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06.04.08

New York, 20-03-2008

smk20-03-2008.JPGWhen I am king, you will be first against the wall
with your opinion which is of no consequence at all

Va bene che forse e’ veramente passato troppo tempo, ma non e’ per questo che sto scrivendo una cosa diversa dal pezzo sul Giorno del Ringraziamento di cui ho ormai fin troppo parlato.
Il punto e’ che ci son storie che letteralmente mi fanno rivoltare lo stomaco.
Bolzaneto e’ una di queste.
E non tanto quello che e’ successo quel giorno in quel posto, quanto quello che si e’ trascinato fino a oggi; fino a che non riesco piu’ a trattenere in gola un “basta con le stronzate!”.
Castelli, Guardasigilli in carica al momento dei fatti, ce l’ho proprio con te!
Tutto nasce da un’intervista di questo qui su Repubblica in cui praticamente sostiene che si sia trattato di una decina di casi isolati, subito repressi dalla maggioranza di bravi poliziotti che c’erano a Bolzaneto. Che andatelo a dire ai metalmeccanici se e’ vera tortura stare in piedi per 4 ore. Che si andasse a vedere come hanno ridotto Genova per trovare i veri colpevoli di quei giorni. Devo continuare?
Ora, Onorevole (Santa la Madonna, Onorevole!), delle due l’una: o sta facendo il furbo o e’ veramente stupido. Per non saper ne’ leggere ne’ scrivere, facciamo che mi spiego, eh?
Allora facciamo che sia normale che la gente sia tenuta in piedi di fronte al muro per evitare che i ragazzi infastidiscano le ragazze; va bene, diciamo che le bestie erano i detenuti e non quelli che hanno preso questa decisione (e quelli che l’hanno accettata cosi’ com’era). Allora facciamo che sia normale far fare delle flessioni in sostituzione di antipatiche, seppur inderogabili, perquisizioni corporali e diciamo che gli sberloni per sollecitare i piu’ refrattari all’esercizio, in fondo, erano per evitare il ricorso a pratiche piu’ invasive. Ovviamente, diamo per scontato che tutti quei detenuti fossero agguerriti terroristi, non ragazzi, anziani, donne, invalidi (!!!), molti dei quali stranieri che non capivano il nostro colorito idioma.
Diciamo, convinciamoci, che la tensione in quei giorni era altissima e che lo stress per gli agenti delle forze dell’ordine fosse estremamente elevato. Diciamo, convinciamoci, che in quei giorni a Genova c’era la guerra. Diciamo, convinciamoci, quindi che, effettivamente, a qualcuno possa essere scappata la mano, che qualcuno (ma pochi, eh!) abbia esagerato.

E’ qui, caro mio, che il tuo ragionamento fa un buco grande come una casa: fosse anche stato uno solo a perdere la testa e a commettere un’abuso su anche un solo detenuto (che magari era per davvero un pericoloso terrorista) il resto degli agenti non avrebbe dovuto fermarlo, avrebbe dovuto denunciarlo. Ripeto: denunciarlo non fermarlo. Lo Stato, raccolta la denuncia dei colleghi, avrebbe dovuto intervenire per impedire a questa persona di commettere altri abusi. Lo Stato dovrebbe adesso chiedersi perche’ alla luce di quanto e’ emerso (e parlo di quella decina di “casi isolati” riconosciuti anche da Castelli), nessun “poliziotto buono” abbia denunciato i colleghi. Solo un infermiere ha aperto la bocca. Un infermiere.
E’ l’omerta’ su quello che e’ successo li’ dentro, il cameratismo tra colleghi, il disinteresse dei politici la vera merda di questa vicenda.
Castelli, anche in Tibet i cinesi dicono di agire contro dei criminali. Castelli, ma che te lo dico affare?
Vomitato tutto questo, passiamo alle frivolezze d’oltreoceano (senno’ che cazzo ci sto a fare qua, ‘ste cose le potevo dire anche da Pontelagoscuro...).
Dopo quasi tre anni di inattivita’, oggi ho finalemente ripreso a giocare a calcio!
Mi son fatto tirare dentro una squadra di sudamericani al torneo di calcio a 7 del College. Ho quindi deciso di farvi partecipi degli sviluppi. Allora, oggi prima partita, praticamente non ho idea chi siano i miei compagni di squadra ma tutti parlano spagnolo; mi sento come uno Zavarov arrivato alla Juve: non capisco di che cazzo stiano parlando tutti! Faccio due palleggi e mi rendo conto che magari parlano strano ma a calcio sanno giocare. Bene. C’e’ un vento della madonna. Male.
Cominciamo, ovviamente non so dove mettermi in campo, ci metto un attimo per capire che nella mia squadra giocano tutti bene ma non ce n’e’ uno che la metta in porta! Sbagliamo l’impossibile e andiamo sotto 1 a 0. Alla luce dei fatti, mi metto a giocare punta, ma non mi piaccio sembro Inzaghi che si agita, chiama palla, corre ma resta il fatto che fa cagare. Proprio come Inzaghi pero’ tocco due palloni decenti e faccio due gol. Gli altri protestano su ogni decisione dell’arbitro, ma poi imbrogliano come ladri.
Finisce 4 a 3 per noi. Tre punti in saccoccia e alla prossima settimana!
(sperando di assomigliare sempre meno a Inzaghi)
Robi

ps - Questo post viene pubblicato in ritardo perché me l'ero dimenticato. Chiedo scusa al biologo espatriato e a tutti i suoi lettori.

01.10.07

New York, 9-25-2007

>smoke 044.JPGE allora sognò Atene
e l'ospedale militare
Ed i soldati carichi di pioggia
e un compleanno da ricordare
Cos’è New York? Gli Stati Uniti d’America? Oppure l’America?
C’era Bush a contare i giorni che separano Fidel Castro dalla fossa, c’erano Prodi e D’Alema che organizzavano l’operazione di salvataggio degli agenti italiani in Afganistan. C’è stato Ahmadinejad a due fermate di metropolitana da casa mia, alla Columbia University.
Non sono potuto andare a sentirlo perché non ho il tesserino Columbia, peccato!
Però il contorno l’ho visto bene. Stella (che il tesserino Columbia ce l’ha) mi ha detto che al mattino il Rettore ha mandato una mail a tutto lo staff per comunicare la grande opportunità messa a loro disposizione, sottolineando la grande dimostrazione di libertà e democrazia che la sua Università stava mostrando (più o meno, il testo esatto non l’ho letto). Lo stesso Rettore ha poi introdotto l’ospite come un “crudele dittatore”. Forse la mia idea è sbagliata ma chiamare una persona a parlare e introdurla dicendo: “Ecco lo stronzone!”, non è il più fulgido esempio di libertà e democrazia. E che allora il Megadirettore era un santo a invitare Fantozzi per le sue partite di biliardo!
A parte questo, fuori dalla Columbia c’erano ebrei che protestavano contro l’Iran, ebrei che protestavano contro l’Iran e contro Bush, studenti che protestavano contro l’Università, iraniani contro l’Iran, altra gente contro chi protestava. Da altre parti della città, altri ebrei esponevano teorie anti-semite, altri iraniani contro l’Iran, americani contro Bush, americani contro la guerra. Molta altra gente era invece semplicemente dietro ai fatti propri.

Praticamente penso che ogni possibile posizione riguardo il tema in questione sia stata manifestata; uno dei più evidenti esempi di come New York sia un gigantesco insieme di realtà completamente diverse tra loro. E io sono una parte di esse.
Da dove vengono queste persone? Cosa hanno lasciato nella loro vita passata? Cosa si aspettano da questa nuova dimensione? Che cos’è un posto che accoglie chiunque con indifferente ospitalità come questa città? Un paradiso dove ricominciare da capo e realizzare i propri sogni o un luogo d’esilio migliore di tanti altri?
Per la prima volta da quando sono qui, sto ponendo queste domande nei confronti di me stesso. Qual è il senso di poter fare una cosa diversa ogni sera senza avere degli amici veri con cui condividerla? Certo, ho trovato amici anche qui ma, senza la retorica che la frase evoca, è più il rapporto che si instaura tra profughi in un Paese straniero. Non sto dicendo che non consideri amiche le persone che ho conosciuto qui, ma semplicemente che, arrivato a questo punto, i miei amici ce li ho e non sento la necessità di trovarne altri con cui instaurare la stessa intimità.
I miei amici ce li ho e non sono qui.
È un periodo in cui mi sto seriamente ponendo il problema se restare qui e continuare a provare a realizzarmi professionalmente oppure se ridimensionare le mie ambizioni ma stare dove sono le persone che considero importanti e che alla fine mi fanno sentire più realizzato di ogni successo lavorativo.
Oh, ovviamente tutto questo discorso non riguarda assolutamente Stella che è qui con me e non si muove!!!
Anzi, domani è il nostro anniversario e per festeggiare andremo a cena al Goblin Market (vedi qualche puntata precedente...)! Se ci torniamo in un’occasione così è perché ci è proprio piaciuto, eh!
Robi
p.s.: Guardate attentamente la foto di questa puntata, c’è una globalizzante differenza nel panorama.

04.08.07

New York, 08-01-2007

smoke%20041.JPGAnd all I can do is just pour some tea for two and speak my point of view.
But it's not sane, It's not sane.
Fa caldo anche qui. Non caldissimo ma molto umido, forse così è anche peggio.
Per quanto rinfrescato oltre misura dall’aria condizionata, la voglia di scrivere è poca, la capacità di connettere è andata a farsi benedire tempo fa. Vorrei passare un pomeriggio sbracato sul letto con una granita alla menta e la tapparella abbassata quasi tutta a ripararmi dal sole cocente. Ma qui non ho le tapparelle.
Credo che verrà fuori un post abbastanza scalcinato.
Primo. È esploso l’incrocio tra la 44esima e Lexington. Il sindaco ha subito tranquillizzato la popolazione: non si tratta di terrorismo ma è stato soltanto il cedimento di una tubatura piuttosto vecchia. E io dico: tranquillizzato? Il cedimento di una vecchia tubatura (del ’24...) fa saltare una strada e mi dicono di star tranquillo? Avrei preferito i terroristi... Non trovo molto rassicurante sapere che sotto New York ci sono tubature pre-colombiane che possono esplodere a 'sto modo! Coi terroristi posso immaginare che forse a Time Square rischio più che sulla 168esima, in eccessi fobici posso evitare le grandi manifestazioni e raduni, posso insomma cercare di scansarli. Ma io che cazzo ne so di dove passano i tubi esplosivi sotto Manhattan? Magari anche sotto la 168! E dico anche: ma non si poteva pensare di rinnovarli 'sti tubi (magari togliendo anche l’amianto già che c’eravamo)? E sai che costi, rispondono. Beh, ma anche rifare le Torri Gemelle credo che costi parecchio, però le fanno, invece di pensare ai tubi. Fossi Beppe Grillo direi che per costruire un simbolo i soldi piovono a palate, per mantenere delle infrastrutture, invisibili finchè non saltano per aria, chissenefotte! Tanto poi se esplodono si può dare la colpa ai terroristi! Ma se fossi Beppe Grillo starei tutto il giorno al mare in barca. Sottocoperta. Con le tendine abbassate a ripararmi dal sole cocente. E la granita. Alla menta... No, così non ne esco più da 'sto post!
Che poi, la roba che mi ha stupito di più è che l’unico morto è stato per infarto dallo spavento. È vero che le morti sono tutte uguali, però così dai...

