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23.02.08

Gerusalemme, 08-02-2008

tad08-02.JPGDopo le vacanze invernali sono tornata a Gerusalemme piena di buoni propositi: in testa a tutti quello di non farsi alienare dal lavoro e quindi oltre ad andare al cinema, a cena fuori e alle feste e a sforzarmi di leggere, rinunciando a ore di sonno, ho iniziato ad andare in palestra (dopo almeno 12 anni che non mettevo piede in una, e si preannuncia un’esperienza antropologica!), prendo lezioni di ebraico (con l’idea di riprendere a studiare anche arabo classico) e vorrei anche iscrivermi a un corso di percussioni (cosí se qualcuno vuole vendicare il Medio oriente mi puó sfondare le darbuke). Moriró non solo per alienazione da lavoro ma anche per iperattività...

Gerusalemme invece è tutt’altro che iperattiva. A un primo sguardo sembra sempre immersa in uno stato di calma apparente ma se si scende un po’ in profondità si osservano movimenti interessanti.

Da quando sono tornata è già nevicato tre volte. Sia gli israeliani che i palestinesi hanno una paura folle e irrazionale della neve, fanno scorte come in previsione di un attacco nucleare e si tappano in casa per tre giorni, nonostante la neve tenda a sciogliersi dopo poche ore. Anche gli stranieri che vivono in città vengono colti da attacchi di intolleranza alla neve e per reazione si rinchiudono in casa propria, rinnegando gli anni passati in Nord Europa o in America dove queste deboli nevicate non potrebbero mai essere usate come scusa per saltare un giorno di lavoro...

Il 2007 è stato l’anno dei 40 anni dalla guerra dei 6 giorni (per gli Israeliani) e dalla Naksa (per i Palestinesi). Nel 2008 invece da una parte si celebreranno i 60 anni della fondazione dello stato di Israele e dall’altra ci saranno le commemorazioni dei 60 anni della Nakbah (la catastrofe) che ha portato all’espulsione di 400 mila profughi palestinesi (ora circa 4 milioni). Ma di questo sarete ormai edotti visto le polemiche che imperversano sulla fiera del libro di Torino.

Silwan, il mio quartiere, pur essendo l’equivalente gerosolimitano dei quartieri spagnoli è diventato un nuovo centro di interesse nella geopolitica della città.
Per gli israeliani è importante perchè la biblica valle di Shiloah (Siloè) era il nucleo originario della cittàdi Gerusalemme e gli archeologici sono convinti di trovare, scavando sotto le abitazioni, la fonte per le abluzioni rituali, i resti della scalinata che saliva al tempio e altre vestigia della cittàdel Re Davide.
Per i coloni è terra irredenta da recuperare, non solo per il patrimonio archeologico che ci giace sotto il culo ma anche per un episodio di storia contemporanea della città: alla fine del 19° secolo infatti un gruppo di ebrei yemeniti si installó nel villaggio rurale su appezzamenti comprati dal barone Rotschild per poi abbandonare Silwan allo scoppiare della guerra del ’48. L’obiettivo di Elad, l’organizzazione per la colonizzazione ebraica di Silwan è di fare leva sulla storia e sull’archeologia per favorire il ripopolamento della zona con famiglie ebree.
I 40 mila palestinesi che vivono a Silwan non hanno rivendicazioni archeologiche da portare avanti ma richieste socio-politiche: Silwan è uno dei quartieri più poveri della città con tassi di disoccupazione e dipendenza molto alti, dimenticato sia dalla municipalità israeliana di Gerusalemme per quel che riguarda i servizi alla popolazione (palestinese) che dalla Autorità palestinese per le istanze politiche.

I coloni sono molto più strutturati e sanno come portare avanti il proprio progetto (solo nell’ ultimo mese hanno comprato sette nuove case). I palestinesi, invece, sono come al solito frammentati al loro interno, poco organizzati e possono essere facilmente ricattati/convinti a cedere le proprie case. Lungo la strada principale i palestinesi hanno allestito una tenda per protestare contro la compravendita delle case, gli scavi archeologici e la costruzione di tre tunnel che farebbero parte del nuovo parco archeologico di Ir David (la cittàdi Davide) ma la tenda è spesso vuota e sono in molti a rimpiangere i tempi in cui Faisal Husseini riusciva a mobilitare la popolazione araba della città in modo compatto.

