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30.05.08

Spezzeremo le reni a Guevara

benicio.JPGÈ buffo come nel nostro paese ogni tanto la gente cominci a bere parecchio e non lo dia a vedere. Anzi, ubriachi, i giornalisti si mettono a diffondere idee strampalate, che incredibilmente attecchiscono. Certo, anche la politica ci mette del suo, ma sono loro a battere un chiodo storto in partenza e ripetersi orgogliosi quanto stia entrando bene nel legno di noce nazionale.
Dopo un raid punitivo anti-immigrati al Pigneto, una spedizione classica (in stile britannico anni Settanta), comincia a diffondersi l'idea per cui siano stati dei giovani xenofobi fascisti. Per xenofobi fascisti, come è ovvio ai sobri, non si intendono persone che sventolano croci uncinate e portano sotto braccio un busto del duce in marmo. In genere i comportamenti di un gruppo che attacca degli immigrati in un quartiere popolare con bastoni e sberle sono quanto basta per definire gesto e artefici.

A causa dell'alcol però tutto questo perde consistenza, a favore di un approccio empirico, quasi naïf, per cui uno va e chiede: "Sei fascista?" Se quello che ha coordinato la spedizione dice sì, allora è un fascista (meglio comunque che mostri delle prove, come tessere di gruppi estremisti, fasci littori in tasca, un cambio di camicia nera sempre appeso in macchina come i rappresentanti). Se invece dice no, allora no, ci eravamo sbagliati. Se poi ha un tatuaggio di Che Guevara (amato dai fascisti che tutti abbiamo conosciuto ai tempi del liceo per il suo eroismo tenace), be' allora è proprio stata una cantonata. Che addirittura ci fosse, come pare, un negro tra i picchiatori, be' questo è un jolly che taglia la testa al toro. Non ci sono negri fascisti, mai stati. Buffo, perché la curva fascista della squadra di basket della mia città d'origine ha sempre intonato un coro eloquente sulla questione. Diceva "Non ci sono negri italiani". Si vede che le cose cambiano. Adesso forse cantano "Non ci sono negri littori" (immemori dell'Abissinia, va detto).
Comunque i fascisti non hanno il tatuaggio del Che. I fascisti hanno il tatuaggio di Mussolini. Quelli del Che sono i disinistra (anche se di sé dicono "né didestra né disinistra") E non ci sono mai stati atti di razzismo e xenofobia non rivendicati consapevolmente da gruppi organizzati e inquadrati in strutture di partito. Non si capisce proprio come qualcuno abbia potuto pensare che la xenofobia senza cartelli fosse xenofobia, o che i prati senza l'insegna "PRATO" siano pieni di fili d'erba.

19.04.08

Combinato niente, tornarono in Insubria

dead.JPGÈ bello tornare a casa: arriva la primavera ed è un nuovo inizio. Ma non un inizio ciclico, non una spirale; più un cerchio rotante, una ripetizione sempre identica di quello a cui ormai ci eravamo abituati. Voltare pagina, pensare di lasciarsi le cose alle spalle e poi tornare indietro a rileggere quella pagina lì, di cui in fondo ci spiaceva di esserci scordati.
E allora mi è tornato in mente Speroni. Nel 1994, quando Berlusconi vinse le prima elezioni con la Lega (la quale avrebbe ribaltonato il governo di lì a poco), c'era in giro Francesco Speroni. Speroni (oggi parlamentare europeo) era quello che non metteva la cravatta perché lui era un rivoluzionario, e allora preferiva quella specie di strangolino texano: un laccetto di pelle chiuso in mezzo al collo della camicia da una fibbia triangolare argentata. Si trattava di uno strano caso di look allitterato, per cui un dettaglio alla John Wayne sembrava perfetto per uno con quel cognome. Fu necessaria una deroga al regolamento del senato per Speroni Francesco from Busto Arsizio. Insomma, subito dopo quelle elezioni, più o meno nella fase in cui siamo ora, Speroni scese a Roma per una prima riunione di governo, ma per qualche motivo la riunione fu rimandata. Lo intervistarono per strada e lui disse qualcosa tipo "Cominciamo male. Ecco l'affidabilità della politica romana. Sono venuto qui apposta e non si è combinato niente. Torno a Busto Arsizio".
Quando Bossi ha detto la stessa cosa l'altro giorno, quando Silvio ha cominciato con la sua sequela di "ci penso io" e poi ha smitragliato la giornalista, quando Di Pietro ha deciso per un gruppo parlamentare a parte, quando Diliberto ha detto che il problema erano falce e martello nel simbolo, insomma in questi pochi giorni ho capito una cosa.
Sono loro e sono tornati. Niente di più e niente di meno.

15.04.08

Have a cigar

learyharvard.JPGInizia oggi una nuova fase per chi ha preso la legnata alle urne. Non è la prima volta. Ne abbiamo prese altre e siamo sopravvissuti. Sopravviveremo anche questa volta. O forse no, ma nessuno ascolterà i nostri lamenti e bisognerà farsene una ragione.
Quindi? Quindi parte una nuova fase, una fase di riscoperta del disimpegno, di rinuncia all'acredine continua, di basta col rompere le palle al parlamento. Perché il parlamento è stato democraticamente eletto e adesso governerà. Certo, c'è tutta la fregola dei consigli comunali, c'è la voglia di vincere tutte le altre elezioni (buonanotte), c'è tutto un incaponirsi astioso sulla società civile. E un po' lo faremo, figuriamoci. Ma a parte la determinazione ad andare a vivere all'estero, io dico riscopriamo l'ozio. Riprendiamoci quello sflanellare felici e fascinosi degli anni dell'opposizione. Andiamo ai festival estivi, fidanziamoci, troviamo nuovi passatempi, sfidanziamoci, scriviamo un libro, facciamo delle cose creative, sdraiamoci su un'amaca, insomma facciamo tutto. Anche niente.

PS - Pare che Massimo abbia commentato così: "Yes, weekend!" (E poi c'è chi trova strano che io lo consideri da sempre un semidio.)

24.02.08

Vogliamo il terribile moscovita

scalfarotto.JPGTenete presente che io ci smeno. Nel senso che io avevo previsto di andare a Mosca prossimamente, non essendoci mai stato, e avevo già chiesto asilo (politico e non) a Ivan Scalfarotto. Ivan mi aveva concesso il visto per pernottare gratuitamente nella città degli zar e avere anche un sightseeing personalizzato con tanto di cicerone candidato premier (scusate se è poco). Quindi, per tacitare le critiche eventuali di Beppe, io remo contro la marea dell'antipolitica e sono disposto a fare a meno di un vantaggio tangibile personale. Però siccome lui è bravo e capace e intelligente e laico e ricchione io penso che averlo candidato da qualche parte per il Partito Democratico sia una bella cosa. Quindi Freddy Nietzsche sposa la causa Scalfarotto candidato. Anche a costo di rinunciare al piedaterre moscovita. (Tanto per darvi la misura dell'inossidabile etica politica del sottoscritto. Mica casta.)

13.02.08

La granitica esperienza dei gufi di mare

gregory peck as captain ahab moby dick.JPGCome cantava Lucio Battisti, troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante. E allora magari poi c'è il colpo di coda in Texas e cambia tutto, magari succede che la nuova responsabile della campagna elettorale di Hillary assunta in corsa si rivela un drago e ribalta tutta la situazione. Fatto sta che Obama è in vantaggio e voi ci prendevate per il culo. Io non lo dico adesso per dire tiè tiè telavevodettoio tirulero tirulero. Lo dico perché quest'idea secondo cui le cose andranno come è naturale che vadano, come sono andate l'ultima volta, figurati cosa stai dicendo ma tu davvero vuoi pensare che realisticamente, insomma tutta 'sta roba non ha molto a che vedere con la lungimiranza o con il realismo, ma piuttosto con quella buffa aderenza alla risatina rassegnata che trasforma tutti in senatori settantenni della Repubblica Italiana impermeabili allo stupore. Saranno gli anni a seguire le mosse del Pds, saranno le batoste elettorali, sarà la mortadella in bocca, sarà la lodevole disciplina incarnata da Piero Fassino, fatto sta che ci siamo abituati a pensare che non possa succedere anche dell'altra roba.
Ripeto. Poi vince Hillary di sicuro. Figurarsi. Ma non è automatico. Non c'è la cospirazione del passato, almeno non più di quanto ce ne sia una del futuro altrettanto scalpitante.

16.01.08

You can't always get what you want (ma dai e dai...)

diogene.jpgPrima no. Prima senti quello che sta succedendo, lo senti da lontano, e ti viene da dire state sbagliando, così fate il contrario di quello che volete fare, cioè tenere distinti la religione e la scienza. Poi c'è il telegiornale. E al telegiornale chiedono un parere a Paolo Mieli. Paolo Mieli è uno degli uomini di punta dell'informazione italiana, e non è cattolico. Eppure è amareggiato e scandalizzato, tanto: dice che è un giorno che finirà nei libri di storia, dice che è un giorno in cui e di cui gli italiani si vergognano davanti al mondo, dice che gli studenti si preparavano ad accogliere il papa con "lazzi e sberleffi, e questo è intollerabile".
Non solo per la gravità del tono, ma anche per l'uso di una terminologia che ha a che fare con l'ermellino, la stola, le tele di Massimo D'Azeglio, le miniature, i dagherrotipi e tutto un mondo ormai sfumato nel ricordo dell'Italia savoiarda e al massimo del buon Guido, insomma per tutti questi motivi ti fermi a pensare e ti accorgi che è successo qualcosa. Perché così rattristato e scosso Mieli non lo vedevi da tempo.
Poi su Repubblica ci sono pagine e pagine su questa questione, sempre troppe e troppo scandalizzate. Poi a Porta a Porta (lo so che non devo, ma poi in questi casi ci finisco sempre dentro) uno vede un conduttore che per tutta la sera ripete a chi sostiene la legittimità di quello che è accaduto, "andiamo, su, è inammissibile", e fa tutto un movimento di spalle. E lì accanto c'è anche Rocco Buttiglione, professore di non si sa cosa in un'università non si sa quale (e soprattutto quando li tiene i corsi, che è sempre a fare politica e televisione?), che ricorda a Vespa del 77 e di Luciano Lama e delle Brigate Rosse, e fa dei parallelismi. In collegamento c'è Giuliano Ferrara, che sostiene l'argomento inesistente della "libertà di parola". Quello per cui il papa non c'entra. Tutti devono parlare e la questione è quella, si tratta di LIBERTÀ. Certo. Quindi l'anno prossimo, preparatevi, voglio parlare all'inaugurazione dell'anno accademico all'Università di Houston, lo voglio fermamente, voglio parlare dell'embrione, è un mio diritto, so I'm telling you right now, months in advance, you texans, start working on the flight, the hotel, the ermellination and all I'll need for my right to be fully respected.