Secondo. Ho visto Rocky IV, per la prima volta in lingua originale. Non che sia uno di quei film che si basano sui dialoghi, però una cosa mi ha colpito: Ivan Drago non dice proprio “Ti spiezzo in due!”. Dice: “I must break you!” Che è diverso perché nella versione italiana ne viene fuori come il tamarro che ragiona solo a schiaffoni e che non vede l’ora di menar le mani, degno al massimo del tizio brizzolato che fa il cattivo nei film di Bud Spencer e Terence Hill. In inglese invece, si evince che il pugile Drago non esiste; esiste solo Ivan Drago, eroe nazionale, rappresentante sul ring del potere della Grande Madre Russia. Come tale vien da sé che non possa essere sconfitto. Tantomeno contro quello scimmione capitalista americano, così arruffone e improvvisato che saltella sgraziato per il ring! In una versione italiana di Rocky IV avrei preso Mino Reitano nel ruolo di Rocky (solo per questo episodio però). E invece succede l’incredibile: l’arruffone sgraziato prende una manganellata di botte ma non cede; è inferiore e si vede, ma non cede. Insiste, piazza un pugno qua e là. Sempre di più, a ogni pugno di Rocky il simbolo Ivan Drago si sgretola un pochino, l’uomo Ivan Drago prende coscienza della sua condizione. Fino al tracollo, Rocky è un trattore, mena Drago come un sacco di patate, il regime si incazza, va a richiamare Ivan ai suoi doveri nei confronti del Popolo, nei confronti della Nazione. Ma Drago ormai suonato dalle randellate liberatorie ragiona da uomo e non da simbolo e manda a fare in culo la Grande Madre Russia. Ha perso un incontro che è ben contento di perdere perché questo gli ha permesso di realizzarsi come persona.
Ora Ivan Drago è un uomo libero, che ha preso coscienza del valore della propria individualità. È pronto per seguire Rocky in America, scrivere un libro sulla sua vita e tenere corsi di autostima per diventare tutto quello che si vuole nella vita (con l’aiuto del buon Dio).
Resta un gran bel film di merda, ma beata innocenza. Esistono veramente degli americani convinti che si possa insegnare alle persone ad essere libere a suon di botte?
Oggi il post finisce così.
Robi

24.06.07

New York, 6-6-2007

smoke6607.jpgAnd smiles as the Puppets dance

In the Court of the Crimson King

E mi ritrovo ancora a stupirmi dell’America fuori da New York.
Non che le occasioni di entrare in contatto con i paesotti, popolati dalla maggior parte degli americani, mi siano mancate finora; non che non mi sia reso conto che vivere a New York City sia un po’ come stare in una città stato, realtà differente da ciò che la circonda; non che non conosca tutta quella filmografia sulla “vita di campagna” americana. Però...
Il contrasto tra quello che la grande città offre e quello che si può trovare soltanto a un ora di treno da Penn Station, in una zona che tutto sommato è ancora un sobborgo di New York, mi colpisce veramente. E come le persone possano essere così diverse da quelle che incontro per la strada qui in giro è ancor più sorprendente.
Questa volta, l’occasione di gita fuori porta ci è stata offerta dal Tour of Watermelon dei Court, che si sono esibiti al Who-Ville di Bethpage (Long Island). I Court, oltre che autori di un ottimo album, la cui copertina è senza dubbio la più bella di sempre (modestia a parte e senza che nessuno si scomodi a ricordare piramidi che diffrangono la luce o sommergibili gialli!), sono amici. Quindi io e Stella abbiamo organizzato volentieri la gita finesettimanale per andarli a sentire. Ulteriore motivazione, piuttosto mal celata, è la vicinanza di Bethpage alle spiagge di Fire Island.
Non mi soffermo sulla cittadina che, come largamente anticipato dalla mia immaginazione, era composta da un incrocio di due grosse strade impossibili da attraversare a piedi, un passaggio a livello a controllo del transito dei treni della Long Island Railroad (niente stazione, solo le sbarre e una banchina per prendere il treno), pochi negozi in cui non comprerei niente nemmeno se fossi il proprietario e una sequenza di case bianche in finto legno con finto giardinetto curato, con 3-4 macchine parcheggiate fuori, con pacchianate di ogni genere affacciate alle finestre e sparse per il finto giardino.
A spezzare la monotonia del luogo, due pub. Uno di questi, il più squallido, è il Who-Ville. La nostra meta.

Entrare nel Who-Ville ha fatto sì che, ancora una volta, si ripresentasse nella mia mente la domanda: “Sono io che da piccolo mi sono rincoglionito a tal punto di (tele)film americani che adesso mi sembra di aver già visto ‘sto posto, oppure è che in America i posti (ogni tipo di “posto”) li fanno tutti con lo stampino?”
Fatto sta che il Who-Ville è un bar con l’entrata sull’angolo tra due strade, un lungo bancone, 3 o 4 televisioni che trasmettono solo sport, due videogiochi (uno con i fucili di plastica per sparare ai cervi), birra budweiser (per noi aggratis), cibo unto e pessimo, penombra, niente fumo da quando qui si fa la guerra al fumo, ma prima secondo me c’era. Gli avventori medi stanno al bancone con una birra e il naso all’insù incollato a una televisione, oppure fuori a fumare; ognuno di questi non avrebbe avuto problemi a trovare una particina da bullo di periferia in un episodio di T.J. Hooker. Gli avventori medi non sono mai meno di due nè più di quattro.
Ah, dimenticavo! C’era anche un biliardo che in previsione dell’evento musicale era stato tirato di lato e coperto.
Ma sabato era una serata destinata a spezzare la placida routine di postaccio di periferia del Who-Ville: ci avrebbero dovuto suonare questi misteriosi italiani dei Court e soprattutto (e di questo voglio parlare) ci sarebbe stata la festa per i cinquant’anni di Emmet!
Emmet è un signore in camicia hawaiiana, shorts, calzini di spugna bianchi e scarpe da ginnastica che suona la chitarra negli Elettrodudes, che sono un po’ la mascotte del Who-Ville. Capirete l’eccezionalità dell’evento!
Per l’occasione si raduna il Gotha musicofilo di Bethpage e dintorni (quindi solo di Bethpage) a cui si deve aggiungere la nutrita rappresentanza dei fan italiani dei Court: io, Stella e il Simo (che dei Court è praticamente l’autista/fotografo/galoppino per questo tour...); vien da sè che di parterre così prestigiosi nella sua storia il Who-Ville ne ha avuti ben pochi!
Ora, non sto scherzando, per tutta la serata io ho avuto la sensazione di trovarmi in un film di David Lynch, anzi in una visione onirica in un film di Lynch. D’accordo che non c’era il nano che parlava al contrario, ma quasi.
Emmet, il festeggiato sopra descritto, in condizioni normali non credo sia un virtuoso della chitarra, figuriamoci cosa è stato sentirlo all’opera con quegli occhietti a fessura, tipici di chi si trova nella fase terminale della sbronza. Mi sono chiesto cosa ci facesse uno così scarso in una band, poi ho capito: la risposta era il bassista. Poverino, non che fosse colpa sua, ma ho fondati motivi per ritenere che qualcosa di brutto fosse successo all’interno della sua scatola cranica, qualcosa che aveva fatto sì che lui adesso si esibisse sul palco con l’espressività di un minerale, peraltro sempre fuori tempo. Poi sorvolando sul batterista tamarro e sulla cantante simil Romina Power (l’unica veramente brava dei Dudes...), mi soffermo su Dave, leader carismatico del gruppo nonchè vera anima della serata. Dave è anche lui sulla cinquantina, ha i capelli stopposi da spaventapasseri, è molto abbronzato e ha gli occhi azzurri e chiarissimi. Ma soprattutto Dave è pazzo: suona chitarra e tastiere, si atteggia, a cinquant’anni, come Slash dei Guns’n’Roses e si guarda in giro con occhi inquietanti e strabuzzati!
Poi c’è il pubblico, avventori e personale del locale: c’era una signora che, dato il suo fisico, ho battezzato Uovo di Pasqua, c’era Ciccione (non un ciccione, ma l’idea della ciccia impersonificata) che tentava di ricordare in quale città inglese i Jethro Tull avessero fatto quel concerto in cui Ian Anderson appoggiava una gamba sull’altra suonando il flauto (nell’enfasi del discorso provava anche a imitare le gesta del suo idolo, suscitando sguardi di sconcerto tra i presenti e allertando i sismologi del Nord America). Poi c’era Nano Gigante, cioè una persona affetta da nanismo e gigantismo contemporaneamente, che ogni tanto mi si avvicinava e mi bisbigliava stronzate con voce roca (se non è Lynch questo...), e Scary Mary (giuro, la chiamavano così, non mi confondo con T.J. Hooker!), la cameriera ubriacona che mena i camionisti.
E via con tutta questa improbabile compagnia a ballare e cantare e bere birra fino alle quattro e mezza di mattina! Peccato che i Court abbiano suonato un po’ pochino, ma la serata di domenica sarà tutta per loro! Domenica hai detto? Eh, ma la domenica sera non c’è mai nessuno al Who-Ville...
Robi

24.05.07

New York, 5-21-2007

smk529.jpgDon't ask how long I've been waiting here?Yeah, you can probably guess.
Oh, finalmente la bella stagione! Finalmente qualcosa da fare!
Potrei raccontare di rilassanti pomeriggi passati a leggere dopo un picnic a Central Park, di divertenti gite in biciclette, seguite da un picnic a Riverside, sotto l’ombra del George Washington Bridge... Potrei parlare di picnic, insomma! Ma ho di meglio!
Giovedì sono andato ad assistere alla registrazione di The Colbert Report negli studi di ComedyCentral. Non so se il programma sia conosciuto in Italia (io non lo conoscevo), ma praticamente è una cosa in stile Luttazzi in cui il comico/presentatore interpreta la parte di uno sfegatato Repubblicano, dando un po’ di notizie, politiche e non, sparse e intervistando ospiti più o meno famosi, per lo più politici. Ovviamente il risultato è un’atroce presa per il culo dei conservatori americani!
La roba è funzionata che il mio amico Daniel aveva prenotato dei biglietti e mi aveva chiesto di andare; essendo io notoriamente uno che mette di tutto davanti al lavoro, catafottendomene del fatto che si trattava di un giorno lavorativo ho risposto prontamente di sì. Nonostante la prenotazione però, la logica del programma è che “chi prima arriva meglio alloggia” così fanno overbooking e bisogna essere lì presto per riuscire effettivamente a entrare.