In seguito all’attentato kamikaze a Dimona e alla caduta del muro tra Rafah e l’Egitto l’esecutivo israeliano ha proposto di costruire un muro lungo il confine che separa Israele dal Sinai per paura che si infiltrino terroristi. Il muro però servirebbe anche a impedire un ingresso su larga scala di profughi africani dal Darfur, dal Sudan, dal Chad e dall’Eritrea. Negli ultimi mesi alcune migliaia di persone sono arrivate a dorso di cammello dal deserto del Sinai, pagando i beduini 1000 euro circa per garantirsi un ingresso nella Terra promessa dove scorrono latte e miele.
I primi profughi sono stati rifiutati o imprigionati dalle autorità israeliane, ufficialmente perchè lo status di rifugiato politico non può essere conferito a un cittadino di uno stato nemico ma anche perchè ammettendo profughi nel territorio israeliano si teme un ritorno di massa dei rifugiati palestinesi che ora sono dislocati nei vicini stati arabi. Tuttavia l’estate scorsa la corte suprema, in seguito a pressioni delle organizzazioni israeliane per i diritti umani e della comunità internazionale ha decretato che è compito di Israele accogliere i profughi del Darfur perchè uno stato nato dalle ceneri dell’Olocausto non può assistere impassibile a un altro genocidio.

Come vedete da queste parti non ci si annoia mai....
Chiudo ricordandovi che Tadkhinashen compie un anno, ringrazio quindi Matteo per l’ospitalità e chi legge per la fiducia accordatami. Sempre per i buoni propositi di inizio anno cercherò di scrivere più frequentemente.

Yalla Bye Lehitrahot!

La Franca

P.S. Dimenticavo di raccontarvi che i"l trattore":http://www.freddynietzsche.com/2007/11/gerusalemme_18112007.php è risorto e la portiera rotta è stata sostituita con una bianca tuttavia i problemi non sono finiti: quando nevica o piove molto entra acqua dal buco dell’antenna; ho finalmente imparato a cambiare le ruote della macchina visto che quella anteriore destra si era sgonfiata, peccato che il mattino successivo abbia trovato sgonfio anche il ruotino. Quindi il trattore giace anche oggi sotto casa...

26.11.07

Gerusalemme, 18-11-2007

tetto18-11-07 .JPGMorte di un trattore
L’automobile che mi ha accompagnata in questi due anni a Gerusalemme, una Punto amaranto, auto-dell’anno-1995, conosciuta dagli amici come il trattore e dai detrattori come la carriola, giace immobile in cortile. Dopo che la pompa dell’acqua e il radiatore avevano tirato gli ultimi, costringendomi ad abbandonarla per un paio di giorni in una zona borderline, in attesa dell’intervento del meccanico, un tossico della sottostante valle di Silwan l’ha ulteriormente vandalizzata dopo aver divelto la portiera e spaccato il finestrino. Il tutto per rubare una radio con mangianastri che non funzionava da almeno un anno e mezzo.
Ora giace, in attesa di non si sa che, con la portiera sistemata alla bell’e meglio, e col finestrino coperto con sacchi della munnezza e nastro adesivo, che i bambini del quartiere si divertono a bucare.
Gli amici e i compagni la piangono: Arturo, che con la sua guida creativa ha percorso la Cisgiordania in lungo e in largo ascoltando Raffaella Carrà; Christian e Francesco che da libertini del motore affrontavano le buche e i checkpoint come fossero seduti su un 4X4. La Franca, cioè me, che grazie al trattore ha imparato a guidare secondo l’antilogica di questi luoghi, prima andando ai 2 all’ora come la Sora Lella e poi affinando consuetudini da pilota partenopeo. Per non parlare degli autisti occasionali che si sono avvicendati e soprattutto senza dimenticare il meccanico di Wadi el Joz, che accumulando soldi per la manutenzione del trattore è perfino riuscito a costruire un piano abusivo nella casa di famiglia.
E non è detto che la punto amaranto sia morta del tutto, dopotutto da queste parti le risurrezioni non sono improbabili...

Oltre alla peripezie della Punto l’ultima settimana è trascorsa pigramente e con lentezza, l’unico evento da segnalare è stata la celebrazione, passata in sordina, dell’indipendenza palestinese il 15 novembre.
Con un tipico slancio pessottimista il 15 novembre 1988 ad Algeri, Arafat proclamò, l’indipendenza dello stato palestinese.
(Per comprendere al meglio il concetto di pessottimismo nella narrativa palestinese leggete “Il pessottimista” di Emile Habibi)
Mentre la comunità internazionale è in subbuglio per la conferenza di Annapolis che dovrebbe tenersi la prossima settimana l’interesse della popolazione israeliana e palestinese si concentra su altri argomenti piú concreti, poichè tutti sono già convinti che l’incontro in America si concluderà nel fallimento piú totale.
L’israeliano medio (e pure religioso) è piú preoccupato dell’aumento del prezzo delle verdure e qui non è certo per colpa dell’euro, signora mia. Secondo il calendario ebraico, infatti, questo è un anno di shmitah. I campi in terra di Israele, di proprietà di ebrei, negli anni di Shmitah devono essere lasciati a maggese e quindi teoricamente chi mangia kasher per un anno non potrebbe mangiare verdure coltivate.
Fatta la legge e scovato l’inganno e i mercati di Israele sono comunque pieni di verdure, comprate a caro prezzo dagli arabi che non essendo ebrei possono coltivare a piacimento i loro appezzamenti.