A Porta a Porta a un certo punto, mentre Buttiglione ci ricorda perché la classe politica italiana è decisamente peggiore rispetto a quelle del resto d'Europa (la Polonia non vale, che discorso), parla il Professor Cini, il quale ricorda che il papa può andare alla Sapienza quando vuole, e sarebbe accolto con il rispetto che merita, ma è improprio che parli all'inaugurazione dell'anno accademico per ragioni di contesto. L'inaugurazione dell'anno accademico, ricorda poco dopo un Odifreddi straordinariamente pacato e condivisibile, è un rito che ha un un forte valore simbolico.
Un esempio. Ebrei e cattolici ormai sono in rapporti di disteso vicinato, anche se si sono detestati per secoli e ancora ci tengono a restare ben distinti. Sono cose diverse, certo, ma il rapporto ricorda quello tra scienza e fede: rispetto ai tempi di Galileo siamo messi meglio, ma c'è ancora un onesto desiderio reciproco di diversità. Ecco. Nessun papa si sognerebbe di invitare il rabbino Di Segni a parlare a San Pietro durante la veglia del venerdì santo; e nessun rabbino inviterebbe mai Benedetto XVI a parlare in sinagoga per la Pesach. È una questione di ambiti, contesti e opportunità.
Siccome il direttore dell'università da noi si chiama Magnifico Rettore, è una figura incontestabile e altissima, che nemmeno si vergogna dell'epiteto che si porta dietro, visto che la contestazione degli accademici non è bastata, gli studenti hanno deciso di farsi sentire (saranno anche pirloni quanto volete, ma l'Università sono loro, ricordiamolo.) E Mons. Bertone, l'ha detto a Repubblica, ha preferito evitare il ritorno di immagine sgradevole e negativo legato alle misure di sicurezza e alla contestazione (a Porta a Porta hanno favoleggiato di eventuali macchine bruciate, ma va be', se diamo retta a Buttiglione e Vespa che parlano di Vaticano, arrivederci).
L'Università italiana è in condizioni pietose, ha bisogno di una riforma e ha rotto le palle da tempo. La stessa Università che pochi mesi fa era giustamente nell'occhio del ciclone per le inchieste di Iacona, Gabanelli, Santoro (altre alla magistratura), lo stesso posto dove sono tutti parenti e non publicano una mazza e chi pubblica lo fa malgrado tutto e i dottorandi fanno funzionare la baracca e prendono cifre semplicemente pietose finché non se ne vanno giustamente in paesi seri, quell'istituzione adesso diventa ufficialmente decadente anche agli occhi dei politici, evviva, perché non ha voluto far inaugurare l'anno accademico della propria sede più prestigiosa da Benedetto XVI.
Lo scandalo scomparirà. La notizia resterà. La reazione del mondo politico e della stampa mi ha convinto che il rettore ha sbagliato a invitare il papa e il Professor Cini ha ragione. (Ovvio che Ratzinger è un cervellone dotto e quello che dice è interessante, ma questo non c'entra.)

ps - Houston, I'm coming!
pps - (postilla saggia e lontana da Porta a Porta) Tra avere ragione e agire nel modo migliore a volte c'è una differenza grande come la città di Hiroshima.

27.12.07

Ogni volta che darete del malato a qualcuno...

duke.jpgSiccome salta fuori sempre più spesso la questione Binetti Senatrice Paola. E allora poi uno si abitua a quello che gli dicono. Cioè che Binetti Senatrice Paola l'espressione del cattolicesimo, anche progressista magari. Sono così, i cattolici, uno finisce per pensare: difendono certi valori strenuamente. Per esempio la famiglia tradizionale, quella che la Senatrice Binetti non ha. Lo stesso Roberto Formigoni, Governatore della Lombardia e acceso alfiere della famiglia (lui lei due bambini un cane le preghiere e una tavola imbandita per la colazione), ha preferito vivere, almeno per un certo periodo, secondo le regole dei Memores Domini: tutti in una casa, maschi da una parte e femmine dall'altra, tutti vergini e astinenti, nel rispetto di un piccolo dogma inventato da una organizzazione privata come CL e riconosciuto dalla chiesa nel 1988. Quindi chiunque voglia vivere come gli pare, faccia pure, basta che sia di quelli che possono. Capire quali siano è complesso. Eppure chi è dentro lo sa: deve essere una specie di luccicanza.
Ma torniamo a Binetti Senatrice Paola, della Margherita, Centro-Sinistra.

La senatrice, che porta liberamente un cilicio alla coscia – e uno dovrebbe anche spiegarlo cos'è il cilicio, perché, anche se ultimamente alcuni se ne dimenticano, siamo vicini al 2008, e cosa cacchio sia il cilicio non dovrebbe interessare a nessuno, almeno non più di cosa siano un astrolabio o un sestante – insomma questa donna con gli uncini di ferro piantati nella generosa coscia rilascia dichiarazioni. Sostiene di aver pregato perché alcune leggi che riguardavano il diritto individuale e familiare non passassero, così da lasciare le cose come le ha decise il precedente governo. E soprattutto interviene a proposito di un tema a lei molto caro: quello del ricchionismo. Dopo aver recentemente dichiarato che i gay sono molto sensibili e spesso esercitano lavori artistici, come Dolce & Gabbana o Armani, Binetti ci tiene a precisare che se la ricchioneria non è più considerata un disturbo della personalità è per intervento della lobby gay.
Immaginiamo che non sia la signora Binetti a dire queste cose, così penitente nello sguardo, così compita, così donna educata e pacata nei modi. Immaginiamo che sia un uomo di destra, anche un po' triviale nei modi, diciamo il prosindaco di Treviso, Gentilini. Immaginiamo Gentilini che dice le stesse cose. Forse non faremmo delle prime pagine, ma sicuramente vorremmo sottolineare quanto siano affermazioni fascistelle, irricevibili, di una violenza sostanziale ed evidente. Non grida e non gioca con le pistole come Gentilini, ma sostiene tesi e difende interpretazioni del mondo rispetto alle quali non si deve dialogare. Sono stronzate, frutto dell'ignoranza e dell'oscurantismo dogmatico di Binetti Senatrice Paola. Non solo offendono i gay e i democratici del 2008 (di centrotrattinodestra o centrotrattinosinistra), ma non possono nemmeno passare sotto silenzio o essere trattate come posizioni su cui si debba disquisire in televisione o sui giornali.
È tutto molto più semplice di come sembra. Stronzate. Ignoranza. Dogma. Vergogna. Non si permetta davanti a me. O ritira o me ne vado. E si guardi in giro ogni tanto, sorella, che non è peccato.

14.10.07

Aria di casa mia (Voto lei perché è sfavorita, Simona)

ballot.jpg
Arrivo con la bici in via Archimede e fuori c'è un po' di coda. È domenica mattina, è il centro di Milano e la giornata è placida e anziana. (Tutto deciso: Walter.) Arrivo alla sede dei DS dove si vota. Non so niente. Ma ho la mia bella scheda elettorale e ho anche un documento di identità. Fuori dal seggio al piano sotto ci sono affisse le liste per dei candidati a segretario e quelle per la costituente regionale non so cosa. (Dopo la festa del cinema, la festa del PD.) Cerco di farmi un'idea. Un ragazzo davanti a me dice "Ma Ludovico Einaudi il pianista?". Io rispondo "Temo di sì" e sorridiamo. (Vincerà VolksWagen.) Uno ci dice che possiamo votare anche sopra. Saliamo in tre o quattro. Ci sono molte persone sopra i cinquanta e fino ai settanta. (È garantito che trionfa il sindaco.) Quando tocca a me, do la scheda elettorale a un ragazzo che controlla il numeretto. Poi mi chiede un euro e mi fa firmare la ricevuta. (E va anche bene che vinca lui.) Poi passo all'altro banchetto dove c'è un signore simpatico che mi spiega velocemente a cosa servono le schede. "Appoggiati lì" mi dice, "ti vedono solo in quindici". Sorridendo mi appoggio. (Tanto vince Veltroni, stai sereno.) Voto una lista che sostiene Veltroni per la costituente regionale non so cosa. (Guarda che poi dice una cosa sugli embrioni o sulla chiesa e schiumi di rabbia, come l'ultima volta con la Rosa nel Pugno.) Prendo la lista del segretario del PD. Ci penso poco perché sono tranquillo. (Cretino è la parola giusta, non tranquillo.) E voto Rosy Bindi.
Esco tutto contento. Pedalo verso casa canticchiando. (Ti stai già pentendo, e lo sai. Per fortuna che poi tanto vince Walter Veltroni, così puoi raccontare in giro 'sta stronzata per farti insultare o sentirti dire anch'io da gente che ci credeva veramente.)
Sarà banale, ma a votare anche per il PD alla fine ci si diverte. (Bravo, bravo: cambia discorso, dai.)

03.10.07

Di tutti non vuol dire mio

keith.jpgOggi Michele Serra dice una di quelle cose che io pensavo da tanto tempo e che poi alla fine non ho mai detto così precisamente, perché poi ti guardano strano. Anzi, l'ho detta agli intimi, ma non in pubblico. Codardia? Coniglismo? No, è che poi devi spiegare troppe cose (non hai voglia tu e non ha voglia l'altro). E allora eviti. Oppure essendo tuoi amici sanno già perché già li hai asciugati a riguardo, e quindi va bene. Insomma, ecco cosa ha scritto.

Il Municipio di Bologna ha fatto ripulire via Zamboni dai graffiti. I graffitari hanno già annunciato che la ridipingeranno come pare a loro, e che l´odioso sindaco Cofferati non si permetta mai più. Il Municipio di Bologna rappresenta la città. I graffitari rappresentano loro stessi. Ovvio che negli ultimi vent´anni i graffitari abbiano stravinto: gli interessi privati e le pulsioni individuali hanno travolto gli interessi pubblici ovunque e ad ogni livello. I muri di molte città italiane sono stati di fatto privatizzati da chi desidera lasciare traccia del proprio passaggio, e francamente se ne fotte se altri preferirebbero vedere quel muro pulito, o appena velato da quella bava di fuliggine alla quale siamo tanti affezionati. Per colmo della confusione, un gesto di destra come l´appropriazione di ciò che è di tutti, passa per "libertario", mentre il disperato tentativo di una città di difendere la sua identità pubblica viene bollata di "repressione". La morte del concetto di collettività fa sì che molti dei gesti compiuti nel nome di evidenti interessi pubblici (per esempio, pulire i muri di una via) passano per mostruoso arbitrio del Potere. Forse l´unica scappatoia che resta, per uno come me, è scrivere di notte sui muri: "i writers sono di destra". Michele Serra, L'amaca, la Repubblica, 3 Ottobre 2007.


31.08.07

Se lo volete fare, lo fate. Se no, non fate finta che non si sappia come fare.

patrol7.jpg
"46 MORTI L'ANNO - FAI UNA PAUSA!" C'era scritto questo su un tabellone dell'autostrada A8 (Milano-Laghi) qualche tempo fa. La seconda riga, che recita "PER COLPO DI SONNO", era rotta. E così mi sembrava di esssere una specie di O.J. Simpson in fuga dalla polizia, coi tabelloni che mi invitano a riflettere sulla mia carriera di serial killer, affinché io almeno la smetta di uccidere, se proprio non mi voglio costituire.
In realtà la questione è seria. Il nostro paese, dopo i primi anni del 2000, ha scoperto che si muore troppo sulle sue strade. E finalmente non c'è in giro gente che dice che se non metti le cinture è meglio, che ti sbalzano fuori e ti salvi dall'asplosione dell'auto; e nemmeno ci sono le dichiarazioni di quelli che sostengono che il traffico vada snellito, sia megli andare spediti. La prima causa di morte ovviamente resta la guida in stato di sbronza. Come al solito (siamo sempre in Italia) i toni sono tutti sbagliati, dai servizi del TG1 sui morti del sabato sera, fino alle pubblicità progresso. Eppure verrebbe da dire che le cose le hanno già fatte gli altri, e quindi  si può semplicemente copiare. Il Regno Unito aveva più morti di noi sulle strade, alla fine degli anni Ottanta. Poi si incazzarono. I morti oggi sono più che dimezzati. Si parla di qualcosa come quattro o cinquemila persone in più vive all'anno. Non robetta.
Quindi le capacità ci sono. Si tratta di metterle a frutto, senza dedicarsi al fai da te.
A occhio, ci sono alcuni punti che sarebbe il caso di seguire.
1 - La campagna non deve essere contro l'alcol o le droghe E per la guida sicura. Come dire non bevete, che poi va tutto a posto da solo. La campagna deve essere contro la guida da bevuti o strafatti. E siccome la gente beve o si strafà per divertirsi, questo tipo di messaggi equivale a chiedere alla gente di non divertirsi. E poi due messaggi così, forti e dedicati ai comportamenti individuali, si annullano. Si ha l'impressione che ci si chieda di essere persone migliori. La risposta spontanea (conscia o inconscia) è: "Di mamma ho la mia e il prete mi ha già rotto le palle per conto proprio: se ho bisogno di altri, vi telefono io. Grazie."