Ecco forse dovrebbero specificare meglio quanto prima! Sicuri di essere in largo anticipo, noi ci eclissiamo dal luogo di lavoro alle 3:00, in fondo lo studio dista solo una decina di fermate di metropolitana... Sul sito le istruzioni spiegano che la registrazione comincia intorno alle 6:00, che i cancelli apriranno alle 5:15 e che per sicurezza è meglio essere lì un’ora prima. Insomma, le 4:00 ci sembrava un buon orario, ma siccome Daniel è un preciso, noi si arriva alle 4 meno venti.
La coda riempie già praticamente tutto lo spazio disponibile e, più tardi, saremmo venuti a sapere che la prima era arrivata alle 2 meno un quarto! Fatto sta che sembra che ce la si faccia comunque a entrare, in fondo poco dopo il nostro arrivo la coda si è praticamente raddoppiata. Vabbe’, siamo lì alle 4 e bisogna aspettare due ore per lo spettacolo, cheppalle! Il tempo passa parlando di ogni possibile cazzata dal lavoro alla politica a World of Warcraft, non sempre gli argomenti sono parsi slegati, comunque.
Poi si entra, controlli da aeroporto: se hai un’arma, anche un bazooka, non ci sono storie! La lasci lì perchè è una zona “weapon-free”, ti verrà poi riconsegnata all’uscita. Mi dimentico le chiavi in tasca, l’affare suona, giustamente, il tizio mi chiede e io faccio: “Boh!”, mi fa ripassare, risuona. Finisce lì passo e chissenefotte. Altra attesa per andarsi a sedere.
Finalmente, alle 6 bell’e passate ci fanno accomodare nello studio di registrazione. Perchè la zona regia di un programma satirico alternativo deve necessariamente rispecchiare il mio immaginario e sembrare la versione reale del salotto di Wayne’s World?
Poi va un po’ come mi aspettavo, c’è uno che ti spiega che lo show fa ridere quindi loro non aggiungono niente alla naturale reazione del pubblico, solo richiede l’accortezza di applaudire a doppia velocità e di ridere più forte del normale per far sembrare che ci sia più gente (?!?). La puntata è praticamente registrata in presa diretta, i tempi sono quelli della messa in onda. Prima però arriva il tizio che deve scaldare l’audience: un comico, peraltro abbastanza divertente, che prende per il culo qualcuno del pubblico. Io rido solo quando dice le parolacce, ma mi diverto. Infine, arriva lui: Colbert! Per scaldarsi ed entrare nel personaggio spara quattro cazzate e risponde alle domande del pubblico, ma arriva in fretta l’ora di cominciare la puntata.
Il pezzo pregiato di giovedì consisteva nell’avere ospite Tom “The Hammer” DeLay, quello che era il capogruppo Repubblicano al Senato e che sta per finire in galera per una storia di riciclaggio di denaro. Ovviamente ha scritto un libro sulla sua persecuzione. Ovviamente le accuse sono una montagna di sonore palle (come l’Olocausto... No, cioè come che l’Olocausto non esiste... No, no come dire che l’Olocausto non esiste... Parole sue!). Ovviamente lui si è sentito come Gesù. Nota bene che lui non si è proclamato innocente, ha detto che il reato di riciclaggio in Texas non esiste. Vi ricorda qualcuno? A me sì.
Si ride, a volte di brutto. Lo spettacolo è bello, Colbert canna una volta sola perchè scoppia a ridere e la scena si rifà. Nelle pause della pubblicità, la regia mette su i Clash, i Sex Pistols e altre cose punk che Colbert canta e balla come il giovincello che non è più! L’altro ospite è uno che ha scritto un libro su come sia stato riabilitato dal carcere e la domanda più interessante è se abbia qualche consiglio per un bianco del Sud che si trovi in procinto di essere ingabbiato, chi sarà?
Meritano un citazione i cameramen: uno è stato richiamato dalla discreta ma presente sicurezza perchè ballava con una del pubblico (quella che era lì dalle due meno venti), l’altro sembrava avere un passato nella Banda della Magliana!
Alle 8:00 siamo fuori, più tardi, verso le 11 e mezza rivedo lo spettacolo in tele mentre mi mangio un Iskender Kebap (alla turca) e mi sembra un po’ diverso: la storia degli applausi funziona e DeLay sembra meno a disagio e coglione che nella realtà.
La notte poi rivedo il kebap che mi viene a far visita in sogno, la mattina ho i topi morti nello stomaco. Quindi niente consigli su dove mangiare stavolta.
Robi

05.05.07

New York, 05-02-2007

smk0502I needed money ‘cause I had none
I fought the law and the law won (twice)
Dopo lunghe riflessioni ho finalmente deciso di affrontare uno degli argomenti più scottanti per il mio ruolo di “non-resident alien” negli Stati Uniti, New York in particolare.
The tip, la mancia.
Di solito, la posizione degli italiani (e io non faccio eccezione) nei confronti della mancia è ben rappresentata dal punto di vista di Mr. Pink delle Iene.
Niente da dire. Credo sia universalmente riconosciuto che la mancia sia un “di più” che si lascia a qualcuno che ha svolto il servizio richiesto particolarmente bene, un extra che vuole essere una gratificazione per la qualità del lavoro. Va da sè che questa definizione implichi una forma di selezione meritocratica soggetta all’insindacabile giudizio del fruitore del detto servizio. Va anche sottolineato come tale giudizio si possa basare su criteri di valutazione assolutamente arbitrari e personali, che possono comprendere una stima obiettiva del lavoro svolto, una particolare attenzione agli aspetti collaterali del lavoro stesso (disponibilità, simpatia, presenza dell’operatore in questione, per esempio...), ma anche fattori pregressi riguardanti la storia personale di ognuno di noi, che possono essere metaforicamente riassunti nella lunghezza degli arti superiori; l’essere più o meno “braccini corti”, insomma.

Riassumendo, la mancia è una roba che uno la lascia se vuole, ma anche no.
Ecco, non qui. Non a New York.
Qui la mancia si lascia. Il 15%-20% (più venti che quindici) al ristorante, 10% al tassista, almeno il 15% da parrucchieri/estetisti/quelle robe da donne (ma qui da quel che ho capito è una gara al lasciare di più, facendo finta di non farsi vedere per farsi vedere il più possibile, understand?). Si lascia la mancia anche allo staff del palazzo in cui vivi quando vengono a fare i lavoretti nel tuo appartamento (sennò non ci vengono più!).
Sembra una roba da niente, ma è una differenza culturale non da poco... Entrare nell’ottica che quello che da noi è una sorta di premio facoltativo per la qualità del servizio, qui sia un’istituzione imprescindibile, peggio dell’IVA, risulta piuttosto arduo; nonchè una delle principali cause delle figure di merda degli italiani nella Grande Mela.
Personalmente, con estremo sforzo, mi sono fatto persuaso che è così e basta, non penso più alla mancia, quanto piuttosto al “coperto” o a una tassa che va aggiunta al prezzo indicato. In questo modo per me funziona. La roba però che non riesco assolutamente a digerire è come l’usanza della mancia, che in origine coincideva con il nostro concetto attuale, possa essersi fossilizzata in questa società al punto che ormai il servizio non conta più: anche se uno ti serve di merda e tu per questo non gli lasci niente, alla fine è lui che è legittimato a protestare nei tuoi confronti e non viceversa! Addirittura, in alcuni posti dove si paga in anticipo, la mancia la si deve lasciare prima! E affanculo alla garanzia del buon servizio nella speranza di ricevere un extra.
Detto questo, la motivazione, che qualche altro Signor Colore opponeva a Mr. Pink, secondo cui le cameriere qui praticamente campano solo delle mance che tirano su, rimane valida ma non giustifica il fatto che io la debba lasciare per questo. Checcazzo, è colpa mia se a te non ti pagano abbastanza? Parla col tuo capo! E, come diceva Mr. Pink, a McDonald’s non si lascia la mancia e il lavoro è lo stesso.
Insomma, un po’ di ragione dalla loro parte ce la vedo, ma non sono mai convinto quando vedo delle usanze fossilizzarsi in modo acritico nella società. Mi fa molto che ‘sta cosa la si fa perchè la fanno tutti e poi sennò la gente pensa male e tu ci fai brutta figura... Salvare prima (e al di là) di tutto le apparenze. Una roba a paesello della Brianza, tipo mia zia di Villastanza, no da New York City.
Pensarci su un po’ a volte non guasterebbe. Ma qui pensare non sembra andare per la maggiore.
Allora, al Goblin Market se ci volete andare, prenotate prima. Io non ci sono ancora riuscito. In compenso, ho deciso che l’hamburger più buono lo fanno da High Life, di cui ho già parlato. Se ci andate, ricordatevi la mancia.
Robi

08.04.07

New York, 04-07-2007

smoke%20035.jpg… Feedin’ animals in the Zoo, Then later a movie too…
È un periodo un po’ così. È sempre un po’ così in questo periodo. Febbraio e Marzo –le mezze stagioni- non sai mai bene cosa fare, cosa metterti per uscire... Ti sei rotto le palle dell’inverno ma non è ancora arrivata la primavera.
Ovviamente, questo non c’entra niente col fatto che sia a New York, è una regola che per me vale sempre, ovunque sia nell’emisfero boreale... Fatto sta che tra mille progetti per ora solo campati per aria in attesa della “bella stagione”, mi ritrovo a scrivere senza sapere esattamente dove andare a parare.
Butto lì un paio di robe sparse, nella speranza che la primavera porti consiglio (ma soprattutto cose da fare, così posso scriverne!). Prima cosa, legata al cambio di stagione: a New York la temperatura degli interni è inversamente proporzionale a quella che c’è all’esterno. Cioè, se fuori fa –20°C, dentro +30°C; quando arriva il caldo, fuori +30°c, dentro +4°C... Me ne accorgo soprattutto adesso che fa un giorno caldo e quello dopo freddo: la temperatura dei luoghi chiusi mantiene la sua proporzionalità inversa! Consiglio: in estate pensateci bene prima di entrare in metropolitana: in stazione ci sono 30 gradi, 100% di umidità e saturazione di ossigeno pressocchè zero; sul treno ci saranno 4 gradi. E non esagero. Mi chiedo quanti casi di polmonite estiva si registrino qui...