20.10.07

Gerusalemme, 16-10-2007

tetto 16-10-07 (5).JPGLa vita a Gerusalemme è frequentemente scandita dalle feste religiose, non importa se ebraiche, cristiane, musulmane, ortodosse, eterodosse, ufficiali o di nicchia.
Due anni fa, nel periodo delle feste ebraiche di rosh ha shana/kippur/sukkot e del mese musulmano di Ramadan mi sono trasferita a Gerusalemme.
Era la prima volta che assistevo di persona alla maggior parte di queste ricorrenze, che fino a quel momento si erano limitate ad essere una cosa più o meno esotica, che veniva citata in testi universitari o in romanzi semisconosciuti.
Vagavo quindi per la città vecchia con l’entusiasmo del neofita, passando e ripassando davanti al muro del pianto e mangiando milioni di Qataief (piccoli pancake ripieni di noci, pistacchi o formaggio dolce e imbevuti di sciroppo di zucchero, che vengono serviti durante il mese di Ramadan a chiusura dell’Iftar, il pasto che rompe il digiuno quotidiano).
L’anno scorso l’entusiasmo per la novità si è trasformato in interesse antropologico, un po’ più distaccato. Ho approfondito la conoscenza di alcuni rituali particolari (v.  capparot e lailat al qadr) e ho dato il benvenuto alle feste, bestemmiando un po’ al pensiero dei mille problemi logistici legati a questo periodo: traffico impazzito, macchine parcheggiate in tripla fila sotto casa, strade transennate, uffici aperti con orario ridotto ecc ecc.
Quest’anno nel periodo delle feste ebraiche e del Ramadan sono andata a svernare in Italia, perché dopo due anni la quotidianità prende il sopravvento sull’entusiasmo (purtroppo!) e impiegare un’ora per coprire il tragitto ufficio-casa (tempo medio di percorrenza: 5 minuti) a causa dell’ennesima ricorrenza religiosa viene catalogato alla voce “rottura di coglioni” e non più sotto “colore locale”.

[quest’ultimo paragrafo è a mo’ di giustificazione per l’ennesimo ritardo nella pubblicazione della rubrica, mica vi potevo parlare della provincia di Modena, delle feste dell’ Unità con i compagni in via d’estinzione causa PD e dei tortellini di mia madre...]

Sono tornata a Gerusalemme, peró, dieci giorni fa, giusto in tempo per Simcha Torah e per l’aid al fitr.
Simcha Torah (ebr: Felicità della Torah):è  l’ultima festa ebraica della stagione autunnale e sta a segnare la fine e l’inizio dell’ anno religioso. Chi si trovasse a passeggiare quel giorno nei quartieri ultra-ortodossi potrebbe pensare di avere le traveggole. Sbirciando dentro le sinagoghe, infatti, si possono vedere ebrei hassid che fanno il trenino cantando e ballando e portando in cerchio per la sala i rotoli della Torah, e addirittura attempati rabbini, aiutati da qualche bicchierino di vin santo, che si mettono a fare le capriole per simboleggiare la ciclicità delle feste e delle ricorrenze religiose.


Aid al fitr: è la festa che chiude il mese di Ramadan. Ha un protocollo complesso. Innanzitutto non si sa che giorno inizia perché bisogna osservare la luna e spesso questo è causa di contenziosi tra religiosi sunniti e sciiti e sheikh di diversi stati arabi e islamici.
Una volta stabilito il momento in cui scatta la luna nuova tutti escono in strada a festeggiare, a mangiare e a fare spese. All’alba gli uomini si recano in moschea per la preghiera e poi fanno un saltino al cimitero a recitare un’orazione per i defunti.
Durante il resto della giornata gli uomini della famiglia vanno a visitare i parenti e distribuiscono soldi e regali ai bambini, solitamente fucili e pistole di plastica per i maschi e borsette sberluccicose per le femmine (giusto per non confondere i ruoli, eh!). Il secondo giorno le donne vanno a fare visita alla famiglia di origine mentre il terzo giorno si invitano gli amici. Il tutto ovviamente è scandito da uno spignattare continuo in cucina per rimarcare la fine del digiuno, dallo scoppio di mortaretti e dai nastri di tartil (Ar. cantillazione del corano) sparati a tutto volume dall’alba al tramonto.

