto da quando è iniziata la sfida vera tra Ps4 e Xbox One, quando i duellanti si sono fatti vedere dopo mesi di voci e notizie confuse. Yoshida è un dirigente giapponese atipico, nel senso che parla inglese meglio del solito, sorride più del solito, non è rigido in niente, è piuttosto un simpaticone. Però è un uomo educato, gentile e diplomatico. Alle risposte c’è allegato un piccolo sottotesto più sfrontato.

ATTENZIONE: Shuhei Yoshida non ha detto le cose in corsivo. Stiamo giocando. Sia chiaro.

Sbaglio o è cambiato tutto dall’anno scorso?

YOSHIDA – È un mondo tutto nuovo. Loro sono anche diventati molto più buoni. Phil Spencer ha detto delle cose molto gentili. Sarà un anno molto più facile per noi, perché potremo concentrarci sui giochi. L’anno scorso la gente ci faceva un sacco di domande per via di quello che Microsoft aveva fatto sapere, mandando in ansia i consumatori. Adesso invece è tutto chiaro: il messaggio arriva e alla gente piace. Noi continuiamo sulla nostra strada e abbiamo cose nuove di cui vogliamo parlare, come Project Now, Morpheus, PlayStation TV.

SOTTOTESTO – Sì, ecco, devo dire che hanno abbassato la cresta

Il resto lo trovate qui su Wired.it.



martedì 1 luglio 2014

Jersey Boys


93098582_10Cos’è. È il nuovo film di Clint Eastwood, trasposizione cinematografica del musical sulla storia dei Four Seasons, gruppo pop di grande successo tra Cinquanta e Sessanta. Il musical, prodotto da Bob Crowe, uno dei quattro, ha ormai quasi dieci anni. Il caro vecchio Clint ne ha fatto un film incentrato sulla storia di alcuni amici italoamericani del New Jersey che si inventano un nuovo stile vocale e finiscono in cima alle classifiche. L’unico attore celebre del cast è Christopher Walken che interpreta il ruolo del boss mafioso del New Jersey, da sempre innamorato della voce di Frankie Valli.

Com’è. È un film in costume ambientato nei colori e nelle atmosfere american graffiti, bubblegum, jukebox, quello che volete: siamo dalle parti di Grease, Happy Days, quella roba lì che sta intorno al 1960, prima della stereofonia. Eastwood ha preso un musical fatto di canzoni, quelle scritte in buona parte da bob Crowe che l’ha prodotto, e si è concentrato sulle questioni personali della band, usando però gran parte del cast del musical. Ma il film cerca in qualche misura di andare dalle parti di Quei bravi ragazzi – che i Lumière benedicano Martin Scorsese – risultando più vicino a una fiction discreta che a un film con della profondità. Ray Liotta girava per il quartiere e guardava in macchina per spiegare come andavano le cose, e qui gli attori fanno lo stesso, senza avere una virgola dell’urgenza e dell’intenzione di Liotta e del suo personaggio. D’altro canto, puntando così tanto sulla famiglia, l’Italia, l’amicizia, il Jersey, non ha quella leggerezza da musical che è fatta di stilemi classici e temi accennati, grandi sorrisi. Molti degli attori fanno parte del cast del musical e cantano dal vivo. La produzione è in genere povera, e si vede molto nelle scenografie e nei costumi. La fotografia, che in questo tipo di ambientazioni deve essere molto curata per non dare l’impressione di un parco a tema malfatto, è sciatta. continua a leggere »



sabato 14 giugno 2014

Perché non scrivo più qui?


2013_Nietzsche-Michael-Jackson-02Da qualche tempo a questa parte mi rendo conto che non scrivo mai sul blog. Dice i blog sono morti. Ma chi se ne frega dei blog in genere: Freddy Nietzsche è stato un bel posto per me e per chi ci è venuto per tanti anni, e vorrei che continuasse a esserelo. Però tra una cosa e l’altra ci scrivo sempre meno. Perché? Provo a darmi delle risposte.

Per prima cosa ho appena compiuto 40 anni, ed è stato un traguardo sofferto. Ora che il 27 di maggio è passato mi sono calmato e rasserenato (alla mezzanotte del 26, in realtà), ma ho avuto tanti pensieri un po’ grigi in testa e poca voglia di raccontare cose.