Altra roba: ho provato a seguire per un po’ di tempo il telegiornale di CW11 (il canale che dopo fa Sex&The City, Will & Grace e Friends uno dietro l’altro...). Ok, non è la CNN, se vogliamo è più Tele7Laghi, ma pur sempre la Tele7Laghi di NY... Vabbe’, tra le principali notizie ho registrato l’intervista a un tizio (e a sua madre) che aveva trovato un pezzo di latex a guarnire la sua fetta di pizza da Tartaruga Ninja (“I told to myself: hey! This is not cheese!” “Indeed it wasn’t!”) e un’altro servizio da un paesino dall’impronunciabile nome indiano su Long Island, in cui dei ragazzi per ingannare il tempo, nottetempo, giocavano a scagliarsi a peso morto contro le staccionate di legno del vicinato, distruggendole ovviamente. Anche qui interviste a pioggia a tutte le babbione locali e ai rispettivi consorti, seccati dal dover riparare ogni volta il recinto... Infine, filmato che inchioderebbe un irriconoscibile teenager nel pieno dell’atto vandalico.
Premesso che io una volta ho rubato un nano da giardino, a me quei ragazzi stavano simpatici!
Ci aggiungo anche una notizia bella ruffiana: i Court hanno (quasi) pronto il nuovo disco, Frost of Water Melon, di cui io ho disegnato la copertina, e stanno per arrivare negli States per un tour... Conto di approfittarne per una piccola vacanza nei dintorni!
È un po’ che non provo ristoranti nuovi, troppo pigro per provare a staccarmi da quello che già conosco, ma è da tempo ormai che voglio andare a mangiare in un posto che si chiama Goblin Market, tra il Village e SoHo. Ammetto: più che altro per il nome...
Postilla: qui l’altro ieri nevicava. Finalmente.
Robi

15.03.07

New York, 03-13-2007

smoke%20033.jpgLonely People in Philly.
Sono stato via per circa una settimana perchè ero a un congresso a Philadelphia, il mio primo congresso americano.
La prima cosa che ho notato e che da noi bacchettoni europei non si vede molto spesso, è stato il tono informale adottato dagli speaker (che sembravano avvezzi a palchi degni del Saturday Night Live!...) e dall’organizzazione in genere. Nella sala che va lentamente riempiendosi per la conferenza introduttiva di uno dei massimi esperti (ancora viventi...) del settore, risuonano note che mi ricordano il periodo delle uscite, il venerdì sera, al Rainbow. Mi ritrovo a canticchiare, accompagnando la voce di Robert Smith che ricorda di certe fotografie... Ma ecco che, tutti seduti, la prima sessione del congresso inizia: cosa può sancire l’apertura ufficiale di un congresso a Philadelphia se non le note di “Gonna fly now” con Rocky che corre, sale per le scale della National Library ed esulta saltellando? Beh, per gli organizzatori niente, visto che, in barba all’accusa di essere scontati e prevedibili, hanno iniziato veramente così. Ma io ancora canticchiavo i Cure...

Ho avuto definitiva conferma dell’informalità dell’evento (e del fatto che avrei potuto fortunatamente tenere la camicia fuori dai pantaloni) dall’individuazione nella platea di:
• una signora sulla cinquantina con i capelli blu;
• un’altra signora apparentemente coetanea ma giapponese con i capelli verdi;
• la figlia di Marylin Manson.
Sorvolo sul fatto che al congresso non solo non ci è stato servito niente da mangiare, ma nemmeno è stato previsto alcun tipo di pausa per procacciarsi del cibo.
Passo invece a un resoconto delle mie impressioni sulla città.
Per tre giorni l’unica immagine che ho avuto di Philly è stato il chitarrone ubiquitario dell’Hard Rock Cafe, niente di veramente utile per elaborare un giudizio...
A parte sporadiche uscite alla ricerca di posti per mangiare velocemente, finalmente domenica, approfittando del ricongiungimento familiare, ho potuto defilarmi dall’hotel e girare il posto. Prima tappa, obbligatoria, andare da Pat’s per gustare la miglior Philadelphia Cheese Steak della città. Che poi in pratica è un baracchino in culo ai lupi dove mangi un panino seduto sulle panchine sul marciapiede, tipo panino con la salamella fuori da San Siro prima del derby. Ottimo devo dire.
Appesantiti dal pranzo, ci dirigiamo verso la campana della libertà e tutta quella serie di edifici che hanno ospitato la nascita di questa nazione, poco più di 200 anni fa... Nel tragitto ci imbattiamo involontariamente nell’Italian Market, dove non posso fare a meno di immaginare lo Stallone Italiano che piglia a cazzotti un quarto di bue nel retro di uno di questi negozietti... Stella non riesce a fare a meno di comprare del cioccolato; a mia volta, in una spirale, non riesco a fare a meno di mangiarlo...
Ma eccoci alla campana! Tourbillon di controlli come all’aeroporto, una ventina di cartelloni che raccontano la tribolata storia dell’oggetto, corollario di filmati e curiosità per nozionisti e, infine, la campana. Per farla breve, la campana c’era quando è stata proclamata l’indipendenza, c’era quando è stata abolita la schiavitù, poi si è rotta, si è provato ad aggiustarla ma si è fatto peggio, allora, non essendo più buona per suonare se ne è fatto un simbolo. Al fatto che l’oggetto simboleggiante la libertà per gli americani sia irrimediabilmente incrinato, la gente qui non sembra attribuire invece alcun valore metaforico... Vabbe’.
Ma è già tempo di proseguire, di attraversare frotte di irlandesi ubriachi che festeggiano con anticipo San Patrizio e di arrivare alle famose scale che hanno fatto la fortuna passata di Sly e recente della città. Niente di proibitivo, molti bambini coprono l’intera sua lunghezza in pochi secondi, probabilmente più velocemente del pugile commemorato (a conferma che il personaggio è morto in effetti dopo il primo film) da una statua che sorge a fianco a quella di George Washington. Presidenti... Attori... C’è differenza?
Ma è ora di prendere il treno e di ritornare nella patria New York con i suoi locali sempre aperti e la sua caotica, rassicurante, routine.
Ozen! Puoi ordinare una ottima cena Asian Fusion direttamente da casa tua, se riesci a farti capire dalla tipa cinese che risponde al telefono...
Robi

23.02.07

New York, 02-21-2007

smoke2102Transformer.
Era un po’ che ci pensavo: mi chiedevo se fossi stato in grado di esaurire l’intero spazio di una puntata della rubrica solamente parlando della gente che qui prende l’ascensore.
Perchè sono ben strani, eh!
In generale, pensavo di dire che gli americani hanno un discreto rapporto con la tecnologia: il wireless c’è per davvero, la TV a Manhattan è praticamente solo via cavo e, soprattutto, non si fanno problemi a usare telefoni/palmari giganteschi, che noi europei schiferemmo soltanto per una questione estetica!
Ma gli ascensori sembrano scatenare nella maggioranza degli americani istinti al limite dell’assurdo, fanno affiorare manie compulsive anche nel più insospettabile colletto bianco, stimolano comportamenti anti-sociali che meriterebbero uno studio psichiatrico...

Avrei quindi voluto procedere con un elenco scientifico dei casi osservati personalmente, concludendo con un gustoso aneddoto personale, anzi due.
Avrei iniziato con la chiamata: nel posto dove lavoro ci sono 6 ascensori che si affacciano, uno accanto all’altro, nella hall. C’è un bel pulsante di chiamata con una lucina che ne dimostra l’attivazione. Luce accesa, l’ascensore sta arrivando; luce spenta, schiaccia il bottone per chiamare l’ascensore (all’atto seguirà l’accensione della spia...). Bene, a prescindere dall’illuminazione o meno del segnalatore e a prescindere da quanta gente hai visto schiacciare il bottone mentre arrivavi ( e ne vedi tanti, visto che hai un buon 20 metri di rettilineo per arrivare fin lì!), se sei americano e vuoi prendere l’ascensore, schiaccerai comunque quel bottone! Non una volta, ma compulsivamente almeno 3 volte. A volte mi è capitato di schiacciare in modo inconfutabilmente evidente il detto bottone e di avere dietro gente che, come se non esistessi, ripeteva in modo ridondante il mio gesto. Perchè?
Avrei poi continuato con l’attesa della partenza: sempre il citato ascensore ha la chiusura delle porte che, se non entra più nessuno, avviene in meno di un secondo; nonostante questo, ci sono persone che riescono a schiacciare il bottone di chiusura porte almeno 3-4 volte prima che le porte si chiudano effettivamente! Per dovere di cronaca, sottolineo che sono assolutamente convinto che il “bottone di chiusura porte” dell’ascensore sia soltanto un placebo.
Da qui mi sarei collegato al capitolo educazione, evidenziando come la chiusura porta spesso avvenga in faccia a persone che si caracollano nel disperato tentativo di entrare. La cosa è molto ridicola perchè da dentro vedi, da una lato, quello che si precipita gridando “Hold it! Hold it!”, dall’altro, quello che, tentando di mantenere una facciata inconsapevolmente innocente, schiaccia a ritmo sempre più convulso il bottone, nell’illusoria convinzione che la chiusura delle porte cancelli dall’esistenza il fastidioso seccatore ritardatario. Avrei anche citato della gente che un po’ sbuffava mentre io tenevo aperte le porte aspettando una signora e anche quelli che entrano e si piazzano davanti all’uscita impedendo ad altri di entrare comodamente...
Infine, gli aneddoti: avrei detto della prima volta che sono rimasto bloccato sull’ascensore del City College, di come ho usato quella specie di citofono per chiamare aiuto, dicendo di essere bloccato nell’ascensore numero qualcosa e di come la vocina dal citofono mi abbia prontamente e brillantemente risposto: “Are you stuck in the elevator??? Oh my God!!!”. E anche della seconda volta in cui sono rimasto bloccato nello stesso ascensore e di come mi abbiano dovuto tirare fuori i pompieri (che sono veramente simpatici!).
Ovviamente, avrei anche consigliato un posto dove andare a mangiare, come al solito...
Ma tutto questo prima di oggi pomeriggio.
Poi il Governo è caduto e io, da italiano all’estero che li aveva fatti vincere, riesco solo a domandarmi:
MA COME CAZZO E’? [Bestemmia].
Robi