La Franca

27.08.07

Gerusalemme, 25-08-2007

tad 150807.jpgNell’escatologia islamo-giudaico-cristiana la sparizione per un periodo, breve o prolungato che sia, è spesso considerata un evento ai limiti del divino, con caratteri messianici, solitamente accompagnata da una trasformazione dell’individuo, scomparso o occultato, e della sua comunità di appartenenza.
Non è il caso di questa rubrica, eclissatasi temporaneamente per eccessiva alienazione da studio e lavoro, che da oggi riprende il suo corso, senza apparenti trasformazioni o velleità messianiche, tentando solo di dare un quadro, un po’ impressionista, dell’estate che da qualche mese si trascina stanca a queste latitudini.

L’estate a Gerusalemme significa caldo torrido di giorno mentre la sera ci si rinfresca con la brezza gentile che risale dal deserto di Giuda. I bambini moccolosi del mio quartiere, a casa da scuola per le vacanze, vivono in strada per la maggior parte della giornata, si trasformano in parcheggiatori abusivi e chiedono, ai turisti israeliani e agli ortodossi che si avventurano nella nostra viuzza, 5 shekel per controllare la macchina. Nel pomeriggio la gente si ritira in casa per fare la qailula (la pennichella) e la calma irreale viene interrotta solo dal richiamo del muezzin, da clacson nervosi in lontananza e dalla musica orientale che esce dal negozietto di souvenir all’inizio della via.

L’estate, a Gerusalemme e nei territori palestinesi, è la stagione preferita per i matrimoni. Chi non si può permettere di affittare una sala allestisce feste semi improvvisate nella via sotto casa o sul terrazzo, costringendo i vicini a sorbirsi ore e ore di musica habibi. Chi ha un po’ più di soldi affitta una sala e offre succhi di frutta e torte stucchevoli e piene di crema agli invitati. E’ sempre più comune organizzare i matrimoni in una sala unica per invitati uomini e donne ma i più rispettosi della tradizione fanno ancora il matrimonio mafsoul (separato), cioè uomini in una sala e donne in un’altra. Spesso in queste situazioni le donne entrano nella sala velatissime e all’apparenza castissime ma al riparo dagli sguardi maschili si trasformano in mignottone, con capelli cotonati e abiti succinti, e con la tendenza a lanciarsi in balli proibiti, sposa in primis. La musica è un elemento fondamentale del matrimonio palestinese: si comincia con gli ultimi successi habibi, si passa ai lenti e si chiude con musiche e danze tradizionali in un tripudio di fuochi d’artificio e kitcherie (taglio della torta con spade lunghe un metro, cuori infuocati, presentazione dei regali e foto barocche con parenti e amici).

D’estate Gerusalemme, Israele e la Palestina vengono invasi da flussi continui e ininterrotti di viaggiatori responsabili, turisti irresponsabili, pellegrini cristiani cattolici, pellegrini cristiani ortodossi, ebrei della diaspora alla ricerca della patria, sionisti cristiani amici di Israele, gruppi marxisti-leninisti di solidarietà per il popolo palestinese, palestinesi della diaspora in visita alle famigghie ecc ecc
Pur incrociandosi all’aereoporto, nel suq della città vecchia, nei negozi di souvenir pacchiani e in mille altre situazioni, si guardano e si annusano con indifferenza e a volte con malcelato disprezzo, non si curano delle motivazioni che hanno spinto gli uni o gli altri a recarsi in questi luoghi, e spesso sono ciechi di fronte a chi in questi luoghi risiede.

L’estate a Gerusalemme sta lentamente cedendo il passo all’autunno, me ne accorgo la mattina, quando le lenzuola non sono piú sufficienti a scaldarmi e i raggi di sole che entrano dalla finestra sono ogni giorno un po’ piú deboli mentre la sera il tramonto arriva sempre qualche minuto prima, accompagnato dalla brezza leggera del deserto di Giuda.
E i gerosolimitani, con lentezza, si preparano per le feste ebraiche di Rosh Ha-shana, Yom Kippur, Sukkot e per il mese musulmano di Ramadan....

