Dopo le vacanze invernali sono tornata a Gerusalemme piena di buoni propositi: in testa a tutti quello di non farsi alienare dal lavoro e quindi oltre ad andare al cinema, a cena fuori e alle feste e a sforzarmi di leggere, rinunciando a ore di sonno, ho iniziato ad andare in palestra (dopo almeno 12 anni che non mettevo piede in una, e si preannuncia un’esperienza antropologica!), prendo lezioni di ebraico (con l’idea di riprendere a studiare anche arabo classico) e vorrei anche iscrivermi a un corso di percussioni (cosí se qualcuno vuole vendicare il Medio oriente mi puó sfondare le darbuke). Moriró non solo per alienazione da lavoro ma anche per iperattività...
Gerusalemme invece è tutt’altro che iperattiva. A un primo sguardo sembra sempre immersa in uno stato di calma apparente ma se si scende un po’ in profondità si osservano movimenti interessanti.
Da quando sono tornata è già nevicato tre volte. Sia gli israeliani che i palestinesi hanno una paura folle e irrazionale della neve, fanno scorte come in previsione di un attacco nucleare e si tappano in casa per tre giorni, nonostante la neve tenda a sciogliersi dopo poche ore. Anche gli stranieri che vivono in città vengono colti da attacchi di intolleranza alla neve e per reazione si rinchiudono in casa propria, rinnegando gli anni passati in Nord Europa o in America dove queste deboli nevicate non potrebbero mai essere usate come scusa per saltare un giorno di lavoro...
Il 2007 è stato l’anno dei 40 anni dalla guerra dei 6 giorni (per gli Israeliani) e dalla Naksa (per i Palestinesi). Nel 2008 invece da una parte si celebreranno i 60 anni della fondazione dello stato di Israele e dall’altra ci saranno le commemorazioni dei 60 anni della Nakbah (la catastrofe) che ha portato all’espulsione di 400 mila profughi palestinesi (ora circa 4 milioni). Ma di questo sarete ormai edotti visto le polemiche che imperversano sulla fiera del libro di Torino.
Silwan, il mio quartiere, pur essendo l’equivalente gerosolimitano dei quartieri spagnoli è diventato un nuovo centro di interesse nella geopolitica della città.
Per gli israeliani è importante perchè la biblica valle di Shiloah (Siloè) era il nucleo originario della cittàdi Gerusalemme e gli archeologici sono convinti di trovare, scavando sotto le abitazioni, la fonte per le abluzioni rituali, i resti della scalinata che saliva al tempio e altre vestigia della cittàdel Re Davide.
Per i coloni è terra irredenta da recuperare, non solo per il patrimonio archeologico che ci giace sotto il culo ma anche per un episodio di storia contemporanea della città: alla fine del 19° secolo infatti un gruppo di ebrei yemeniti si installó nel villaggio rurale su appezzamenti comprati dal barone Rotschild per poi abbandonare Silwan allo scoppiare della guerra del ’48. L’obiettivo di Elad, l’organizzazione per la colonizzazione ebraica di Silwan è di fare leva sulla storia e sull’archeologia per favorire il ripopolamento della zona con famiglie ebree.
I 40 mila palestinesi che vivono a Silwan non hanno rivendicazioni archeologiche da portare avanti ma richieste socio-politiche: Silwan è uno dei quartieri più poveri della città con tassi di disoccupazione e dipendenza molto alti, dimenticato sia dalla municipalità israeliana di Gerusalemme per quel che riguarda i servizi alla popolazione (palestinese) che dalla Autorità palestinese per le istanze politiche.
I coloni sono molto più strutturati e sanno come portare avanti il proprio progetto (solo nell’ ultimo mese hanno comprato sette nuove case). I palestinesi, invece, sono come al solito frammentati al loro interno, poco organizzati e possono essere facilmente ricattati/convinti a cedere le proprie case. Lungo la strada principale i palestinesi hanno allestito una tenda per protestare contro la compravendita delle case, gli scavi archeologici e la costruzione di tre tunnel che farebbero parte del nuovo parco archeologico di Ir David (la cittàdi Davide) ma la tenda è spesso vuota e sono in molti a rimpiangere i tempi in cui Faisal Husseini riusciva a mobilitare la popolazione araba della città in modo compatto.
In seguito all’attentato kamikaze a Dimona e alla caduta del muro tra Rafah e l’Egitto l’esecutivo israeliano ha proposto di costruire un muro lungo il confine che separa Israele dal Sinai per paura che si infiltrino terroristi. Il muro però servirebbe anche a impedire un ingresso su larga scala di profughi africani dal Darfur, dal Sudan, dal Chad e dall’Eritrea. Negli ultimi mesi alcune migliaia di persone sono arrivate a dorso di cammello dal deserto del Sinai, pagando i beduini 1000 euro circa per garantirsi un ingresso nella Terra promessa dove scorrono latte e miele.