2 - I testimonial non funzionano. L'idea che i testimonial diano l'esempio è vecchia e smentita dai fatti. Gli uomini della musica, dello sport e dello spettacolo, che in genere vengono scelti per far leva sul pubblico giovane, non sono autorevoli fuori dal loro ambito. Che Cannavaro mi dica di non bere prima di guidare, mi pare un bel gesto. Grazie, Canna. Però Cannavaro è distante, e già solo dal modo impacciato in cui legge il comunicato (scritto da uno che ha studiato il triplo di lui, guadagna un ventesimo e non sa fare il proprio mestiere) si capisce che non sta parlando a nessuno. Sta comunicando un senso di bontà e di responsabilità che ricade sulla sua immagine, su quella dell'agenzia, su quella del ministero che ha commissionato, del governo, del paese tutto (Una margherita al 6 e una panascé sgasata, grazie).

3 - Le campagne devono essere forti e creative, non molli. La pubblicità sociale in Italia tende troppo spesso a somigliare al Telethon: una schifezza sfigata per una giusta causa. Invece deve essere fatta con una barca di soldi, come fosse il Campari, e un'idea forte e ragionata alle spalle. Meglio se lo slogan è sempre quello. Don't drink and driveThink! sono due esempi di quello che fanno nei paesi anglosassoni. Sull'eventualità di provocare uno shock visivo nello spettatore si discute molto. Un tempo erano tutti shock. Oggi alcuni epserti in materia hanno stabilito che lo shock porta a una specie di chiusura protettiva dello spettatore e risulta poco efficace. La nuova campagna britannica contro la guida in stato di ebbrezza è figlia di questa impostazione. Il barman interpreta parti e voci di quello che potrebbe succedere se il ragazzo bevesse prima di guidare: il poliziotto, il giudice, quello che compra la sua macchina ormai inutile, la sua ragazza che lo sta mollando, e poi gli chiede cosa vuole.
La campagna dello stato del Texas (attenzione, prima di cliccare qui accanto, sappiate che sono immagini molto forti, non adatte a persone facilmente impressionabili, sono serio) ha per protagonista Jacqueline Saburido, e segue invece la vecchia scuola dello shock. Lo fa con una convinzione davvero granitica.

4 - "Quando sali in macchina, sei responsabile di quello che fai e delle tue condizioni. A me non interessa niente di quello che fai prima. Solo che quando ti metti al volante tu rispetti la legge. Se la rispetti, bene. Altrimenti." Questo dovrebbe essere più o meno il messaggio.

5 - Altrimenti, appunto. Altrimenti io ti ritiro la patente. E te la ritiro per tanto. E tu cominci, a diciott'anni e mezzo, dopo che ti fermo e sei pieno di birra, a farti tre mesi a non guidare. E ti girano le palle, tanto che se hai un minimo di testa non bevi più quando sei in giro in macchina ed esci a bere con altri mezzi. Poi se ti riprendo ancora ti fai sei mesi senza macchina. E lì smetti quasi per forza. In caso contrario, se ti ribecco, revoca illimitata della patente. Un anno dopo puoi rifare l'esame, se ti va. Tutto il resto, dalle multe al Codice Penale, è importante. Il primo punto, deterrente e repressivo insieme, deve essere il ritiro immediato e irremovibile della patente.

Stiamo a vedere se seguiremo idee simili o resteremo ai messaggi confusi e moralistici di adesso.

23.08.07

Una questione di responsabilità, o una formalità (non ricordo più bene)

punishment.jpgSuccede che scoppino degli incendi e ci siano morti, feriti, disastro ambientale, danni alla proprietà. Succede che la prima reazione della gente intervistata sia quella della polemica sui soccorsi, che lo stato ci ha abbandonato e siamo l'ultima ruota del carro, come quando ci sono i terremoti o i nubifragi. Succede che nessuno pensi che se una serie di criminali aspetta le giornate di vento per commettere un reato (che ha l'aria di una disgrazia incredibile, ma della grazia o del suo contrario non ha nemmeno lontanamente la faccia), forse i mezzi saranno sempre, comunque, insufficienti. Succede che prendano a volte i piromani e poi li rilascino, in attesa di processo.

Insomma io ho la netta impressione che ci sia qualcosa che non va nel nostro sistema giudiziario, effettivamente; che i giornalisti ne scrivano sempre pensando ad altro, sempre con la politica in testa, senza un'idea delle cose; che i politici ne discutano partendo dalle posizioni delle lobby degli avvocati e dei giudici; che la riforma la possa fare, a strappi, la destra, perché se la sinistra avesse voluto e potuto fare la riforma, ci avrebbe messo Anna Finocchiaro a fare il ministro.
Comunque, senza fare i destroni e senza il populismo con bava alla bocca e forcone in mano targato Beppe Grillo, si possono dire delle cose. Sulla giustizia, ma anche sul gradino precedente. Un po' come vengono. Come mi vengono, per al precisione.

Il nostro è diventato un paese dove la responsabilità è scomparsa. Sbagliare non è previsto: si fanno delle cose che secondo alcuni non si sarebbero dovute fare, certo, ma proprio errore errore di sbaglio che uno può dire con certezza quella volta ho sbagliato...be'...insomma...naaa. E non è il caso di prendersi carico dell'errore e delle conseguenze: si rischia di tirarsi la zappa sui piedi, prematuramente! Chi mi dice che si trattava di errore vero e non illusorio, momentaneo, fallace, piccola svista nell'occhio di chi giudica? (E chi giudica il giudice?) Guarda meglio. Poi alla fine non aveva tutti i torti, bisogna capire il perché e il percome, e c'è tutto un contesto intorno che non ti dico, amico caro, e quelli che allagano la scuola in fondo, e poi comunque io sai cosa?, io vado al TAR del Lazio, il TAR del Lazio, che meraviglia, il TAR del Lazio è una grande madre accogliente, con enormi tette ope legis, sotto cui ognuno trova posto e si accoccola felice, come quella volta che non aveva fatto i compiti e la mamma ha detto non piangere vieni qui. Quando un errore effettivo viene commesso, diciamo un errore incontestabile (posto che ne esistano), diciamo il giorno successivo alla cattura di uno che ha ucciso dei quattrenni a colpi di martello perché si annoiava, sui giornali possono succedere due cose, che depistano la ricerca della responsabilità.
Sui giornali di destra cominciano a parlare del raccoglimento dei parenti delle vittime, del dolore indescrivibile (e quindi descritto per filo e per segno), del silenzio degli affranti ("Ti ho detto che ci ho parlato con la madre, le ho fatto un milione di domande, ma questa proprio non parla: piange e basta. Sì che ho insistito. Il fratello a momenti mi mette le mani addosso! Cosa ti devo dire? Vorrà dire che faccio il pezzo sul silenzio. Non c'è alternativa"), tutta 'sta manfrina per poi approdare alla questione centrale per uno stato di diritto: perdòno sì, o perdòno no? Sarà perdonato l'uomo del martello? E il prete? Cosa ne pensa il prete del paese? Chiediamoglielo. Lui troverà le parole giuste per chiudere la faccenda come una conferma dell'imperfezione umana e della capacità di dio-patria-e-famiglia di abbracciare tutto e tutto comprendere e incorporare in un grande disegno naturale.
Sui giornali di sinistra invece è una questione di scollamento sociale, c'è l'intervista al sociologo o al filosofo, che parla di quando c'erano i contadini coi piedi nudi nella terra tiepida, e di come la società di oggi manchi di colla, colla vinilica, tutto un pianeta disattaccato che non si sa come tenere insieme le cose, e poi la povertà il precariato i call center la fine delle ideologie e l'isola dei famosi, tutto questo spinge invariabilmente l'uomo a prendere il martello e, vittima di quel nastro trasportatore che è la vita, bang bang, in testa ai piccolini.
Passare da come vediamo le cose a come è fatto il codice risulta sempre molto pernicioso, però c'è un riflesso concreto di questo modo di pensare. La galera è sempre una vergogna per mostri. La galera dura sempre tanto e non ci si va mai per poco. La galera e qualunque misura restrittiva servono a collocare le persone in una categoria, non a risolvere un problema tra l'individuo e la società. Se nessuno sbaglia, nessuno è mai responsabile, e nessuno paga mai (dal 4 nella versione che la Prof. è una stronza perché il compito era troppo difficile "e stai tranquillo che quella lì al prossimo consiglio di classe mi sente", fino a Gustavo Selva e alla sua ambulanza ambulante), insomma finisce che il meccanismo per cui chi ha pagato ha pagato si scardina e non funziona più. Il recupero, senza l'idea del debito da saldare nei confronti della collettività, diventa un marchio a fuoco indelebile, oppure un perdono urbi et orbi immediato, che per ragioni tecniche viene diluito nel tempo, ma di fatto è automatico.

ps - Mi è venuto un post serioso. Lo so.

02.07.07

Sedadavo?!

martyfrank.jpgAdesso va bene, è ovvio che tutti dicano che no, che loro no, che non se ne parla nemmeno, che piuttosto votano Berlusconi, che non gliela dovevano fare, che si tagliano fuori, blah schifo ribrezzo e sputazza. È normale e uno se lo aspetta. Poi più uno è buono, più lo si prende per il culo. Figuratevi la macchina del popolo: un bersaglio burroso che non dargli contro è quasi un insulto. Ma uno ha pazienza e aspetta.
Per anni dici che la politica è difficile, lenta, è fatta di parlamento, di lavorio noioso delle commissioni, ma soprattutto di assemblee di partito e ore a convincere Angius di qualcosa (quando se ne va Angius, c'è sempre Parisi). Per anni litighi con tutti, che sono convinti che davvero la rovina della sinistra italiana sia stato Massimo D'Alema. Per anni ripeti che per te è il miglior politico italiano, e in una certa fase ti guardano addirittura male, ma tanto, con la faccia di quelli che forse devono rivedere certi loro giudizi su di te. Insomma passa tutto questo tempo, e tu un po' soffri, un po' dici va be', aspettiamo che passi il fortunale, poi qualcosa succederà.

Poi, sporchi di palta come tutti, si riesce ad arrivare al governo. Ferrara si incazza e ridacchia. Berlusconi si incazza e fa ridacchiare Bonaiuti. Fini si incazza e si separa. Buttiglione si incazza e vuole il gelato. Fatto sta che la situazione non è per niente rosea e si capisce molto bene che la fase è transitoria in un senso parecchio stringente, come dire che o si transita adesso verso qualcosa di più ammissibile per i tempi, oppure ciao. L'attrito tra la sinistra riformista e la sinistra conservatrice si fa sempre più evidente. Il sindacato e il governo. I chierici e i laici. Insomma salta fuori il Partito Democratico, di cui si vedono benissimo le derive e i propositi, ma molto poco la sostanza e il timone. In tutto questo succede che l'unico dirigente della sinistra italiana a cavalcare una fase ascendente di credibilità e gradimento, il nostro VolksWagen, si candida come leader del Partito Democratico.
E siccome io ho l'impressione che la cosa possa eventualmente (incrociando anche i villi intestinali) funzionare, tutti mi dicono sbuffando che sono ammattito e che lui è una specie di Tenerone, e guarda cosa ha fatto coi TAXI, e io nemmeno per sogno e siamo matti e Mussi qua e piuttosto l'espatrio là bas eccetera eccetera.

Credete che non lo sappia? Credete che mi strappi i capelli dalla gioia?

Siccome, benché gli altri siano messi come il Belgio, qui non ci sono più carte nel mazzo (che la gente vuole giocare a poker e noi abbiamo le carte da briscola del circolino, cogli angoli spiegazzati), immagino che l'orchestra (Massimo, Franco, Anna, France... no, lui effettivamente non ha idea) sappia che stiamo giocando il jolly. Anche perché se non sanno quello che fanno, non è che cambi molto, no? Ci si va a schiantare lo stesso, che si abbia la faccia tutta imbronciata "l'avevo detto, io, io non l'ho votato questo naufragio, io non ne so niente e non", o che si abbia quella "proviamo, ragazzi, se dietro a VW ci si mettono persone capaci e si capisce che DEVE essere fatto tutto a modino, io il rischio lo corro".
Tutto qua. E quella storia che da Fazio lui ha detto che dopo il secondo mandato da sindaco non avrebbe mai fatto più niente...ma per favore, ma santo cielo, piantiamola di sgabibbare e sgrillare, va'.