la Franca

09.05.07

Gerusalemme, 07-05-2007

tad0705.jpgIn questo periodo si sono susseguite festività e commemorazioni nazionali per gli israeliani e, in alcuni casi, conseguenti contro-celebrazioni per i palestinesi. Il 16 aprile in tutto lo stato di Israele si è commemorato lo “Yom Hashoah Ve-Hagevurah”, il giorno dell’Olocausto e dell’eroismo. Alle 10 del mattino al suono della sirena tutto il paese si è fermato per un minuto per commemorare i 6 milioni di ebrei morti in Europa ma anche per ricordare l’ insurrezione del ghetto di Varsavia. La commemorazione continua allo Yad va Shem, il museo dell’olocausto di Gerusalemme, con il primo ministro e gli ambasciatori. Quest’ anno si è rischiato l’incidente diplomatico con il Vaticano perché il nunzio si era rifiutato di presenziare alla commemorazione per via di una foto di Pio XII e della didascalia che parlava dell’ indifferenza della Santa Sede durante la II guerra mondiale. Alla fine la crisi è rientrata, il nunzio ha presenziato alla cerimonia e la foto con annessa didascalia è rimasta al suo posto.
Una settimana dopo Yom Ha Shoah si è tenuto Yom ha zikaron, il giorno di commemorazione dei caduti dell’ IDF, l’esercito di Israele. Anche per Yom Ha Zikaron tutte il paese si ferma per alcuni minuti, comprese le macchine sulla corsia di sorpasso dell’autostrada. Il 5 del mese ebraico di Iyar invece tutti gli israeliani festeggiano Yom ha Atzamaut, il giorno dell’indipendenza (quest’anno sono 59 anni) organizzando barbecue a base di carnazza (kasher e no) in tutti i luoghi possibili: spiaggia, parchi, aiuole. La giornata si chiude con mirabolanti fuochi di artificio e feste su feste. I palestinesi invece contro-commemorano il giorno dell’indipendenza con Yawm al Nakba, cioè il giorno del disastro o della catastrofe, per ricordare la guerra del 1948 e l’esilio di qualche milione di profughi. Nei prossimi giorni, per ultimare il quadro di commemorazioni e contro-commemorazioni, gli israeliani festeggeranno Yom Yerushalaim e i 40 giorni dell’unificazione di Gerusalemme mentre i palestinesi ricorderanno la Naksa (la sconfitta) e i 40 anni di occupazione. Detto questo vi saluto dato che per qualche settimana torno in Italia a mangiare maiale e sospendo per un po’ Tadkhinashen (a meno che non vi interessino le avventure di un paesotto del modenese). Se vi manca il medio oriente vi segnalo dal 10 al 12 maggio a Firenze la conferenza annuale di Sesamo (la società di studi del medio oriente italiana), sui 40 anni dalla guerra dei 6 giorni e il 17 maggio un incontro alla casa del Parco di Sassuolo alle ore 9 sui “muri” da Berlino a Gerusalemme. Ciao ciao. La Franca

15.04.07

Gerusalemme, 10-04-2007

tad104.jpgLe ultime due settimane sono state il tripudio dei monoteismi tra pasque cristiane ed ebraiche e festività annesse e connesse. Di certo a Gerusalemme non ci si può aspettare il tripudio del buddismo o dell’animismo e tantomeno della laicità...
Tutto è iniziato sabato 30 marzo con Ha Shabbat ha gadol (Ebr. Il grande sabato) durante il quale si ricorda la piaga della morte dei primogeniti in Egitto.
[Mi sono accorta in questi giorni che molte reminiscenze di storia del popolo ebraico non le devo agli studi universitari bensí ai polpettoni biblici holliwoodiani dove recitava Charlton Heston e che misteriosamente si sono ben radicati da qualche parte nel mio cervello -- terribile!]
Alla fine di Shabbat in tutte le famiglie ebree osservanti sono cominciate le pulizie per rimuovere le tracce di Hometz (cose lievitate o fermentate). Durante Pesah (pasqua ebraica) infatti é vietato mangiare cose lievitate, per ricordare la fuga dall’Egitto e l’impossibilità di far lievitare il pane in quei giorni e si mangiano le matzot (eb. Pane azzimo).L’espressione “fare le pulizie di pasqua” nasce da questa tradizione di rivoltare ogni angolo della casa alla ricerca anche della più piccola briciola di pane.
Domenica 1 aprile mentre le famiglie ebree erano intente a liberarsi di pane, et similia, vendendolo, bruciandolo o nascondendolo in un luogo sicuro sotto chiave i palestinesi cristiani e torme di turisti si sono procurati rami di palme e ramoscelli di ulivo, e si sono accodati dietro l’orchestra degli scout per la processione della Domenica delle palme lungo le mura della città vecchia.