I primi profughi sono stati rifiutati o imprigionati dalle autorità israeliane, ufficialmente perchè lo status di rifugiato politico non può essere conferito a un cittadino di uno stato nemico ma anche perchè ammettendo profughi nel territorio israeliano si teme un ritorno di massa dei rifugiati palestinesi che ora sono dislocati nei vicini stati arabi. Tuttavia l’estate scorsa la corte suprema, in seguito a pressioni delle organizzazioni israeliane per i diritti umani e della comunità internazionale ha decretato che è compito di Israele accogliere i profughi del Darfur perchè uno stato nato dalle ceneri dell’Olocausto non può assistere impassibile a un altro genocidio.
Come vedete da queste parti non ci si annoia mai....
Chiudo ricordandovi che Tadkhinashen compie un anno, ringrazio quindi Matteo per l’ospitalità e chi legge per la fiducia accordatami. Sempre per i buoni propositi di inizio anno cercherò di scrivere più frequentemente.
Yalla Bye Lehitrahot!
La Franca
P.S. Dimenticavo di raccontarvi che i"l trattore":http://www.freddynietzsche.com/2007/11/gerusalemme_18112007.php è risorto e la portiera rotta è stata sostituita con una bianca tuttavia i problemi non sono finiti: quando nevica o piove molto entra acqua dal buco dell’antenna; ho finalmente imparato a cambiare le ruote della macchina visto che quella anteriore destra si era sgonfiata, peccato che il mattino successivo abbia trovato sgonfio anche il ruotino. Quindi il trattore giace anche oggi sotto casa...
Morte di un trattore
L’automobile che mi ha accompagnata in questi due anni a Gerusalemme, una Punto amaranto, auto-dell’anno-1995, conosciuta dagli amici come il trattore e dai detrattori come la carriola, giace immobile in cortile. Dopo che la pompa dell’acqua e il radiatore avevano tirato gli ultimi, costringendomi ad abbandonarla per un paio di giorni in una zona borderline, in attesa dell’intervento del meccanico, un tossico della sottostante valle di Silwan l’ha ulteriormente vandalizzata dopo aver divelto la portiera e spaccato il finestrino. Il tutto per rubare una radio con mangianastri che non funzionava da almeno un anno e mezzo.
Ora giace, in attesa di non si sa che, con la portiera sistemata alla bell’e meglio, e col finestrino coperto con sacchi della munnezza e nastro adesivo, che i bambini del quartiere si divertono a bucare.
Gli amici e i compagni la piangono: Arturo, che con la sua guida creativa ha percorso la Cisgiordania in lungo e in largo ascoltando Raffaella Carrà; Christian e Francesco che da libertini del motore affrontavano le buche e i checkpoint come fossero seduti su un 4X4. La Franca, cioè me, che grazie al trattore ha imparato a guidare secondo l’antilogica di questi luoghi, prima andando ai 2 all’ora come la Sora Lella e poi affinando consuetudini da pilota partenopeo. Per non parlare degli autisti occasionali che si sono avvicendati e soprattutto senza dimenticare il meccanico di Wadi el Joz, che accumulando soldi per la manutenzione del trattore è perfino riuscito a costruire un piano abusivo nella casa di famiglia.
E non è detto che la punto amaranto sia morta del tutto, dopotutto da queste parti le risurrezioni non sono improbabili...
Oltre alla peripezie della Punto l’ultima settimana è trascorsa pigramente e con lentezza, l’unico evento da segnalare è stata la celebrazione, passata in sordina, dell’indipendenza palestinese il 15 novembre.
Con un tipico slancio pessottimista il 15 novembre 1988 ad Algeri, Arafat proclamò, l’indipendenza dello stato palestinese.
(Per comprendere al meglio il concetto di pessottimismo nella narrativa palestinese leggete “Il pessottimista” di Emile Habibi)
Mentre la comunità internazionale è in subbuglio per la conferenza di Annapolis che dovrebbe tenersi la prossima settimana l’interesse della popolazione israeliana e palestinese si concentra su altri argomenti piú concreti, poichè tutti sono già convinti che l’incontro in America si concluderà nel fallimento piú totale.
L’israeliano medio (e pure religioso) è piú preoccupato dell’aumento del prezzo delle verdure e qui non è certo per colpa dell’euro, signora mia. Secondo il calendario ebraico, infatti, questo è un anno di shmitah. I campi in terra di Israele, di proprietà di ebrei, negli anni di Shmitah devono essere lasciati a maggese e quindi teoricamente chi mangia kasher per un anno non potrebbe mangiare verdure coltivate.