28.06.07

Dalla terra alla luna (The making of VolksWagen)

vwveltroni.jpgA una certa distanza dall'Italia, ho scaricato la registrazione del discorso di Walter Veltroni (che ribattezzo qui e ora, sia messo agli atti, "VolksWagen", o "la macchina del popolo"). Si può dire quello che si vuole, si possono fare i distinguo, questo e quello, tempismi e facilonerie, piacionate eccetera eccetera, ma alla fine la cosa funziona proprio. Per una volta sono ottimista e sorrido magnanimo quando sento le parole "teodem" o "Binetti". Davanti a un discorso come questo, io sono un semplicione, quindi sul finale VolksWagen mi ha strappato anche l'occhio lucido (non che la leva emotiva fosse appena accennata, a dire la verità). Mentre ascoltavo mi sono segnato un po' di parole che mi hanno colpito, in ogni senso. Poi le ho rilette e ne ho eliminate. E l'ho rifatto altre tre o quattro volte, fino ad arrivare a questa marmellata di speranze. Se c'è qualcuno capace di mettere in piedi 'sta roba, adesso, mi sa che sono questi. Quindi, andiamo.

Italia nuova. Unire. Libertà. Giustizia sociale. Cambiamento radicale. Conservatorismi che paralizzano. Soggettività femminile. Genere. Idea. Progetto. 14 Ottobre. Una testa, un voto. Coraggio. Sfida. Forza plurale e riformista. Società civile. Europa. Pace. Comunità internazionale. Curiosità. Ponti. Sinistra moderna e innovativa. Fluidità sociale. Precarietà. Parlo da italiano. Destino. Declino possibile. Illegalità diffusa. Difendere privilegi. Omofobia. Risanamento finanziario. Liberalizzazioni. Crescere. Bellezza. Patrimonio ambientale. Territorio. Olof Palme. Battaglia. Odii. Dovere. Monade. Egoismo. Prosperità. Responsabilità. Vento dell'euroscetticismo. Ambiente. Formazione. Sicurezza. Effetto serra. Kyoto. Telecomunicazioni. Alta velocità. Smaltimento dei rifiuti. Equilibrio naturale. Idrogeno. Difendere. Conservatori. Uso del nostro tempo. Reddito. Bambini poveri. Divario di felicità. Anni Sessanta. I nostri ragazzi. Pressione fiscale. Lavorare. Scappare. Più forze dell'ordine per strada. Mi faccio delle domande. 1000 tra deputati e senatori. Non barocco. Stare meno nei talk show televisivi. Potere sobrio. Politica pragmatica. Basta. Rispetto istituzionale. Un solo popolo. Punto di equilibrio. Persone che si amano. Nuovi ragazzi. Democrazia come virtù da onorare. Torino. Allegria. Amici nuovi. Diversi e migliori. Voglia di futuro. Salario. Pressa. Ereditarietà. Giulia. Morire. Natale. Eccoli, i nuovi italiani. Sono così.

22.06.07

Caccia all'uomo 2

clockwork.jpgQualche giorno prima di venire a Tokyo, sono andato a Londra a provare un videogioco. Quel videogioco era Manhunt 2, il titolo di cui tanto si parla in questi giorni perché è stato considerato troppo violento dall'ente di controllo britannico. In seguito a questo fatto, anche il Ministro delle Comunicazioni Gentiloni ha chiesto e ottenuto dalla Take2 (l'editore e distributore dei giochi Rockstar, come Manhunt 2) che il gioco non esca nemmeno in Italia. Prima vi racconto com'è Manhunt 2 e poi vi dico cosa ne penso.
Manhunt2 è un gioco violento, sì. Parecchio. Ma non è realistico in niente. Non c'è niente di normale in quello che fa il personaggio, nella storia, nell'ambientazione, nelle luci e nel testo. Tutto è horror dall'inizio alla fine. Avete presente Saw, 1-2-3? Ecco, quella roba lì. Tutto fosco, tutto perverso, tutto estremo e sanguinosissimo. La versione per Nintendo Wii, poi, è ancora più chiaramente slatter. Lo scopo del gioco è attraversare un mondo di pazzi e assassini, farli fuori per uscirne (farli fuori a cariolate, farli fuori con la sega, la pistola, la spranga, il pugnale, la pressa e il volo dal quinto piano), per scoprire il perché e il percome. Perché il protagonista è uno scienziato che sta in un manicomio criminale, ne esce in una notte tempestosa in cui un blackout fa aprire tutte le celle, e segue degli indizi a ritroso alla ricerca del proprio passato.

Il problema della classificazione dei videogiochi è effettivamente complesso e multiforme. Per prima cosa, anche se con regole e caratteristiche proprie, il videogioco è una forma espressiva che può contenere temi o immagini che non si considerano adatti a un pubblico giovane. E questo è pacifico. L'idea secondo cui porre dei divieti ai minori sia equivalente alla pratica della censura è semplicemente cretina. Quindi è normale che, come per i film, i giochi vengano valutati in questo senso. Poi c'è il secondo tema, quello dell'immedesimazione. Vista la natura dei videogiochi, si pensa che l'immedesimazione nel protagonista sia maggiore in chi li usa, che non se la stessa situazione fosse descritta con la terza persona della macchina da presa o tramite il filtro della scrittura. E su questo io dissento, proprio per la natura artificiale, o artistica (scegliete voi), dei videogiochi. I videogiochi sono un'altra cosa rispetto al cinema, non funzionano solo con le immagini, non puntano quasi mai al realismo fotografico, ma anzi fanno di tutto per creare dei mondi del tutto alternativi e autonomi. Mondi in cui il racconto è sempre in secondo piano rispetto al gioco, all'interazione, al rapporto tra stimoli, reazioni, esperienze che ne risultano. In questo contesto, chi gioca fa delle cose, piuttosto che osservare delle situazioni; impara degli stili, delle mosse, acquisisce delle abilità che fuori da quel mondo non hanno senso. I videogiochi di combattimento, i cosiddetti picchiaduro, esistono da una ventina d'anni. Eppure non si ricordano, nemmeno nel sensazionalismo tipico dei media su queste notizie, casi di incidenti dovuti a gente che rifà le mosse di Tekken, Mortal Kombat o Virtua Fighter. ll wrestling è un fenomeno di massa da qualche anno (quello degli Ottanta era robetta in confronto) eppure se ne scianca uno a settimana, di ragazzino. Non perché il wrestling sia peggio, ma perché quella è gente vera che fa cose vere. Mosse studiate e provate mille volte, va bene, ma comunque movimenti veri. I videogiochi sono un mondo a parte. E chi li frequenta lo percepisce naturalmente. Molto più di chi li vede da fuori, senza esserci cresciuto.
Poi c'è un altro problema, quello della vendita. In Germania i giochi vietati ai minori si comprano nei sex shop. In Italia non è mai stata affrontata seriamente la questione e l'età riportata dalla confezione è un'età consigliata. Qui effettivamente si dovrebbe intervenire. Oggi il Ministro Gentiloni tutela i piccoli e ottiene che il pur divertente Manhunt2 non esca. Ma domani io, che ho 33 anni, voglio poter giocare a quello che mi pare. La grandissima maggioranza degli utenti di videogiochi nel nostro paese è costituita da maggiorenni. Date anche tutte le questioni di cui sopra, si prevede che da adulti abbiano il diritto di vedere il film che preferiscono, giocare al gioco che preferiscono, sentire la musica e leggere i libri come quando e dove pare a loro. Finché non danno fastidio al prossimo. Spero che questo non valga come precedente, che non si instauri un bel "nel dubbio, meglio astenersi" che poi generalmente diventa abitudine stantia. Il fatto che non sia più il ministro dell'Educazione a occuparsene, come successe nei casi ridicoli dell'anno scorso, fa ben sperare. Che si vada fino in fondo, però. Che si istituisca una commissione che decida quali giochi vadano venduti ai maggiorenni. E poi, fatto questo, che il divieto, per chi non ha l'età minima, sia rispettato.
Altrimenti poi tutti i videogiocatori, armati di seghe elettriche e coltelli da arrosto, marceranno verso la Capitale...dai, scherzavo!

06.06.07

Asfalto canaglia

scolabott.jpgAmici, cittadini, gente di campagna. Io vengo per seppellire i giovani, non per lodarli. Quindi se volete riempire questo blog di commenti sugli spazi riservati alle iniziative, ciò che offre la città, ciò che nega, i luoghi di aggregazione, la fiducia istituzionale e tutta questa bella gerla di luoghi comuni che nel profondo nessuno condivide, evitate di leggere.
Alle Colonne di San Lorenzo da questa sera scatta un'ordinanza del comune che riguarda l'orario di chiusura dei locali e il divieto per i bar di dare bibite in bottiglia. È successo già a Bologna e in altri posti, che si dovesse intervenire sulla questione delle bottiglie. Poi ci saranno delle transenne, sulle quali non mi esprimo. Fatto sta che mi sono rotto le palle delle dichiarazioni fotocopia che arrivano sempre da sinistra quando succedono queste cose. "Il Comune ai ragazzi deve offrire più opportunità, non chiudere le piazze" è la classica frase che non vuol dire niente al cubo.
Certo che la Lista Moratti che, con il solito senso della guerra, dichiara "In città non ci sono zone franche", conferma con fermezza la propria incapacità istituzionale, l'assenza di senso della misura, di capacità comunicative, insomma la sua fiera natura antipolitica. Ma questo c'entra poco.

Fatto sta che io sono stufo delle bottiglie rotte. E sono stufo di credere che le bottiglie rotte siano necessarie e che dove c'è tanta gente che si diverte all'aperto non ci debba essere mai un senso di presenza nella città, ma al contrario debba valere un'idea di occupazione pura degli spazi, per cui o tutto, o niente. Che quando la gente si diverte debba pazziare per forza, come se in tutto il mondo fosse così, e che fatalmente alla fine ci siano quelli che prendono a calci le bottiglie e i vetrazzi ovunque e il bordello infinito per chi ci abita: a questa storia non ci credo. Che ci sia il bordello, normale. Che sia infinito, no.
Qualche anno fa successe qualcosa di simile con il Parco delle Basiliche, che sta a trenta metri da San Lorenzo, che era superfrequentato, dove suonavano i bonghi fino a notte fonda. Si divertivano e mi divertivo anche io, spacciavano e va bene lì si può intervenire o meno, ma per quelli che ci abitano lì c'erano dei ragazzi che suonavano i bonghi di notte. Ora, posto che io i bonghi li detesto in genere perché non li sa suonare nessuno e tutti li pestano e fanno pum pum a caso e sarebbe bene che tornasse di moda qualcosa di diverso e che stia su un registo più acuto, non ci vuole quella scienza inarrivabile per capire che non si possono suonare di notte, neanche piano, i bonghi, in una città con abitanti vivi. Perché l'effetto che ottieni è che si formi il comitato degli abitanti della zona e abbia ragione in automatico. Così a suo tempo fu contrapposizione frontale tra il comune e i frequentatori della piazza, non si trovò un accordo su quello che si potesse fare e quello che non fosse lecito (perché notoriamente questo è il paese in cui le regole sono fascismo), risultato: dai e dai, pum e pum, misero una cancellata tutto intorno al parco e lo chiusero. Fine dei bonghi. Fine del parco la sera d'estate.
Ora, prima che succeda lo stesso alle colonne di San Lorenzo, si riesce a capire che le regole sono una ricchezza per tutti e il controllo di una banalità come le bottigle e gli orari può salvare la zona da un'altra chiusura?
Speriamo.
Perché poi, se no, sono due situazioni di tensione tra gente e abitanti finite efficacemente con le cancellate. E valgono come precedente. Orrendo e avvilente.

ps - Certo che la politica, quindi l'amministrazione, è responsabile della ricerca delle intese. Ma a me non interessa se la Moratti non capisce come tanta gente in giro, che si diverte in una zona centrale della città, sia una ricchezza fondamentale per Milano. Non mi interessa perché non mi aspetto niente da Letizia Moratti e penso che la sua visione per la città sia misera e piccina. E di lei non mi preoccupo. Mi preoccupo di quello che ci si perderebbe col muro contro muro e la conseguente chiusura delle Colonne di San Lorenzo.