Lunedì 2 sera è cominciata Pesah. La prima sera della pasqua ebraica la si trascorre a tavola recitando la Haggadah, (la narrazione dell’esodo dall’Egitto) mangiando alcuni cibi (matzot, uova, erbe amare, sedano, insalata ecc ecc) secondo un ordine particolare, ed infatti questa cena rituale si chiama Seder (ebraico: ordine)
Giovedì 5 alla sera c’è stata la processione cattolica dal giardino del Getsemani alla chiesa di San Pietro del Gallicantu. La processione ha rischiato di fare un frontale con le migliaia di ebrei ortodossi che uscivano dal muro del pianto dopo le preghiere per Pesah.
Venerdì pellegrini cristiani e vari prelati e patriarchi cattolici si sono assembrati lungo la via dolorosa per ripercorrere la via crucis portando a spalla croci a grandezza naturale. Dopo qualche ora é stata organizzata la via crucis alternativa, e anche un po’ splatter, con figuranti vestiti da Gesù, Madonne, Veroniche e centurioni. Da segnalare oltre alle croci a grandezza naturale, le corone di spine e il sangue finto colante.
Sabato è stato il giorno dei cristiani ortodossi con la celebrazione di Sabt al nur (Arabo: Sabato di luce). Ogni anno, il sabato precedente la pasqua, miracolosamente (San Gennaro docet), nella chiesa del Santo Sepolcro al patriarca ortodosso appare una fiammella che viene passata di candela in candela fino a raggiungere l’ultimo pellegrino arroccato nelle viuzze della cittá vecchia.
Domenica 8 è stata pasqua per tutti, sia cattolici che ortodossi, per non dimenticare i copti, gli etiopi, gli armeni e i siriaci, ma soprattutto é stata pasqua per i mercanti del suq che hanno tenuto i negozi aperti per 3 giorni di seguito, senza interruzioni neanche per dormire o mangiare, pur di vendere un po’ di souvenir- paccottiglia.
Nella mia personale classifica dei souvenir trash la corona di spine batte tutti!
Al tramonto di lunedí 9 è finita Pesah per la gioia dei fornai israeliani.
Per la par condicio vorrei ricordare anche la festa di Nabi musa (arabo: il profeta Mosè), una celebrazione tradizionale dei musulmani palestinesi che si tiene normalmente i primi giorni di Aprile. Durante la quale si scende in processione da Gerusalemme al santuario dove é seppellito Mosè vicino a Gerico. Poiché un’altra tradizione vuole che Mosè sia seppellito sul monte Nebo in Giordania ho chiesto spiegazioni a un mio amico Sheikh (Arabo: Anziano o erudito) che mi ha detto che la tradizione vuole che Mosè sia rotolato sotto terra dal monte Nebo fino al santuario di Nabi Musa.
Da queste parti tutto è possibile...
la Franca

05.04.07

Gerusalemme, 31-03-2007

tetto-16mar07-3.jpgEd ecco a voi le postvisioni del tempo di giovedí 15 marzo a Gerusalemme: in mattinata neve, nel pomeriggio pioggia, grandine e vento e in chiusura un arcobaleno, che non portava a una pentola piena d’oro ma al solito muro di cemento.
(Mai avrei pensato di poter scrivere neve, marzo e Gerusalemme nella stessa frase!)
Il 16 marzo è stato annunciato il governo di unità nazionale palestinese. Poiché nel governo ci sono un po’ di ministri di Hamas, qualche vecchia gloria di Fatah e una spruzzatina di indipendenti non si capisce piú chi parla a chi.
Gli Stati Uniti non riconoscono come interlocutori i ministri di Hamas e il primo ministro Hanieh, peró parlano ai ministri di Fatah e agli indipendenti. La Norvegia fa un po’ la profumiera e parla con tutti. Il governo di Israele, sdegnato, smette di parlare con la Norvegia. L’Unione Europea ancora non ha deciso la propria strategia e aspetta, anche se ha già mostrato la tendenza ad allinearsi agli Stati Uniti
Alla proclamazione del governo si sono susseguite le mille visite ufficiali: Condoleeza Rice che ha incontrato di nuovo Olmert e Abbas; Ban Ki Mun, della cui visita non si è accorto nessuno e tantomeno lui, Solana, la Merkel, ecc ecc.
Il solito giro di valzer con l’ intermezzo rock di Nancy Pelosi che ha pensato bene di prenotare il pacchetto vacanze “ Asse del Male- all inclusive”.

Il 19 marzo è cominciato il mese ebraico di Nisan, che segna l’inizio della primavera e durante il quale si recita una speciale Bracha (Eb. Benedizione) sullo sbocciare dei fiori e sulle gemme. I coloni hanno festeggiato Rosh Hodesh Nisan (l’inizio del mese di Nisan) girando intorno alle mura della cittá vecchia con un sound system di quelli da Love parade, ballando e cantando, acclamando l’arrivo del messia e invocando la sovranità su tutta Eretz Israel (Eb. Terra di Israele) e in particolare sulla Cisgiordania e su Gaza, dove però vivono già 4 milioni di palestinesi. In quelle ore le stradine della città vecchia sono state transennate e nei quartieri arabi non era permesso muoversi liberamente, per evitare situazioni di tensione e facili scontri
Il 21 marzo c’è stato uno sciopero di 400.000 impiegati pubblici, indetto dall’Histadrut, il sindacato israeliano. Gli scioperi di grosse dimensioni, come questo, in ebraico si chiamano Shvita italkit (sciopero italiano). Italiani popolo di poeti, santi, navigatori e sciopera(n)ti?
Da ricordare anche il 31 marzo il Mawlid al Nabi (Ar. compleanno del profeta Maometto) e il 30 marzo Yawm al Ard (Ar. Giorno della terra), la commemorazione delle proteste per la confisca di terre nei villaggi arabi della Galilea, durante le quali morirono 6 palestinesi con passaporto israeliano.