13.02.07

New York, 13-02-2007

Smoke13022007Space Invaders.
Torniamo un po’ alle origini. Intendo dire: come nel primo episodio, prendo spunto da una roba che ho letto su AM New York qualche giorno fa.
E’ giunta anche nel Bel Paese la notizia che Boston si è presa un po’ di strizza perché nottetempo sono comparsi qua e là per la città tabelloni luminosi che raffiguravano il Mooninite Ignignokt (ma non la sua spalla Err), la nemesi dell’Aqua Teen Hunger Force. Ammetto di non sapere di cosa sto parlando, ma dopo aver visto ‘sto personaggio ho restituito un po’ (poco) di dignità ai Teletubbies, forse sbaglio. Ignoro.
Insomma, tornando all’articolo: dimenticatevi il “nucleare sporco” e l’antrace, le nuove armi degli anti-americani sono gli ironici richiami alla cultura pop! Non, magari, qualche battuta di produzioni un po’ alternative tipo il Grande Lebowski, qui si parla di un cartone che va in onda regolarmente su Cartoon Network.
Si dice che Bin Laden stesso stia rastrellando i vecchi episodi di Arnold per trovare una battuta di Willis che farà cadere l’America ai suoi piedi…

Al fine di evitare ondate di panico incontrollato ma per garantire anche il divertimento degli “indie kids”, l’autore propone un compromesso: si possono usare riferimenti ironici solo se pre-approvati dal governo, ecco una prima lista:
• Steve Urkel
• Dan Marino
• Il Pianeta Delle Scimmie (solo il remake)
• Crosby e Stills (is attende l’approvazione anche di Nash)
E’ libertà di pensiero, ma in una rassicurante piccola scatola. Come in quell’episodio di “Barney Miller”, in cui… Ooops, scusate, non è in lista!
L’articolo poi conclude sottolineando che la vera chiave di volta per vincere questa guerra sei tu: se vedi una maglietta con una strana scritta, una citazione che non cogli o una battuta che non capisci, corri dal pubblico ufficiale più vicino e “say something”!
Grazie alla tua vigilanza, ci libereremo una volta per tutte dalla piaga dei riferimenti ironici!
Fine dell’articolo, farina del mio sacco: di questo passo, si bombarderanno le cartolerie perché si stabilirà che il principale mezzo di finanziamento del terrorismo islamico è la vendita degli Uniposca… Come dire, uno fa una battuta e l’altro ti risponde serio. Così si rovina tutta l’atmosfera, dai!
Vabbe’, nonostante quello che possiate aver sentito dai telegiornali a New York, almeno City, non ha fatto neanche un fiocco, ma spero ancora di poter postare una bella foto con la città imbiancata!
Sempre per tornare alle origini, consiglio un altro ristorante francese vicino a casa (mia): Cafè Metisse, Broadway e 104 esima, piccolo, classico e con il jazz al giovedì.
Robi

26.01.07

New York, 01-26-2007

smoke26genLost in the Supermarket.
Allora, non è che sian sempre rose e fiori qui a New York.
Per esempio i sacchetti della spesa. Sono un incubo, casa nostra ne è piena! Gli armadietti della cucina traboccano di buste di plastica. Hai voglia a usarli per: sacchetto dell’immondizia, sacchetto della plastica, sacchetto per il pranzo, ri-sacchetto della spesa... Non c’è niente da fare, per quanto uno si sforzi di riciclare gli inquinantissimi contenitori di plastica, in ogni supermercato ti riempiranno con un numero N+1 di sacchetti, dove N è il numero di sacchetti che ti eri portato per non fartene dare altri.
Scena di ieri:
Premetto che noi abbiamo scelto quel supermercato perchè è uno dei pochi che ti rimborsa 5 cents a sacchetto che riporti; lo so che non è niente, ma significa che, se non altro, loro incentivano il riciclo dei sacchetti... Negli altri, se tiri fuori i sacchetti, ti guardano come un pazzo.

Alla cassa.
- Stella, rivolta alla cassiera: “We have bags”.
- Cassiera: “Mmm”.
La cassiera conta i sacchetti, li sistema sul loro trespolino facilita-imbustamento, inizia ad accumulare i nostri prodotti da una parte. Il tutto con una lentezza che, se proiettata su tutte le 30 casse del supermercato, giustifica il fatto che ci sia un addetto a tipo 2000 km di distanza per segnare l’inizio della coda per pagare.
Io sclero già.
A un certo punto, la cassiera fa un sacchetto (capacità tipo 50 litri) con solo la carta igienica e il detersivo.
Sclera anche Stella. Allora ci prova, con educazione...
- Stella: “There’s more space here...”
- Cassiera: sguardo bovino.
Io e Stella ci guardiamo, la cassiera prosegue.
- Stella: “You can put something else here...”
- Cassiera: sguardo bovino, labbro cascante.
- Io: “Vabbe’, dai, mettiamocela noi la roba dentro!”, alla cassiera: “Are you done with this stuff?”
- Cassiera: sguardo bovino, labbro cascante, espressione ebete.
- Stella ci riprova: “There’s space here...”, io comincio a prendere la roba e ad aggiungerla alle buste mezze vuote.
La cassiera non dà segni di percezione il mondo che la circonda, prosegue imperterrita nella sua opera di semi-riempimento dei sacchetti. Io e Stella, incazzati neri, cerchiamo di porre un limite al numero N di cui sopra, anche perchè dobbiamo tornare a casa in metro... Falliamo. Collezioniamo anche stavolta N+1 sacchetti.
Proprio mentre sto commentando con Stella l’inciviltà degli americani, una davanti a me decide che per sbarazzarsi del carrello, ormai inutile, invece che rimetterlo dove l’aveva preso (a non più di 5 metri da lei), lo deve lanciare a casaccio esattamente dove sto passando io.
Ero sclerato circa 22 righe sopra, adesso sbotto!
- Io, urlando: “[Bestemmia], ma va ‘sta testa di cazzo! Imparasse a stare al mondo! [Altra bestemmia]”
- Un commesso che passava: “Sorry, sir...”
Sulla porta di casa, Stella: “Forse dovremmo provare quella cosa della spesa on-line...”
Io: “Sì, forse sì...”
Robi

14.01.07

New York, 01-12-2007

smoke12genAmerica oggi.
Nel senso di cose successe qui in questi giorni…
Allora, Capodanno è passato, ma a me non è mai piaciuto quindi lasciamolo dov’è.
Giorni da eroe a New York: due tizi nel Bronx hanno preso al volo un bambino precipitato giù da una finestra. Salvo! Che forse abbiano ragione gli americani a insistere tanto con le sbarre alle finestre (le quali comunque non si aprono più di 30 cm) per non far cadere i pupi? Mah, a me questi interventi preventivi americani lasciano sempre un po’ così...
Un altro tizio, ex-militare, ora muratore, riportando a casa le figlie da scuola, ha visto un ragazzo sentirsi male e cadere sui binari con il treno in arrivo. Il tutto alla fermata della 137th sulla linea 1, quella dove scendo io per andare al lavoro! Beh, ma io a quell’ora lavoro già... Dunque, allora questo tizio si è buttato, ha tolto il ragazzo dai binari e, proteggendolo con il suo corpo, ha atteso il passaggio del treno sopra la sua testa nello spazio delle traversine. La prima cosa che ha detto con il treno sulla testa è stata: “Ho due figlie lì fuori, dite loro che sto bene!” Io mi son chiesto: avrei fatto lo stesso al suo posto? Mah, spero di sì.
Passando a cose più frivole: la notizia, di quelle inutili che stanno sui quotidiani tra Capodanno e la Befana con la gente a sciare e il governo di solito impegnato a far passare certe porcate che ce ne si accorge verso Pasqua, è che su Amazon il regalo più gettonato per questo Natale americano è stato iRobot Roomba, il robottino aspirapolvere che è in giro da un po’ e di cui il padrone di casa parlò a suo tempo su Dispenser.

Allora, io ‘sto robot ce l’ho. In un primo momento sembra il paradiso, la libertà dalla schiavitù della pulizia dei pavimenti, la riconquista del tempo perso nelle pulizie!
A un anno di distanza, ve lo offro per 20$ più spese di spedizione.
Ma sì, perchè d’accordo che pulisce, che il suo software fa funzionare abbastanza bene una meccanica che, tutto sommato, è funzionale al suo compito, che alla fine a conti fatti il pavimento lo pulisce; però ha un bel caratterino difficile! E’ vero che aggira gli ostacoli ma se gli ostacoli sono troppi a furia di aggiramenti un tira su niente. Un tavolo con le sedie sono “troppi ostacoli”, quindi tira le sedie sul tavolo prima di farlo passare. Se hai un tappeto (io ho un tappeto) lo pulisce ma ogni tanto quando ci sale/scende si incastra, quindi fallo passare sul tappeto e poi toglilo, così non ci si incastra. Se hai un dislivello (io ho una specie di mini-dosso tra corridoio e cucina) può essere che ci si incagli come una petroliera in acque basse, quindi piazza la barriera artificiale (in dotazione) per non farlo andare lì. E la cucina falla poi a parte, ovviamente. E’ piatto, ma non piattissimo, quindi sotto molti mobili non ci va; lì son cazzi tuoi, sposti i mobili. Come tutti gli aspirapolvere, i fili tende a succhiarseli come gli spaghetti, quindi non vanno lasciati in giro, sennò lui, col suo software, sta lì a succhiare. Va caricato prima di ogni utilizzo e, non avendo un sacchetto come gli altri aspirapolvere, devi anche pulirlo prima di sguinzagliarlo per la casa e ci metti un bel quarto d’ora...
Insomma, come il Folletto non ce n’è!
Non sono riuscito ad andare allo spettacolo di Capodanno del Flauto Magico, ma ho i biglietti per il 2 Marzo (che poi è anche la versione originale in tedesco, mentre quell’altro era un adattamento in inglese...). Purtroppo però niente balconcino!
Per una cena indiana veramente pacchiana, consiglio Panna2 (non chiedetemi del nome...) nell’East Village, soprattutto nelle feste natalizie, quando ai normali addobbi del locale si aggiungono quelli del periodo...
Robi

31.12.06

New York, 12-25-2006

smokexmasNatale a New York (e di De Sica neanche l’ombra).
Anche Smoke festeggia il Santo Natale nella città che non dorme mai. Con considerazioni varie, in forma di elenco, of course:
- Natale negli States rappresenta per gli abeti quello che è il Giorno del Ringraziamento per i tacchini.
Una Strage.
A partire da metà dicembre, i marciapiedi si coprono di alberi, aspiranti natalizi, tagliati e accatastati in bella mostra. Si vocifera che le persone –folli- che stanno 24 ore su 24 a presidiare i resti vegetali, che presto si trasformeranno in moneta sonante, siano dei canadesi che di lavoro fanno solo quello e che con i guadagni di questo periodo si mantengano famiglie e attività. Ho i miei dubbi.