17.05.07

Out of time

bush-umbrella.jpgÈ un periodo che mi sento molto l'uomo della strada. E un po' mi fa effetto. Perché sono cresciuto a Varese, e la gente che dice che fanno schifo tutti e che devono andare a casa la conosco bene. In genere schifano la politica, schifano la collettività, schifano le tasse, se ne fregano di tutto tranne di dire che è una vergogna. Poi comandano e non fanno niente. O quello che fanno, lo fanno male. E continuano a lamentarsi, ma a voce più bassa, che non possono fare e hanno le manio legate.
Per tutti questi motivi io mi freno sempre e cerco di capire questo e quello.
Poi ci ripenso e arrivo alla conclusione che non ci sia nessun questo e nessun quello da capire.
E insomma dopo un po' tutto questo avanti e indietro poi si ferma. E uno semplicemente dice mobbasta, alla Maccio Capatonda.

Venti pagine di giornali che si occupano della politica nazionale e delle polemiche del Partito Democratico; le elezioni in Sicilia che rilanciano l'immortale "è la fine del governo-sono consultazioni locali"; l'assenza totale di un senso della notizia da parte dei media; l'assenza totale di un senso dei media da parte delle notizie (i politici); il divario sempre più gigantesco tra quello che succede sul pianeta terra e quello che è il caso di raccontare. Di tutto questo sono stufo al punto che ho l'impressione (l'avrò scritto già, temo) che qui siamo alla frutta. Tutta una fetta di elettori di sinistra capaci di tirare i remi in barca per le elezioni e godere dell'entusiasmo di governo nonostante tutto, ora è in una fase di riflusso. Una pura fase di basta, pura e semplice: un sovraccarico di politica e sforzi congiunti e impegno sempre teso al raggiungimento degli obiettivi concordati. Sottosegretari, commissioni, grisaglia, apparato, palazzo, tutta roba che a un certo punto uno dice anche smettetela. Comunicare è compito vostro, così come l'ecologia dei comunicati stampa e dei servizi pastone dei TG deve essere un obiettivo di tutti. Prendere delle decisioni, fare delle dichiarazioni, mantenere la parola data, comportarsi come se la politica esistesse, per tutto questo c'è spazio. Per questa menata insopportabile che è la comunicazione politica in Italia, no. Non ce n'è più. C'era, forse, quando eravamo piccoli. Adesso basta. Quindi si sveglino, la capiscano. Se no voti e copie, date retta, evaporano. Poi non fate un comunicato congiunto e distinto per dire che non l'avevamo detto, eh!
E non eravamo gli unici. Per dire.

24.04.07

Quando ci vuole, ci duole

yogi.jpgIo l'ho detto diverse volte. Non metto nemmeno i link. Fidatevi. Io Alfonso Pecoraro Scanio lo reggo poco. Anzi, di tutto il centrosinistra è uno di quelli che mi piacciono meno. Per il suo populismo atavico, viscerale, e per quel modo lamentoso di far sentire le sue ragioni venendo sempre prima del tema per cui si batte. Si vede subito, no, che non mi piace? Ecco. Non mi piace, dicevamo.
Però il lavoro di un ministro dell'ambiente si giudica dal tipo di leggi che fa promulgare e dagli stanziamenti che avvia. E il fatto che si siano inseriti dei novi reati ambientali, con pene detentive più serie e risarcimenti che in alcuni casi arrivano fino a €250.000, non è proprio male. Anzi. Bisogna dirgli bravo e basta. E soprattutto bisogna che poi la gente in galera ci vada, per reati ambientali. Perché finora, a occhio, credo che non ci sia mai andato nessuno, nel nostro paese.

E già che ci siamo, già che si parla del modo in cui giudicare veramente la politica, io ho un altro tema che voglio lanciare. Legato come sempre al conflitto con le gerarchie ecclesiastiche, che ultimamente hanno serrato le fila massicci. Il tema è il seguente: questo governo sarà in grado di emendare una legge dello stato, portando da tre a uno gli anni di separazione necessari per poter divorziare. Certo, saranno capaci, i preti prima e Ferrara subito dopo, di dire che è come affossare la famiglia, che la famiglia si fortifica anche nelo sacrificio, che tre anni sono quelli che bastano per rendersi davvero conto se una storia d'amore sia recuperabile o spacciata. Ma a parte questo fiume di chiacchiere irrilevanti, la legge arriverà a un dunque attuativo, o resterà sospesa in un'aura di buoni propositi che poi però è meglio lasciare perdere e non è il caso? Perché tanto qualsiasi posizione si tenga, questi spingono indietro. A 'sto punto, che abbiano da spingere più vigorosamente, no?

11.03.07

PSQR: una prima donna dell'informazione italiana

russell.jpgLa capacità di infilarsi in ogni contesto come un fluido viscoso è sempre stata la forza di Pierluigi Diaco. Fin da quando, giovanissimo, rispondeva ai lettori su Musica di Repubblica, rappresentandoli tutti senza che nessuno glielo avesse chiesto. E poi scriveva libri intervista a politici e giornalisti ignari di essere stati intervistati, parlava male del pc, parlava bene del pc, parlava bene di Bertinotti, coccolava Bertinotti, blandiva Bertinotti, faceva il moderno, faceva il conservatore, faceva il libertario, faceva il tradizionalista, faceva il trasgressivo-papalino-transgender-folle-protocollare-savio-neo/teo/geo-con-lib-prog, diventava amico del sindaco, del console, del proconsole, del basilisco, del papa nero, di qualsiasi carica sitituzionale possibile e immaginabile. Tutto questo fino ad avere ruoli di un certo peso a Sky TG24, a Rai News 24, diventando perfino uno dei conduttori preferiti di mia madre. La minifestazione di ieri a favore dei DICO o di qualsiasi altra roba vogliano decidersi di mettere in piedi, era condotta da Pierluigi Diaco e Alessandro Cecchi Paone. Il secondo, ormai si è capito, è convinto che la propria condizione di gay che è venuto fuori pubblicamente lo renda martire, santo, portavoce del mondo gay. Da "La macchina del tempo" alla militanza più goffa e spesso inopportuna che si ricordi, il passo è stato misteriosamente molto breve. Insomma pare che ieri sia rimasto offeso dalla presenza di Diaco stesso e non sia salito sul palco. Come se la gente che era alla manifestazione avesse tempo e voglia di preoccuparsi ancora una volta delle paturnie di ACP.

Ma il motivo per cui dare la conduzione della manifestazione è stato un errore gigantesco, non sta a mio parere nella sua fastidiosa omofobia anni Cinquanta, o nell'incapacità di tirarsi indietro anche quando una persona gli dice lei mi ha offeso. Il problema è il modo in cui Diaco, dopo tutti questi anni, intende la società e la politica. Cioè al contrario. La politica e la società. È un uomo che ama raccontare il palazzo, le frequentazioni, le liaison, le reciproche aderenze fra questo e quel movimento, le triangolazioni tra i partiti e le correnti, tutta la vita romana, romanissima, polverosa e arrotata su sé stessa, degli amministratori dello stato. Ama raccontarla e ama nuotarci dentro usando i complimenti, le conoscenze, le presentazioni chilometriche di chiccessia, come uno Svitol professionale.
I DICO, i PACS, qualsiasi progetto di legge relativo allo status delle persone nella società, non ha a che fare con quella roba lì. Quella roba lì viene dopo. Le manifestazioni si fanno per mostrare con quanta forza si desideri la soluzione di un problema, vero, profondo, che sta nella società. La gente coi bambini in braccio, le coppie di fatto, i supermilitanti, le bandiere, tutto questo ha a che fare con la popolazione e le sue richieste. Come i rappresentanti la pensino e quali siano le loro posizioni non dovrebbe essere sempre il primo dei problemi, il punto di interesse, il fulcro intorno cui ruota tutto. In campagna elettorale magari sì. Ma altrimenti è su quello che fanno o non fanno che dovremmo concentrare la nostra attenzione. Se intendono risolvere il problema e in che modo. E se non vogliono parlare di quello, ma della nuova iniziativa politica, dovremmo girarci e andare a fare un giro in bicicletta o l'amore su un prato.
Ecco. Se presenta Diaco, e se ci sono di mezzo anche i Radicali, la politica si mangia tutto. Le correnti politiche, i rilanci politici, gli entusiasmi politici, tolgono spazio e priorità al resto. Non a caso qualche migliaio di anni fa si chiamava SPQR. Prima il senatus, poi il populus. Pierluigi Diaco è uno di quelli che di invertire quelle prime due lettere non ci pensa neanche. Se non nel senso di Pigi Senatvsqve Romanvs.

07.03.07

La Margherita di Jacopone

todi.jpgNon so se sia giusto che nel 2007 una casellina della mia memoria sia occupata dal cilicio. Ma è inutile chiedermelo. Ormai la casellina c'è. C'è perché la scena non è male. Nella noia mortale dell'insegnamento dell'italiano delle origini, questo tormentato caso di cronaca nera resta impresso.
Medioevo. C'è una festa in una casa di Todi. Le solite cose: patatine, chiacchiere annoiate, bicchieri di chinotto, qualche passo di danza demodé. Improvvisamente, forse mentre lo stereo spinge Seven Nation Army, crolla il pavimento. Chiamano immediatamente Jacopone da Todi, il quale accorre preoccupato perché alla festa c'è sua moglie. Spostano le macerie a fatica. Recuperano la donna. È morta e addosso le trovano un cilicio. Un segreto scoperto nel peggiore dei modi, che manda in botta dura il caro vecchio Jacopone. Il quale, vedovo e roso dal senso di colpa, si fa frate. O qualcosa del genere.

Ora, partiamo dal presupposto che penso che tra tanti giovani, bloggaroli, de sinistra, ci siano troppi che scambiano la solidità dei propri principi con l'assenza di riconoscimento di quelli degli altri; ci sono parecchi che credono che la cultura cattolica si debba contrastare bellicosamente e nemmeno ne riconoscono il valore sociale o storico. Nello specifico questo atteggiamento vale per la questione cattolici/laici, ma si può estendere in genere a qualsiasi altro problema complesso. Compromesso inteso come sconfitta, e irrigidimento delle proprie posizioni preso come nobile coerenza. Non ci ho mai creduto e lo sapete. Faccio un esempio: Caruso. Per me la politica è il contrario di Caruso. E non c'entrano le sue posizioni. Ci sono molti politici che sono più lontani da me di quanto non lo sia Caruso, figuriamoci. È una questione di cultura politica, di cosa intende lui per azione politica e cosa intendo io.
Per tutte queste ragioni io parto prevenuto di solito, metto le mani avanti contro il mio stesso laicismo e mi sforzo di capire le posizioni lontane dalle mie. Faccio notare che laico lo sono decisamente, senza farfugliamenti mistici o simili. Però mi ci metto d'impegno. Anche su Paola Binetti. Che mi sembra una di quelle strane donne dell'attivismo cattolico che vivono sul loro guardaroba la natura profonda del cristianesimo cattolico nel suo rapporto con le donne. Non è l'unica, ce ne sono altre: è una tipologia nota. Che se vi dicono che è cattolica militante dite ah ok, ma se non ve lo dicono, nemmeno ci pensate un secondo e vi sembra semplicemente una signora lesbica vestita da maschio. Ma figuriamoci, ognuno fa quella mazzuola che gli pare. E poi Rosaria Bindi, averne...
Ora si è scoperto che la Senatrice Paola Binetti, eletta nelle liste della Margherita, membro del Comitato Nazionale di Bioetica, indossa il cilicio. Non solo che è un membro dell'Opus Dei e che all'Università dell'Opus Dei in Spagna si è specializzata. Ma che indossa lo strumento di penitenza e mortificazione corporale in uso ai tempi di Jacopone e della sua sfortunata moglie festaiola (è una specie di cintura con uncini e spunzoni).
Adesso questa possiamo condirla come ci pare. Possiamo intervistare Antonio Socci e altri brillanti ideologi del sacrificio in Cristo e della penitenza e della nobiltà del dolore. Tutta roba che interessa a chi aderisce e per gli altri sono quasi farneticazioni deliranti. Fatto sta che non è sensato, per una rappresentante di una coalizione anche vagamente progressista, essere espressione del tradizionalismo cattolico settario più fervente. Mi fa piacere che sia convinta di quello che fa. Ma se normalmente non ascolto quello che dice Caruso, vi pare che possa considerare anche lontanamente rilevanti le posizioni di una signora che nel 2007 indossa il ciclicio per mortificare la carne?
Questa, sì, è una questione di coerenza. Ci sono cattolici diversi, più adatti a fare parte di una coalizione nella quale mi posso riconoscere (con una fatica, lo dico sinceramente, sempre pià esorbitante). Comunque quelli li ascolto. Poi non sono d'accordo, ma li ascolto. Paola Binetti, no. Il suo cilicio ha sfondato il pavimento della mia comprensione. Basta.