16.03.07

Gerusalemme, 13-03-2007

tad3.jpgÉ da poco trascorsa la festivitá ebraica di Purim, una specie di carnevale circonciso durante il quale ci si veste in maschera ed é obbligatorio ubriacarsi.
Quest’anno ho scoperto, con metodo empirico, che a Gerusalemme Purim dura un giorno in piú perché é una cittá con le mura.
(Per informazioni piú accurate sulla festa di Purim: Yankele se ci sei, batti un colpo!)
Effettivamente da queste parti vi é una tale abbondanza di mura, muri e muretti che Purim potrebbe anche durare tutto l’anno.
Il muro piú famoso é il muro del pianto (in ebr. Ha Kotel Ha Ma’aravi, il muro occidentale), dove a qualsiasi ora del giorno e della notte si trova sempre qualcuno che si dondola pregando davanti ai pietroni millenari e alle piante di capperi spioventi.

Poi ci sono i 3,8 km di mura imponenti della cittá vecchia, fatte costuire, tra il 1536 e il 1541, dal Sultano Solimano il Magnifico, per gli amici Al Qanuni (il legislatore). Racchiudono 1 km² di case fitte fitte, un labirinto di stradine ancora piú fitte, 40 mila persone e un bel po’ di pietre con storie millenarie, per non parlare delle pantegane. Se venite a Gerusalemme e vi viene un’irrefrenabile voglia di salire sulle mura di notte, dovete cercare il passaggio segreto dietro la porta di Jaffa, scavalcare la cancellata e abbassare di tanto in tanto la testa per non dare troppo nell’occhio.
Dopo qualche tempo trascorso in cittá si impara a riconscere il muro immaginario che taglia Gerusalemme in due, lungo l’asse Nord-Sud. Questo muro invisibile é il retaggio di un muro vero costruito dopo la guerra del ’48, per separare Gerusalemme est (araba e sotto sovranitá giordana) da Gerusalemme ovest (ebraica e sotto lo stato di Israele). L’unico passaggio ufficiale era la porta di Mandelbaum, ma era facile in altri punti scollinare dall’altra parte sempre a tiro di cecchino! Il muro vero venne abbattutto nel ’67 dopo la guerra dei 6 giorni ma ancora oggi si percepisce una netta separazione tra le due parti. La divisione sussiste non solo per quanto riguarda la collocazione fisica delle due popolazioni (raramente gli arabi vanno a ovest o gli ebrei vanno a est) ma anche per le utenze (diverse compagnie dell’elettricitá, di internet e degli autobus), vita notturna (discoteche, ristoranti da gourmet, cinema con film di hollywood a ovest; narghilerie, falaferie e hummuserie, cinema con film egiziani a est) ecc ecc
Da pochi anni c’é un nuovo muro a Gerusalemme. É fonte di cosí tante polemiche che non c’é nemmeno accordo sul nome. Gli israeliani lo chiamano “gader hahafrada” (recinto di separazione), i palestinesi “al Jidar al Fasel al ‘unsuri” (muro di separazione razzista) e la comunitá internazionale “barriera di separazione”. In alcuni punti la barriera consiste di una rete e di una zona cuscinetto pattugliata ma a Gerusalemme c’é un muro di cemento, alto 8 metri e largo 3, che separa la cittá da quartieri e paesi arabi circostanti (Al-Ram, Abu Dis, Shufat, Bet Jalla, Betlemme e molti altri) e ti toglie il respiro da quanto é alto. Si auspica sempre un bel cataclisma divino di quelli da Antico Testamento che lo faccia cadere con qualche effetto speciale.

3 siti tra il serio e il faceto sul muro, nel senso della barriera/recinto:
Ocha
Baksy
Face 2 face project

02.03.07

Gerusalemme, 01-03-2007

tad27-02-07.jpgUn po’ di notizie che portano il buonumore, altre che lo fanno scappare via e altre ancora che lasciano indifferenti i piú.
Da mercoledí 21 sono cominciate le trasmissioni di Radio RAM Fm, una nuova stazione radio in inglese che trasmette da Ramallah e Gerusalemme ovest (la zona israeliana della città).
A Radio RAM FM lavorano sia israeliani che palestinesi e la musica trasmessa é una valida alternativa alla “habibi music” (canzoni neomelodiche arabe nelle quali la parola habibi-amore mio- è ripetuta ogni due parole) e alla “mizrachi music (canzoni neomelodiche israeliane con sonorità orientali- mizrachi in ebraico per l’ appunto) che infestano le onde radio di queste zone.
Martedí 20 c’é stato un incontro della trimurti Olmert-Rice-Abu Mazen al King David Hotel. I risultati dell’incontro sono state belle promesse e Dawawin (in Arabo: chiacchiere da salotto – sing.: diwan).