Va detto che, appena dopo Natale, gli stessi alberi che per una quindicina di giorni, addobbati in modo spesso pacchiano, hanno contribuito a creare lo spirito natalizio nelle case niuiorchesi, li si ritrova nuovamente per le strade, stavolta senza i canadesi da guardia, a perdere gli ultimi aghi (quelli che non sono finiti sul pavimento dei salotti americani) in attesa, così si spera, di tornare buoni almeno per farci il fuoco...
Non avendo io un camino, non posso che essere contro questa barbara usanza.
- Natale a New York vuol dire fare i regali, meglio comprare i regali. Su tutto, direi COMPRARE!
Alla fine non importa che tu faccia regali, l’importante è farti spendere un sacco di soldi. Per questo, in tutti i negozi trovi proposte di ogni tipo: prodotti che non ti sogneresti mai di regalare (un apriscatole?!?) che, debitamente confezionati, ti fanno sorgere dei dubbi che si riveleranno solo quando tu la sera della vigilia ti ritroverai a fare il pacchetto con lo scontrino in mano (per l’eventuale sostituzione)...
La febbre passa con il Natale? Com’è possibile quando il giorno dopo iniziano i saldi, secondi solo a quelli del Thanksgiving? Infatti, non è possibile. L’unico momento di calma si ha a partire dalle 6 p.m. del 24, quando tutto (TUTTO!) chiude e si instaura un clima di quiete che contrasta con la solita realtà cittadina. L’atmosfera irreale dura fino alle 12 a.m. del 25, quando il supermercato Gristedes, sotto casa mia, riapre.
Avendo io le mani bucate, devo dire che questo aspetto del Natale mi piace molto!
- In questo periodo NON andate mai sulla Quinta nei pressi del Rockfeller Center. Lo so che è la Quinta, che lì c’è l’albero di Natale bello, ma, credetemi, non ci andate!
Io non mi sono mai trovato in mezzo a tanto casino: semplicemente è impossibile camminare! Per dare un idea, per fare circa 300 metri ci abbiamo messo più di mezz’ora...
Essendo io fondamentalmente agorafobico...
- Premessa: non credo che questo punto centri col Natale. Avete presente la foto che il mio padrone di casa ha messo nel post sulla morte di James Brown? Quella due o tre post sotto a questo? Ecco!
E’ esposta a Columbus Circle, a fianco, sotto data e autore, c’è un prezzo: 10500$. Sticazzi!
Tutto attorno a lei ci sono anche altre foto molto belle di personaggi di Hollywood.
Ho perso circa mezz’ora a riconoscere tutti gli attori in una foto di gruppo degli anni ottanta alla Paramount...
- Fine dell’elenco e auguri.
Forse riesco ancora (quindi non è propriamente un evento perso...) a trovare dei biglietti per il Flauto Magico alla Metropolitan Opera al Lincoln Center. L’opera mi piace un casino, soprattutto quando ho il posto sui balconcini. Riformulo: soprattutto mi piacciono i balconcini dell’opera...
Ristorante brasiliano (non ricordo il nome) nel Village, sulla11th Street, un vero piccolo angolo di Brasile. Ci vado stasera!
Robi

17.12.06

New York, 12-15-2006

smoke17%3A12Correre a New York City.
Mettiamo subito le cose in chiaro: io non sono uno di quelli a cui piace il podismo, veramente non riesco a provare nessuna attrazione per il gesto della corsa di per sé. Lo posso capire e apprezzare in altri contesti: dietro/portando un pallone, inseguiti da Cujo, con la borsa di una vecchietta tra le mani… E, per dirla proprio tutta, anche quando gioco a calcio mi rifaccio al sommo RobbertoBaggio che diceva: “Non è importante quanto corri, ma quanto fai correre la palla”, vabbe’ più o meno. Sono anche convinto che nelle gare a staffetta abbiamo piazzato in mano agli atleti quel bastoncino proprio per convincere gente come me che non sta correndo a vuoto…
Insomma, nonostante questa premessa che farebbe passare la voglia anche a Linus e Aldo Rock, mi ritrovo con cadenza quasi settimanale a correre su e giù per il Westside.
Perché?
Credo che la risposta sia: perché sono a New York.

Innanzitutto, qui ci sono dei bellissimi parchi; non sentendomi ancora pronto per i (semi-)professionisti di Central Park, preferisco rifugiarmi nel più tranquillo Riverside Park che, come dice il nome stesso, si trova a fianco all’Hudson River. Ok, ho detto “bellissimi” ma nessuno cominci a sognare di giardini italiani, meraviglie floreali e via discorrendo… Intendo che sono ottimi per essere vissuti: campetti da basket/baseball/tennis/calcio (sì, calcio!) in ogni dove e gratuiti (chi arriva prima, gioca, come all’oratorio), sentieri e strade adatte alla corsa e alle bici, bei prati inglesi. Ma quando ero in Italia avevo un parco simile a non più di 5 minuti a piedi da casa mia… Perché qui è diverso allora?
Credo che la risposta sia sempre: perché sono a New York.
Nel senso che qui uscendo di casa e mettendomi a correre per coprire quelle due vie che mi separano dal parco, dove finalmente potrò confondermi con il resto dei corridori, miei simili, non mi sento una “mosca bianca”, come invece sarei stato prontamente classificato nella mia precedente realtà italiana. E non sarei una “mosca bianca” nemmeno se uscissi a correre pesando 200 chili, procedendo a passo di lumaca, lottando contro un colpo apoplettico ad ogni metro e con le mutande in testa.
Voglio dire che qui la parola “dilettante” ha ancora il significato originario: la gente fa le cose per divertirsi. Vado a correre perché è uno dei migliori e più semplici modi per stare un po’ in forma, non voglio fare nessuna maratona, solo un po’ di moto. Nessuno qui si sogna di prendere qualcuno per il culo perché è lento o perché non ha il fisico di un maratoneta…
Tirando le somme, credo che se qualcosa noi italiani abbiamo da imparare dai bambinoni americani sia proprio il farsi una bella manciata di cazzi propri!
Riporto, con mio sommo disappunto, che sabato scorso mi sono perso il concerto che aspettavo da un anno: i We Are Scientists al Northsix! Questa volta volevo andare, mi ero informato in anticipo, ma avevo ospiti e altro da fare…
Previa prenotazione, consiglio di andare a cena all’Alias, nel Lower Eastside, non mi ricordo la via perché lì è dove Manhattan si incasina per bene… Vicino al Williamsburg Bridge, comunque.
Robi

06.12.06

New York, 12-04-2006

smoke18I Knicks fanno cagare.
Inutile indorare la pillola: per quanto un po’ da tutte le parti si cerchi di trovare qualche lato positivo nella stagione NBA in corso per la squadra di New York, la triste realtà è che questi qui fanno proprio schifo!
Hai voglia a dire che Stephon Marbury potrebbe essere l’uomo che trascinerà i Knicks ai playoff… A prescindere dal fatto che Marbury non sia affatto un campione (un buon giocatore sì, ma campione no…), anche ammesso che lo fosse, più che a Michael Jordan, dovrebbe assomigliare al wrestler Big Show per riuscire a trascinare zavorre come quel brocco (e non si discute) di Eddie Curry o Richardson o Francis!
E’ inutile pretendere i playoff, in questa stagione da tifoso di New York, ringrazierei che l’NBA non ha i playout…
Perché sto parlando di basket?
Perché finalmente mi sono sbattuto (bastava veramente poco) e sono andato a vedere New York Knicks-Chicago Bulls al Madison Square Garden.

Al di là del quadro “tecnico” che ho già delineato, la roba migliore dell’andare alle partite al MSG è vedere il pubblico. Facendo della facile retorica sportiva, verrebbe da dire: che bello vedere le famiglie allo stadio che vestono di colori avversari eppur siedono serenamente fianco a fianco!
Vero. Purchè la loro Coca da un litro sia sempre piena e loro siano occupati a ingollarsi hot dog chilometrici. Quale sarebbe la vostra verve agonistico-polemica dopo 2300 calorie, derivate essenzialmente da grassi animali, e diversi litri di anidride carbonica gassosa che si espandono nel vostro stomaco?La cosa che trovo più assurda, comunque, è il fatto che molte (molte!) persone, intendo paganti (e non poco), entrino ma, invece che sedersi al loro posto e godersi lo spettacolo live, preferiscano posizionarsi al ristorante (dove evidentemente le pietanze di cui sfondarsi sono migliori degli hot dog dei paninari ambulanti) e assistere al match con le gambe sotto il tavolo. Se poi, Deo gratias, i Knicks dovessero essere ancora in partita nell’ultimo quarto, allora si potrà sempre raggiungere il proprio posto (e discutere con quello che, trovando libero un posto migliore di quello assegnatogli, l’aveva occupato) e sostenere i propri beniamini. Oppure, come in questa stagione, coi Knicks sicuramente perdenti e con la pancia comunque piena, avviarsi all’uscita per evitare le solite code…
Altra cosa degna di nota è l’abilità dei cani col frisbee nello spettacolo tra primo e secondo tempo (!?!).
Vabbe’, essendo che alle partite di basket ci sono sempre volti noti, aggiorno la rubrica del VIP-watching con Bonetti, quello di Tequila & Bonetti, non il cane, l’altro.
Ho avuto ospiti questa settimana, non ho nemmeno fatto in tempo a vedere cosa mi sono perso, musicalmente parlando. Rimedierò!
Consiglio culinario: serata a SoHo con cena al 89 Mercer Street (che poi è l’indirizzo). Merita, non fosse altro che per i bagni!
Robi

26.11.06

New York, 11-22-2006

smoke7La fermata della 168.
Scendendo a questa fermata dal treno della linea 1 ho sempre l’impressione di trovarmi in un posto un po’ particolare. Beh, secondo me, è la “location” ideale per diversi film, o meglio: passare di lì dà l’impressione di vivere dentro un film (tanti film di generi diversi).
E’ una di quelle stazioni sotterranee costituite da un’unica grande volta in cui passano i binari e le opposte banchine sono collegate da ponti appena poco piu’ alti dei vagoni del treno. La cosa più bella è passare su questi ponti quando due treni si incrociano sotto (fossi un agente di Mission Impossible ci salterei sopra, vabbe’, con le scarpe Nike, i vestiti Armani, l’orologio Rolex, un Martini in mano, guidando una Ducati, sparando con delle Beretta. E tutt’attorno altri sponsor vari...).