Fatta la legge e scovato l’inganno e i mercati di Israele sono comunque pieni di verdure, comprate a caro prezzo dagli arabi che non essendo ebrei possono coltivare a piacimento i loro appezzamenti.

La vita a Gerusalemme è frequentemente scandita dalle feste religiose, non importa se ebraiche, cristiane, musulmane, ortodosse, eterodosse, ufficiali o di nicchia.
Due anni fa, nel periodo delle feste ebraiche di rosh ha shana/kippur/sukkot e del mese musulmano di Ramadan mi sono trasferita a Gerusalemme.
Era la prima volta che assistevo di persona alla maggior parte di queste ricorrenze, che fino a quel momento si erano limitate ad essere una cosa più o meno esotica, che veniva citata in testi universitari o in romanzi semisconosciuti.
Vagavo quindi per la città vecchia con l’entusiasmo del neofita, passando e ripassando davanti al muro del pianto e mangiando milioni di
Qataief (piccoli pancake ripieni di noci, pistacchi o formaggio dolce e imbevuti di sciroppo di zucchero, che vengono serviti durante il mese di Ramadan a chiusura dell’
Iftar, il pasto che rompe il digiuno quotidiano).
L’anno scorso l’entusiasmo per la novità si è trasformato in interesse antropologico, un po’ più distaccato. Ho approfondito la conoscenza di alcuni rituali particolari (v.
capparot e
lailat al qadr) e ho dato il benvenuto alle feste, bestemmiando un po’ al pensiero dei mille problemi logistici legati a questo periodo: traffico impazzito, macchine parcheggiate in tripla fila sotto casa, strade transennate, uffici aperti con orario ridotto ecc ecc.
Quest’anno nel periodo delle feste ebraiche e del Ramadan sono andata a svernare in Italia, perché dopo due anni la quotidianità prende il sopravvento sull’entusiasmo (purtroppo!) e impiegare un’ora per coprire il tragitto ufficio-casa (tempo medio di percorrenza: 5 minuti) a causa dell’ennesima ricorrenza religiosa viene catalogato alla voce “rottura di coglioni” e non più sotto “colore locale”.
[quest’ultimo paragrafo è a mo’ di giustificazione per l’ennesimo ritardo nella pubblicazione della rubrica, mica vi potevo parlare della provincia di Modena, delle feste dell’ Unità con i compagni in via d’estinzione causa PD e dei tortellini di mia madre...]
Sono tornata a Gerusalemme, peró, dieci giorni fa, giusto in tempo per Simcha Torah e per l’aid al fitr.
Simcha Torah (ebr: Felicità della Torah):è l’ultima festa ebraica della stagione autunnale e sta a segnare la fine e l’inizio dell’ anno religioso. Chi si trovasse a passeggiare quel giorno nei quartieri ultra-ortodossi potrebbe pensare di avere le traveggole. Sbirciando dentro le sinagoghe, infatti, si possono vedere ebrei hassid che fanno il trenino cantando e ballando e portando in cerchio per la sala i rotoli della Torah, e addirittura attempati rabbini, aiutati da qualche bicchierino di vin santo, che si mettono a fare le capriole per simboleggiare la ciclicità delle feste e delle ricorrenze religiose.
Aid al fitr: è la festa che chiude il mese di Ramadan. Ha un protocollo complesso. Innanzitutto non si sa che giorno inizia perché bisogna osservare la luna e spesso questo è causa di contenziosi tra religiosi sunniti e sciiti e sheikh di diversi stati arabi e islamici.
Una volta stabilito il momento in cui scatta la luna nuova tutti escono in strada a festeggiare, a mangiare e a fare spese. All’alba gli uomini si recano in moschea per la preghiera e poi fanno un saltino al cimitero a recitare un’orazione per i defunti.
Durante il resto della giornata gli uomini della famiglia vanno a visitare i parenti e distribuiscono soldi e regali ai bambini, solitamente fucili e pistole di plastica per i maschi e borsette sberluccicose per le femmine (giusto per non confondere i ruoli, eh!). Il secondo giorno le donne vanno a fare visita alla famiglia di origine mentre il terzo giorno si invitano gli amici. Il tutto ovviamente è scandito da uno spignattare continuo in cucina per rimarcare la fine del digiuno, dallo scoppio di mortaretti e dai nastri di tartil (Ar. cantillazione del corano) sparati a tutto volume dall’alba al tramonto.
La Franca