La notte degli Oscar ha fatto puntare qualche riflettore anche da queste parti. West Bank Story, infatti, ha vinto una statuetta dorata nella categoria corti. La trama del film si puó riassumere cosí: due bettole che vendono falafel, una israeliana e una palestinese, si sfidano a colpi di hummus e musica. Ma alla fine trionfa l’ammore. Volemose bene.
Martedí 27 é venuta in missione Benita Ferrero Waldner. Non sapete chi é? Non preoccupatevi, non lo sapevano neanche i giornalisti che l’accompagnavano.
Da domenica 25 é in corso una incursione dell’esercito israeliano a Nablus, una delle cittá piú popolose della Cisgiordania. La maggior parte della popolazione é sotto coprifuoco da giorni. Maggiori informazioni qui.
Degania Aleph é stato il primo kibbutz fondato in Israele, ha dato i natali anche a Moshe Dayan ed é sempre stato uno dei bastioni del movimento dei Kibbutz. Come tanti altri kibbutz, peró, da una settimana anche Degania Aleph ha abbandonato il sistema cooperativo e la divisione equa dei salari dopo che il consiglio di comunitá ha votato per introdurre la privatizzazione e la diversa attribuzione dei salari.
Diamo il benvenuto a Degania nel mondo del libero mercato.
Anche venerdí scorso ci sono stati scontri per gli scavi a Bab al Magharibah-Shaar Ha Mughrabi con cittá transennata, elicotteri e droni in cielo e idranti per disperdere i manifestanti.
Abbiamo aperto in musica e chiudiamo in musica con il seguente link http://checkpoint303.free.fr
Ciao Ciao
La Franca

20.02.07

Gerusalemme, 18-02-2007

tadkh17-02-07.jpgLo scontro Parietti-Bordone ha catalizzato l’attenzione degli italiani ma anche qui a Gerusalemme c’è sempre un motivo per litigare.
Il fatto: A 50 metri da casa mia da alcuni giorni sono in corso lavori per la ristrutturazione di una rampa d’accesso alla spianata delle moschee/monte del tempio..
Versione ufficiale degli israeliani: La rampa che conduce a Sha’ar Mughrabi (la porta dei Mori), e che si affaccia sul monte del tempio aveva bisogno di interventi di ristrutturazione, in seguito a un cedimento strutturale avvenuto nel 2004. Da martedì 6 sono in corso i lavori di scavo della rampa pericolante nei pressi del Cotel ha ma’aravi (il muro occidentale del secondo tempio) per fare spazio a una struttura moderna, permanente e solida.
Versione dei palestinesi: Lo scopo dei lavori è abbattere le ultime costruzioni del quartiere dei marocchini rimaste in seguito alla distruzione del quartiere nel giugno del ’67 con lo scopo di fare una spianata davanti a Hait al Mabka (il muro del pianto). Inoltre eliminare il terrapieno che porta a Bab al Magharibah (la porta dei marocchini) permetterebbe agli israeliani di allargare la superficie esposta del muro del pianto e di continuare gli scavi archeologici sotto la moschea di al Aqsa, con il rischio di danneggiarne le fondamenta.

Corollario: 2000 poliziotti e militari dislocati dentro e fuori le mura della città vecchia da una settimana.
Dimostrazioni giornaliere davanti alle mura della città vecchia.
Vie d’accesso ai quartieri arabi bloccate.
Scontri tra polizia e dimostranti per le strade dei quartieri arabi.
Divieto di ingresso alla spianata delle moschee per i musulmani sotto i 45 anni.
La strada di casa mia sempre chiusa con le transenne.
Lieto (o quasi) fine: martedí 13 i lavori sono stati sospesi per ordine del sindaco di Gerusalemme, Ury lupoliansky. Ciò ha scatenato le proteste dei partiti israeliani di destra che vedono la decisione come una ritirata a seguito delle proteste arabo- musulmane.
Colpo di scena: dietro pressione del governo israeliano i lavori di scavo della rampa sono ripresi.
Avrei voluto cominciare questa rubrica con informazioni un po’ più allegre, parlando del mosaico culturale di questa città, del fatto che a Gerusalemme il Natale si festeggia tre volte nell’ arco di un mese (25 dic. Cattolici e protestanti, 6 gennaio ortodossi e 19 gennaio armeni che seguono il calendario giuliano) ma la priorità per questa volta va a 20 metri di terra e a un mucchio di pietre. Le informazioni triviali al prossimo post! Yallah bye lehitrahot!
Franca