Ma la cosa che più mi colpisce della 168 è che ho sempre la netta sensazione di trovarmi in un territorio di confine: a nord di questa stazione, ci sono un altro paio di fermate e poi si entra nel Bronx; è vero che già la 145 e la 157 che precedono la 168 sono un gran bell’esempio di degrado urbano, però qui, essendoci la School of Medicine della Columbia, l’aspetto esteriore della stazione risente, diciamo, di un effetto tampone. Insomma, qui, a differenza che nelle precedenti fermate, si nota il tentativo di dare una parvenza di civiltà in un posto che sarebbe altrimenti abbandonato a sé stesso (non sto parlando delle fogne di Calcutta, comunque, intendiamoci...). Ecco, l’idea di essere in una sorta di passaggio è ben espressa dall’architettura che chi ha progettato la stazione ha mi piace pensare volutamente adottato: premesso che non stiamo parlando delle opere del Brunelleschi, guardando verso il lato rivolto a Downtown, l’arco che chiude la banchina e segna l’ingresso del treno nel tunnel, è molto curato, pietre (una volta) bianche, arco romano un poco schiacciato ma di gradevole proporzione, qualche fregio. Dalla parte opposta, il treno si dirige verso il Bronx: niente arco, soltanto una parete (chiaramente aggiunta in tempi successivi alla costruzione della stazione) di mattoncini giallognoli –tipo LEGO-, stesso materiale per muro, arco (piatto con gli angoli arrotondati) e colonne. E’ da lì che ogni volta mi immagino di sentire una voce un po’ in falsetto che dice: “Guerrriiieriiii? Giochiamo a fare la guerra?”.
Aggiungo che un fenomeno assolutamente irrazionale regola l’accesso ai binari della 168: non ci sono scale per scendere (o meglio ci sono, ma nessuno sa dove siano, rispondono solo che non le usa nessuno, sono pericolose...). Ci sono dei capienti ascensori e uno con tanto di addetto alla chiamata dei piani (due:livello strada, livello treno), solitamente obeso che occupa un terzo del detto ascensore... Credo serva a dimostrare come il New Deal di Roosevelt sia ancora in atto.
Mi piace la 168, è la mia fermata preferita!
Mi sono perso Ani DiFranco, mi sembra mercoledì scorso al Beacon Theatre, e i Rolling Stones venerdì, credo a Radio City Hall.
Se dopo tutti i miei consigli, adesso avete voglia di tornare a mangiare italiano: Sezz Medi’ all’angolo tra Amsterdam e 122nd street. Una vera pizzeria italiana.
Robi

15.11.06

New York, 11-13-2006

smoke6.jpgDunque, le cose sono andate così, più o meno…
Dove lavoro io, il dipartimento di Biologia del City College of New York, c’è una segreteria dove i vari corrieri espressi consegnano i pacchi destinati ai diversi gruppi che lavorano lì. Generalmente si tratta di reagenti, piccola attrezzatura da laboratorio, libri. Le segretarie dovrebbero chiamare i proprietari dei pacchi perché se li vengano a ritirare, così la stanza si libera e, soprattutto, i reagenti non vanno a ramengo… Ecco, di solito è meglio non aspettare le telefonate delle segretarie… Se capita, prendendo il caffè, è meglio buttare l’occhio ai nuovi arrivi…
Bene, arriviamo al dunque, qualche tempo fa una solerte segretaria notò un pacco indirizzato a tale Adam Smith (non sono sicuro fosse Adam, ma Smith sì. Come dire il sig. Rossi in Italia…). Va detto che in quel posto le segretarie le cambiano alla velocità della luce e che di solito non conoscono nessuno del dipartimento e, per questo, se ne fottono abbondantemente; questa invece, particolarmente solerte, non sapendo chi fosse il Dr. Smith si mise a telefonare in giro.
Niente.

Nessuno era il Dr. Smith, né sembrava conoscerlo.
Vabbe’, l’intraprendente segretaria, nonostante qui sia reato federale (che poi non so bene cosa voglia dire…), non trovando il destinatario, decise di controllare cosa contenesse il misterioso pacco. Così lo apri…
Qualcosa come 5 chili di marijuana.
Ora, premettendo che se la cosa fosse successa nel mio precedente luogo di lavoro il commento sarebbe stato: “Così poca?!? Dov’è il resto???”, qui siamo negli Stati Uniti Dammerica, a New York City, dove l’allarme anti-terrorismo è sempre arancione (quasi rosso), qui il crimine è stato sconfitto!
Come?
Beh, se i metodi usati sono esemplificati da questo episodio, resto perplesso: io mi aspettavo cose tipo richiudere il pacco, nasconderci dentro una cimice, aspettare che l’ignaro criminale lo ritirasse, seguirlo fino al suo covo e, quindi, intervenire con la squadra d’assalto e crivellare la banda con gli M16
Oppure, travestire un poliziotto da segretaria e appena si fosse presentato Adam Smith, ammanettarlo e “sbatterlo in cella!”…
Niente di tutto questo.
Con grande discrezione l’intero 5° piano del Marshak Building (dove lavoro…) è stato presidiato dalla sicurezza del College, supportata da qualche poliziotto in evidente tenuta da lavoro. A chiunque entrava nel piano veniva chiesto il documento di identità del College e venivano poste inquisitorie domande del tipo “cosa ci fai qui?” (c’è la macchinetta del caffè, la fotocopiatrice, il fax, ci arrivano i pacchi, cosa vuoi che ci faccia qui? Traffico stupefacenti, no?), oppure “sei Adam Smith?” (aaaaahhh! Non posso mentire: sono il narcotrafficante Adam “polvere d’angelo” Smith! Ma non mi avrete mai!!!! –segue salto dalla finestra-). Giuro!
Ovviamente, tutto è finito in un nulla di fatto: Adam Smith è ancora uccel di bosco e, vabbuo’, ci ha rimesso uno scatolone di erba.
Tutto questo per dire cosa? Non lo so, ma credo che chi ha scritto le domande che fanno all’immigrazione quando arrivi negli States, sia la stessa persona che addestra la squadra investigativa della polizia di NY…
‘Sta settimana mi sono perso solo i Death Cab For Cutie mercoledì al Madison.
Consiglio per una serata trendy: andate a Hell’s kitchen, mangiate dove vi pare, ma non prendete il dolce, poi andate da Kyotofu e provate i loro dessert giapponesi. Accompagnateli anche con i loro cocktail che son buoni, vah…
Robi

06.11.06

New York, 11-04-2006

smoke5.jpgUn anno e qualche cosa che vivo a New York.
Finalmente ho fatto visita a Di Palo’s, forse il più famoso negozio di prodotti alimentari provenienti dal Bel Paese di Manhattan.
Risultato?
Prosciutto crudo San Daniele 0,5 lbs
Speck 0,25 lbs
Grana Padano 1 lbs
Taleggio 0,5 lbs
Fontina 0,5 lbs
Ricotta fresca 0,5 lbs
Piave vecchio 0,5 lbs
Un salamino cacciatore
Una mozzarella di bufala
Una scamorza (affumicata non c’era…)
Marmellata di mandarini (per accompagnare il Piave vecchio)

Mascarpone
Panna da cucina (3 confezioni)
Orecchiette pugliesi
Nutella (bicchiere piccolo, ma il signor Di Palo mi ha assicurato che il mese prossimo arriveranno le confezioni da 3 e 5 chili…)
Totale: 91 dollari e qualche spiccio.
Credo che questo faccia di noi i clienti più benvenuti del negozio, a parte Harvey Keitel, che dicono lasci lì buona parte dei suoi guadagni, e un tizio di Baltimora che assomigliava a Joe Pesci (di Mio Cugino Vincenzo) e che, mentre facevamo la spesa, avrà assaggiato tutto il negozio.
Domani c’è la Maratona, evento catalizzante l’attenzione dell’intero fine settimana. Di correrla non se ne parla, cercherò almeno di fotografare Baldini, possibilmente in testa…
Ristorante consigliato di questa puntata: Mamà Mexico, Broadway Ave. Tra 101st e 102nd Street. Cucina messicana, ma che te lo dico a fare.
E ovviamente per le cene a casa Di Palo’s 206 Grand Street, dove Little Italy è stata inghiottita da China Town.
Robi

28.10.06

New York, 10-21-2006

smoke4.jpgForse non ci siamo capiti. Sicuramente io non l’ho ancora capito, completamente: New York è immensa.
Certo, basta dare un’occhiata dalla mappa satellitare di Google per capire che stiamo parlando di una delle più grandi metropoli del mondo; se poi osserviamo Manhattan con Google Earth, notiamo che è forse l’unica città al mondo che si sviluppi anche in verticale.
Ma dire questo non basta: New York è anche espressione di un’infinita (infinita!) varietà di paesaggi urbani e realtà sociali differenti che convivono addossate le une alle altre. Cosa voglio dire con questo?
Che qui, come in nessun posto mi è mai capitato, puoi attraversare la strada e ritrovarti in un posto del tutto diverso da quello che hai lasciato. Faccio un esempio: casa mia sta nel Wetside, su Broadway; è una zona universitaria (c’è il campus della Columbia vicino), ci sono locali, ristoranti, ostelli e le case sono abitate prevalentemente da studenti universitari. Bene, percorsi i 200 metri di 103esima strada che separano Broadway da Amsterdam avenue vuol dire passare dalla allegra e, tutto sommato, benestante zona universitaria a un quartiere dormitorio, abitato in maggioranza da persone di colore e latinoamericane, dove il passatempo preferito nelle domeniche estive è stare seduti fuori dal palazzo, vicino all’immondizia, ad ascoltare la musica da stereo usciti direttamente dagli anni ’80.

