martedì 1 luglio 2014

Jersey Boys


93098582_10Cos’è. È il nuovo film di Clint Eastwood, trasposizione cinematografica del musical sulla storia dei Four Seasons, gruppo pop di grande successo tra Cinquanta e Sessanta. Il musical, prodotto da Bob Crowe, uno dei quattro, ha ormai quasi dieci anni. Il caro vecchio Clint ne ha fatto un film incentrato sulla storia di alcuni amici italoamericani del New Jersey che si inventano un nuovo stile vocale e finiscono in cima alle classifiche. L’unico attore celebre del cast è Christopher Walken che interpreta il ruolo del boss mafioso del New Jersey, da sempre innamorato della voce di Frankie Valli.

Com’è. È un film in costume ambientato nei colori e nelle atmosfere american graffiti, bubblegum, jukebox, quello che volete: siamo dalle parti di Grease, Happy Days, quella roba lì che sta intorno al 1960, prima della stereofonia. Eastwood ha preso un musical fatto di canzoni, quelle scritte in buona parte da bob Crowe che l’ha prodotto, e si è concentrato sulle questioni personali della band, usando però gran parte del cast del musical. Ma il film cerca in qualche misura di andare dalle parti di Quei bravi ragazzi – che i Lumière benedicano Martin Scorsese – risultando più vicino a una fiction discreta che a un film con della profondità. Ray Liotta girava per il quartiere e guardava in macchina per spiegare come andavano le cose, e qui gli attori fanno lo stesso, senza avere una virgola dell’urgenza e dell’intenzione di Liotta e del suo personaggio. D’altro canto, puntando così tanto sulla famiglia, l’Italia, l’amicizia, il Jersey, non ha quella leggerezza da musical che è fatta di stilemi classici e temi accennati, grandi sorrisi. Molti degli attori fanno parte del cast del musical e cantano dal vivo. La produzione è in genere povera, e si vede molto nelle scenografie e nei costumi. La fotografia, che in questo tipo di ambientazioni deve essere molto curata per non dare l’impressione di un parco a tema malfatto, è sciatta. continua a leggere »



sabato 14 giugno 2014

Perché non scrivo più qui?


2013_Nietzsche-Michael-Jackson-02Da qualche tempo a questa parte mi rendo conto che non scrivo mai sul blog. Dice i blog sono morti. Ma chi se ne frega dei blog in genere: Freddy Nietzsche è stato un bel posto per me e per chi ci è venuto per tanti anni, e vorrei che continuasse a esserelo. Però tra una cosa e l’altra ci scrivo sempre meno. Perché? Provo a darmi delle risposte.

Per prima cosa ho appena compiuto 40 anni, ed è stato un traguardo sofferto. Ora che il 27 di maggio è passato mi sono calmato e rasserenato (alla mezzanotte del 26, in realtà), ma ho avuto tanti pensieri un po’ grigi in testa e poca voglia di raccontare cose.

Poi c’è il fatto che i blog, come ogni altro posto dove si faccia cultura, funzionano quando sono frequentati, e secondo me il blog fatto così non viene più frequentato, viene letto ma non commentato, tutto si sposta sui socialini. Quindi ci vuole un blog nuovo, diverso. Ci stiamo lavorando. Presto succederà: cambieremo. Piattaforme come Medium mi tentano molto, e forse userò quella per un po’. Vorrei avere una cosa fatta così ma che fosse Freddy Nietzsche. Forse non ha senso ma boh, vedremo.

Forse si potrebbe anche fare una cosa come farsi ospitare da una testata.

Boh, sentite, non ne ho idea. Vediamo come vanno le cose. Stiamo sereni senza nostalgie e al limite andiamo altrove. O stiamo qui. O una via di mezzo. Don’t stop til you get enough.



venerdì 16 maggio 2014

«Ve lo assicuro, si amano più di quanto io ami la mia moto» – Il dibattito politico più bizzarro che abbiate visto


Idaho+GOP+gubernatorial+debate+2014+(2)1Se vi piace Sons of Anarchy, avete visto The West Wing o House of Cards, vi sono simpatici i matti, vi piacciono i meccanismi della politica e le contraddizioni esilaranti del sistema americano, sudisti e vecchio West, allora dovete vedere questo dibattito per le elezioni in Idaho. Perché se chiami solo matti a parlare ti annoi, ma se li mischi alle grisaglie il risultato è garantito. Poi, senza delirare e fare le cose molto facili, magari attaccherete il concetto di correttezza politica un po’ meno. Cioè direte che vi dà fastidio, non che è una schifezza ipocrita. Perché la schiettezza nel fare schifo è una cosa che fa ridere e mette i brividi allo stesso tempo.

 

ᔥ NPR
↬ Tommaso Lana



venerdì 16 maggio 2014

Il test Bechdel per film maschilisti


mlj6tmk5g6vwgwc5wovaC’è una tavola del 1985 della fumettista americana Alison Bechdel che si chiama The Rule. Fa parte della sua celebre serie Dykes to Watch Out For (qui una antologia in italiano pubblicata da Rizzoli), e racconta di due ragazze che escono insieme e vorrebbero andare al cinema. Una delle due però dice che lei va solo a vedere film che rispondano a questi requisiti:

1 devono esserci almeno due donne

2 che parlano tra loro

3 non di uomini.