14.02.07

Scontro tra coetanei: Giulio vs Brunetto

divine.jpgDi tutte le posizioni relative ai DICO, ce n'è una che non si sopporta proprio. Quella espressa ieri sera a Ballarò da Tabacci, che parlando d'altro ha voluto mettere lì una frase tipo "Sono contento che si parli di problemi seri e non di DICO, dico..." con tanto di giochino di parole che non gli è venuto, l'ha ripetuto e ancora nessuno ha riso. Lo stesso tono l'aveva Ferrara in una puntata di Otto e mezzo di qualche tempo fa in cui discuteva con un sociologo a proposito del tramonto della famiglia tradizionale. Ferrara però fa il giornalista e lo diceva in una puntata in cui si decretava la fine dell'altrenativa ai DICO, e con Ritanna Armeni a fianco. Tabacci, Buttiglione e altri, sono eletti e dovrebbero affrontare gli argomenti con serietà. Perché o sei d'accordo, o sei contro. "Sono cazzatelle, abbiamo ben altro a cui pensare, potremmo occuparci di cose serie" non è una posizione praticabile, soprattutto quando non sei tu a decidere. Ma il cambiamento è epocale. Poche palle. Anche se avviene in una forma tiepida e pacata, necessaria per evitare lo scontro frontale È questo forse il punto più significativo della questione.
Che non ci sia stata, non ci sia, e non sia seriamente in vista nessuna guerra. La CEI è stata scavalcata dal paese, Bindi e Pollastrini non hanno lasciato loro appigli significativi e il "non possumus" (non possiamo) claricale è diventato immediatamente "non pertinet" (non ci riguarda). Per questo, perché si sono trovati a difendere una posizione marginale su un tema importante, alcuni politici dello schieramento conservatore fanno sorrisini, battute, spallucce. Buttiglione dilaga col suo incomprensibile disperanto (una lingua agglutinante, a quanto pare).

E poi ci sono quelli che dicono onestamente che sono contrari, che credono che sia sbagliato, cioè l'opposto di giusto. Si può non essere d'accordo con loro, ma almeno non dicono "è una cazzata", un'espressione perfetta per Fabri Fibra e meno per Montecitorio. Oggi sul Corriere della Sera c'è un'intervista con Andreotti in cui il Senatore dichiara di non poter accettare le unioni fra omosessuali come cattolico, e a suffragio della sua tesi chiama Dante Alighieri e quello che lui riserva ai restromarcia. Posto che stiamo parlando di Giulio Andreotti e non di Renato Schifani, tocca puntualizzare alcune cose.
Durante Alighieri, detto Dante, nacque a Firenze nella primavera del 1265 e morì a Ravenna nel 1321. Nato nel tredicesimo secolo dell'era cristiana, morì quindi nel quattordicesimo. La sua opera, fondamentale per il sapere occidentale, intitolata Comedia ma nota come Divine Commedia, uscì nei primi anni del 1300, cioè circa settecento anni fa. La Divina Commedia è uno di quei capolavori sommi che anche se ci si impegnano a fartelo detestare, non ce n'è: lo sai che è meraviglioso. E sei felice di sapere l'italiano per poterlo leggere e capire, anche se è del medioevo. (La stessa cosa non si può dire per l'altro testo padre dell'italiano, cioè I Promessi Sposi: una menata come ce ne sono poche.)
Ma torniamo al medievale Dante e al Sen. Andreotti. Dante Alighieri, scrivendo nel 1200-1300 dopo Cristo, racconta che all'Inferno, nella cerchia dei violenti, ci sono anche i sodomiti, quelli che oggi si chiamano tecnicamente ricchioni. Tra questi c'è Brunetto Latini, l'amico gay di Dante. Capisco che il tema sia di gran moda, ma per ridimensionare quello che nel 1200 (quasi 1300) Dante ha piazzato nella cerchia dei violenti (terzo girone, violenti contronatura), rivediamo insieme chi altro ci sia da quelle parti.
A parte i bambini non battezzati e i buoni ma non cristiani che stanno nel limbo, dentro all'inferno ci sono prima di tutto (sono i meno gravi, più lontani la Lucifero) gli incontinenti: chi scopa troppo (lussuriosi), chi mangia troppo (golosi), chi adora i soldi (prodighi e avari), chi si incazza troppo (iracondi), è troppo pieno di sé (superbi) o ha troppa carogna sulla schiena (accidiosi). Poi ci sono gli eretici, che oggi francamente chi se ne frega. Poi i violenti contro gli altri, se stessi o dio, cioè assassini, tiranni, predoni, suicidi, scialacquatori, bestemmiatori, sodomiti e usurai.
I ricchioni stanno accanto ai bestemmiatori, per dire. A parte l'idea di Germano Mosconi e Aldo Busi che se la chiacchierano nelle pause tra un supplizio e l'altro, che fa molto ridere, ma siamo nella parte light dell'Inferno. Molto più sotto ci sono per dire gli astrologi (E Paolo Fox come lo consideriamo? E Branco? E Solange? Fanno una settimana qui e una più su?), ci sono gli intrallazzatori politici, gli ipocriti, i ladri, i consiglieri di frode, i traditori e altri.
Insomma non è che si possa prendere l'Inferno come la Sacher torte che te la porti in giro ed è sempre uguale. L'Inferno è come la Mont Blanc, ha il suo equilibrio, le sue distinzioni, e soprattutto, cazzarola, è stato scritto tra la fine del Milleduecento e l'inizio del Milletrecento. Dante non si tira per la giacchetta. Anche perché con quella specie di cappuccio da skater che si è sempre messo per i ritratti, se gli tiri anche la giacchetta non lo prende sul serio più nessuno.

01.02.07

We can't go on together with suspicious minds

aznavourUn paese che è una palla può diventare un paese meraviglioso per poche ore, passando dallo stato A allo stato B come un interruttore della luce, senza sfumature. Bisogna accorgersene e riconoscere questa fase "Peyton Place" della Repubblica Italiana, così da poter cavalcare il godurioso visibilio mediatico conseguente. Finirà e finirà in fretta. Già ci stanno provando, a trasformare il fatto in polemica, la polemica in bagarre e la bagarre in rumore di fondo indistinto. Ma finché dura tutto questo è semplicemente splendido.
Mentre scrivo Enrico Mentana se la gode e conduce una puntata di Matrix pruriginosa e divertita più di quella storica in cui intervistò la gnocchissima trans. In studio c'è una gongolante Barbara Palombelli, che ha un'aria un po' come dire ero qui a fare i castelli con la fuffa alla posta del cuore del TG5 (Caro amico ti scrivo/Così mi distraggo un po') e finalmente venite tutti a bagnare i miei fiori!
Ricapitoliamo per sommi capi. Veronica Lario scrive una lettera a Repubblica. Già ci sarebbe da dire che non stiamo scherzando: Repubblica è il nemico numero uno del marito. Non come quando aveva scritto a MicroMega che leggono in sei. Repubblica è IL peggio, per lui. La lettera dice che Berlusconi la deve piantare di fare il baüscia zampettiano con le fighe, che ha settant'anni e delle figlie adulte e è il caso di smettere di fingere di non essere sposato. Con una gnocca, aggiungo io (vedere Tenebre di Dario Argento per ammirarla senza un braccio, che spruzza fiotti di sangue sul muro, ma giovane e in grandissima forma).

Lei però scrive e dice qui non va bene. Lo faccio anche per le mie figlie, alle quali non posso far vedere che tu fai il galletto e io zitta e a casa. Voglio le tue scuse, sono incazzata nera, bla bla bla, distinti saluti, tua, Vero.
Per alcune ore si resta lì confusi e felici. Intanto i telegiornali, tutti tranne i suoi, ovviamente riportano la notizia. (I suoi telegiornali in questo frangente fanno una figura da conigli che le orecchie gli fan così e il mestiere di giornalista non hanno nemmeno l'idea. Va be'. 'Ndiamo oltre.) Presto arriva il commento del terzo: Cacciari. Bello, fascinoso, coltissimo e innamorato della sua bella città universitaria lagunare dove le giovani donne dilagano a piedi, ebbre delle loro sodissime terga. Cacciari, ex moroso della Vero, dice che Silvio è uno zampetti senza gusto ma che se arrivi a scriverti sui giornali è finito il film: la relazione è al capolinea. Torto? Naaaa. Un caso che chiedano a lui? L'ho detto che è una situazione meravigliosa, dove saltano le cautele e le ipocrisie. Parla perché è ancora il tipo della Vero? Mah. Parla perché la Vero gliel'ha confidato dopo l'amore? Non potremo mai saperlo.
Poi arriva la risposta. E la risposta se uno la guarda per quello che è da lontano è puro rock&roll, è roba da Doherty e Moss non lo faccio più lo sai come sono, io sono un istrione, non te la devi prendere, ho sbagliato ti chiedo scusa e ricordati che ti amo a manetta. Bellissima. Ridevo, ma sul finale mi stavo quasi commuovendo.
Se facciamo gli scafati va bene, ok, la cosa cambia: lei ha aspettato che lui fosse in fase remissiva (come per certe malattie croniche che hanno a che fare con un certo telefilm) per sbottare; si molleranno, Silvio e Vero, e questo è solo l'inizio. La prima lettera l'ha scritta lei ma l'ha fatta vedere a un avvocato. L'altra l'ha scritta lui con l'ufficio stampa tutto a supervisionare. Però chi se ne frega di 'sto approccio KGB.
Quello che conta è che la moglie di un ex primo ministro abbia detto pubblicamente tu non mi ami abbastanza e fai il cretino ocio che ti mollo; e lui ha risposto sono un po' stronzo ma ti amo.
È una storia meravigliosa e non voglio che smetta mai. Non commissioni bicamerali, ma lettere d'amore in prima pagina. Appplausi a scena aperta.
Dura poco. Non ci abituiamo.

22.01.07

All families are psychotic (Nomen homini lupus 2)

bradfordRecentemente il governo Prodi ha varato una legge che prevede la possibilità di dare al proprio figlio sia il cognome della madre, che quello del padre. In Spagna è un costume diffuso universalmente, mentre in molti altri paesi si sceglie: padre, madre, entrambi. La reazione di una parte del mondo cattolico e conservatore a questa notizia è stata a mio parere del tutto priva di argomenti, se non le care vecchie tradizioni di una volta. Alcuni hanno sostenuto che fosse complicato; altri hanno fatto ironia sul problema del passaggio dei cognomi ai figli, dimostrandosi provinciali e ignoranti, visto che ogni genitore trasmette un solo cognome dei due che ha (generalmente quello paterno); poi c'è stato chi ha obiettato che questo governo in materia di famiglia sia in grado di legiferare solo su una sciocchezza del genere, oppure, al contrario, che con tutte le cose che ci sono da fare, ci si metta a varare una legge così marginale per fare contenta la sinistra; infine si sono risollevate le paure sul disfacimento della famiglia, sul patriarcato, sulla figura di riferimento.
Penso che la leggerezza con cui il mondo politico e culturale italiano si occupa dei mutamenti profondi della società, sia uno dei grandi problemi della nostra politica autoriferita e di palazzo. Ma siccome la politica è specchio del paese, qualche giorno fa ho scritto questo. Alcuni hanno contestato le mie posizioni. Altri le hanno sostenute, difendendo la mia eventuale libertà di pensarla da conservatore sulla famiglia. Altri ancora (pochi) hanno sospettato si trattasse di uno scherzo.