Il contrasto più eclatante l’ho osservato uscendo con il treno dalla Grand Central Station. La stazione si trova nell’upper Eastside, zona straricca, tra il Chrysler Building e le varie Madison e Park Avenue. Insomma, una zona da signor Drummond. Poco dopo aver lasciato la stazione, il treno esce all’esterno nel punto esatto in cui il lusso dell’Eastside finisce e comincia lo squallore di Spanish Harlem. Una zona da Arnold e “che-cavolo-stai-dicendo” Willis. Tra le due realtà non c’è nessuna zona intermedia, nessun tampone; i ricchi stanno giù e i pezzenti appena più su, sull’altro lato della strada.
Ecco! E’ questa la cosa che, dopo più di un anno che vivo qui, mi lascia ancora impressionato: nella città simbolo di un paese che si interessa di regolamentare ipotetiche “Guerre Spaziali”, le differenze sociali sono tanto precise da potersi cogliere sulle strisce pedonali, attraversando una strada.
Passando ad altro: la notizia della settimana è che al sindaco Bloomberg ci hanno fregato la sua Lexus. In New Jersey, ce l’aveva un suo collaboratore, gliel’hanno fregata due (tossici?) a cui probabilmente serviva un mezzo per allontanarsi dalla zona. Bella scelta…
Periodo un po’ di magra per perdere dei concerti, segnalo la Spinto Band, giovedì, all’Irving Plaza.
Spendo due parole in più per consigliare il ristorante: andate a mangiare a Turkuaz, ristorante turco tra Broadway e 102nd street. Oltre che a mangiare bene, sono dei grandi: avevamo ordinato la cena a casa, in una sera che pioveva che dio la mandava, ma si erano dimenticati l’hummus. Noi ci siamo accorti tardi e non abbiamo detto niente, senonchè poco dopo è tornato il ragazzino delle consegne col piatto mancante. Che dire? Grandi!
Robi

20.10.06

New York, 10-15-2006

smoke3.jpgVabbe’, questa settimana è facile trovare un argomento: il lanciatore degli Yankees si è schiantato col suo aeroplanino contro il Belaire, più o meno al ventesimo piano.
La conseguenza immediata dell’incidente sarà che gli Yankees verranno eliminati dai Tigers nei playoff e qualche milionario newyorchese deciderà di traslocare…
A mio parere però, le regole di volo nello spazio aereo sopra l’East River sono la cosa più sorprendente dell’intera questione. L’East River è quel braccio del fiume Hudson (o forse è già mare, mah…) che bagna l’Eastside di Manhattan, separando l’isola da Long Island, dove ci sono il Queens e Brooklyn. Insomma, su una sponda dell’East River ci sono i palazzi e i grattacieli di Manhattan, abitati da star del cinema, milionari e, non da ultime, le Nazioni Unite; sull’altra sponda, invece, c’è la marea urbana dei due Borroughs più popolati di New York.

Ecco, in questo assembramento urbano, degno di Bladerunner, i velivoli possono passare anche al di sotto dei 1000 piedi, volando a vista, senza cioè fare riferimento a nessuna torre di controllo di nessun aeroporto. In altri termini, ti infili in questo budello e voli un po’ come cazzo ti viene…
Per dire, in primo luogo che forse sarebbe il caso di mettere qualche regola in più per volare lì; ma in secondo luogo, che queste regole sono anche un po’ lo specchio di come pensano gli americani.
Intendo dire che qui, molto spesso, non sempre, le regole sono così: semplici e chiare, strane forse, ma semplici… Per gli americani la praticità è essenziale: devi volare col tuo aereo a Manhattan? Fai tu! Occhio, non andare addosso a nessuno, dai la precedenza, non andare forte… Come in autostrada, insomma! In Italia? Non credo sarebbe possibile una cosa così.
Questo è vero in generale, non importa che si stia parlando di licenze per il baracchino degli hotdog o per lo smaltimento dell’Uranio, il fondamento è sempre quello: la praticità.
Ecco, magari qualche volta sbagliano, forse esagerano nell’essere pratici (come per l’aereoplanino di Lidle...), però credo che il concetto non sia da buttare. Forse anche in Italia servirebbe…
Concerti mancati sta’ settimana non è che ce ne siano stati, allora qualcosa di trash, che tutto sommato sono contento di aver perso: Beatallica al Northsix (Beatles classics performed in Metallica thrash-style); “The female Jell-O wrestling” all’Arlene’s Grocery. Tutto questo sabato sera.
Ho scritto tanto, consiglio veloce: cena indiana da Swagat su Amsterdam Avenue tra 79th e 80th Street.
Robi

15.10.06

New York, 10-06-2006

smoke2.jpgA New York ci sono leggi un po’ strane.
Per esempio, qualche tempo fa si decise che i graffiti, le scritte sui muri, fossero uno scempio intollerabile. “Combattiamoli!” disse l’allora in campagna elettorale sindaco Bloomberg; e così, da allora, se si è minorenni, è vietato girare con una bomboletta di vernice spray (aperta) per le strade di New York. Cioè, spiego meglio, siccome l’archetipo di “writer” è un ragazzino sedicenne (con la felpa col cappuccio, aggiungo io…) che gira armato di bombolette e pennarelli a scrivere su ogni superficie verticale che gli capiti a tiro, inutile aspettare che il reato si consumi, che l’insolente autografo macchi indelebilmente i bei muri della città. Preveniamo: cosa ci va a fare in giro un ragazzino col pennarello se non per scrivere? Colpevole! Non si fa, lo sai… Ti ho avvisato… Se ti becco in giro così, io presumo e ti arresto! (Vabbe’, non sono sicuro che sia previsto l’arresto, ma il concetto è quello…).

D’accordo, si può obiettare che a New York, per esempio, è ancora in vigore una legge che vieta di sparare ai conigli dai tram (credo che l’assurdo stia nel fatto che a New York tram non ce n’è più da mo’). Insomma, non sarà mica la legge più bislacca questa…
Però, forse con troppa malizia, io ci vedo dietro un po’ quello che mi sembra un modo di ragionare piuttosto diffuso tra i politici americani di ‘sti tempi: il concetto di intervento preventivo.
D’accordo che il costo per la sicurezza vada pagato, ma a furia di intervenire preventivamente, non si corre il rischio di prevenire la gente dall’essere libera?
Comunque, questa settimana sono usciti dei film promettenti e io non so cosa giocarmi nel weekend… Alla fine credo che all’imperdibile nuovo di Scorsese, per ora preferirò A Guide To Recognizing Your Saints, promette molto bene!
Apro anche una rubrica nella rubrica: VIPwatching.
Stars avvistate finora: Tim Robbins (io), su Delancey, vicino al Williamsburg Bridge; Mister G (Stella) alla 72esima, che poi è quello delle previsioni del tempo (CBS?), come vedere il Col. Giuliacci a Milano2…
Concerti mancati della settimana: Massive Attack al Roseland Ballroom, martedì; i Beastie Boys con altri gruppi, mercoledì, nella stravagante Hiro Ballroom del Maritime Hotel; i Gomez, giovedì al Bowery Ballroom.
Se poi volete fare un brunch in un posto alla Sarah Jessica Parker, dove si mangi anche bene: Isabella’s, vicino al Museo di Storia Naturale, che io devo ancora visitare… Cercherò di rimediare!
Vado, è tempo dei saldi per il Columbus Day…
Robi

10.10.06

New York, 9-30-2006

smoke1 Vi ricordate il film Smoke? C'era Harvey Keitel che ogni mattina piazzava il cavalletto nello stesso punto di Brooklyn, sull'angolo dove stava la sua tabaccheria, e scattava una foto. Bene. Questa è una nuova rubrica di Freddy Nietzsche e si chiama come quel film. Robi, che abita a New York, ogni tanto ci manda una foto e un racconto di quello che gli capita a Manhattan. Presto ci saranno un logo apposito (Enrico Bardin, parlo con te, mettiti al lavoro), una sezione dedicata, anche una foto di Google Earth che vi faccia capire bene dove sia Robi e quale sia l'angolo di strada che fotografa. L'angolo, come in Smoke, sarà sempre lo stesso.

New York, 9-30-2006
Metro.
Quali annunci vorreste ascoltare dagli altoparlanti dei treni?
I newyorkesi questi:
1) Per favore, ricordate che gli iPod sono concepiti per uso personale e non dovrebbero essere udibili dall’intero treno.
2) Signore e signori, vogliate astenervi dal leggere il giornale alle spalle degli altri passeggeri. Non si fa. Oltretutto a NewYork è gratis.
3) Per favore, confinate la pulizia del naso e gli altri riti di igiene personale entro le mura di casa vostra.
4) Vi informiamo che, mentre si è in treno, le pubbliche manifestazioni di affetto dovrebbero limitarsi al tenersi la mano e a qualche occasionale bacio sulla guancia.
5) A causa di lavori sul binario, questo treno diventerà espresso fino alla vostra fermata. Ci scusiamo con gli altri passeggeri per l’inconveniente.

Ma se questi sono i soliti stupidi elenchi che si fanno tanto per parlare sui giornali, cosa dire invece dell’avviso esposto in tutti i treni e stazioni, in cui l’MTA, società che gestisce la rete metropolitana a New York, invita a viaggiare DENTRO il treno e non SUL treno? C’è tanto di foto di un ragazzo (ispano-americano, tanto per cambiare…) attaccato da fuori alle porte del treno e, sotto, la chiosa: “perché noi teniamo alla vostra sicurezza!”. Ma dico io, se uno decide di viaggiare fuori dal treno, secondo te lo fa perché non ha capito come si usa?!? Certo, io capisco anche che qui uno fa causa alla Heinz se il ketchup gli va di traverso, ma quando si perde il senso del ridicolo, secondo me è indice che qualcosa non va…
A proposito di metropolitana, oggi hanno sospeso per un’ora il servizio sulla linea L (la “love line” che va a Williamsburg, bel posto!) perché c’erano dei fumi che hanno intossicato dei passeggeri.
A proposito di fumi, hanno anche bloccato un volo in partenza dal LaGuardia, diretto a Boston. C’era fumo anche lì.
E a proposito di aeroporti, dopo il discorso, con tanto di imitazione finale, del Presidente venezuelano contro Bush, il Ministro degli Esteri del paese latinoamericano sostiene di essere stato trattenuto illegalmente per 90 minuti dai funzionari del JFK, in violazione a ogni legge internazionale e in barba all’immunità diplomatica. Gli U.S. cosa fanno? Beh, ammettono e si scusano. Questo è quanto, più di così non si ottiene.
Eventi interessanti ai quali non ho partecipato: Domenica scorsa c’è stato il Dalai Lama che ha tenuto una conferenza al Beacon Theatre. C’erano i Flaming Lips all’Hammerstein Ballroom e Carmen Consoli al Joe’s Pub. Tutti e due lunedì. E Bob Dylan è ripartito per un nuovo tour.
Un consiglio su dove andare a mangiare? Provate il branzino in crosta di parmigiano di LeMonde, su Broadway più o meno all’altezza della 112th Street.
Robi