Poi c’è il fatto che i blog, come ogni altro posto dove si faccia cultura, funzionano quando sono frequentati, e secondo me il blog fatto così non viene più frequentato, viene letto ma non commentato, tutto si sposta sui socialini. Quindi ci vuole un blog nuovo, diverso. Ci stiamo lavorando. Presto succederà: cambieremo. Piattaforme come Medium mi tentano molto, e forse userò quella per un po’. Vorrei avere una cosa fatta così ma che fosse Freddy Nietzsche. Forse non ha senso ma boh, vedremo.

Forse si potrebbe anche fare una cosa come farsi ospitare da una testata.

Boh, sentite, non ne ho idea. Vediamo come vanno le cose. Stiamo sereni senza nostalgie e al limite andiamo altrove. O stiamo qui. O una via di mezzo. Don’t stop til you get enough.



venerdì 16 maggio 2014

«Ve lo assicuro, si amano più di quanto io ami la mia moto» – Il dibattito politico più bizzarro che abbiate visto


Idaho+GOP+gubernatorial+debate+2014+(2)1Se vi piace Sons of Anarchy, avete visto The West Wing o House of Cards, vi sono simpatici i matti, vi piacciono i meccanismi della politica e le contraddizioni esilaranti del sistema americano, sudisti e vecchio West, allora dovete vedere questo dibattito per le elezioni in Idaho. Perché se chiami solo matti a parlare ti annoi, ma se li mischi alle grisaglie il risultato è garantito. Poi, senza delirare e fare le cose molto facili, magari attaccherete il concetto di correttezza politica un po’ meno. Cioè direte che vi dà fastidio, non che è una schifezza ipocrita. Perché la schiettezza nel fare schifo è una cosa che fa ridere e mette i brividi allo stesso tempo.

 

ᔥ NPR
↬ Tommaso Lana



venerdì 16 maggio 2014

Il test Bechdel per film maschilisti


mlj6tmk5g6vwgwc5wovaC’è una tavola del 1985 della fumettista americana Alison Bechdel che si chiama The Rule. Fa parte della sua celebre serie Dykes to Watch Out For (qui una antologia in italiano pubblicata da Rizzoli), e racconta di due ragazze che escono insieme e vorrebbero andare al cinema. Una delle due però dice che lei va solo a vedere film che rispondano a questi requisiti:

1 devono esserci almeno due donne

2 che parlano tra loro

3 non di uomini.

Saggiamente le due optano per divano e popcorn. continua a leggere »



giovedì 15 maggio 2014

Le nostre neglette rapite – Bring Back Our Girls è colonialismo narcisistico e dannoso, altro che cooperazione


5.6Due anni fa una sedicente organizzazione di volontariato chiamata Invisible Children produsse e pubblicò in rete un video per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo a Joseph Koni, guerrigliero e criminale ugandese, capo del Lord’s Resistance Army che ha al proprio servizio molti bambini rapiti e costretti in una forma di schiavitù militare. Ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia, Koni è una figura ributtante, un violento stupratore, un assassino, un mostro che non si ferma nemmeno davanti all’infanzia per commettere i reati più violenti. Il video Koni 2012 suscitò molta emozione in rete e raccolse decine di milioni di dollari. Per qualche giorno sembrò che il tema dei poveri bambini ugandesi fosse fondamentale, che occuparsene in qualsiasi modo fosse il minimo che si potesse fare, e soprattutto per due ragioni: sono dei bambini e cosa ti costa. Chi come me criticò il video perché sembrava una soluzione narcisistica e coloniale a un problema complesso si sentì dire che qualcosa si doveva fare, che fare era meglio di niente, che a furia di lamentarsi. Poco dopo la raccolta fondi, l’associazione si dileguò con i soldi, e poco dopo il suo leader si fece una pippa per strada in stato confusionale (più confusionale di quello di uno che, sereno, si fa una pippa in strada) e nessuno ci pensò più. Perché funziona sempre così. Siccome questa non è una modalità di azione rivolta all’esterno e al risultato diplomatico e umanitario, ma all’interno e alla grande sensibilità collettiva dimostrata dalla comunità che partecipa all’appello, preoccupata e commossa e pronta ad agire per i soprusi del pianeta, la soddisfazione individuale di potersi raccontare «Non si può restare indifferenti agli orrori del mondo!» basta a chiudere la questione. continua a leggere »