Cosa ho fatto.
Ho preso una foto dal film Omen - Il presagio, capolavoro di Richard Donner con un enorme Gregory Peck a fine carriera, come rappresentazione di una famiglia felice tipo. Una famiglia in cui il figlio è l'anticristo. Questo era il primo indizio, ma nessuno ha colto. Il titolo in latinorum, Nomen homini lupus, è un accrocchio tra Nomen omen (nel nome c'è il destino) e Homo homini lupus (l'uomo si guardi dall'uomo): il risultato è "l'uomo si guardi dal nome". Era il secondo indizio. Poi ho messo un gioco di parole sull'alcol denaturato, ho messo il Nintendo e altre innocenze buffe. Poi ho descritto una famiglia con una serie di luoghi comuni che nemmeno nelle illustrazioni degli anni cinquanta dell'american dream. E infine ci ho messo una frase come:
La famiglia è il nucleo fondamentale della legge dei nostri nonni del nostro paese della bibba naturale di nostro signore e tutti insieme appassionatamente la dobbiamo difendere.
Bene. Non è bastato. Su questi temi siamo talmente abituati a sentire posizioni retrograde, che non ci accorgiamo di quanto lo siano quando le leggiamo, se non hanno la forma dei vaneggiamenti millenaristici di Socci o Binetti.
Tutto quello che ho scritto è l'opposto delle mie convinzioni. Io ho una famiglia grande, piena di figli e nipoti. Non la vedo come un fortino da difendere e nemmeno so contro cosa si dovrebbe difendere. Conosco famiglie che sono l'inferno sulla terra e conosco persone felici perché sono scappate dalla propria famiglia; conosco persone che nella palude marcescente di famiglie misere stanno perdendo il proprio tempo e dovrebbero andarsene ADESSO; e conosco altri che hanno famiglie leggere come carta velina; conosco bambini orfani, ragazze che non hanno mai conosciuto il padre, coppie gay, coppie lesbiche, divorziati e figli di divorziati, risposati e figli di risposati coi fratelli tutti misti. Nessuno di questi si preoccupa della famiglia degli altri o vuole distruggerla. Nessuno nega a me il diritto di avere sei nipoti. Tutti vogliono semplicemente che, mentre la società conosce queste famiglie nuove da decennni, le istituzioni le riconoscano ufficialmente e non si mettano loro a irrigidire una istituzione che, in forme diverse, accompagna l'uomo sul pianeta da molto prima che esistessero cravatte e clergyman.
Infine. Sono ben altri i problemi non è un argomento. È sempre stato così nemmeno è un argomento, perché A-non è vero e B-prima del motore a scoppio c'era il vapore. La confusione è il modo in cui i coservatori dicono "mi scoccia". E nella società contemporanea, che è complessa e ricchissima e multiforme, non basta essere scocciati per mettersi di traverso. Se qualcosa ti scoccia, te la fai passare.

ps - grazie a tutti quelli che hanno commentato, rendendo possibile 'sta roba

20.01.07

Nomen homini lupus

omenLa famiglia. La famiglia. La famiglia. Diciamolo subito. Dico, la famiglia. Mica della gente che si incontra per strada e va a mangiare una fetta di pizza e poi ognuno a casa propria. No no: la famiglia. E la famiglia ha delle regole precise che se no la famiglia non è più lei. Si snatura. Si denatura ubriaca di nuovi costumi moderni che sembrano il futuro ma sono solo irrispettosi. Non va bene. Una delle regole fondamentali della famiglia, quella vera, quella seria, è che sia chiara, semplice, non si deve fare confusione con chi sei tu e chi sono io: tutti i bambini quando si sentono dire ciao chi sei, devono poter rispondere ciao io ho una famiglia col papà e la mamma e la sorella grande e il fratellino e il cane il gatto il pesciolino.

Questo è fondamentale. Che non si faccia confusione. Perché c'è in giro tanta confusione. E allora questo fatto dei due cognomi. I due cognomi è come avere un chilo di famiglità e diluirlo in due barattoli diversi, che è lo stesso ma è disperdere il patrimonio poi magari si perdono, uno si rompe, diventa tutto più faticoso. È anche automaticamente un modo per costringere i bambini a dire chi sono i possessori dei due cognomi, che prima era sottointeso che fosse il papà. Adesso no. Adesso si apre uno scenario di possibilità che un bambino non resiste e le domande le fa. E se uno è morto? E se uno è andato via? E se litigano, papà e mamma? Sembrano già in crisi, coi due cognomi, già litigati.
E poi quando uno ti dice vieni da me a giocare, se c'è un cognome solo tu puoi dire non posso devo uscire con mio padre, e quello se ne sta zitto. Dice, quello, tra sé e sé, non faccio domande sul padre, fosse stato vado a fare la spesa con mia madre sì, avrei insistito. Avrei detto dai vieni a casa mia nel pomeriggio che c'ho il nintendo, poi giochiamo a Mario Kart e io vinco e tu puoi dire non vale tu ce l'hai sempre. Invece se mi dici che vai a fare una cosa con tuo padre hic sunt leones non dico più niente, ubi maior, magari possiamo fare domani prima di nuoto. Ecco, tutto questo coi due cognomi scompare. Di cognomi ne hai due e devi uscire con tuo padre. E qual è? Il primo o il secondo cognome? Perché non uscire con la mamma, che anche lei ha diritto di portare in giro il figlio, visto che gli ha appiccicato addosso anche il suo cognome. Tutto si confonde e si complica, insomma. I compagni di classe che impestano le case sempre, senza via d'uscita, con mezzi padri che non hanno niente da fare coi loro mezzi figli, e mezzi bambini di altre mezze famiglie che non sanno come evitare di accettare gli inviti per giocare col nintendo. Sarà il progresso, questo?
Non solo, ma poi come si fa col cognome dei nonni? Ci sono file di cognomi sterminate come i calciatori brasiliani. Non si può fare. Legge incivile. Incivile e irrispettosa. Incivile, irrispettosa e la dice lunga. Che con tutti i problemi che ci sono adesso il nuovo governo si mette a varare delle leggi sui cognomi. Come se fosse grave. Come se qualcuno ci fosse mai rimasto male ad avere un cognome solo.
Essere legati alle tradizioni e all'identità oggi è sempre più difficile. Noi da qualche anno a questa parte siamo sempre più in imbarazzo a difendere quello in cui crediamo, come la famiglia per esempio. La famiglia è il nucleo fondamentale della legge dei nostri nonni del nostro paese della bibba naturale di nostro signore e tutti insieme appassionatamente la dobbiamo difendere. La famiglia è come il Torino, che fa fatica ma bisogna crederci. Bisogna tenere duro. Perché è la famiglia, cacchio, la famiglia, mica della gente che si incontra per strada e vanno a mangiare una fetta di pizza e poi ognuno a casa propria.

16.01.07

Vamos bien (muy muy bien)

stoneUno va in vacanza che c'è la questione della finanziaria. La finanziaria che passa, che non passa, che Prodi è alla frutta, che il panettone sì ma lo spumante no. Poi la finanziaria passa (cosa abbiamo parlato a fare per un mese?) e tutto resta un po' incasinato come i piatti del periodo natalizio a fine pasto, coi gusci di noce e gli svirgoli di crema pasticciera. Nel frattempo, mentre in Iraq ne fanno fuori decine al giorno per strada, ci si preoccupa (giustamente, ma per piacere le vergini candide no!) degli impiccati. Poi Ahmedinejad e il presidente Chavez si abbracciano. Bella immagine. Complimenti! Perché non far conoscere tra di loro anche Flora Dora e Ronald McDonald? Per fortuna pare che in Iran il regime stia vacillando. In Venezuela la democrazia. E da un po'. Ma il Sudamerica si sa…poi adesso schiatta anche Fidel e arriva uno statista fantasioso come Raul. Sai che spasso. E se ne parlerà per mesi. E Batista. E Hemingway. E la Baia dei Porci. E i missili e Crusciov. E un altro Cuba Libre. Forte, per favore.

In tutto questo (mentre aspettiamo che i due di Erba dichiarino di essere stati lì lì per uccidere anche il mio gatto Takeshi, l'orso Balù, Braccobaldo e tutto il cast del Braccobaldo Show, la salma di Don Lurio, Jimmy il Fenomeno, le Blue Belles, il pupazzo Five, Rasputin, la I F del liceo Classico E. Cairoli di Varese anno 2006/2007, Idris, tutta la panchina della Pro Vercelli compresi i massaggiatori, Igor Marini e perfino Jean Todt), sembra che la politica del governo si sia fermata. I taxi, per dire, continuano a non essere stati liberalizzati, ma nemmeno un po'. E il paese (taxi a parte) ha bisogno di provvedimenti. Incazzarsi ogni due settimane e ricredersi due mesi dopo: questo ci vuole e questo funziona. Se no resta tutto com'era. E noi non vogliamo che resti tutto com'era, giusto?
Vogliamo che la signora Binetti la smetta di essere al centro di tutte le questioni più o meno morali di questo posto dove abitiamo e siamo nati. Se ci sono politici cattolici che vogliono farsi avanti, dicano quello che pensano e dicano perché lo pensano, non mandino la Binetti in prima linea che non so nemmeno chi sia e sta alla Bindi come la polka al rock&roll. E vogliamo che i giornalisti quando raccontano la politica non passino la palla alla politica, non deleghino alla politica l'onere della scelta. Non vorremmo più vedere quelle carrellate chilometriche che prevedono tutto l'arco parlamentare spalmato, da Stalin a Codreanu, chi ha qualcosa da dire si presenti davanti a Montecitorio che siamo lì col microfono acceso a fare niente. (A proposito, la rivoluzione del TG1 c'è stata, ma è copernicana: il telegiornale è rimasto quello che era. Tocca a noi cambiare e cominciare ad amarlo.) Vogliamo anche che non si discuta per una settimana della base di Vicenza e dell'antiamericanismo sì l'antiamericanismo no, perché non è un tema politico: è fuffa travestita da protesta.
Vogliamo che facciano un sacco di cose, giuste meglio ma anche sbagliate, solo non vogliamo il senso di rotazione molle a vuoto di queste settimane.
Finirà? Non si capisce. Speriamo.
(Un post che avevo voglia di scrivere, ma che mi è venuto così vago e incasinato e retorico, che con un po' di grassetti e sarcasmo in più potrebbe fare il suo figurone da Grillo. Mamma mia.)

08.12.06

Gianfranco e l'ordine facile delle cose

hinnVi capita mai di parlare con gente che è convinta sostenitrice della destra italiana? A me capita raramente. Fa molto figo dire che si conoscono persone le più diverse, che c'è altro nella vita, che alla fine non esiste solo la politica. Ed è vero in linea di massima. Ma le idee politiche rispecchiano le idee sul mondo e sulla vita, giustamente. E in pratica l'unico motivo per cui si vede gente così diversa è logistico. Quando c'è un posto dove stiamo per via di quel posto e non scegliamo le frequentazioni, ma le troviamo già lì. Lavoro, vacanze, treno, spogliatoio, infanzia o scuola. E quando in questi posti parlo con gli elettori italiani di destra, resto sempre sconvolto dalla luce che vedo brillare nei loro occhi mentre dicono di stimare Gianfranco Fini. Fini funziona. Fini è un leader. Fini sì. Non Berlusconi. Fini. La destra italiana è Fini.