Saggiamente le due optano per divano e popcorn. continua a leggere »



giovedì 15 maggio 2014

Le nostre neglette rapite – Bring Back Our Girls è colonialismo narcisistico e dannoso, altro che cooperazione


5.6Due anni fa una sedicente organizzazione di volontariato chiamata Invisible Children produsse e pubblicò in rete un video per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo a Joseph Koni, guerrigliero e criminale ugandese, capo del Lord’s Resistance Army che ha al proprio servizio molti bambini rapiti e costretti in una forma di schiavitù militare. Ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia, Koni è una figura ributtante, un violento stupratore, un assassino, un mostro che non si ferma nemmeno davanti all’infanzia per commettere i reati più violenti. Il video Koni 2012 suscitò molta emozione in rete e raccolse decine di milioni di dollari. Per qualche giorno sembrò che il tema dei poveri bambini ugandesi fosse fondamentale, che occuparsene in qualsiasi modo fosse il minimo che si potesse fare, e soprattutto per due ragioni: sono dei bambini e cosa ti costa. Chi come me criticò il video perché sembrava una soluzione narcisistica e coloniale a un problema complesso si sentì dire che qualcosa si doveva fare, che fare era meglio di niente, che a furia di lamentarsi. Poco dopo la raccolta fondi, l’associazione si dileguò con i soldi, e poco dopo il suo leader si fece una pippa per strada in stato confusionale (più confusionale di quello di uno che, sereno, si fa una pippa in strada) e nessuno ci pensò più. Perché funziona sempre così. Siccome questa non è una modalità di azione rivolta all’esterno e al risultato diplomatico e umanitario, ma all’interno e alla grande sensibilità collettiva dimostrata dalla comunità che partecipa all’appello, preoccupata e commossa e pronta ad agire per i soprusi del pianeta, la soddisfazione individuale di potersi raccontare «Non si può restare indifferenti agli orrori del mondo!» basta a chiudere la questione. continua a leggere »



martedì 6 maggio 2014

Locke


cowleyCos’è. È l’ultimo film di Steven Knight, già sceneggiatore tra le altre cose de La promessa dell’assassino di Cronenberg. Il protagonista del film è Tom Hardy, che interpreta il ruolo di Ivan Locke, un capocantiere che lascia il sito di costruzione di un grattacielo dove lavora da mesi, proprio la notte prima della colata delle fondamenta, perché deve assolutamente andare a Londra per una questione privata. Il film racconta di questo viaggio in auto di un paio d’ore che Ivan passa costantemente al telefono.

Com’è. Il film si svolge interamente su un’automobile. È una BMW, per la cronaca. Quindi potrebbe essere uno di quei film che hanno un elemento narrativo forte che li condiziona e li rende degli esperimenti. All’inizio il film sembra di questi, come quello del tizio chiuso nella cassa per tutto il film, come quel vecchio noir con un tempo intero in soggettiva. Sono film a effetto spesso interessanti, ma che a fatica superano la prova della seconda visione. In realtà la sceneggiatura è stupenda, Hardy è molto bravo, ma quello che rende il film così avvincente è proprio la forza del lato cinematografico, fatto solo ai auto, faccia, sedili, specchietti, fari, strada. continua a leggere »



domenica 4 maggio 2014

Non è vero che lo Stato applaude


tribunali-giustizia“la già evidenziata mancanza di comprensione della gravità della condotta, sia pure attinente a delitto colposo, pur tuttavia realizzato mediante il pesantissimo –fino alle estreme conseguenze- uso di mezzi di violenza personale, ad opera di 4 servitori dello Stato contro un ragazzo, solo, disarmato ed in stato di agitazione confusionale, e la totale assenza di segnali atti ad indicare una presa di distanza critica dalla stessa, appaiono elementi rilevanti di valutazione, ora come allora, trattandosi di una vicenda [...] che sottende una sorta di cultura della violenza, tanto più grave ed inescusabile, in quanto da parte di appartenenti alla Polizia di Stato, organo preposto in prima battuta alla tutela dei cittadini; vicenda che pertanto esige, almeno ora, una battuta di arresto per una matura e consapevole riflessione, onde evitare il rafforzamento di siffatta nefasta cultura e la ricaduta, alla prima occasione, in analoghe vicende delittuose, sia pure eventualmente anche solo di copertura di analoghi fatti criminosi commessi da altri, purtroppo, sebbene pur sempre isolati, neanche tanto rari”

Tribunale di Sorveglianza di Bologna



giovedì 24 aprile 2014

Quando ero piccolo io c’erano solo delle cagatine



mercoledì 23 aprile 2014

Più rock&roll di così in questa epoca non ce ne sono



martedì 22 aprile 2014

A proposito di Davis


dave van ronk inside llewyn davis.- 1Cos’è. È un film dei fratelli Joel e Ethan Coen che racconta la storia di un cantautore dei primissimi anni Sessanta, spiantato, triste e senza pubblico, alle prese con ex, gatti e autostop. Oscar Isaac è il protagonista, Justin Timberlake il nuovo fidanzato della sua ex Carey Mulligan, John Goodman un incontro particolare durante un viaggio. I personaggi sono liberamente ispirati a cantanti della scena folk del periodo, come Dave Van Ronk, Jim and Jean, Tom Paxton, oltre al jazzista tossico Albert Grossman.

Com’è. Non è un film dei Coen di quelli che siamo abituati a vedere, con i caratteri iperrealistici, i primi piani, i mondi interi di bizzarrie, i panoramoni. Non è nemmeno un film storico su una figura realmente esistita, arrivata troppo presto per godere dell’ondata cantautorale dei Sessanta. Bruno Delbonnel, direttore della fotografia, fa un lavoro di morbidezze molto lontano da altre cose viste nella filmografia dei Coen. Il film non racconta niente di cruciale nella vita del protagonista. continua a leggere »