Il titolare e il blog Freddy Nietzsche tutto si rallegrano per la morte di Luigi Verzé. L’uomo, affarista spietato nel ramo della sanità convenzionata, è stato protagonista di una delle più clamorose parabole di accumulazione di ricchezza e potere dell’Italia di questi anni. Sospeso a divinis negli anni Settanta, Verzé continuò a fare leva sul proprio titolo di sacerdote per trasformarsi in una specie di veicolo ineffabile della guarigione agli occhi di pazienti e famiglie, mentre con convinzione tangibilissima e molto terrena dava alla parola «Don» tutto il peso dell’accezione tribale, di capo superiore agli uomini e alla legge.
Si parla spesso del rapporto tra Berlusconi e il paese, e di come non sia stato un’eccezione nell’etica e nell’estetica del paese. Luigi Verzé è stato un altro italiano disposto a tutto pur di arrivare dove voleva; quando si dice «tutto», si intende nutrirsi del denaro, delle speranze, della fatica e del lavoro delle persone, pur di ottenere un risultato personale. Due cose l’hanno fermato: la linea Gustav dell’economia, e la morte. La seconda in maniera molto più chiara, onesta, inconfutabile. Bene così.
PS – Ottimo approfondimento di Filippo Facci sull’argomento. Non la pensa come me. Sicuramente quello che ha fatto Don Verzé non è risibile. Però io sono figlio di medico, e so cos’è la riconoscenza dei pazienti nei confronti di chi li cura. Non solo, ma ho anche frequentato il San Raffaele e vista la costruzione del culto del Don con sue frasi sui muri dell’accettazione. E mi è anche capitato di avere la vita del suddetto padre salvata da uno che, all’Humanitas, ha messo valvole cardiache a caso per soldi a centinaia di persone. Quindi faccio fatica a pensare che sia lecito, nella sanità, essere disposti a tutto «pur di». Mentre io faccio fatica, loro salvano vite, dirà qualcuno. Ma penso sia anche più complesso di così. Forse, ma non so, ho visto la fase di megalomania finale di un uomo molto molto ambizioso e molto determinato.