E allora uno ascolta Fini per anni per cercare di capire e non riesce a farsi una ragione. Certo, lo vede andare in Israele e inimicarsi una fettina di zoccolo duro antisemita; lo vede vacillare sulle staminali e andare contro maschilisti e crociati; plaude alla canna giamaicana palombaro, ridacchiando felice. Apprezza, insomma, gli sforzi più o meno goffi. Ma sta particolarmente attento al tono di Fini quando è sui campi dove da delfino di Giorgio Almirante gioca in casa: la sicurezza, l'ordine pubblico, la legalità, i temi legati alla famiglia, alla religione e alla patria (come sono bravo a fare il moderato, eh?, che li ho mescolati per non far capire al lettore che sono gli stessi tre del balcone di Piazza Venezia).
La settimana scorsa ha detto con il tono stentoreo delle manifestazioni di piazza che la gente lì radunata contro la finanziaria era rappresentazione dell'Italia "a cui non piacciono i teppisti". Ma non è una novità, questo lato "uomo forte".
Tempo fa si era lanciato in una crociata contro gli insegnanti gay. Non in genere, ma alle elementari. Come dire che coi bambini i ricchioni non ce la fanno proprio a tenersi (coi grandi ancora ancora, ma quando vedono una bici con le rotelline è più forte di loro). Siccome due professori del liceo fondamentali per la mia formazione erano e sono gay, siccome molti miei carissimi amici e colleghi sono gay, e soprattutto siccome anche se non ne conoscessi nemmeno uno (di ricchioni) credo che libertà e uguaglianza vengano prima, molto prima, ma molto ma molto prima delle tradizioni sacre e profane, per tutti questi motivi Fini non mi piace. Per niente. E credo che ci sia uno zoccolo duro autoritario e manicheo nella sua visione del mondo e della politica che emerge nei momenti cruciali e ogni volta che ci si avvicina al cuore delle questioni morali.
Il suo modo di indurirsi e alzare la voce quando gli si fanno domande su quello che è successo a Genova nel 2001 è un esempio di questo fenomeno. E la parola teppisti usata per descrivere generalmente tutti i manifestanti e gli oppositori del suo e di altri governi, dà la misura della sua raffinatezza politica. Che la politica non è solo realismo e tattica, ma è anche quello che dici pubblicamente alla gente quando ne hai occasione.
L'ultima dichiarazione conferma tutta questa mia sparata. Un uomo chiede di essere lasciato morire visto che, pur essendo cosciente, vive un'esistenza che A) la natura avrebbe già interrotto (che non è un problema, visto che curiamo qualsiasi cosa), B) la scienza non pìò risolvere in nessun modo, ma soprattutto C) non vuole più vivere. La questione in ogni caso solleva mille interrogativi. Appartiene a quella zona grigia in cui è necessario porsi infiniti problemi e domande e interrogativi, sempre e comunque. La posizione contraddittoria e onesta insieme di Livia Turco può fare incazzare chiunque, ma quella di Fini è un altra cosa. Chi lo fa è un assassino, dice lui. Chi stacca la spina al malato paralizzato incurabile cronico Welby è un assassino. Non è come un assassino. Non è similitudine questa, ma identità. È un assassino. come si fa a non capire. È facile così, no? Sta uccidendo una persona, come uno che entra in un negozio e spara per rubare l'incasso.
Questo è il tipo di messaggio politico di Fini. Questo il livello di raffinatezza, onestà intellettuale e aderenza alle cose che lui esprime. Questa la sua linea. A quanto pare Welby, un uomo in una condizione talemente terribile che qualsiasi descrizione sarebbe banale e retorica, per lui non esiste. Esiste la questione Welby, quella sì. Una questione politica. E per ragioni di tattica politica si affronta in questo modo da predicatore evangelista. Perché il Polo rischia di perdere gli elettori cattolici e allora estremizza le questioni morali per rubarne a Casini. Tutto qui. Altro che grandi valori morali.

10.11.06

Royale Politique - Ognuno per sé, tiè tiè tiè

alcidejpgLe reazioni della politica italiana alle elezioni americane costituiscono uno di quei momenti in cui ti dici va bene, inutile fare finta, siamo un paese di quaquaraquà e non se ne esce.
Ognuno dice la sua. E per ognuno non solo le elezioni italiane tutte, dal comune di Ghirla alla provincia di Crotone(KR), sono una conferma della propria politica; ma anche quelle americane di medio termine servono allo stesso scopo, comunque siano andate. Tutto serve a ribadire sé stessi e di niente si discute con un minimo di distanza. E allora se chiedono a Percoraro Scanio cosa ne pensa (perché glielo chiedono?, viene da dire, ma lasciamo stare) lui risponde che Bush paga le sue scelte di politica energetica. Se lo chiedono a Casini lui risponde che le elezioni si conquistano al centro. Se lo chiedono agli esponenti del Polo loro rispondono che la vergognosa finanziaria di Padoa Schioppa mette le mani nelle tasche degli italiani (Dottò questa 'a dobbiamo rifare. Cortesemente. Oggi la domanda è l'altra, quella de BBush. Questa la teniamo per sicurezza, hai visto mai domani o dopo, ma se mi dice qualcosa de Bbush un minuto e abbiamo finito.), rispondono che nelle elezioni di medio termine, a metà mandato, l'elettorato tende a punire chi governa. Dicono che è successo in Italia, in tutta Europa succede sempre e insomma è normale e non c'è stato niente di rilevante nelle elezioni americane. Comunque la sconfitta è inferiore rispetto a quello che si era preventivato, aggiunge il migliore di tutti, che è sempre Andrea Ronchi.

Ora. Negli Stati Uniti si sentiva dire da mesi che il vantaggio dei democratici si sarebbe visto in queste elezioni. Una settimana fa i sondaggi hanno segnalato l'assottigliarsi del vantaggio, ma sono state smentite da una batosta di portata massima. Le due camere hanno una maggioranza democratica, mentre il governo è repubblicano. Sono gli americani, non è l'Italia. Uno potrebbe anche descrivere quello che è successo. Prodi stesso è stato molto più realista e ha parlato, come tutti i commentatori al mondo, del costo politico dell'andamento della guerra e di come l'opinione pubblica americana esprima con questo voto la richiesta di un cambio di direzione proprio sulla politica estera. Lo stesso desiderio che il Presidente Bush ha registrato nella conferenza stampa, annunciando la sostituzione del ministro della difesa. Bush, dico: lo sconfitto, il Comandante in Capo delle Forze Armate impiegate in una campagna fallimentare. Lui, Bush, scavalcato nella smaccata partigineria propagandistica da Ronchi, Berlusconi, Casini e Pecoraro Scanio, che sono in Italia.
Ma c'è un elemento che è più grave di tutti. In tutto il suo discorso Bush ha forse citato l'elemento delle elzioni di medio termine, ma marginalmente e dimostrando assoluto rispetto nei confronti delle istituzioni e dell'ennesimo meccanismo di bilanciamento automatico con cui si puntellano le istituzioni americane. Una tendenza abituale non è parte della comunicazione politica, ma dell'analisi politica. È chiaro che i giornalisti e gli analisti a posteriori possano registrarlo, ma sottostimare il risultato sulla base di questo fa perdere creatività a tutta la campagna elettorale, al sistema democratico e in ultima analisi al voto dei cittadini. È normale insomma che in una puntata di West Wing o a Otto e Mezzo si parli di quello che succede in genere con il tono della royale politique più spietata, ma che i politici si tolgano dall'imbarazzo della sconfitta citando la macchina politica e non la sostanza, è un segno. Un segno di come per i nostri amministratori in grisaglia la politica non sia nemmeno teoricamente, nemmeno formalmente, nemmeno nella comunicazione mediatica un confronto con i cittadini su temi diversi dalla politica stessa. Forse nell'Overlook Hotel quelli che ballano sulle note di Midnight sono loro. E sono sempre stati lì anche loro, sotto gli occhi di Gianni e di molti altri che da secoli ne seguono le evoluzioni e i casché.
ps - Se c'è uno, anche uno solo, che vuole scrivere un commento per segnalare che realpolitik non è francese, si fermi. Per carità. Si fermi.

08.11.06

Royale Politique - Clemente, la sofferenza e Tony Manette

mugsteve.jpgSarò breve. Almeno spero. Il modo di cui la politica italiana si è venduta ai cittadini negli ultimi tempi, fatto di male e bene, di loro sono i cattivi e noi vi salveremo la vita, questa semplificazione bambinesca mo je sta a tornà indietro come un boomerang. Perché capita in politica, e capita spesso, di assumersi delle responsabilità. Vuole dire che al santino del condottiero senza macchia che si è distribuito nella testa della gente in campagna elettorale, bisogna preferire il qui e ora delle scelte. Revocabili, certo, ma scelte.
L'indulto è una di queste. Una scelta politica, che nasce da una necessità pratica e continugente: il sovraffollamento carcerario, per di più in un sistema penale che soffre di ritardi biblici. Le migliaia di persone in attesa di giudizio che vivevano in sei in celle da due, non sono robetta. Anche quelli giudicati che vivono in sei in celle da due non sono robetta. E su questo io e Tony Manette non siamo d'accordo. Lui pensa che "quell so' criminal(i)". E lo penso anche io. Ma per lui la condizione di criminali attenua la gravità della loro situazione.

Detto questo, per ottenere il provvedimento urgente dell'indulto la maggioranza si è accordata con l'opposizione e si è ottenuto un accordo doloroso due volte. Doloroso per la democrazia perché ammette implicitamente un fallimento nella gestione della giustizia; doloroso per la politica perché allo scopo di vararlo si sono mandati giù bocconi fetidi di contrattazione mercantile.
Nonostante ciò, l'indulto c'è stato. Chi è abbastanza evoluto da sapere come spiegarlo al suo elettorato, a destra come a sinistra, lo ha fatto e continuerà a farlo. Gli altri useranno un momento di politica pragmatica del compromesso, in questo paese di polemisti ad libitum e precedenti gestioni, per fare della propaganda. Chi fa del pane e del salame come Tony, come dire, buon appetito! Occhio alle bbriciole, Tonì, che t(e) fann(o) la foto pe' tutt(e) scht(e) 'ntervist(e) robbios(e)!
Riformare le giustizia e metterci dei soldi, tanti soldi. Fare il Ministro della Giustizia anche per quei cinque anni in cui il Ministero della Giustizia è stato commissariato dall'Ing. Roberto Castelli, il podestà delle ispezioni. Questo spetta ora a Clemente Mastella e alla politica del governo. Finita la finanziaria (finirà mai?), su questo come su pochi altri temi si vedrà la statura di questo governo.

27.07.06

Dai, distruggiamo tutto!

281x211.jpgDai, sì, chi se ne frega, mandiamo tutto a male. Dai, basta menate, basta giorno per giorno, basta priorità. Tutto o niente. Facciamo i rigidoni su tutto. Facciamo quelli che piuttosto si torna a votare. Facciamo quelli di sinistra finché ci va, e poi per il gusto di tenere dentro Previti lasciamo marcire in sette nelle celle i criminali comuni, ladri e spacciatori, che di Previti se ne fottono e vorrebbero solo stare un po' meglio. Dai, facciamo felice Paolo Flores D'Arcais, i quindici lettori dell'Unità, un po' di indignati sparsi. Facciamo vedere a tutti che noi siamo quelli che non mollano. È la cosa migliore. Impuntiamoci sull'Afghanistan e intanto pensiamo a quello su cui potremmo impuntarci domani. Perché il nostro elettorato ci ha votato per la curva a scendere degli angoli della nostra bocca; loro ci vedono così e ci ricordano così, non possiamo dare l'impressione di non metterci di traverso su tutto; non possiamo permettere che ci vedano mentre accettiamo un compromesso politico; loro devono credere che noi siamo come il Giovane Holden, come un libro della Allende, ideale indiviuale puro, un'erezione di ego sparata nel vuoto pneumatico della cultura istituzionale. La nostra è la politica in stile Fusbury: con tutte le nostre forze ci si prepara informando tutti della difficoltà dell'impresa, poi con la spinta di milioni di persone ci si getta di schiena oltre l'ostacolo elettorale, si raggiunge l'apice della parabola mentre il paese è col fiato sospeso, si supera l'asticella per un pelo, sfiorandola, che tutti vedano quanto c'è mancato poco, poi c'è l'atterraggio fragoroso sul materasso. A questo punto ci tiriamo in piedi, nel visibilio degli applausi inarestabili, delle lacrime, del finalmente basta e del mai più, ci puliamo la polvere dalla giacca, facciamo finta di niente, nessuna fatica e avanti dritti, sereni, tetragoni e capricciosi. "Non ho chiesto io di saltare," sembra di sentirci dire. Fino alla prossima gara.